Per un autentico diritto di voto

Ma poi, piuttosto di dibattere se sia il caso o meno di concedere il diritto di voto ai sedicenni, non sarebbe più logico, e più equo rispetto alla contemporaneità, introdurre un sistema di valutazione civica e culturale che giustifichi il prezioso e democraticamente fondamentale usufrutto del diritto di voto da parte di chiunque, a prescindere dall’età? In parole povere: se votare alle elezioni di uno stato democratico determina il presente e il futuro dello stato stesso nonché ne sancisce le sorti fortunate o nefaste al pari di tutta la comunità sociale che lo forma, è giusto che chiunque possa godere di un tale diritto, anche quando palesemente ignorante di rudimenti civici e culturali ovvero ostile ai principi democratici che stanno alla base della sua società e del suo ordinamento giuridico?

Insomma: è giusto che del diritto di voto (un tema del quale mi sono più volte occupato, qui sul blog) ne godano certi adulti terribilmente ignoranti e privi di senso civico, magari pure imbottiti di fake news assunte acriticamente dai social, e non ne godano dei sedicenni pur con tutta l’ingenuità dell’adolescenza ma, spesso, ben più consci del mondo che hanno intorno, più capaci di utilizzare le nuove tecnologie e di capire la realtà contemporanea nonché, e soprattutto, aventi davanti il futuro da vivere ben più delle generazioni precedenti?

Non ci vuole molto: un sistema di registrazione volontaria on line nelle liste elettorali, come già avviene in altri paesi, e qualche semplice ma indicativa domanda di cultura civica generale, che quanto meno – se non si conosca per essa la risposta – obblighi a una minima ricerca e a un processo di apprendimento della nozione richiesta. Tutto qui. Rispondi correttamente, così dimostrando di conoscere almeno un poco la democrazia del paese che ti chiama alle urne, e puoi votare; non rispondi correttamente, dimostrando al contrario di non possedere la più elementare cultura civica necessaria a dirsi a pieno titolo cittadini, non voti, e arrivederci alla prossima tornata elettorale.

Qualcuno forse ritiene che un tale sistema risulti sostanzialmente antidemocratico? E allora non è ugualmente antidemocratico, se non di più cioè maggiormente antitetico allo stesso concetto di “democrazia”, il voto di persone che vanno nella cabina elettorale come se andassero allo stadio (o in bagno, mi viene da dire!), votando di pancia (appunto) senza nemmeno sapere realmente cosa comporti il proprio voto ma ubbidendo meramente a comandi mediatici, a relativi slogan propagandistici e a falsità funzionalmente generate a fini di tornaconti elettorali a cui nulla interessa del bene del paese da governare? E non è forse vero che la democrazia, proprio in quanto tale, debba necessariamente formulare dei processi atti a garantire la propria salvaguardia e la difesa delle libertà da essa garantite, contro qualsiasi elemento che invece ne mini i principi fondamentali e la ponga in potenziale pericolo?

Ecco.

Come dite? In Italia l’elettorato verrebbe decimato? Be’, amen. Meglio pochi ma buoni e dotato di intelletto funzionante: in qualsiasi caso il futuro del paese ne trarrebbe un gran giovamento, qualsiasi risultato a favore di qualsivoglia partito o schieramento o idea politica possa scaturire dalle urne, statene certi.

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Voto ai sedicenni, un’ennesima ipocrisia politica

E con la questione del voto ai sedicenni, rieccoci negli ambiti della più viscida e ipocrita politicaggine itaGliana, alla quale non importa affatto che i ragazzi votino due anni prima della maggiore età ma interessa che votino per la propria parte, magari passando prima per un bell’indottrinamento web-social-mediatico che li renda “eroi” se il voto è quello preteso ovvero li tacci di immaturità se il voto va agli altri.

Una questione assolutamente falsa, anzi falsata, insomma: ne è prova lampante il fatto che, negli anni, tutti i partiti hanno proposto una tale riforma del sistema elettorale, da “destra” a “sinistra” (virgolette necessarie, già), nel contempo scandalizzandosi quando la proposta veniva dalla parte opposta. Eh no, “cari” (virgolette quanto mai necessarie!) politici, in verità a voi non frega nulla di conoscere il parere dei sedicenni e di lavorare anche in base alle loro indicazioni, a voi interessa solo di usare i sedicenni per preservare il più possibile il vostro sistema di potere, punto. E siete talmente arroganti da credere che vi possano votare, voi che in modalità assolutamente bipartisan da lustri non fate nulla o quasi per garantire un mondo e un futuro migliore a quei ragazzi, a partire dal presente – dalla scuola, ad esempio: di come il paese spenda sempre meno per l’istruzione ne ho parlato giusto qualche giorno fa, qui.

Alla fine, dunque, non è nemmeno una questione di far votare o meno i ragazzi già dai sedici anni – il dibattito presenterebbe numerosi aspetti considerabili e controversi, dal fatto che, qualcuno sostiene, non si possono far votare studenti che a quell’età, nel normale ciclo di istruzione scolastica, non hanno ancora studiato nemmeno la Costituzione Italiana, all’evidenza che, desolatamente, sovente si dimostrano più maturi i ragazzi di sedici anni dei loro genitori di quaranta e più anni, come sta dimostrando bene anche il movimento Fridays for Future. Ma, appunto, il problema non è farli votare o meno: il problema è (e resta sempre) chi votano, quali personaggi e di quale caratura politica che poi pretendono di rappresentarli in Parlamento.

È questo il problema fondamentale, e grave visto lo stato di fatto. Irrisolvibile, forse.

(L’immagine in testa all’articolo è tratta da https://www.avlive.it/article/voto-ai-sedicenni-al-via-il-dibattito)

La politica dei rutti

Ecco, un’altra cosa rispetto alla quale resto sempre più basito è come sia possibile che molti i quali s’interessano alla politica italiana contemporanea e che lo facciano con apprezzabile vitalità intellettuale – che non siano dei poveri mentecatti, in parole povere, come tanti di quelli che poi palesano questa loro “dote” pubblicamente, sui social o altrove – possano accettare senza reagire un tale dibattito politico così infimo, vuoto di sostanza, infantile, maleducato, rozzo, banale oltre che ipocrita e non di rado violento. E, soprattutto (anche se pare che sia la cosa che conti di meno, al riguardo), un dibattito totalmente incurante dei pur gravi problemi del paese e ugualmente inadatto a trovarvi efficaci soluzioni, ma soltanto funzionale alla difesa delle proprie posizioni di potere e agli interessi connessi.

Siamo ben oltre la mera retorica politica, quella che poi si esprimeva – si diceva un tempo – in “politichese”, il quale quanto meno era un linguaggio che non diceva nulla ma lo diceva bene. Qui siamo ormai alla gara di rutti da bettola di infima specie, se non ancora oltre. Un lessico anticulturale e anticivico che erompe dalle pance e parla alle altre pance sodali, vantandosene per giunta. Oppure – e così torno a ribadire la mia più solida convinzione in merito – l’effluvio di un organismo istituzionale morto ormai da tempo, che dunque mai nelle parole attraverso cui si manifesta potrà palesare una qualche forma pur residua di vita politica. Amen.

P.S.: la vignetta in testa al post è del 2009 – dieci anni fa, già. Per dire come, altra cosa tutta italiana, nel paese i problemi non si risolvano mai ma vengano sempre resi la “normalità”, così aggravandoli sempre più ma con sempre meno coscienza di ciò.

L’analfabetizzazione strategica

Uno dei massimi e cronici problemi dell’Italia, al di là di ogni altra cosa, resta il processo di analfabetizzazione ormai di lungo corso. Un processo avviatosi in maniera (forse) incidentale, come retaggio “genetico” del latino panem et circenses, poi fascistizzato dal regime mussoliniano e divenuto via via strategico, soprattutto dagli anni ’70 in poi (forse anche come reazione al Sessantotto), con la decadenza dei contenuti offerti dai media divenuti nazional-popolari, con l’assoggettamento della produzione culturale al consumismo sempre più spinto e bieco, poi con la pubblica e plateale denigrazione della cultura, con l’imposizione di modus vivendi e operandi nei quali ignoranze e incompetenze assurgono a virtù piuttosto di essere difetti – denigrazione che una politica a sua volta sempre più degradata e ignobile, causa/effetto dello stesso processo di analfabetizzazione ha ormai fatto suo orgoglio: basta pensare ai numerosi esponenti politici che si vantano di non leggere libri da anni, in primis, paradossalmente, l’attuale seppur dimissionaria (per la crisi in corso) sottosegretaria ai Beni Culturali. Che è un po’ come se uno chef andasse in TV a giudicare aspiranti cuochi dichiarando di aver cucinato l’ultima volta anni fa e di non ricordare nemmeno i tempi di cottura delle pietanze… Ma, a parte questo e per ribadire, tutto quanto risulta assolutamente significativo circa la sistematica, strategica regressione culturale del paese ovvero, se preferite, il suo profondo imbarbarimento. Un paese, d’altro canto, istituzionalmente morto da tempo, almeno dalla fine della cosiddetta Prima Repubblica (il “sicario”, probabilmente): e di nuovo non a caso, ma inesorabile conseguenza della realtà di una società civile che, privata della fondamentale base culturale, non può stare in piedi e tanto meno reggere qualsivoglia istituzione statale.

Tuttavia, considerando le pochissime voci che denunciano tale situazione e che ancora sono consce di quanto basilare siano la cultura e la produzione culturale per qualsiasi società libera, evoluta e “progredibile” anche nel futuro, evidentemente all’Italia e a buona parte dei suoi abitanti va bene così. Amen.

La TV diseducativa, anzi, barbarizzante

Ma la vera domanda è un’altra: perché praticamente tutta la TV generalista (RAI, Mediaset e La7) ha affidato in blocco il commento della cronaca e l’analisi politica a un pugno di persone, sempre le stesse, su tutti i canali? È mai possibile che questa trentina di individui siano gli unici in grado di commentare ogni santo giorno su tutti i canali televisivi? No, che non lo sono.
Quanti studiosi ed esperti, con una professionalità specifica, potrebbero contribuire al dibattito pubblico?
Quanto fa bene questa concentrazione alla democrazia?
Quale spazio rimane alle idee, alle libere opinioni?
Che servizio pubblico è ormai quello della RAI?
Stiamo affondando nel populismo informativo, quello che rifiuta ogni argomentazione logica per difendere posizioni a priori, che affida il confronto televisivo ai giornalisti tra di loro, mentre ha abdicato a chiedere il confronto tra i politici.

Tratto da Come diventare sovranisti con la TV generalista di Emanuela Marchiafava, un articolo pubblicato ne “Il Post” col quale, in modo tanto semplice quanto illuminante, viene messo in evidenza il legame inesorabile tra TV generalista, col relativo livello infimo delle sue trasmissioni in specie inerenti il dibattito politico, e coltivazione di un sentimento diffuso di matrice populista, nel senso peggiore del termine, con mire antidemocratiche. Poi, per fortuna, io la TV non la guardo, ma l’eco della sua bieca miseria mi giunge comunque, e ciò mi rende interessante tale articolo.

Postilla assolutamente personale: quanto sopra lo affermo pur constatando la militanza politica di Marchiafava, che per quanto mi riguarda non è differente nella sostanza (in bene e in male) rispetto ad altre – senza che ciò tolga nulla all’autrice e al valore delle sue parole, in questo e negli altri casi. Ribadisco: è un’opinione strettamente personale.

Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo nella sua interezza.