Il muro tra il Messico e il Colorado

Quando non c’è, o viene a mancare, un’autentica e attiva relazione tra l’uomo e il territorio in cui vive o che deve gestire, inevitabilmente si guasteranno il territorio stesso, la sua identità culturale, la vita in esso e, dunque, l’uomo stesso che lo vive e abita. È un principio tanto semplice quanto fondamentale, questo, la cui inosservanza (spesso funzionale a meri e biechi tornaconti materiali) diviene la causa per molti dei problemi che i territori presentano, materiali e immateriali: il degrado di certe aree urbane, la proliferazione dei nonluoghi, la cementificazione selvaggia, i dissesti idrogeologici, la cattiva gestione delle risorse eccetera, così come la conoscenza pratica dei luoghi stessi, la loro geografia, la capacità di elaborare e comprenderne i paesaggi, il dialogo con il Genius Loci – senza contare poi gli stati di spaesamento, dissonanza e alienazione che tutto ciò finisce per provocare in molte delle persone che lo subiscono. Senza quella relazione (che nello specifico è di matrice antropologica ma, in senso generale, è direttamente attinente alla cultura storica dei luoghi ed ei territori in questione), e senza la sua proficua “coltivazione” culturale, si può anche costruire il luogo più bello del mondo ma, rapidamente, finirà in degrado e poi in rovina. Ciò vale per qualsiasi territorio e per chiunque lo viva, sia esso un abitante permanente, un visitatore temporaneo, un tecnico, un amministratore pubblico – personalmente lo constato quasi sempre, quando mi occupo di pratiche culturali per i territori di montagna, ambiti particolarmente esposti e fragili in tal senso ma, ribadisco, non c’è area antropizzata che ne sia esente.
Ecco.

Tutto ciò per dire che, ahinoi, nel nostro fake world contemporaneo sempre più simile a una distopia – termine che non a caso deriva dal greco antico “δυς-” (dys), “cattivo” ma che funziona anche come prefisso di negazione, e “τόπος” (topos), “luogo”, quindi cattivo luogo o non luogo – la situazione sopra illustrata ha raggiunto un livello di gravità tale da permettere che il territorio corrispondente alla più grande potenza del pianeta elegga a proprio presidente un tizio che dimostra quasi quotidianamente di non conoscere quel territorio che deve amministrare, ovvero che è privo della relazione di cui sopra ho detto, la decadenza di entrambi – territorio e potere che lo governa – è pressoché inevitabile.
E infatti è già in corso, come si può ben constatare.

No: come dovrebbero sapere tutti gli americani che abbiano fatto almeno qualche giorno di scuola (e che votano alle elezioni, tanto più), il Colorado non confina con il Messico.

Cliccate sull’immagine in testa al post per vedere il video relativo (in inglese, ma ben comprensibile nel senso anche da chi non conosca la lingua.)

I paesaggi delle Alpi, e di Salsa

Il paesaggio rappresenta uno spazio di vita in cui riconoscersi, un antidoto allo spaesamento generato da non-luoghi senza identità, relazione e storia. La perdita più grande, sia per i residenti nella montagna alpina che per i suoi frequentatori più sensibili, rischia di essere quella di trovarsi al cospetto di uno scenario muto, fatto di cose anonime, museificate ed alienanti. Sono queste le ragioni per le quali non vogliamo che i paesaggi alpini vengano messi a tacere. Le nostre Alpi devono continuare a comunicare la propria anima alle future generazioni, pur con le necessarie trasformazioni imposte dai tempi e dalla natura delle cose.

Annibale Salsa è una delle figure italiane fondamentali per chi, come me, si occupa di cultura di montagna e di relazione tra l’uomo e le «terre alte» – ho scritto spesso di lui e delle sue pubblicazioni, qui. Antropologo di fama, docente universitario per lungo tempo, ex Presidente Generale del CAI e persona assai affabile (lo posso dire con cognizione di causa), è autore del basilare Il tramonto delle identità tradizionali, un testo che, appunto, tutt’oggi risulta esemplare nell’impostazione teorica (ma per molti aspetti pure pratica, senza dubbio) dello studio delle tematiche sociologiche e antropologiche alpine.
Posto ciò, sono dunque ben felice di denotare l’uscita del suo nuovo libro per Donzelli, I paesaggi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, dalla cui presentazione sul sito dell’editore ho tratto la citazione che apre questo post e che certamente leggerò presto.

Cliccate sull’immagine per saperne di più, sul libro.

Vivere un luogo

Per poter affermare di vivere veramente in un luogo, non possiamo semplicemente limitarci ad abitarlo ma dobbiamo lasciare che il luogo sia vivo e abiti in noi.

Camminare, una volta ogni tanto

Tra mille impegni e altrettante cose fare, cerco sempre di ritagliarmi qualche ora, con periodicità non troppo lunga, per andare a camminare sui monti.

Non è soltanto una questione di “doverosa” e salutare attività fisica, di benefico allenamento, e nemmeno solo di sfogo e svago dall’ordinario tran tran quotidiano. Semmai, è più una questione di necessaria, anzi, vitale riconnessione la Natura, con l’ambito selvatico che delinea e implementa il nostro essere “umani”, è rinnovata e rinvigorita relazione con il territorio, i luoghi, gli elementi naturali, le pietre, l’erba, gli alberi, l’aria e il vento, l’acqua e la pioggia, è dialogo, confronto e confessione con il Genius Loci dei luoghi, è sincronia e armonizzazione col ritmo della vita, della Terra, del tempo, del cosmo, ogni volta rinascita mentale, epifania spirituale, decantazione dell’animo – ma non c’è nulla di banalmente “mistico” in ciò: è una pratica assolutamente biologica e fisiologica, oltre che ecologica (nel senso originario del termine) e antropologica.

Eppoi, è un piccolo, ordinario, forse trascurabile eppure indispensabile esercizio di libertà assoluta – gravità a parte che mantiene i piedi in terra ma, anche con questa, il pensiero ritorna libero di giocare festosamente con i sensi e la percezione così da fare del solito mondo quadridimensionale un personale multiverso fatto di tante dimensioni quante l’immaginazione può pensarne e l’inconscio presagirne, nel quale sentirsi al centro di tutto perché tutto è “centro” – tutto c’entra.

È un momento, insomma, il quale più che muovere gambe, piedi, muscoli, riesce a muovere l’intera essenza personale e ne registra – ovvero ne rimette in squadra – la presenza attiva, materiale e immateriale, dentro il mondo – quel mondo molto meno “alterato” dalla presenza umana le cui forme generano paesaggi che a loro volta danno forma alla mia più profonda intimità, sì che seguire e tracciare vie in quello spazio naturale nel tempo impiegato all’uopo è proprio come percorrere i sentieri dell’esistenza nel tempo vissuto, traguardando mete future, nuove tracce da seguire, ulteriori momenti di libertà di cui poter godere e far tesoro.

Ecco.

Sono – siamo – di carne e ossa ma pure, ribadisco, di pietre ed erba e legno e ogni altra cosa che vive con noi qui, in questo pianetino disperso nel cosmo infinito, punto di partenza e meta del comune vagare nello spaziotempo: è questo che ci dà valore e rende unici, ci rende singolarità viva, intelligente (nonostante tutto) e senziente. Bisogna che ogni tanto ce lo ricordiamo, a noi stessi innanzi tutto.

Ma cosa fotografiamo del paesaggio, quando fotografiamo un paesaggio?

Anch’io, come innumerevoli altri, mi diletto a fotografare (senza alcuna velleità artistica, sia chiaro) i luoghi che visito e gli scorci o i panorami che ritengo più belli, al punto da volerne serbare il ricordo fissandolo digitalmente e quindi, magari, condividendo le immagini sul web. D’altro canto, sono anche un “esploratore culturale” di “paesaggi” e uno studioso della relazione tra l’uomo e i luoghi coi quali interagisce, in maniera più o meno continuativa, e so bene che uno dei fondamenti per un tale studio è l’evidenza che il “paesaggio”, ovvero ciò che il termine per come venga comunemente utilizzato, in realtà identifica la forma del territorio e le sue peculiarità superficiali, mentre il paesaggio vero e proprio è la rappresentazione culturale, intellettuale ed emozionale del territorio che ogni individuo formula in base alla propria sensibilità e al bagaglio culturale che possiede. Quindi, quando noi esclamiamo “che bel paesaggio!” in verità dovremmo dire “che bel territorio!”: il paesaggio viene dopo, per così dire, e non è solo e semplicemente legato alla gradevolezza morfologica del luogo in cui ci troviamo o a quanto di similmente gradevole offra – boschi, campi fioriti, laghi, fiumi, cascate, vette innevate, ghiacciai, eccetera – quanto a ciò che in essi e nella visione del territorio che cattura il nostro sguardo identifichiamo come “bello”, “gradevole”, “emozionante” e così via. Come dice il famoso adagio, non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace, e ciò che piace è determinato da parametri estetici sviluppati in gran parte negli ultimi due secoli (grazie al Romanticismo, in primo luogo) e consolidatisi col passare del tempo nell’immaginario comune anche grazie agli sviluppi tecnologici dei media più diffusi – la macchina fotografica, la televisione, il web, eccetera. Ciò tuttavia implica pure che, col passare del tempo, quell’immaginario comune si sia per un verso sempre più sovraccaricato di elementi di giudizio variamente validi (o no) e, dall’altro, sia stato sempre più soggetto ai dettami e alle variazioni culturali (o pseudo-tali) e di gusto imposte dai media, la cui diffusione e condivisione di massa rende “normanti” esattamente come fece – per le possibilità del tempo – la visione “standard” del paesaggio diffusa dai pittori romantici, la quale tutt’oggi rappresenta la fonte principale da cui scaturisce il modo occidentale di osservazione e percezione del mondo.

Posto ciò, dunque, quando durante – ad esempio – una gita in montagna fotografiamo un paesaggio che ci colpisce in modo particolare (e magari condividiamo gli scatti sul web e sui social), in realtà cosa stiamo fissando in quelle immagini? Un paesaggio considerabilmente bello? O il bello che noi vediamo in quel paesaggio?

La differenza pare minima e meramente lessicale ma in verità i due ambiti sono quasi antitetici. Per dirla in altro modo: fotografiamo quel paesaggio perché è fonte di propria bellezza, o perché tale bellezza gliela “appiccichiamo sopra” noi in base al nostro gusto e godimento?

Questa sostanziale antitesi è fondamentale nella strutturazione della relazione che possiamo individualmente generare con il territorio e i luoghi in cui ci troviamo: se nell’un caso la relazione è basata sull’identificazione di un territorio in base alla definizione naturale di “paesaggio” che ne scaturisce, nell’altro caso siamo noi a identificarci in quel territorio attribuendogli la nostra definizione di paesaggio, che in certi casi potrebbe pure essere totalmente avulsa dal luogo in cui ci troviamo e che in ogni caso è di matrice artificiale. Perché siamo noi a stabilire che un certo paesaggio, ovvero il territorio che lo definisce, è “bello” e, siccome lo facciamo noi, lo stabiliamo in base a parametri più o meno validi e consoni in nostro possesso, a loro volta generati e definiti dal bagaglio culturale che abbiamo a disposizione e che ci viene trasmesso in vario modo. Ed è evidente, se non inesorabile, che in questo caso la visione “finale” attraverso la quale identifichiamo il luogo in cui ci troviamo, dalla quale ricaviamo il relativo paesaggio, è difficile che sia realmente contestuale a quel luogo e al suo territorio, semmai è sovraccaricata di filtri, criteri, dettami, parametri e percezioni che ci portiamo appresso e convenzionalmente “mettiamo sopra” il luogo. Per essere chiari: se Shakespeare più di 400 anni fa scrisse che «Il valore della bellezza è dato dal giudizio dell’occhio e non da un vile imbonimento pronunciato dalla lingua di un mercante», è ahinoi evidente che troppo spesso l’imbonimento dei mercanti al riguardo s’è fatto sempre più forte e conseguentemente il suo ascolto, per giunta sempre meno meditato. Altrimenti non si vedrebbero certi ecomostri piazzati da menti e braccia scellerate in territori di pregio, spaventosamente deturpanti il paesaggio ma spesso inizialmente imposti (per interessi variamente biechi ma pure per devianze estetico-culturali) come “belli”!

Quindi, per tornare alle nostre fotografie, mi viene da chiedere cosa noi fissiamo, nelle immagini che scattiamo, se la bellezza del paesaggio che abbiamo intorno oppure la “nostra” bellezza che decidiamo di attribuire al paesaggio. Che è un po’ come se ci facessimo un selfie – anzi, un non selfie – nel quale non compariamo ma al quale facciamo rappresentare la nostra visione estetica del luogo.

Sia chiaro: non affermo tutto questo con accezione critica e biasimante, dacché noi tutti siamo “figli” di un immaginario comune che abbiamo reso “regola” in tal senso, che ha generato un modello identificativo del paesaggio coi suoi pregi e difetti ma verso il quale dobbiamo essere consapevoli che non rappresenta realmente il territorio e le sue caratteristiche, e nemmeno la sua naturale “bellezza”. Peraltro un concetto, quello di “bellezza”, a sua volta legato a visioni sovente radicalmente diverse: in montagna, ad esempio, ciò che fin dall’Ottocento i viaggiatori e i primi turisti hanno identificato con “bello” non era affatto tale per i montanari, anzi, sovente veniva ignorato o rappresentava qualcosa di spaventoso. Le vette alpine, ad esempio: belle al punto da far nascere l’alpinismo al fine di salirle o lo sci per discenderle quando innevate (e poi tutto il conseguente turismo contemporaneo), inutili per chi invece in montagna ci viveva e campava con quanto offriva quel territorio, e di certo le vette rocciose o ghiacciate nulla potevano dare da mangiare quando non scaricavano sulla testa dei poveri montanari frane e valanghe devastanti!

Insomma, ciò che voglio dire, ovviamente al di là degli aspetti ricreativi e social della fotografia di paesaggio, è che l’immagine del territorio e dei luoghi – in fondo anche a prescindere da qualsiasi media e per principio generale – dovrebbe cercare di contemplare sempre, per quanto possibile, la differenza tra il territorio e il paesaggio, di percepire la diversità tra la bellezza naturale e bellezza artificiale, di comprendere che una vera relazione con il luogo, che possa poi diventare memoria preziosa e viva, nasce ove è il luogo a narrare se stesso e non dove siamo noi a suggerirgli le parole da raccontargli. In tal modo sì, la bellezza che possiamo riconoscere in un territorio è quella autentica, originaria, genuina, in modo che quel luogo acquisisca pure un valore culturale e un’unicità che lo contraddistingua dagli altri; in caso contrario, si rischia di far accadere ciò che si potrebbe ritenere impossibile e impensabile, per territori di pregio come ad esempio le montagne: che diventino a loro modo non luoghi, e non perché lo siano veramente ma perché siamo noi a vederli e percepirli come tali. Se ciò accade, qualsiasi “bellezza” e qualsivoglia concetto che la definisca, di ogni matrice possibile, svaniscono rapidamente, così come svanisce qualsiasi valore (estetico, artistico, culturale ovvero intellettuale ed emozionale) nelle nostre immagini. È un po’ come se svanissero il territorio e il paesaggio stessi, ed è inutile rimarcare come, su queste cose, si giochi anche buona parte della salvaguardia presente e futura del paesaggio nonché della nostra relazione con esso. E dell’appeal delle nostre immagini da condividere sui social ovvio!