Bosco Gurin, un esempio da seguire

Bosco Gurin è uno dei più bei villaggi di montagna del Canton Ticino e dell’intera Svizzera: con i suoi 1504 m di quota è il comune più alto del cantone ed è l’unico ticinese in cui si parla tedesco come prima lingua. Nato nel Duecento come colonia walser, oggi con 60 abitanti residenti, ha saputo conservare un’identità culturale e di luogo assai intensa e ancora saldamente connessa alle proprie radici walser, che si manifesta visibilmente fin dagli elementi minimi e basilari che formano il paesaggio locale antropizzato oltre che, naturalmente, nell’architettura tradizionale fatta di torbe, stalle antiche, gadumtschi (le costruzioni in muratura fatte di sassi a secco e con tetto di piode) e case tradizionali nonché nella lingua parlata o nei toponimi in tipico idioma locale “Ggurijnartitsch” che segnano il territorio, come Grossalp, Zum Schwarza Brunna, Bann, Martschenspitz e Ritzberg, solo per citarne alcuni. Infine non mancano le leggende, come quella che racconta del Weltu, mitico personaggio dai piedi girati al contrario che vive nei boschi attorno al villaggio.

Ma Bosco Gurin presenta anche un interessantissimo modello di gestione condivisa del territorio che negli anni si è rivelato assai efficace: quello dell’Associazione Paesaggio Bosco Gurin, piattaforma progettuale locale formata attualmente da quattro membri rappresentanti degli enti di Bosco Gurin che si occupano concretamente della gestione del territorio, dai rappresentanti delle aziende agricole locali, da un coordinatore e da un segretario-cassiere. Gli enti associati sono il Comune ed il Patriziato di Bosco Gurin, l’Associazione Walserhaus Gurin e l’Associazione per Bosco Gurin – sostanzialmente quelle che operano in maniera continuativa nel territorio.

Costituita il 14 marzo 2006 con l’obiettivo prioritario di attuare il “Programma di gestione del paesaggio (2006–2010)”, che rientrava nell’ambito del progetto “Interreg IIIB” denominato “Walseralps” (con il coinvolgimento di dieci entità Walser di Svizzera, Italia, Austria, Liechtenstein e Francia) e che prevedeva sull’arco di cinque anni investimenti nei settori “beni culturali e architettonici”, “natura e agricoltura” e “svago e turismo”, l’Associazione Paesaggio Bosco Gurin nel tempo ha ampliato e strutturato in maniera completa la propria azione gestionale del territorio. Per essere chiari e rapportarsi alla similare realtà italiana, l’associazione elvetica è ben più di una Pro Loco italiana, assumendo anche funzioni politiche, decisionali in senso amministrativo e di azione fattiva sul territorio, in un certo senso facendo del termine “paesaggio” che ha nel proprio nome l’oggetto e il soggetto fondamentale del suo operato nella matrice più pienamente antropologica, ovvero più compiutamente culturale, del termine stesso, anche per come l’Associazione lo renda solidale alla comunità locale e alla vita quotidiana di essa nel territorio.

Nel concreto, l’Associazione Paesaggio Bosco Gurin si occupa di far conoscere e valorizzare il Comune di Bosco Gurin unitamente al suo patrimonio culturale, architettonico e artistico, inclusa la cura e la gestione dei relativi itinerari turistico-culturali nonché della pubblicazione di materiale editoriale su tali temi, di promuovere la conservazione e il ripristino del territorio naturale così come degli edifici e dei manufatti esistenti nel Comune di Bosco Gurin, del concreto recupero conservativo dei manufatti storici che compongono il villaggio e i suoi dintorni, di sviluppo e valorizzazione della filiera agro-alimentare e di creazione di attrattive agrituristiche in loco, della gestione sostenibile del paesaggio con valorizzazione degli ambienti naturali, agricoli e degli insediamenti tradizionali del paesaggio di Bosco Gurin,  di valorizzazione di biotopi di particolare pregio situati sul territorio del comune, di attività museale e ecomuseale correlata alla tradizione storica locale oltre che di numerose altre attività pratiche a corredo dei citati ambiti di azione.

Quello di Bosco Gurin è un modello estremamente interessante di gestione di un territorio di montagna, come ribadisco: dal punto di vista culturale in primis ma con nel nucleo di tale attività primaria un ineludibile valore politico, d’altro canto insito in ogni attività che generi effetti nella realtà del territorio e di chiunque lo viva. Ciò anche per la sua caratteristica di inclusione e condivisione dell’operato, da cui deriva così anche un importante valore identitario di natura culturale legato al luogo e alle sue valenze, quindi assolutamente positivo, virtuoso e certamente costruttivo per il futuro del villaggio e del suo territorio. Un modello da imitare, dunque? Forse sì, senza dubbio un esempio – non così diffuso, altrove e sulle montagne italiane in primis – da conoscere e al quale ispirarsi contestualizzandolo e armonizzandolo al territorio nel quale si vuole applicare. Credo che potrebbe rappresentare una preziosa esperienza progettuale e un altrettanto importante volano per la salvaguardia e la valorizzazione virtuosa, oltre che finalmente innovativa (ovvero svincolata da logiche di “gestione” e “sviluppo” ormai superate e sovente perniciose), di molte località montane e della loro affascinante ma al momento bistrattata – o maltrattata – realtà.

Per saperne ancora di più sull’Associazione Paesaggio Bosco Gurin, cliccate sull’immagine in testa al post. Per informazioni utili alla visita di Bosco Gurin, cliccate qui.

I “monti” delle città, e viceversa

Ogni tanto è bello andare in visita anche a “rilievi” diversi dal solito, che d’altro canto rappresentano a tutti gli effetti – pur a loro modo – delle cime per il territorio in cui si trovano. Ad esempio, nell’orizzonte della pianura cremonese spicca la “vetta” del Torrazzo, alta 158 m (112,54 + 45 ovvero la quota cittadina, con arrotondamento), che rappresenta la massima sommità della provincia di Cremona la quale, altrimenti, si dovrebbe accontentare di una quota massima di soli 110 m, già. La vedete nelle mie immagini lì sopra: versante Sud e versante Nord, ecco.

Facezie a parte (ma nemmeno tanto, poi), da appassionato studioso di cose di montagna visito spesso città piccole e grandi – ne ho anche scritto, come forse saprete, e a volte qualcuno resta anche sorpreso di questa mia attività letteraria apparentemente antitetica. Tuttavia so benissimo che un altro di quei paradigmi deviati e devianti che ancora vengono ritenuti validi oggi è quello che contrappone le montagne alle città, in senso culturale e antropologico anche più che architettonico e urbanistico: un malinteso perpetrato per troppo tempo e rivelatosi estremamente nocivo per la parte montana, quando invece, prima che si avviasse l’urbanizzazione moderna e contemporanea dei monti, erano questi a rappresentare in modo più compiuto un’idea di “residenza metropolitana” – idea ripresa e sviluppata oggi nel concetto di “metro-montagna” elaborato in primis da Giuseppe Dematteis (ne ho parlato anche qui). Di contro, è ovvio che negli agglomerati urbani si possono ritrovare e studiare gli elementi più evidenti ovvero più critici della socialità contemporanea in relazione al luogo vissuto, la quale inevitabilmente viene poi “trasportata” anche nei piccoli villaggi sui monti ovvero in luoghi totalmente differenti sotto ogni aspetto, generando dunque relazioni diverse con chi li abita e li frequenta, non di rado più problematiche proprio in quanto incoerenti. Il malinteso suddetto è nato proprio nel momento in cui s’è rotto (o non si è sviluppato) il dialogo equilibrato tra i due ambiti, città e montagna, ed il primo è stato reso soverchiante sul secondo in forza di un errato e arrogante atteggiamento di superiorità, tanto presunta quanto del tutto immotivata (salvo forse che per motivi prettamente tecnologici).

Non è dunque un controsenso che io mi occupi di cose di montagna e scriva libri sulle città; credo sia ben più un controsenso considerare ancora disgiunti e antitetici i due ambiti, salvo che nelle ovvie particolari peculiarità. Forse, più che continuare a dare peso alle differenze tra i due ambiti, si dovrebbe ritrovare il valore delle possibili e potenziali similitudini, che nella forma saranno da adattare ai diversi contesti ma nella sostanza rispondono agli stessi principi socioculturali e antropologici, quelli alla base della relazione tra abitanti (di breve o lungo periodo) e luogo abitato. In fondo l’uomo di città non è differente da quello di montagna, semmai usa differenti strumenti culturali per considerare e elaborare i luoghi che frequenta ma l’uso di quegli strumenti è prettamente antropologico, appunto, dunque pressoché identico. Riconnettere dunque la città con la montagna, e la montagna con la città, è una pratica doverosa e razionale tanto quanto benefica per entrambi: ambiti uniti nella diversità e connessi nella costruzione, ciascuno apportando le proprie migliori prerogative, di una via di vita e di abitazione comune del mondo, che di montagne e parimenti di città è fatto e non solo delle une o delle altre.

En passant, poi, frequentare la città con la sua fremente vitalità antropica, i suoi rumori, la sua confusione e le strade e le luci e la socialità e quant’altro di “urbano”, serve anche per apprezzare meglio la solitudine, il silenzio e la quiete, le peculiarità naturali, i paesaggi e gli orizzonti e ogni altra dote della montagna, quando ci si torna. E viceversa, ovviamente.

Un leone di 200 anni

Il Löwendenkmal. Soltanto la bella scultura d’un leone in una falesia rocciosa, verrebbe da dire… Ovvero, con meno superficialità, il monumento creato dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen in memoria dei soldati svizzeri caduti in difesa del Re di Francia nella battaglia delle Tuileres, nel 1792. Comunque una sorta di mausoleo all’aperto come se ne possono trovare tanti, in giro per il mondo…
Invece vi è di più. Un di più che non è da vedere e cogliere nello sguardo, ma da percepire e comprendere con lo spirito fin da quando ci si avvicina al minuscolo parco che cinge il monumento, e che quasi inaspettatamente ci si ritrova davanti, in mezzo al traffico e ai palazzi cittadini… Entrandovi senza far caso alla pletora di soliti banali negozi di souvenir, come guidati da un profumo intenso di tabacco da pipa, o di sigaro… Da una folta capigliatura, e da affabili baffi… Dalla figura nobile e vivace di Mark Twain, e dalle sue parole…
The Lion lies in his lair in the perpendicular face of a low cliff — for he is carved from the living rock of the cliff. His size is colossal… – Il suo atteggiamento è nobile. La sua testa è china, la lancia spezzata si conficca nella spalla, la zampa si poggia sopra e protegge i gigli di Francia. (…)
Intorno sono alberi verdi e l’erba. Il posto è un protetto, riposante angolo boscoso, lontano dal rumore, dal trambusto e dalla confusione – e tutto questo è giusto, che un leone muoia in un luogo del genere e non su piedistalli di granito nelle piazze recintati con fantasiose ringhiere in ferro. Il Leone di Lucerna sarebbe impressionante ovunque, ma in nessun luogo così impressionante da dove si trova. [1] (…) È il più triste e commovente blocco di pietra del mondo.
Scrivendo ciò nel suo celebre A tramp abroad, il grande scrittore americano colse perfettamente l’essenza profonda di questo monumento. Sulle sue orme, e nella sua scia, mi reco al suo cospetto ogni volta che arrivo qui, entrando nel piccolo parco con passi lenti e leggeri, cercando di ignorare il vociare troppo rumoroso delle consuete comitive presenti che vi si approcciano come ad un’altra delle tante attrattive turistiche della città. Osservo la roccia scolpita in silenzio, scatto fotografie già scattate altre volte e ne sono consapevole, ma è come se cercassi ogni volta di catturare, attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, almeno un poco della sacralità che questo luogo emana, la quale non ha nulla di “religioso” – non in senso classico e ovvio – e che va oltre la sua precipua natura commemorativa per diventare qualcosa di più ampio, di più intenso e universale. Come se l’espressione triste e struggente del leone di roccia, realmente commovente alla massima potenza, raffigurasse ed esternasse in qualche modo tutta la malinconia del nostro mondo moderno, l’afflizione per quanto vi è in esso di deleterio, di sventurato, e lo sapesse fare – in ogni modo lo si osservi – senza alcuna vuota retorica qui, in una delle città più belle ovvero meno tristi, dacché dotata di così grande avvenenza urbana per ogni visitatore, dell’intera Europa.
Sotto certi aspetti, ciò che il Kapellbrücke è per Lucerna i e suoi abitanti, il Löwendenkmal lo è su scala globale. Solo un leone scolpito nella dura roccia, appunto, ma in grado di scolpirsi in modo ugualmente indelebile in ogni spirito sensibile.

[1] “Il Leone giace nella sua tana sulla parete a perpendicolo di una bassa scogliera – dacché è scolpito nella viva roccia della scogliera. La sua dimensione è colossale…”. Il testo originale della restante citazione tradotta è il seguente: “…his attitude is noble. His head is bowed, the broken spear is sticking in his shoulder, his protecting paw rests upon the lilies of France. (…) Around about are green trees and grass. The place is a sheltered, reposeful woodland nook, remote from noise and stir and confusion — and all this is fitting, for lions do die in such places, and not on granite pedestals in public squares fenced with fancy iron railings. The Lion of Lucerne would be impressive anywhere, but nowhere so impressive as where he is.

Così, nel mio Lucerna, il cuore della Svizzera, ho raccontato il celeberrimo Leone di Lucerna che proprio oggi compie 200 anni, dato che fu inaugurato il 10 agosto 1821. Volutamente, nel narrare il mio incontro con il monumento ho tralasciato tutto il sovraccarico di pseudo simbolismi politico-ideologici che per qualcuno lo caratterizzano nonché la sua storia controversa (che potete approfondire qui). Resto ben distante da tali argomentazioni e, dalla prima occasione e ogni qual volta torno ad ammirarlo, conservo in me lo stesso sguardo e lo stesso spirito che con quelle parole così eloquenti Mark Twain ha saputo descrivere, per un luogo comunque sorprendente e profondamente affascinante il quale, ne sono certo, sa colpire chiunque e giammai con sovrascritture ideologiche del tutto fuori luogo ma con la sola, grande forza della sua materialità artistica nel sublime contesto urbano d’intorno.

Dunque buon compleanno, caro Löwendenkmal, e che la tua presenza in città resti solida come la roccia dalla quale affascini così intensamente tutti!

Montespluga, piccolo gioiello alpino

[Foto di Markus Spiske da Unsplash.]

Da tutte le parti rocce brulle e grigie, le cui cime erano coperte di neve, una valle dove per la neve non si vedeva uno stelo, per non parlare di arbusti o di alberi: in breve, un deserto pauroso, desolato, al di sopra del quale folate di venti italiani e tedeschi si scontrano e accumulano di continuo nuvole grigie, un deserto più orribile del Sahara e più prosaico della brughiera di Lünenburg.

Proprio no. A Friedrich Engels, il celebre filosofo tedesco sodale di Karl Marx, non piacque affatto la conca ove è situato Montespluga, poco sotto il passo omonimo tra Lombardia e Grigioni sul versante italiano (in comune di Madesimo, per la precisione), e in quel modo lo descrisse nel suo racconto Escursioni in Lombardia, pubblicato nel 1841 con lo pseudonimo di “Friedrich Oswald”. Probabilmente per un giudizio così inquietante giocò il fatto che Engels transitò da quelle parti in primavera, che lassù significa ancora inverno pieno (anche oggi, nonostante il cambiamento climatico), e probabilmente in una giornata dalla meteo non tanto favorevole.

Di contro è vero che la piana di Montespluga, a quel tempo occupata per buona parte da magri pascoli e torbiere (come si può vedere nel dipinto del 1823 sopra pubblicato) e oggi dal bacino artificiale dell’omonimo lago, così circondata da monti non elevatissimi ma assai aspri, ricchi di gande, totalmente priva di alberi e costantemente spazzata dai venti che dalla valle elvetica del Reno si incanalano e penetrano – non di rado con veemenza – in quella che sul versante italiano scende verso la Valchiavenna e il Lago di Como, conserva un aspetto rude, ostico, quasi nordeuropeo, apparentemente poco ospitale.

[Foto di Martina Mainetti da Unsplash.]
Ma al di là delle arcigne condizioni ambientali che caratterizzano la zona, o forse anche in forza di quelle e dell’innegabile fascino che donano al luogo e allo spirito dei viaggiatori più sensibili (checché ne dicesse Engels), Montespluga rappresenta un piccolo ma sublime gioiello, tra i villaggi montani di questa porzione delle Alpi. Per il paesaggio potentemente alpestre, appunto, per il suo ambiente naturale “primordiale”, per le montagne d’intorno le quali, a fronte della non esagerata altezza, possiedono peculiarità interessanti – ad esempio alcuni ghiacciai sui versanti meridionali, quasi una rarità ormai – per la storia millenaria dei transiti lungo questo corridoio alpino (qui fin dal I secolo a.C. passava la romana Via Speluca, che univa Milano con Lindau) nonché per l’altrettanto notevole fascino della strada che valica lo Spluga, uno dei capolavori ingegneristici di Carlo Donegani (del quale vi ho già detto qui). Per tutto questo, senza dubbio, ma forse anche più perché il suo aspetto da autentico “villaggio di frontiera” – in senso geografico, ambientale, antropologico oltre che amministrativo, visto che sullo Spluga la frontiera in effetti c’è – è rimasto sostanzialmente immutato da più di un secolo a questa parte, come si può ben vedere dalle immagini “comparative” che vi propongo qui sotto.

Ovviamente molti degli edifici sono stati ristrutturati, alcuni nuovi se ne sono aggiunti ma pressoché nulla, miracolosamente (visti altri “casi” alpini sul tema), ha turbato l’armonia antica del luogo così come di conseguenza, la relazione con esso di chiunque lo viva, residente o viandante, preservandone il profondo ed emozionante fascino. Si può anche pensare di intravedere, in uno degli alberghi più antichi di Montespluga, le fattezze della Cà de la Montagna, edificio nel quale almeno dal Seicento, se non prima, trovavano riparo viandanti e animali da soma che affrontavano la traversata dello Spluga, e che ha fornito il toponimo locale del luogo dove è situato il villaggio, Pian della Casa.

Montespluga è bello da visitare in ogni momento dell’anno – salvo quando sia sepolto da metri di neve ma in tal caso il problema è semmai raggiungerlo, posta la chiusura della strada dello Spluga – tuttavia, tra l’avvolgente e silente quiete invernale e la vivacità a volte esagerata dell’estate, quando da e per lo Spluga transita un traffico turistico notevole, vi consiglio di visitarlo nelle “mezze stagioni” (contando che ci siano ancora!): magari a giugno, quando i prati della conca brillano già di un verde intenso che s’intona magnificamente al blu scintillante delle acque del lago mentre i monti sono ancora ammantati di neve, oppure a settembre, quando diventa visibilissima e sorprendente la trasformazione del paesaggio il quale dopo i fulgori estivi si prepara all’inverno prossimo mentre il traffico veicolare ormai diminuito di molto sulla strada del passo agevola la quiete e una condizione di piacevole e intensa meditazione spiritual-paesaggistica.

[Immagine tratta da www.viaggiarenews.com.]
Insomma: proprio no, io con le impressioni di Friedrich Engels su Montespluga non mi trovo affatto d’accordo. Sarà che ho passato molte estati della mia infanzia e fanciullezza lì vicino, a Madesimo, e dunque la zona la conosco e l’apprezzo da sempre, relativamente alla mia esistenza, oppure sarà che effettivamente l’alta Valle Spluga possiede caratteristiche peculiari sotto molti punti di vista e un paesaggio che facilmente emoziona chiunque vi transiti. Tuttavia, sia quel che sia, Montespluga è veramente un piccolo gioiello antropico-alpino da godere, dal quale farsi affascinare e per il quale augurarsi che possa salvaguardarsi nella sua così particolare essenza ancora a lungo, sempre vivo, giammai museificato ma quale manifestazione assai virtuosa e potentemente emblematica della presenza umana nei più elevati e “difficili” territori delle Alpi.

P.S.: le immagini sono tratte da (dall’alto in basso e dove non già indicato in didascalia): commons.wikimedia.org, albergopostaspluga.it, bellitaliainbici.it, commons.wikimedia.org, tripadvisor.it, albergopostaspluga.it, it.wikipedia.org.

 

Tellin’ Tallinn. Storia di un (costante) colpo di fulmine urbano

«Il viaggio è la meta», si usa dire spesso. Ma qual è la meta di un viaggio autentico?
Il libro che vedete qui sotto racconta la storia di un viaggiatore che in principio non sa di essere tale e di un viaggio all’inseguimento di una chimera – una donna, un vago ricordo passionale, una sensazione confusa e forse equivoca di piacere – verso una meta quasi sconosciuta per il protagonista e per molte persone, al di là degli ordinari slogan turistici: Tallinn, la capitale dell’Estonia, una città di multiforme bellezza, affascinante e armoniosa, non altezzosa ne supponente ma pure, al di sotto della sua epidermica avvenenza urbana, per certi aspetti tormentata, come ogni autentico fascino dev’essere quando voglia smuovere non solo i sensi ma pure l’animo, nel profondo. Ma quel viaggio inizialmente “casuale” diventa per il protagonista sempre più importante, ad ogni passo attraverso Tallinn, a ogni via esplorata, ad ogni piazza, scorcio, palazzo, a ciascun incontro con la storia della città e coi suoi abitanti che gli raccontano storie intense e sorprendenti.
In fondo la relazione che l’uomo, creatura intelligente ed emozionale, intesse con i luoghi, è per certi versi simile a quella d’amore, che quando si fa intensa sprofonda fino al centro dell’animo con il guizzo potente del colpo di fulmine. Ciò accade anche col viaggio nella sua più piena e autentica essenza: la relazione con il luogo che ne è meta diventa fisica, intensa e avvolgente, ben oltre il mero piacere ludico del viaggiare. Perché il vero viaggio è quello che avviene innanzi tutto dentro il viaggiatore, e se la destinazione è una città dal fascino sorprendente e pressoché unico come Tallinn, allora il viaggiatore e il luogo, come due passionali amanti, divengono magicamente una cosa sola – un’unica meta.

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita da marzo 2020 in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg. Cliccate invece sul libro qui sopra per acquistarlo direttamente nel sito di Historica Edizioni.

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