Per il Giorno della Memoria 2023

[Le “Pietre d’inciampo” delle vittime di Meina. Fonte dell’immagine: commons.wikimedia.org.]
Come ogni anno, in occasione del Giorno della Memoria propongo una testimonianza che mi pare significativa riguardo il senso di tale occasione e, ancor più, la necessità di mantenere non solo storicamente viva ma didatticamente attiva la memoria dell’Olocausto e di tutte le tragedie che purtroppo la nostra storia conserva, affinché non debba accadere che la Shoah «Tra qualche anno sarà soltanto una riga sui libri di storia», come ha osservato amaramente Liliana Segre qualche giorno fa.

Quest’anno vi invito alla conoscenza e all’approfondimento di un episodio poco noto tra quelli che concernono la persecuzione degli ebrei ad opera dei nazifascisti in Italia: la strage di Meina, il primo eccidio di massa di cittadini ebrei sul territorio italiano, messo in atto tra il settembre e l’ottobre del 1943 sulle sponde piemontesi del Lago Maggiore tra Arona, Verbania e in altri comuni limitrofi da parte delle unità militari tedesche del primo battaglione della Panzer-Division Waffen SS – LSSAH, che avevano preso il controllo dell’area (corrispondente alle attuali provincie di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola) subito dopo l’armistizio dell‘8 settembre, installando il comando militare all’Hotel Beaurivage di Baveno. I rastrellamenti degli ebrei iniziarono proprio da Baveno il 13 settembre, per terminare il 10 ottobre.

[Meina oggi. Foto di Torsade de Pointes, opera propria, CC0, fonte commons.wikimedia.org.]
Nel comune di Meina in particolare avvenne la strage più nota. La mattina del 15 settembre i militari nazisti occuparono l’Hotel Meina: i sedici ospiti ebrei dell’albergo vennero rinchiusi in un’unica stanza all’ultimo piano dell’edificio, mentre il padrone dell’albergo, Alberto Behar e la sua famiglia, ebrei di nazionalità turca, furono liberati grazie all’intervento del Console della Turchia, Guelfo Zamboni. La famiglia Behar riuscì a sopravvivere alla Shoah trovando rifugio in Svizzera: è anche grazie all’impegno di testimone dell’allora tredicenne Becky se la memoria di questo eccidio non è caduta nell’oblio.

[L’Hotel Meina in un’immagine dell’epoca dei fatti narrati.]
Dopo una settimana di prigionia, nel corso delle notti del 22 e 23 settembre, i sedici prigionieri furono uccisi e i loro corpi gettati con delle zavorre nelle acque del lago a poche centinaia di metri dal centro abitato. Alcuni cadaveri riaffiorarono il giorno dopo le esecuzioni e vennero riconosciuti da alcuni abitanti del paese. Le vittime della strage erano in prevalenza ebrei provenienti da Salonicco e sfollati da Milano. A loro sono state negli anni dedicate due stele commemorative e sedici pietre d’inciampo. Da alcuni anni uno degli istituti scolastici di Meina è intitolato ai fratelli Fernandez Diaz, tre giovanissime vittime della strage.

Per le sue modalità, l’eccidio del Lago Maggiore rappresentò un’anomalia rispetto alla prassi nazista sul trattamento degli ebrei in Italia, che prevedeva la loro cattura e la successiva deportazione nei lager. In questo caso, invece, i comandanti locali delle SS fecero seguire agli arresti l’immediata uccisione dei prigionieri e la depredazione dei loro beni. Ciò ha fatto propendere alcuni storici nel ritenere le stragi come iniziative dei singoli responsabili nazisti locali piuttosto che un’azione coordinata con le alte gerarchie naziste. L’ampiezza del territorio interessato e la durata nel tempo delle operazioni, sostengono invece altri studiosi, rendono però poco probabile che tutto ciò possa essere avvenuto senza che ne fossero stati condivisi i piani con i comandi superiori tedeschi. Di certo è che i nazisti tentarono di tenere segreta la strage, ma la notizia delle uccisioni si diffuse quasi subito tra la popolazione locale: in alcuni casi le SS non riuscirono a evitare che ci fossero testimoni delle esecuzioni sommarie, in altri, come avvenne nel caso di Meina, alcuni corpi delle vittime riaffiorarono dal lago nel quale si cercò di occultare i cadaveri.

[L’articolo sugli eccidi del Lago Maggiore uscito sul giornale del Partito Socialista di Lugano il 23 ottobre 1943, uno dei primi a narrare la cronaca dei fatti. Immagine di pubblico dominio, fonte: it.wikipedia.org.]
Trovate il racconto completo dei tragici fatti di Meina e del Lago Maggiore qui, sul sito “Scuolaememoria.it” (fonte dalla quale ho tratto anche i testi da me proposti in questo articolo), oppure qui, dal sito dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea nel Novarese e nel Verbano Cusio Ossola “Piero Fornara”. Qui invece trovate l’articolo al riguardo di Wikipedia. Della strage di Meina racconta anche il film di Carlo Lizzani Hotel Meina, del 2007; inoltre, in calce al racconto del sito “Scuolaememoria.it” trovate una bibliografia di titoli dedicati agli eventi.

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Luci di solidarietà

Sono profondamente felice di potervi consigliare anche quest’anno un evento veramente molto bello e importante che si terrà sabato 4 febbraio prossimo: Luci di Solidarietà, fiaccolata lungo uno spettacolare tratto della DOL dei Tre Signori – la Dorsale Orobica Lecchese – sospeso tra terra e cielo in una notte che spero magnificamente serena così che si possa coglierne tutta la grandiosità, in ricordo dell’alpinista bergamasco Mario Merelli e a sostegno del Kalika Family Hospital, struttura ospedaliera sorta in Nepal ad uso della popolazioni locali proprio grazie all’impegno di Merelli, del quale quest’anno si ricorda il decennale dalla tragica scomparsa. È anche un modo prezioso per concretizzare nei fatti quel famoso motteggio, «la montagna è scuola di vita», in forza del quale la solidarietà si manifesta come uno dei migliori e più compiuti insegnamenti da mettere in pratica al fine di donare vita, per quanto possibile, a genti che vivono su montagne lontane nello spazio ma vicine nell’animo di chiunque le salga, ovunque si trovino.

Per tutto ciò, senza far torto ad altri, non posso che ringraziare l’amico Giuseppe Capoferri, anima pulsante e motore rombante dell’evento nonché rinomato baritono (in forza al celeberrimo Coro della Scala di Milano) e artista musicale: conosco bene l’impegno e l’entusiasmo che da sempre mette nell’organizzazione della fiaccolata e nel portare avanti gli ideali di solidarietà che vi stanno alla base, e ogni volta che l’evento va in scena non posso che considerarlo una sua ulteriore “vetta” raggiunta e superata, in vista di tante altre future.

Sulla locandina in testa al post trovate tutte le informazioni utili per partecipare alla fiaccolata; qui sotto potete invece vedere il servizio dedicato all’evento lo scorso anno da Unica TV.

“Sci e neve” in Valsassina, tra sopravvivenze e sbeffeggi

(Testo pubblicato anche sulle testate locali “Valsassina News, “Lecco News”, “Leccoonline” “Valbiandino.net”.)

La recente campagna “Sci e Neve 2023” promossa dalla rete di imprese “Montagne del Lago di Como” e presentata come un progetto «per trasformare la Valsassina in destinazione turistica invernale per visitatori da ogni angolo d’Italia e d’Europa», come hanno scritto alcuni media al riguardo, sui social media è stata ampiamente e inesorabilmente sbeffeggiata: pensare di “trasformare” nel modo descritto una zona prealpina come la Valsassina nella quale resiste un solo comprensorio sciistico relativamente limitato e a quote che non offrono più garanzie di neve certa e condizioni termiche ottimali per lo sci – i Piani di Bobbio, coi suoi pregi e i suoi difetti – mentre tutti gli altri un tempo attivi hanno chiuso per ragioni climatiche e economiche, effettivamente fa scattare immediati e inevitabili sorrisi, appunto. Di contro il tentativo promozionale messo in atto, seppur apparentemente maldestro, se mi immedesimo nei suoi promotori lo posso capire e per certi versi anche apprezzare: è una sorta di ultima chance (o quasi) per cercare di salvare il salvabile, sfruttando forse l’unico vantaggio reale della Valsassina turistica ovvero l’essere a un’ora di auto da Milano e dalla sua attrattività turistica cosmopolita, e nella consapevolezza – che io credo sia presente, nei promotori della campagna – che se la realtà climatica evolverà come tutti i report scientifici prevedono, lo sci in Valsassina diventerà la memoria di un passato bellissimo e purtroppo diversissimo dal presente. D’altro canto quello che se ne ricava, da una campagna del genere, e che è stato uno dei bersagli principali del sarcasmo sui social, è proprio l’apparente scollamento dalla realtà effettiva delle cose locali, che pare totalmente mutuato da quello, per certi versi ben più grave, dimostrato da certa politica locale al riguardo e in generale nella gestione amministrativa dei territori montani in chiave turistica. Col risultato, per la campagna e per i suoi promotori, di ottenere l’effetto contrario rispetto a quello sperato e deprimere la realtà valsassinese invece di sostenerla, oltre che di sprecare risorse preziose in iniziative a rischio di fallimento troppo alto – anche loro malgrado, ribadisco.

Insomma: leggere una campagna del genere è un po’ come sentire i musicanti dell’orchestra del Titanic che invitano a continuare le danze quando la nave sta cominciando a inclinarsi e a inabissarsi. Comprensibile per certi (pochi) versi, insensato per altri. Certo, la speranza che la nave resista e rimanga a galla c’è sempre, anche se i report climatici e quelli economici appaiono veramente come lo squarcio nello scafo che inesorabilmente imbarca acqua. Bisogna capire se l’orchestra persisterà a suonare e a pretendere che si danzi fino a quando la nave sarà colata a picco oppure se prima o poi – meglio prima che poi, ovviamente – si deciderà a contribuire attivamente al salvataggio della nave e soprattutto dei suoi occupanti.

Anche perché, metafore navali a parte, la Valsassina è una terra dotata di innumerevoli meravigliose peculiarità e altrettante potenzialità di frequentazione turistica virtuose e proficue per l’intero suo territorio. Non è solo una mera questione “sci sì/sci no” (e le “spade tratte” a difesa dell’una o dell’altra opzione non servono a nulla) ma di progettare e programmare in modo strutturato, sistematico e sviluppato nel lungo periodo un futuro che possa equilibrare e sviluppare tutte quelle potenzialità in modo sostenibile innanzi tutto a favore delle comunità residenti e poi, in forza di una relazione reciprocamente vantaggiosa, di qualsiasi visitatore che giunga in valle. Senza dubbio è un lavoro lungo e non semplice ma necessario, direi ormai vitale, la cui difficoltà tuttavia è inversamente proporzionale alla volontà di sviluppare il territorio con effettivi buon senso, razionalità, coerenza e contestualità – nonché con un marketing altrettanto contestuale e ben centrato su un’autentica ed eclettica valorizzazione della valle. Ovvero, in poche parole: se c’è la buona volontà per fare ciò, tutto sarà più semplice e parimenti proficuo per chiunque. E speriamo da subito che possa essere veramente così.

L’analfabetismo funzionale, nel 2023

Questo nuovo anno appena cominciato – mi auguro nel migliore dei modi per voi che state leggendo – vedrà finalmente regredire una delle pandemie culturali più gravi che ormai da troppo tempo attanaglia una parte consistente della società italiana, ovvero l’analfabetismo funzionale?

L’Italia è in assoluto il paese europeo peggiore al riguardo (i dati OCSE segnalano quasi il 28% di analfabeti funzionali, vedi qui) e i risultati di ciò si vedono spesso – spiace dirlo ma è quello che penso. Ogni iniziativa e azione culturale che punti a migliorare, per quanto possibile, le varie situazioni di evidente o potenziale degrado riscontrabili un po’ ovunque – penso ad esempio alla frequentazione consapevole e realmente sostenibile delle montagne, per restare nel mio ambito di attività – rischia di perdere molta parte della sua efficacia se non tutta, nel caso coloro verso i quali è diretta non fossero in grado di comprenderne l’importanza e tanto meno il messaggio – come di frequente verrebbe da ritenere. D’altro canto è inutile rimarcare quanto il problema sia pesante per ogni ambito della nostra società, se la stessa voglia continuare a definirsi evoluta e in costante progresso – non solo culturale.

Nei giorni in cui viene ricordata la scomparsa di Tullio De Mauro (avvenuta il 5 gennaio 2017, ne scrissi qui), una figura fondamentale per la cultura italiana contemporanea e da sempre impegnata nel mettere in evidenza la necessità di una buona cultura linguistica diffusa quale base ineludibile della più compiuta democrazia, mi viene dunque spontaneo proporre quella domanda iniziale. Miglioreranno le cose al riguardo, in questo 2023? O una zavorra così drammaticamente pesante e ostacolante per l’evoluzione del paese diventerà ancora più ponderosa, più grave, più rovinosa?

Una cosa è certa: parte della risposta – forse la gran parte – sta a noi determinarla. Speriamo sia quella migliore possibile e non viceversa, Ecco.

Buon 2023!

Passeggere: «Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?»
Venditore: «Speriamo.»

[Giacomo Leopardi, Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere in Operette Morali, 1832.]

Speriamo, sì, che questo nuovo anno si possa godere tutti quanti di maggior felicità, che il caso non ci tiri scherzi troppo spiacevoli, che nuove possibilità, occasioni, percezioni, cognizioni, emozioni possano farci vivere «quella vita ch’è una cosa bella».

Auguri a tutti!

(Nell’immagine: alba sul Lago dei Quattro Cantoni / Vierwaldstättersee, Svizzera. Foto ©Svizzera Turismo via Lifegate.it.)