Perdersi è una questione di metodo

[Una strada nel deserto del Kazakistan. Immagine tratta da cyclingelsewhere.com, cliccateci sopra per la fonte originale.]

Perdersi è una questione di metodo, richiede costanza, applicazione e una buona dose di scetticismo: i navigatori satellitari alle volte vanno contro l’evidenza. Per cui se la strada diventa poco più di una traccia nel nulla e lui continua a indicare ostinatamente quella direzione, qualche dubbio te lo devi far venire. Ma forse noi uomini del XXI secolo non siamo più abituati a guardare una mappa e a capire dove è l’Est e dove è l’Ovest, da tempo abbiamo abdicato al nostro senso dell’orientamento per la comodità oggettiva di un navigatore che ci porti da A a B senza badare a quel che sta in mezzo.

(Tino Mantarro, Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale, Ediciclo Editore, 2019, pag.45.)

Ricevere toponimi in eredità

[La Cima Sosto domina il villaggio di Olivone in Valle di Blenio, Canton Ticino, Svizzera. Foto di Markus Bernet, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte: commons.wikimedia.org.]
Di toponomastica me ne occupo spesso e ne ho scritto più volte – qui potete trovare una “rassegna stampa” degli articoli al riguardo – perché la ritengo un elemento di imprescindibile importanza nella relazione tra noi tutti e il mondo che viviamo. Anzi, per meglio dire: se i segni antropici sul terreno (dal labile sentiero fino ai più grandi manufatti) sono la referenza materiale fondamentale che segnala la nostra presenza nello spazio vissuto, i nomi che diamo ai luoghi, ovvero a quei punti del territorio che, attraverso l’antropizzazione, identifichiamo identificandoci in essi, sono la referenza immateriale e, per molti versi, anche più importante della prima. Perché, come ha ben scritto Paolo Rumiz ne La leggenda dei monti naviganti, «Finché ci saranno i nomi ci saranno i luoghi»: è il toponimo, infatti, che innanzi tutto identifica e rende vivo (cioè vissuto) uno spazio, consentendo di relazionarci ad esso; senza il toponimo, e pur in presenza di segni antropici anche importanti che peraltro col tempo tenderanno inesorabilmente a scomparire, il luogo non è più compiutamente tale: diventa un mero documento geografico, reminiscenza di una geografia umana che, senza più referenza toponomastica, smarrisce la propria identità e svanisce nel tempo.

Grazie al sempre interessante e ricco di spunti “GognaBlog”, ho trovato un significativo articolo di Ruggero Crivelli, geografo e docente presso il Dipartimento di Geografia e Ambiente dell’Università di Ginevra, sul tema del retaggio toponomastico e della relativa memoria, pubblicato nel 2013 sulla versione on line del “Journal of Alpine Research | Revue de géographie alpine”, che si focalizza sul caso emblematico della Cima Sosto, in Canton Ticino (Svizzera), una montagna letteralmente tappezzata di toponimi d’uso prettamente locale ma profondamente significativi circa il rapporto storico con essa degli abitanti del luogo.
Vi propongo l’articolo di seguito. Buona lettura!

[Crediti dell’immagine: © Ruggero Crivelli. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Toponimia: una preziosa eredità

  1. Nel 2008, Mauro Corona pubblica un libro il cui titolo è I fantasmi di pietra. In questo suo libro, l’autore racconta storie di vita del suo villaggio, Erto, nella regione del Vajont, distrutto dall’alluvione del 1963 e praticamente abbandonato da allora. Con il pretesto di una visita sui luoghi della sua infanzia, di cui non restano che le rovine delle case e delle piazze, lo scrittore si sofferma in questo o in quel luogo e racconta: racconta spezzoni di una vita passata i cui protagonisti sono gente ordinaria della montagna. Incrocia i resti di pietra, dove la traccia delle intemperie si mescola con la vegetazione spontanea che a volte racchiude queste case e a volte le penetra dall’interno. Queste pietre sono i fantasmi di un passato che vive nella sua memoria: quello della sua adolescenza e della sua gioventù. A ogni angolo di strada, i fantasmi prendono la forma di un ricordo preciso: avventure dell’adolescente che scopre i primi stimoli del testosterone, avventure del giovane bracconiere e della sua banda di compagni, ecc. Queste pietre sono ciò che resta di uno spazio umanizzato! Sulla fotografia riprodotta, non vi sono pietre di fantasmi da estrarre dal passato ma nomi che assumono una funzione equivalente.
  2. Nominare è, senza dubbio, uno dei primi atti che un gruppo umano realizza identificando gli oggetti e i luoghi di cui si serve. La strutturazione delle pratiche spaziali si appoggia sulla coerenza esistente – e fin che esiste – tra il nome e gli oggetti. I toponimi, qui, sono i resti di ciò che costituiva una territorialità. Tuttavia, si tratta di resti fragili, perché il loro supporto non è la pietra, ma la memoria collettiva o individuale. Nel nostro esempio, questa fragilità della memoria territoriale è particolarmente visibile quando si confronta il luogo fotografato con la carta topografica. Questa, anche considerando una superficie più larga di quella che si potrebbe delimitare dall’immagine, indica solo due misure d’altitudine e il nome della montagna (Sosto), al quale si può ancora aggiungere due o tre altri nomi – in lingua veicolare, l’italiano – che suggeriscono una caratteristica generica del terreno (Boschetto; Parete di Pino, ecc.). Nel cartello fotografato, la medesima montagna è invece ricoperta da una trentina di nomi sulla parete propriamente detta e da più di una cinquantina in tutto: è l’espressione della pratica spaziale di una comunità per la quale anche il più piccolo filo d’erba era vitale, soprattutto  per la sua componente sociale più povera. In queste comunità montane non si esitava a salire sui luoghi più impervi e pericolosi per tagliare e raccogliere il fieno, non raramente a rischio della propria vita, come testimoniano i numerosi ex-voto che possiamo ancora vedere in chiese locali. Questa fotografia è dunque interessante nella misura in cui ci informa sull’uso dello spazio da parte di una società (agraria, montana e tradizionale, nel nostro caso): un vero e proprio uso capillare di uno spazio vitale. È pure interessante nella misura in cui ci informa sull’atto di denominazione: un atto essenzialmente funzionale e pratico (non vi è nessuna misura astratta, come quella metrica alla quale siamo oggi abituati). Non conosco il significato di tutte le parole, perché qui abbiamo a che fare con una toponimia vernacolare, ma riconosco alcuni termini dialettali che sono anche i miei: il nome del luogo riflette la propria natura, come Ra Buza, che rimanda ad uno scoscendimento; dul castellche rimanda ad un castello (e in quel posto vi era, nel Medio Evo, una torre appartenente ad un signore di un’altra valle), o ancora, termini come Pareit e Sott Pareit, dove il termine Sott indica la posizione (sotto), ecc. In altre parole, il nome informa su una società nella quale la conoscenza è strettamente legata alla pratica. Si sa perché si fa: chi non è del luogo (del gruppo!) non ne conosce il nome perché non lo frequenta.
  3. Tutta questa toponimia non esiste più oggi perché i gesti che la sottendevano non esistono più. Questi nomi sono fantasmi che informano sull’uso del territorio e questo cartello ha tanto più valore in quanto qualcuno ha voluto ricordarsi della ricchezza umana di questo frammento di spazio. Far parlare la toponimia vernacolare, oggi, significa resistere alla morale dominante che, «ridando» alla natura certi spazi montani, cancella la storia delle loro popolazioni. È cancellandola, essa maschera che ogni spazio naturale è uno spazio umanizzato. L’importanza dei resti (materiali o immateriali) della memoria territoriale risiede nel fatto che potrebbe essere un terreno d’incontro tra il geografo, il turista e l’abitante in un processo di rispetto delle culture.

 Bibliografia

  • Corona, Mauro, I fantasmi di pietra, Milano, Mondadori, 2008.
  • Lowehthal, David, Passage du temps sur le paysage, Gollion (CH), Infolio, 2008.
  • Roubault, Marcel, Peut-on prévoir les catastrophes naturelles?, Presses Universitaires de France, 1970.
  • Turco, Angelo, Verso una teoria geografica della complessità, Milano, Unicopli, 1988.

[Referenza originale dell’articolo: “Ruggero Crivelli, «Toponimia: una preziosa eredità», Journal of Alpine Research | Revue de géographie alpine (En ligne), Lieux-dits, mis en ligne le 04 février 2013, consulté le 22 juin 2021. URL: http://journals.openedition.org/rga/1876“].

La geografia, cribbio!

La frana di Val Pola del 28 luglio 1987 e il lago formatosi dallo sbarramento della valle. Cliccate sull’immagine per visitarne la fonte.

Nella testimonianza rilasciata a chi scrive dal Sig. Dario Giacomelli, ad esempio, viene ricordata la situazione di stupore e di interrogazione da parte degli abitanti di Sant’Antonio quando si leggeva (soprattutto sui giornali) o si diceva che la causa dello sgombero era la frana scoperta sul Monte Coppetto. Gli abitanti si chiedevano come potesse minacciare Sant’Antonio la frana di un monte che si trova più di 3 Km a nordest della Val Pola, quando addirittura non si chiedevano dove si trovasse il Coppetto. In effetti, ancora oggi, la frana della Val Pola è nota anche col nome erroneo di frana del Monte Coppetto. In realtà il versante interessato era quello orientale del Monte Zandila.

(Simone Angeloni, La frana della Val Pola. Cronaca geologica degli eventi in Valdisotto e in provincia di Sondrio dell’estate del 1987, in “Bollettino Storico Alta Valtellina” n.14, anno 2011, nota in pag.77.)

Eccone un altro, di esempio assolutamente lampante, di quali danni possa fare la scarsa conoscenza della geografia, per di più se applicata su scala locale. Eppure l’errata denominazione della tragica frana che, in quel luglio 1987 che sconvolse la Valtellina con una spaventosa serie di disastri e tragedie naturali, provocò la morte di 35 persone, è ancora oggi diffusa e utilizzata da buona parte dei media. E chissà poi perché la frana della Val Pola venne identificata proprio con l’oronimo del Pizzo Coppetto, che in quella zona non è nemmeno una delle vette principali, visto che poco più a Nord e più a Sud ci sono il Pizzo Campaccio e le Cime di Redasco, più elevate maggiormente referenziali per il territorio montano in questione: mera superficialità, mi viene da pensare, o incapacità di leggere la mappa geografica nonché incomprensione dell’importanza della geografia nell’identificazione materiale e immateriale dei luoghi, appunto – di chi per primo ha sbagliato e dei tanti dopo che non si sono accorti dell’errore né si sono premurati di verificare quanto sostenessero pubblicamente. Per capire meglio la questione date un occhio alla mappa sotto riprodotta sulla quale ho evidenziato le differenti posizioni e il bacino della Val Pola lungo il quale precipitò a valle la massa franosa: noterete che il Pizzo Coppetto è posto sulla stessa dorsale montuosa, molto lunga e sinuosa, ma è parte d’un bacino orografico del tutto differente da quello della Val Pola.

[Estratto di mappa da map.geo.admin.ch. Cliccateci sopra per ingrandirlo.]
Io poi non so se effettivamente l’imprecisione geografica originaria fu in qualche modo responsabile del rifiuto di alcuni residenti in zona dell’ordine di evacuazione, come ipotizzato tra le righe della citazione sopra pubblicata. D’altro canto, nello stesso articolo, si denota pure che

Anche solo il fatto di usare nomi di toponimi diversi o non dialettali, mai sentiti o di cui non si conosce l’esistenza, non giocava a favore dei soccorritori. Diverso invece se ad avvisare dei rischi è invece un locale, o una persona conosciuta e fidata, che ha vissuto quei luoghi quanto il proprio interlocutore.

Evidenza verissima, che rimette in luce quanto sostengo da tempo al riguardo: l’importanza fondamentale della conoscenza geografica – ovvero di una pur minima e accettabile conoscenza geografica – dei luoghi in cui si vive o anche nei quali si interagisce temporaneamente, per generare l’altrettanto fondamentale relazione con il territorio che rende la presenza in esso fruttuosa, armoniosa, consapevole e costruttiva, per se stessi e per il territorio. Per sapere con cognizione di causa dove si è, cosa c’è lì, cosa si può fare e cosa no, come muoversi, come non perdersi e non sentirsi spaesati se non alienati nel/dal luogo in cui ci si trova, come percepirsi elemento attivo dell’ambiente in loco, come poter generare il paesaggio più rappresentativo possibile del luogo – l’elemento che rende compiuta la presenza e la conoscenza di quel luogo. È un principio di massima, questo, che può e deve essere adattato ad ogni varia circostanza ma il cui valore di fondo è assoluto e, ripeto, imprescindibile. Noi siamo il mondo che abbiamo intorno, la geografia fisica e la geografia umana sono le due facce della stessa medaglia, e ciò perché il mondo siamo noi a concepirlo, a dargli forma e senso, e se lo vogliamo concepire al meglio dobbiamo conoscerlo e comprenderlo. Fin dalle nozioni più basilari come i nomi dei luoghi, i quali tuttavia già sono elementi di narrazione amplissima e approfondita dei territori che denominano e identificano – un tema sul quale ho lavorato parecchio e continuo a farlo, data la sua importanza.

Quindi, vi prego: curate la vostra cognizione geografica, del luogo in cui vivete e dei territori che decidete di visitare, quanto più possibile e quanto più credete di poter fare: sembra qualcosa di superfluo, che non serva a granché e invece è (anche) un racconto di voi stessi, di chi siete e dove andate. Perché i luoghi esistono quando hanno un nome, e esistono quando quel nome è conosciuto in quanto quel luogo che identificato è vissuto, dunque vivo. Molto semplice, assolutamente fondamentale.

M49, sei tutti noi!

Giusto sabato scorso stavo cercando tra i libri di casa qualche bella citazione in tema di libertà – un argomento sempre più fondamentale e del quale occorre evidenziare e salvaguardare costantemente l’importanza perché, di contro, sempre più trascurato e messo in pericolo un po’ ovunque nel mondo (anche in quello che un po’ ingenuamente definiamo “libero”) da coercizioni d’ogni sorta, quasi sempre incomprese dai più anche perché imposte ingannevolmente. Ecco, di citazioni interessanti ne ho trovate parecchie e oggi mi ero ripromesso di sceglierne qualcuna dalla quale tratte un articolo, quando poi i media hanno pubblicato una delle “citazioni” migliori in assoluto e assolutamente più rappresentative del bisogno di libertà che ogni creatura vivente, intelligente e senziente dovrebbe sentire e riservare per se stessa – ad esempio questa:

[Immagine tratta da “Il Dolomiti“, cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è tratta.]
Eh già, caro M49, ancora una volta sei tu il vero e più efficace difensore del concetto e del senso di “libertà”, da queste parti. Ancora tu, “animale” se non “bestia”, «problematico» e pericoloso, stai insegnando a noi umani “Sapiens” quale sia la reale natura (in ogni accezione del termine) della libertà, e ci dimostri quanto ci siamo spaventosamente allontanati da essa, con la nostra civiltà tanto “evoluta”, in preda a una presunzione così ottusa da aver rotto gli equilibri e le armonie che ci relazionavano con l’ambiente naturale, causando danni anche a tutte le altre creature che lo abitano insieme a noi, verso le quali ci arroghiamo pure il diritto di decidere su come debbano vivere e comportarsi, ammettendo solo ciò che fa comodo a noi e considerando “pericolosa” ogni altra cosa. Un atteggiamento talmente stupido che qualsiasi creatura intelligente si fuggirebbe il più lontano possibile… ecco, appunto come stai facendo tu. Anche in ciò insegnandoci e indicandoci – almeno tentando di farlo, a modo suo – quale dovrebbe essere il giusto modo di far andare le cose, per non far che le cose – la Natura nel suo complesso, nello specifico – ci si rivoltino contro, come sovente accade.

[Lui non è M49 ma certamente ci assomiglia molto. Foto di Pexels da Pixabay]
Speriamo che, almeno stavolta, la tua rivendicazione di libertà serva a qualcosa, a favore tuo, dell’ambiente naturale e di tutti noi. Ho seri dubbi, visti certi personaggi in gioco nella tua vicenda, ma mi auguro che – come si dice – la speranza sia realmente l’ultima a morire. Anzi no, mi correggo… la penultima: non prima della libertà!

P.S.: qui trovate gli articoli che ho dedicato nei mesi scorsi a M49, nel blog.

La geografia ci salverà

[Foto di piviso da Pixabay ]
Stavo chiacchierando telefonicamente, oggi, con un amico cartografo con il quale collaboro in vari progetti di quell’ambito, e il parlare con lui di cose varie al riguardo mi ha fatto riflettere su una cosa – un’altra cosa che può scaturire, forse, da questo periodo così strano e difficile. Una cosa magari paradossale eppure indispensabile, anche perché proprio ora così evidente.

Viviamo giorni, appunto, nei quali siamo costretti, salvo rari casi, a restare al chiuso delle nostre case, in spazi domestici più o meno ampi ma certamente che nulla sono rispetto al territorio che abbiamo intorno, sia esso urbano o naturale. In pratica, siamo in un momento di – se così posso definirlo – negazione quotidiana della geografia personale: la nostra “mappa temporanea” è fatta di qualche decina di metri quadri o poco più, priva di coordinate che non siano quelle funzionali all’ambito domestico e di riferimenti che ci possano risultare necessari per renderci consapevoli di dove siamo e dove andiamo. Non ci serve saperlo, in fondo, conosciamo bene la nostra casa e i suoi spazi, sappiamo dove dobbiamo andare per muoverci in essa e in che punto della casa stiamo in ogni momento, senza bisogno di mappe, bussole o che altro. E tuttavia, ribadisco, così siamo in una condizione non geografica, in uno stato di “assenza referenziale”: un po’ come se fossimo ritornati alla notte dei tempi, quando i nostri antenati vivevano nelle caverne e non si muovevano da questi loro ripari che per brevi tratti e in forza di mere necessità sopravvivenziali, unico interesse concreto per farlo.

Ma l’uomo primitivo ha potuto diventare Sapiens anche nel momento in cui ha deciso di vincere i propri timori ancestrali e rispondere alle domande sempre più pressanti dell’intelletto in formazione, decidendo di allontanarsi dalla propria “tana” e conoscere spazi sempre più ampi del mondo che aveva intorno. Ciò non solo per poter acquisire maggiori risorse vitali ma, in forza della matrice intellettuale di tale atto “rivoluzionario”, per conoscere il mondo attorno a sé, per riconoscerne forme, elementi, territori, ambienti, “paesaggi” e dunque per saperli identificare e per identificarsi in essi. È stato un processo culturale fondamentale, questo, che per molti aspetti ha contribuito a sancire la superiorità della razza umana rispetto alle altre sul pianeta, permettendo all’uomo di annettere culturalmente lo spazio che aveva intorno e quindi di adattarlo alle proprie esigenze evolutive, in senso materiale ma pure, in senso immateriale, di acquisire la coscienza costante, crescente e razionale della propria presenza nel mondo, con la conseguente certezza di saper sempre bene in quale direzione andare – non soltanto metaforicamente. In un certo senso questo processo rappresenta la “nascita” della geografia o, direi meglio, della consapevole percezione geografica del mondo nonché, di rimando, dell’uomo nel mondo. Una percezione fondamentale, se vogliamo continuare ad affermare noi stessi nello spazio in cui viviamo, abitiamo, viaggiamo, lavoriamo, ci muoviamo per qualsiasi motivo, e per non ritornare a quello stato cavernicolo dei primordi della civiltà umana che tuttavia, come ho detto, per certi versi siamo costretti a subire e vivere per colpa dell’emergenza in corso ma che alcuni già manifestavano prima, da tempo, proprio per la mancanza di consapevolezza o per indifferenza geografica, nelle forme di dissonanze cognitive, stati di alienazione, spaesamenti, confusione identitaria, eccetera.

Ecco: ora che siamo rinchiusi nelle nostre case e comunque impossibilitati a muoverci se non su distanze minime e necessarie, e nel mentre che da qualche anno le discipline geografiche sono state sempre più ritenute secondarie e trascurabili, non solo nell’ambito scolastico, potrebbe invece essere il momento buono per riscoprire, riconsiderare, ridare valore e comprendere nuovamente la fondamentale, indispensabile, imprescindibile conoscenza della geografia. Anche nel modo più elementare e didascalico, inizialmente, ma comunque importante a metterci nel posto giusto al mondo e darci coscienza costante di dove siamo e cosa abbiamo intorno. Questo maledetto coronavirus ci fa sentire “smarriti” di fronte all’ignoto che così paurosamente rappresenta: be’, è un po’ ciò che accade al viandante che smarrisce la strada e la propria posizione geografica e non ha a disposizione mappe, strumenti e soprattutto quelle nozioni grazie alle quali saprebbe ritrovare la giusta via o quanto meno capire dove si trova con accettabile approssimazione, sapendo così pure la direzione da riprendere per continuare il viaggio. Senza contare che, banalmente ma nemmeno tanto, poi, una certa sensibilità verso la geografia e le sue cose consentirebbe di sentirci molto meno “in gabbia”, chiusi in casa come siamo, e di poter viaggiare con la mente e il pensiero – che d’altro canto è l’espressione di più totale libertà che noi umani avremmo a disposizione – verso qualsiasi territorio, luogo, spazio, tempo, e verso le conoscenze che da ciò potrebbero venire. Con il privilegio, ribadisco ancora, di sapere sempre dove siamo e cosa abbiamo intorno, cioè di identificare il mondo e identificarci nel mondo (è un’affermazione di unicità individuale in effetti, no?), di marcare il nostro posto in esso – e solo nostro, appunto, – con la massima consapevolezza del caso. Il che, a mio modo di vedere, è d’altro canto una delle conquiste intellettuali e culturali più grandi che da sempre l’Homo Sapiens può conseguire.

Insomma, credo proprio sia un buon momento per fare tutto ciò, questo. O vogliamo ritornare allo stato di uomini di Neanderthal e restare acquattati nelle nostre caverne, seppur oggi dotate di banda larga, smart TV e aria condizionata? Non credo che sia il caso, visti i già tanti problemi che il genere umano sa cagionarsi di suo. Ecco.