La lingua è viva, viva la lingua!

[Foto di Michael Schwarzenberger da Pixabay]
In questi giorni sto lavorando alla revisione di un testo che, mi auguro, sarà pubblicato prossimamente, e mi sto rendendo nuovamente e vividamente conto di quanto potere abbiano le parole, e quanta bellezza espressiva ed esprimibile. In certi passaggi basta cambiare di posto a una sola parola, in una frase, per variarle totalmente senso, ritmo, mood, per modificare la forma del contenuto, ridisegnare la visione mentale che suscita, mutare le coordinate semantiche, per dare un’accezione diversa al messaggio che trasmette. Con una sola parola, un avverbio, un aggettivo, il soggetto di essa, messa prima o dopo rispetto a come era prima nella frase. È una cosa ovvia, forse, eppure sempre sorprendente, a volte sconcertante.

Meravigliosa.

Constatare come la lingua sia un organismo vivo e pulsante di energia espressiva, è meraviglioso, e come manipolarla con gli strumenti della letteratura sia tanto un piacere quanto una responsabilità grandissimi. Non solo: ci si capacità continuamente di come quello linguistico sia un mondo che nessuno mai può dire di conoscere perfettamente anche quando l’abbia esplorato a fondo – i linguisti, ad esempio – e che ogni viaggio in esso, sia lungo solo qualche frase oppure centinaia di migliaia di parole, è sempre un nuovo viaggio mai fatto prima, occasione certa di nuove scoperte, nuove intuizioni, nuove strade espressive. Anche quando le parole elaborate sono le stesse.

Socraticamente, con la lingua bisogna (bisognerebbe) sempre sapere di non saperla (tutta): è la condizione migliore – anzi, l’unica – atta a proseguire il viaggio tra le parole e nella loro bellezza, e a farne di continuo un’esperienza meravigliosa e potentemente vitale oltre che fondamentale per chiunque, dal più fine linguista all’autore letterario finanche all’uomo della strada. I quali, se ben consci del grandissimo tesoro a disposizione, godranno sempre di un’energia di rara forza e importanza.

 

Stiamo lavorando per chi?

Se c’è un’espressione invero assai usata che in molte circostanze mi fa non poco innervosire è «Stiamo lavorando per voi», ancor più se nella forma singolare in uso sul web «…per te».

Che a ben vedere non ha nulla di gentile e cordiale, pare quasi che quelli che te la formulano ti stiano facendo un favore del tutto gratuito, che non siano nemmeno stipendiati per farlo, che per colpa tua gli tocca lavorare altrimenti sarebbero andati volentieri a sciare o al mare, che sei tu che hai rotto loro le scatole e sei pure insistente – non che tu lo sia sul serio, anzi, ma loro sembra che te lo vogliano rimarcare preventivamente.
Ma «stiamo» chi, poi e quanti? Due, dieci, trecentocinquanta lavoranti? E servono tutti? Perché, be’, «Sto lavorando per voi» parrebbe un’attestazione di schiavismo e «Sto lavorando per te», singolare per singolare, avrebbe un che di sfida personale, di «Siamo io e te, qui… Fatti sotto, stro**o!»

Fatto sta che ogni qualvolta io me la ritrovi davanti, su un cartello pubblico, su un avviso esposto in un ufficio, come risposta email o altrove, maturo la certezza pressoché automatica che quelli mi stiano bellamente prendendo per i fondelli, percependo a volte un non troppo vago sentore di cialtroneria attiva. Ben sapendo, loro, che ben poco si possa fare per constatare se veramente quelli stiano lavorando, già, e che, probabilmente, sarebbe più sincera un’espressione del tipo «Appena abbiamo tempo / voglia / torniamo dalla spiaggia / lavoreremo per te (se non abbiamo di meglio da fare)». Ecco.

[L’immagine in testa al post è tratta da qui.]

Un futuro “dispiacevole”, per i libri?

(Photo credit: Angel Hernandez da Pixabay)

In lettura sono stati constatati dei passi indietro nella maggior parte dei 36 paesi dell’Ocse. Rispetto al primo rilevamento effettuato nel 2000 si delinea un calo del piacere della lettura da parte dei quindicenni.

Così riporta questo articolo di “SwissInfo” dedicato ai risultati dei test PISA dell’OCSE, resi pubblici qualche giorno fa (ne ho già detto qui) e che stanno suscitando notevoli dibattiti, anche per certe situazioni nazionali – ad esempio quella italiana, sì – non esattamente rosee.

Insomma, a stare ai risultati suddetti, giustamente evidenziati dalla testata svizzera, il futuro dei libri e della lettura appare quanto mai incerto, se non già inquietante, in considerazione del fatto poi che la fascia d’età citata è una di quelle fondamentali per la formazione dei lettori adulti nonché una di quelle più “performanti”, a livelli di vendite, del mercato editoriale.

Ma non solo il futuro appare buio in tal senso. Torna in mente quel famoso adagio, «un bambino che legge sarà un adulto che pensa», e constatare che possa venir meno quella insuperabile e irrinunciabile educazione al pensiero, all’intelligenza, alla civiltà, alla libertà che sanno dare i buoni libri letti nell’età della formazione, è veramente qualcosa di preoccupante.

C’è una speranza, almeno: vista la giovane età dei soggetti in questione, ci può essere il tempo necessario per migliorare tale realtà e farla tornare virtuosa per il bene di tutti. È un compito fondamentale che devono assumersi la scuola, l’istituzione statale, i media e l’opinione pubblica e in primis la famiglia. E di questi elementi, temo che solo uno (in rari casi due) abbia o abbiano la volontà e la consapevolezza necessaria – salvo eccezioni che mi auguro sporadiche – ad assumersi questa responsabilità. Ma ne va del futuro dell’intera società: sarebbe il caso di riflettere su ciò e di agire con la dovuta sollecitudine e con altrettanta efficacia.

 

La squola itagliana

Nei Paesi Ocse in media solo uno studente su 10 si dimostra in grado di riconoscere un fatto da un’opinione, decifrando messaggi impliciti contenuti in un testo. In Italia il dato è ancora più grave: appena uno studente su 20.

(Andrea Schleicher, capo della Direzione Istruzione/Educazione dell’OCSE e responsabile del programma PISA – Programme for International Student Assessment, citato in questo articolo dell’AGI.)

Il “black friday” (per la nostra lingua)

(Foto di Gerd Altmann da Pixabay)

Mario Baudino, su “La Stampa” dello scorso 26 novembre, rende conto dell’irritazione dell’Académie Française – equivalente transalpino della nostra Accademia della Crusca, la quale peraltro le è precedente essendo la più antica istituzione linguistica al mondo – riguardo la diffusione sempre maggiore di quello che a Parigi chiamano “franglese”, ovvero un francese sempre più infarcito di termini anglosassoni, cogliendo la buona occasione del black friday onnipresente e globale dei giorni scorsi.

È pure in Italia una questione ormai vecchia ma sempre assai viva, quella della diffusione di parole inglesi quasi senza alcuna “resistenza” linguistica da parte del lessico nazionale e, ancor più, di chi lo parla – ne ho disquisito più volte anche qui sul blog, in passato – con risultati non di rado grotteschi tanto quanto sconcertanti.
Ovvio che la duttilità della lingua inglese, unita all’ormai comune uso su scala mondiale, offra soluzioni linguistiche facili e d’effetto; d’altro canto la traduzione letterale di “black friday” in italiano sarebbe venerdì nero, definizione che evoca (anche nella traduzione letterale francese, peraltro) e viene utilizzata per giornate ben poco allegre e con accezioni solitamente negative quando non tragiche – provate a pensare a quanti “venerdì nero dei trasporti” vi siano stati durante gli ultimi anni!

Se è sempre affascinante constatare come le parole e le varie definizioni del parlato cambino i propri significati per ciascuna lingua nella quale vengano utilizzate, spesso diventando gli uni antitetici agli altri, è anche da denotare che la rapida e facile diffusione di termini di altre lingue – anglosassoni in primis – è segno di una certa mancanza di vitalità del lessico nel quale si “insediano” e non tanto della lingua in sé quanto del rapporto di essa con chi la parla. Da questo punto di vista, seppur in modo ancora prodromico stante la realtà dei fatti, la questione è pure di carattere identitario: si può in effetti sostenere che uno degli elementi che determina l’identità nazionale, ben più che confini o domini politico-amministrativi, sia proprio la lingua condivisa e parlata, capace di generare coesione culturale e sociale tra gli individui meglio che qualsiasi cittadinanza. Una eccesiva introduzione e diffusione di termini “alieni” dacché provenienti da altre lessici, quantunque diffusi un po’ ovunque, potrebbe dunque minare il suddetto carattere identitario della lingua nazionale; come ho sostenuto altre volte, la cosa in sé non sarebbe un grosso problema se avvenisse in un contesto culturale nel quale la conoscenza e la padronanza della propria lingua madre siano a livelli accettabili, altrimenti sì, può essere un problema ovvero può portare ad un sostanziale aggravamento delle conoscenze linguistiche nazionali diffuse e a un (paradossale) disamore, o quanto meno disinteresse, per la propria lingua, che si ripercuote poi a cascata su altri elementi – la lettura, le capacità espressive e cognitive, il livello di alfabetizzazione diffuso e i relativi fenomeni di analfabetismo funzionale, eccetera.

Per cui ben vengano gli “allarmi” delle varie Accademie linguistiche nazionali riguardo tali fenomenologie, fosse solo per una questione di tenere alta l’attenzione su tale argomento rimarcandone l’importanza pratica per chiunque. D’altronde, come si rimarca spesso in merito, la lingua è un elemento vivo ma è e resta così se e quando viene mantenuta vitale dagli individui che la utilizzano, la parlano avendone cura e consapevolezza lessicale, e ne comprendono il prezioso valore culturale. Non esiste idioma pur vivissimo che non rischi di svanire rapidamente senza chi lo parli e lo scriva con adeguata cognizione di causa: non è solo una mera questione di “black friday” o altro del genere, insomma, ma di non svendere a prezzo fin troppo scontato pure la nostra lingua, convinti di aver fatto un grande affare e invece avendo preso una gran brutta fregatura.