La messinscena del paesaggio

[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Teneri Ecomostri“.]

L’immagine del paesaggio è cartina al tornasole per conoscere il rapporto dell’uomo con l’ambiente in cui vive e opera, ponendo in luce le relazioni tra le forze di natura e quelle della cultura. Attraverso il paesaggio l’uomo propone comunque una rappresentazione di sé, contenuta nell’interfaccia costituita dalla fisionomia del territorio e del suo carico di significati: «Il paesaggio non è soltanto, come lo intendono i geografi, lo spazio fisico costruito dall’uomo per vivere e produrre, ma anche il teatro nel quale ognuno recita la propria parte e facendosi al tempo stesso attore e spettatore. Questo nel senso greco di théatron, derivato da thásasthai = contemplare, guardare da spettatore».

[Massimo Centini, I segni delle Alpi, Priuli & Verlucca, 2014, pag.183.]

Quello che asserisce Centini, citando nella seconda parte del brano Eugenio Turri, è interessante anche nell’interpretazione contestuale al rapporto con il paesaggio che viene imposto da molto del turismo contemporaneo, ove il paesaggio che è teatro evolve nel diventare vero e proprio palcoscenico di una “messinscena” nella quale allo spettatore-turista viene chiesto di recitare non solo una propria parte ma un copione sul quale c’è scritto tutto – tutto ciò che è funzionale a chi governa sul palcoscenico e che pretende di imporre la propria regia nonostante nulla o quasi sappia dell’arte teatrale. In questo modo il teatro diventa “teatrino”, lo spettacolo si tramuta in parodia, si genera la finzione e tutto viene banalizzato a livello di farsa di quart’ordine. Però sai le risate degli spettatori tramutati in attori, eh? O, per meglio dire, tramutati in ridanciane marionette, ecco.

Ciò che ci insegna la civiltà africana

[Un pastore Masai. Foto di Bertrand Lacote, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

All’equilibrio ecologico corrispondeva un equilibrio nel campo delle relazioni umane, un equilibrio ideale di diritti e di doveri di parentela, talvolta molto semplice, spesso molto complicato e quasi sempre costruito in funzione di pressioni bilanciare tra le diverse sezioni della società: in maggioranza fra discendenze e gruppi di discendenza. Questo equilibrio ideale di relazioni di parentela, considerato essenziale per quell’altrettanto ideale equilibrio con la natura che era di per se stesso garanzia materiale di sopravvivenza, richiedeva specifici modelli di condotta. Gli individui potevano avere dei diritti, ma li avevano in virtù solo dei doveri che assolvevano verso la comunità.

In questo passaggio del suo celebre volume La civiltà africana, Basil Davidson (che di storia dell’Africa è stato considerato tra i massimi esperti in assoluto) rimarca indirettamente – ma non troppo – una colpa che noi civiltà avanzate occidentali manifestiamo rispetto a quelle altre comunità umane che, dall’alto del nostro progresso, abbiamo sempre considerato (più o meno marcatamente) arretrate: l’incapacità, ovvero la capacità perduta, di concepirci in relazione con la Natura proprio come civiltà, come rete strutturata di individui che abitano un territorio e il suo ambiente naturale con i quali dover necessariamente instaurare un equilibrio biologico proficuo per entrambi, umani e Natura, al fine di viverci al meglio e contemporaneamente garantire tale condizione a lungo nel tempo attraverso la salvaguardia del territorio stesso – a prescindere dalle forme attraverso le quali istituire e manifestare tale equilibrio nonché dal grado di progresso tecnologico e culturale raggiunto, ovviamente: non è questo il fulcro attorno a cui ruota la questione. Invece gli occidentali da tempo hanno rotto quell’equilibrio e ne hanno dimenticato l’importanza: avremmo la tecnologia per restare in armonia con il mondo che viviamo e con la sua Natura e invece la utilizziamo da decenni per distruggerlo. Anche in Africa, dove abitano quelli “arretrati” che vivono ancora nelle capanne di fango ai quali, anche sul tema suddetto, vorremmo insegnare il nostro “progresso”, già.

Il paesaggio contiene tutto

[Foto di Jonny Gios da Unsplash.]

Ogni linguaggio con cui si esprime il paesaggio è alla fine il linguaggio della società che lo ha segnato, lo ha fatto proprio, lasciandovi il marchio del proprio passaggio. Ciò nei modi pertinenti al proprio modo di produzione, che ha nel territorio e nelle sue risorse uno dei suoi termini fondamentali. Come si comprende, non tutte le complesse elaborazioni interne di una società trovano la loro proiezione nel paesaggio; ma è vero che il paesaggio racconta sempre una società, i suoi rapporti interni, le sue dinamiche demografiche, i suoi squilibri sociali, le proprie capacità tecniche, il proprio culto per la natura, e persino la propria fede religiosa, il suo modo di fare poesia, i propri modi di autorappresentarsi e rappresentare il mondo, ecc. Il paesaggio alla fine contiene tutto, tutte le verità che le società umane sanno inscrivere in esso e raccontare. Non solo, ma in una visione del mondo come quella che la scienza oggi ha messo insieme si può dire che tutto ciò che resta di una società, come di altre specie viventi, è quel poco che precipita negli strati geologici (l’archeologia in fondo riguarda il breve periodo di tempo relativo alla storia dell’uomo), scanditi secondo ritmi di milioni di anni e dai quali ci divide una sorta di muro del suono, di discontinuità rispetto ai ritmi della storia umana.

[Eugenio TurriIl paesaggio racconta, saggio presentato al convegno della Fondazione Osvaldo Piacentini a Reggio Emilia nel marzo del 2000. Qui trovate alcuni degli articoli che ho dedicato a Turri, una delle figure fondamentali per chiunque si occupi e s’interessi di paesaggio, geografia e relazioni tra uomo e ambiente. Nell’immagine in testa al post vedete il Castlerigg Stone Circle, nell’Inghilterra nord-occidentale, uno dei più importanti siti archeologici megalitici d’Europa: per saperne di più cliccate qui.]

 

Ogni cosa si imprime nel paesaggio

[Dintorni di Confrides, Spagna. Foto di Jack Anstey da Unsplash.]

Solitamente i fatti che lasciano tracce precise nel paesaggio sono quelli che riguardano le attività di trasformazione territoriale, l’apertura di una strada, l’inizio dei lavori, un bel mattino, per la costruzione di una casa, l’inaugurazione di una fabbrica, ecc. È possibile dividere i fatti che incidono nel paesaggio, come questi, dai fatti che si servono semplicemente del paesaggio ma che riguardano nella realtà la politica, le relazioni sociali, la religione, le passioni amorose, ecc., fatti cioè apparentemente senza nessun legame concreto col paesaggio stesso? Una possibile risposta è questa: che cioè tutto quanto avviene all’interno di una società, per il fatto stesso che ogni società vive ed agisce su un territorio, finisce in qualche modo per esprimersi nel paesaggio, lasciandovi le tracce del proprio passaggio. Tracce esigue o tracce consistenti a seconda del rapporto che la società stabilisce con il proprio territorio vitale, per cui una tribù di nomadi non lascerà che pochi segni, mentre una società di coltivatori sedentari lascerà incisioni più profonde e stabili.

[Eugenio Turri, Il paesaggio racconta, saggio presentato al convegno della Fondazione Osvaldo Piacentini a Reggio Emilia nel marzo del 2000. Qui trovate alcuni degli articoli che ho dedicato a Turri, una delle figure fondamentali per chiunque si occupi e s’interessi di paesaggio e geografia in Italia e non solo.]

Descrivere il paesaggio in modo esemplare

[Veduta della campagna inglese del Dorset da Hambledon Hill. Foto di Marilyn Peddle, CC BY 2.0, fonte Wikimedia Commons.]

Questa distesa di campagna fertile e riparata, nella quale i campi non sono mai riarsi e le sorgenti inaridite, è limitata a sud dall’ardito crinale di rocce calcaree che comprende i dossi di Hambledon Hill, Bulbarry, Nettlecombe Tout, Dogbury, High Stoy e Bubb Down. Il viaggiatore che proviene dalla costa dopo aver faticosamente marciato verso nord per una trentina di chilometri su dune calcaree e attraverso campi coltivati a frumento, arriva improvvisamente all’estremità di una di queste scarpate, e resta piacevolmente sorpreso scorgendo, aperta come una carta geografica sotto di lui, una regione la quale è assolutamente diversa da quella in cui è passato. Alle sue spalle le colline sono dolci, il sole dardeggia su campi tanto grandi da dare al paesaggio l’aspetto di un’estensione sconfinata, i viottoli sono biancheggianti, le siepi basse e con i rami fittamente intrecciati, l’atmosfera priva di colore. Qui nella valle il mondo sembra costruito su scala più piccola e delicata; i campi sembrano semplici pascoli recintati, così ridotti nelle proporzioni che, da quell’altezza, le loro siepi di confine appaiono come una trama di fili verde scuro sovrapposta al verde più tenero dell’erba. Là in basso l’atmosfera soave e struggente è così sfumata di azzurro che ciò che gli artisti chiamano il campo medio prende anch’esso la stessa sfumatura, mentre l`orizzonte più lontano ha la tinta del più cupo azzurro-oltre-mare.

[Thomas Hardy, Tess dei d’Urberville, 1891.]

Secondo Eugenio Turri, uno dei maggiori geografi italiani e tra i più grandi esperti di paesaggio, questa è una descrizione esemplare di un paesaggio, «funzionale al racconto dei fatti che vi accadranno, ma importante anche per capire che tutto cova nelle profondità della terra, del paesaggio, pur nella pacatezza delle visioni che esso suscita e che poi tutto ritorna al paesaggio» – come scrive al riguardo nel saggio Il paesaggio racconta (presentato al convegno della Fondazione Osvaldo Piacentini a Reggio Emilia nel marzo del 2000). E se il «paesaggio» esiste solo se noi lo sappiamo concepire in quanto prodotto delle nostre percezioni sensoriali e del nostro bagaglio culturale, e se possiede una propria identità peculiare e un valore culturale i quali si riflettono in chiunque vi si relazioni, da abitante permanente o da visitatore temporaneo, la descrizione del paesaggio – non necessariamente artistico-letteraria, anche solo mentale, di chi vi sta e lo sta osservando cercando di comprenderlo – diventa la descrizione di noi stessi. Cioè qualcosa di determinante e fondamentale per ciò che noi siamo. Ecco perché è così importante saper percepire e capire il paesaggio: è una pratica che come poche altre sa dare un senso a noi che lo viviamo, alla nostra vita.