Il nostro amore per le montagne non ha come oggetto meri cumuli di rocce, terra e sassi modellati dall’orogenesi, ma dei luoghi carichi di simboli e di storie, di immagini e metafore, di paradigmi culturali che costruiscono e modificano la nostra visione e percezione del mondo e di noi stessi. Le Alpi sono sempre più delle isole di biodiversità naturali e culturali assediate da un’umanità posseduta dalla smania di addomesticare e trasformare ogni cosa in merce. Di asservire per il proprio interesse e divertimento ogni luogo rimasto a testimoniare il valore in sé del pianeta che ci ospita. Per la prima volta nella nostra storia di “Homo sapiens” accade che siamo in grado di sconvolgere gli equilibri climatici cha garantiscono la nostra sopravvivenza specifica. Questo potere, moltiplicato dalla crescita demografica e dagli strumenti della tecnica, ci impone un adeguato progresso etico per frenare l’avidità e l’hybris che ci spingono ad impadronirci d’ogni cosa. Abbiamo la responsabilità di educarci alla sobrietà, ad un comportamento che rispetti gli altri viventi, che ricerchi il modo di produrre benessere senza distruggere le condizioni per renderlo accessibile anche agli altri e ai posteri.
Diego Cason e Annibale Salsa, “Economia montana e politiche territoriali di sviluppo”, relazione presentata al 101° Congresso Nazionale del Club Alpino Italiano, “La Montagna nell’era del cambiamento climatico”, Roma, 25-26 novembre 2023. Trovate la relazione completa, la cui lettura trovo parecchio interessante e istruttiva (anche in forza del prestigio dei due relatori che l’hanno elaborata), qui. Avrò occasione di scriverne ancora, più avanti.
Il problema della cura e del rispetto per il paesaggio è un fatto intimo, da riportare alla coscienza individuale, anche se rientra tra i grandi fatti territoriali, collettivi e addirittura planetari. Non servono prediche, indicazioni disciplinari pesanti, ma solo la lieve carezza di uno sguardo verso il maggiore dei doni che ci sono stati dati sulla Terra e che quindi deve essere amato e rispettato, come bene sacro, troppo spesso tradito in cambio di beni puramente materiali.
Queste parole della più importante figura italiana in assoluto di studioso del paesaggio, quale Turri fu, sono tra quelle che cito più spesso nei miei incontri pubblici nei quali disserto della relazione tra noi e i paesaggi nei quali viviamo. In esse Turri compendia il valore fondamentale e inestimabile che possiede il paesaggio correlandolo all’altrettanto fondamentale atteggiamento di cura che noi dobbiamo manifestare verso di esso – noi singoli individui, abitanti, residenti, visitatori occasionali, società civile, ben prima di qualsivoglia istituzione – esattamente come lo manifesteremmo per un bene prezioso al quale teniamo in modo assoluto e per il quale non potremmo ammettere nessun deterioramento anche minimo.
Ciò troppo spesso non accade, inutile dirlo.
Sovente non sappiamo più palesare quella «lieve carezza di uno sguardo» indicata da Turri. Cioè osservare il paesaggio, non solo vederlo, dunque comprenderlo con sensibilità, tornare a riconoscerne la sua matrice culturale (come d’altro canto fa la Convenzione Europea del Paesaggio fin dal suo primo articolo) che, appunto, ce lo rende così importante: perché è la nostra cultura, di noi che lo abitiamo. È ciò che siamo stati e siamo, e fa intuire ciò che saremo in futuro. Il paesaggio è noi e noi siamo il paesaggio, insomma: un concetto ineludibile che, a sua volta, fa da fulcro a tutte quelle mie dissertazioni pubbliche e che ogni volta provo a rendere chiaro, comprensibile, imprescindibile.
P.S.:qui trovate i vari articoli che nel tempo ho dedicato a Eugenio Turri e al suo lavoro.
Ci sono stati due grandi fenomeni naturali che, nello spazio e nel tempo, hanno modellato le nostre montagne, in particolar modo le Alpi, e “disegnato” la loro morfologia che poi nei secoli più recenti l’uomo ha cominciato ad abitare.
Il primo è legato alle grandi glaciazioni del Pleistocene, ultima delle quali è stata quella di Würm, avvenuta tra 110000 e 11700 anni fa, che hanno scavato la gran parte delle valli alpine. Il secondo, correlato al primo, è quello delle grandi grane, che in scala differente ma non meno modificante hanno cambiato i connotati di molte di quelle valli, con franamenti in certi casi talmente ciclopici da aver distrutto interi versanti montuosi, ricollocatisi altrove a valle (ne ho scritto al riguardo qui). Senza che oggi ce ne possiamo quasi rendere conto – salvo che per i fenomeni più recenti – molto probabilmente quando viaggiamo attraverso le Alpi o visitiamo le loro località, transitiamo e sostiamo sopra grandi accumuli di materiale franato, ormai rivegetati, e al contempo osserviamo un panorama d’intorno che facilmente secoli o millenni fa, prima che le frane lo modificassero, era differente.
L’intera catena alpina è ricca di questi fenomeni franosi; la zona tra il Passo del Maloja e quello del Gottardo, lungo le Alpi Lepontine e Retiche a cavallo tra Italia e Svizzera, lo è in modo particolare, presentando frane di ogni genere e taglia, tra le quali alcune delle più grandi in assoluto e altre divenute celebri per le conseguenze che hanno causato ai territori coinvolti. Non a caso, dunque, proprio a Chiavenna, località tra le principali della regione alpina appena descritta, ha sede il Centro Internazionale Grandi Frane Alpine, ente scientifico nato con l’obiettivo di studiare e documentare le grandi frane alpine, creando un polo scientifico-culturale transfrontaliero e promuovendo la cultura della prevenzione, con un ruolo formativo e museale legato ai disastri e ai paesaggi da essi creati. In tal senso, nel 2023 è stato inaugurato il percorso escursionistico Amalpi Trek (“Amalpi” è un nome nel quale si contrae la formula «Alpi in movimento, Movimento nelle Alpi»), la cui percorrenza – suddivisa in 10 tappe con alcune varianti possibili – illustra le vicende delle numerose grandi frane che hanno colpito i territori delle valli lepontine e retiche trasformandole in risorse culturali naturali. Il percorso è raccontato dal libro-guida Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo, (Milano University Press, 2023), curato dai geologi e docenti Tiziana Apuani e Cristian Scapozza, che elenca percorsi e peculiarità di tutte le tappe con un focus, ovviamente, sulle frane visibili e visitabili – alcune veramente eccezionali e dalla storia affascinante, seppur in certi casi tragica – ma anche sulle rilevanze storiche, artistiche, culturali e antropologiche dei territori attraversati. Un libro veramente bello ed estremamente interessante, in grado di offrire una sorta di storia “alternativa” delle Alpi […]
[Il paese di Piuro, nella Val Bregaglia italiana (provincia di Sondrio) prima e dopo la frana del 4 settembre 1618. Veduta tratta da “Itinerarium Italiae Nova Antiqua” di Martin Zeiller e Mattheus Merian, Francoforte, 1640.](Potete leggere la recensione completa di Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardocliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Nel gennaio 2021 pubblicai un articolo (questo) nel quale presentai il progetto della nuova palestra di arrampicata di Campodolcino (Valle Spluga, provincia di Sondrio) dell’amico architetto Enrico Scaramellini; all’epoca il cantiere non era stato ancora aperto. Descrivevo il progetto come «un intervento che cerca e trova un’armonia materiale con le forme e le peculiarità fisiche del territorio d’intorno ma pure una consonanza immateriale, di concetto, pensiero e percezione, così che il nuovo edificio si identifichi nelle montagne che lo circondano e le montagne si identifichino in esso».
I lavori sono poi effettivamente partiti nel 2022: la palestra è stata completata nel 2023, inaugurata a maggio 2024 e da allora a oggi ha ricevuto una sfilza di riconoscenti e prestigiosi premi, ad esempio nel 2024 il progetto è stato selezionato in rappresentanza dell’Italia tra i cinque per ciascuna nazione al Piranesi Award in Slovenia; ha vinto, sempre nel 2024, il primo premio ne “I luoghi per lo sport” di Inarch Piemonte; quest’anno ha ricevuto la menzione d’onore all’Alpi Design Award nella categoria “Architettura e Ambiente” e si è classificato al primo posto al Festival “Abitare minimo in montagna” nella sezione Architettura minima. Nel frattempo numerose riviste di architettura in giro per il mondo ne hanno scritto e l’opera è diventata materia di studio in molte università.
Ma in quell’ormai lontano 2021, quando la palestra era ancora un progetto sulla carta, non fui per nulla bravo, io, o preveggente o più lungimirante di nessun altro nel pensare del progetto di Sacaramellini ciò che poi scrissi e nel vedere quelle particolarità che poi sono diventate parte delle motivazioni dei numerosi riconoscimenti ricevuti dalla palestra. Molto più banalmente, è stato il progetto a dichiararsi da subito così importante e significativo, in un modo che credo molti altri avrebbero potuto intuire e comprendere. Di fronte tanti, troppi progetti edili e infrastrutturali realizzati ovvero concepiti nei territori montani palesemente brutti e fuori luogo, la Spluga Climbing Gym (questo il nome effettivo) di Scaramellini si è da subito manifestata come un’opera ben pensata e altrettanto ben fatta, una realizzazione esemplare della necessità di tornare a costruire sui monti cose umane che siano in relazione realmente armonica con il loro paesaggio, con la dovuta e ineluttabile consapevolezza delle culture storiche locali e delle potenzialità future coerenti con i luoghi, le geografie fisiche e umane, le risorse ambientali, l’ecologia e l’economia del luogo (termini ben più affini di quanto si creda, come palesa il prefisso e ribadisco di frequente) e con un rinnovato e rivitalizzato concetto di Heimat – se posso usare tale idea – in quanto “luogo dove stare bene”, da residenti tanto quanto da visitatori, nel quale percepire quella citata armonia tra presenza umana, storica e attuale, e territorio naturale che, appunto, fa sentire bene nel luogo e gradevolmente accolti nel suo ambiente, contribuendo ad apprezzarne ancor più le sue specificità.
[Uno degli ultimi premi nel quale la Spluga Climbing Gym è tra le opere finaliste, il BigMat International Architecture Award.]Dunque non posso che ribadire una volta ancora i miei più complimenti e l’ammirazione per il lavoro di Enrico Scaramellini e per la visione della presenza e della residenza umana nei territori montani che sa esplicare nei suoi progetti. Emblematici e esemplari non solo in tema architettonico ma, ben più in generale, riguardo la vita presente e futura in montagna.
Nell’immagine qui sopra potete vedere quella che è la prima raffigurazione in assoluto di un ghiacciaio delle Alpi. È datata 9 luglio 1601 e mostra il Rofener Eissee, un bacino che si formò quando la lingua glaciale del Vernagtferner, uno dei più grandi ghiacciai delle Alpi Venoste in Tirolo a poca distanza dal confine italiano, nella Piccola Era Glaciale (cioè dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo) avanzò fino al fondovalle della Rofental, a una quota di circa 2100 m, e la sbarrò completamente. Si formò così un grande lago, lungo 1,5 km e con un volume di acqua di 11 milioni di m3 sulla cui superficie navigavano numerosi iceberg di ogni taglia.
Tale circostanza, nel luglio 1601, indusse le autorità tirolesi a inviare una missione di indagine e sorveglianza del fenomeno «affinché la valle Ötztal e soprattutto la valle dell’Inn non subissero alcun danno». La raffigurazione del ghiacciaio e del lago proglaciale, attribuita a Abraham Jäger e custodita presso il Tiroler Landesmuseum di Innsbruck, correda i resoconti di quella missione “glaciologica” primigenia, che tuttavia non poté fare nulla contro le numerose esondazioni del Rofener Eissee che si susseguirono fino a metà dell’Ottocento, spesso in modi catastrofici e con ondate di piena che giunsero persino a Innsburck, a più di 100 km di distanza.
[Un panorama recente del Vernagtferner. Immagine tratta da http://vernagtferner.de/.]La storia così drammatica del Vernagtferner l’ha reso uno dei ghiacciai più osservati e studiati delle Alpi, cosa che contribuì qui più che altrove a gettare le basi della moderna scienza glaciologica. Le frequenti avanzate e ritirate della fronte destavano tanto interesse negli scienziati quanta preoccupazione negli alpigiani, che sovente e in pochi anni vedevano sparire i loro pascoli sotto il ghiaccio avanzante generando fervide suggestioni e alimentando quelle tipiche superstizioni che immaginavano i ghiacciai come dei mostri ciclopici dal corpo di ghiaccio che periodicamente scendevano dalle montagne più alte per distruggere e/o “castigare divinamente” i poveri valligiani sottostanti. Al riguardo ho trovato una bellissima illustrazione (la vedete qui sotto), una sorta di graphic novel ante litteram del disegnatore Rudolf Reschreiter datata 1911, che raffigura il geografo e naturalista tedesco Sebastian Finsterwalder, il padre della fotogrammetria glaciale (la tecnica che utilizza la fotografia per ricostruire superfici tridimensionali a partire da foto bidimensionali), il quale viene aggredito, ingoiato e poi sputato dalla mostruosa fronte del Vernagtferner durante una delle ultime avanzate del ghiacciaio.
Ancora oggi il Vernagtferner è uno dei più estesi apparati glaciali delle Alpi Orientali nonostante la fortissima perdita di massa e di superficie che ha causato la scissione del ghiacciaio in due parti, occidentale e orientale, non più collegate: rispetto al fondovalle della Rofental che aveva “tappato” e che raggiungeva fino a metà Ottocento, oggi la fronte del Vernagtferner si trova a più di 4 km di distanza e a una quota superiore di quasi 700 metri.
[Foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Particolarmente emblematiche – e inquietanti – sono le immagini che mostrano la vallata glaciale ad un secolo di distanza nei pressi del Rifugio Vernagthütte, a 2755 m di quota. L’immagine superiore è del 1915 e mostra una lingua glaciale ancora ben gonfia e imponente a poca distanza dal rifugio e quasi alla stessa altezza. Quella inferiore è invece del 2020: il ghiacciaio è scomparso e la Vernagthütte (nel circolo giallo) si trova a più di 150 metri sopra al fondovalle ove scorre il torrente di ablazione. Secondo le previsioni basate sull’attuale andamento climatico, entro pochi decenni il Vernagtferner, un tempo così enorme e minaccioso, si frammenterà in tanti piccoli apparati i quali, posta anche l’esposizione meridionale del loro versante e nonostante l’altitudine superiore ai 3500 m, finiranno per fondere e sparire completamente.