Ci sono draghi, mostri e creature spaventose ovunque – anche in RADIO THULE, questa sera su RCI Radio!

Questa sera, 29 gennaio duemila18, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 6a puntata della stagione 2017/2018 di RADIO THULE, intitolata Un mostro sull’uscio di casa. Il Bés Gatòbe e gli altri “draghi” delle Alpi e d’Europa!

Probabilmente, non esiste angolo non antropizzato del pianeta che non nasconda in qualche suo recesso naturale – bosco, montagna, valle, grotta, specchio d’acqua o che altro – il proprio “mostro”. Anche sui monti sopra la radio vive(va) e terrorizza(va) gli abitanti il leggendario Bés Gatòbe, il quale altro non è che la riedizione in chiave locale di un mito criptozoologico presente non solo tra le profonde vallate alpine ma un po’ in tutto il continente europeo (ma pure, in diverse forme, in altri continenti). Che si chiamino Bés Gatòbe, Basilisco, Taztelwurm, Scultone, Lindworm oppure Miðgarðsormr, tali draghi leggendari da secoli pervadono l’antropologia, l’etnografia e la mitologia dei nostri territori e, come accade anche per altre creature fantastiche – l’Homo Selvadego o Homo Silvanus, ad esempio, la versione nostrana dello Yeti – non si tratta soltanto di fantasie spaventose atte a generare terrore e provocare inibizioni varie: molto spesso dietro le loro leggende si nasconde tanta verità storica e il senso profondo del legame tra l’uomo e il territorio abitato, con aspetti niente affatto spaventosi e accezioni positive e propizie più frequenti di quanto si creda oggi.

Partendo dal locale Bès Gatòbe, questa puntata di RADIO THULE vi farà compiere un viaggio alla scoperta di mostri, draghi e creature leggendarie lontane ma assai simili al “nostro” e vi farà scoprire come, in tali esseri apparentemente tanto orrorifici, ci si riflette molto di ciò che noi siamo e di quella che è la nostra storia e la nostra identità culturale. E vi consiglierà pure come “salvarsi”, dall’eventuale incontro con uno di questi mostri!

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, quiStay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

P.S.: l’immagine del Bés Gatòbe è tratta dalla pagina facebook Animali Mitologici Bergamaschi.

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Di “veri” mostri leggendari appena fuori l’uscio di casa – e lunedì prossimo in radio!

State attenti, quando dalle vostre parti vogliate uscire di casa per una bella passeggiata nei boschi… potreste imbattervi in un Bés Gatòbe, un Re di Béss, un Tatzelwurm o un Basilisco oppure in un altro dei “mostri” che popolano le nostre zone e tutto il Sud Europa!
Creature fantastiche e leggendarie eppur un tempo ritenute reali e che si giurava e spergiurava d’aver avvistato, draghi ed altri esseri spaventosi nelle forme ma assai meno nella sostanza, che hanno fatto parlare di sé per secoli e arricchito di emblematiche narrazioni le nostre culture identitarie – ovvero, in tal modo, “parlando” di noi stessi e della nostra storia anche più delle loro spaventose apparizioni nonché dello sguardo sul mondo e sulla realtà quotidiana in tempi non così lontani e, forse, non ancora passati.

Ne parleremo lunedì prossimo, 29 gennaio alle ore 21, nella prossima puntata di RADIO THULE su RCI Radio!

Se ancora si vogliono piazzare croci sulle vette dei monti…

Come sa chi segue il blog, sono particolarmente sensibile alla questione “Croci sulle vette dei monti”, la cui “abitudine” di installazione trovo profondamente insensata, oggi – qui potete leggere in modo più dettagliato le mie ragioni, che sostengo da molto tempo. D’altro canto è d’uopo denotare che il piazzare una croce in cima a una montagna non ha mai rappresentato un segno di genuina devozione popolare, semmai è stato fin dall’inizio di tale pratica (nell’Ottocento) un gesto di matrice meramente urbanizzante nato lontano dai monti (ai montanari autoctoni non sono mai interessate le vette delle montagne, se non per andarci a cacciare qualche ungulato) nonché sollecitato e imposto dalla chiesa per cercare di contrastare attraversi quei segni “politici” di potere la secolarizzazione della società avviatasi con il coevo progresso civile e sociale.
Ma se si può accettare il fatto che le croci “storiche” – e con ciò si intende quelle vecchie di almeno un secolo – siano diventate parte dell’immaginario collettivo locale di certe montagne, purtroppo la pratica di piazzarne di nuove viene ancora bizzarramente sostenuta da alcuni, e questo sta accadendo anche dalle mie parti: ho sentito il dovere e la necessità, dunque, di mettere in evidenza quanto sopra con la seguente missiva alla stampa locale, che vuole pure essere una proposta di azione concreta contro quelle pratiche “crocifiggenti” dei monti eventualmente messe in atto altrove.
I toponimi che leggerete sono chiaramente quelli dei monti delle mie parti oggetto della questione; l’articolo a cui rispondo lo potete raggiungere e leggere da qui.

Nuove croci sui monti: è veramente il caso?

Mi permetto di sottoporre alcune considerazioni personali relative al ripristino, o installazione ex novo, di una croce sulla sommità di Sopra Corna, anticima del Monte Spedone, di cui avete detto nel Vostro articolo dello scorso 10 gennaio.
Premetto da subito che è massimo il rispetto dello scrivente per qualsiasi sensibilità di sorta nonché per ogni opinione teorica ovvero pratica: non è mio intento qui andare “contro” qualcuno o qualcosa né lo sarà in futuro, semplicemente desidero mettere in luce alcune ineluttabili evidenze correlate all’iniziativa annunciata.
Posto che la pratica contemporanea di installare nuove croci sulle vette dei monti trova ormai negli ambienti culturali di montagna sempre più ampie obiezioni – il grande alpinista Reinhold Messner, ad esempio, oppure il professor Annibale Salsa, uno dei più importanti antropologi italiani nonché ex presidente generale del CAI; ma è interessante denotare pure la posizione della Commissione Pastorale dell’Arcidiocesi di Trento, che si è espressa contro i “tentativi di ostentazione di una religiosità urlata, imposta, gridata. Essa non aiuta certamente a riflettere, a meditare, a contemplare la natura del creato con animo religioso” – e posto che nel concreto l’intervento sulla cima di Sopra Corna sarebbe relativo alla posa di un nuovo manufatto (per di più la precedente croce era recente in quanto risalente agli anni ’80), mi chiedo se alla valorizzazione dei nostri meravigliosi eppur spesso poco considerati territori montani servano veramente nuove croci sulle sommità oppure altri interventi più funzionali allo scopo – ripristino e manutenzione dei sentieri, restauri dei manufatti storici, segnaletica, ausili informativi-culturali, eccetera – e dunque se le pur “non esorbitanti cifre” citate nell’articolo suddetto non siano appunto meglio utilizzabili per siffatti interventi di autentica valorizzazione territoriale. Ad esempio, piuttosto che impiegare tempo e denaro per nuove croci di dubbia valenza devozionale, si potrebbero impiegare tali risorse per il recupero delle numerose antiche “tribuline” sparse lungo i sentieri della valle, esse sì testimonianze della tradizione devozionale storica della zona nonché, in frequenti casi, elementi artistici e architettonici di pregio così come importanti marcatori referenziali e identitari narranti dell’antico legame tra le montagne in oggetto e la gente che da secoli le abita.
Tutto ciò, ribadisco, senza rimarcare alcun intento meramente critico o polemista e con il più discreto riguardo verso l’oggetto di queste mie considerazioni, tanto quanto con la massima e appassionata attenzione verso una reale e proficua riscoperta culturale, oltre che sociale ed economica, delle nostre montagne.

(Ringrazio la redazione di LeccoNotizie che ha pubblicato questo mio testo.)

Chi va piano va lontano

Sabato scorso, 20 gennaio, ho avuto la fortuna di assistere all’appuntamento dedicato dal festival Presente Prossimo a Paolo Rumiz, con la prestigiosa conduzione di Davide Sapienza.
Nell’occasione Rumiz – il quale credo non abbisogno di presentazioni – ha narrato un aneddoto che ho trovato assai significativo, per come mi abbia rimembrato una lettura altrettanto emblematica e per il senso generale di quanto raccontato, che vi riporto sperando di mantenerne il più possibile la fedeltà (e chiedendo perdono in anticipo per eventuali imprecisioni di scrittura).

Durante uno dei suoi viaggi a piedi, nell’Istria, Rumiz transita attraverso un campo agricolo nel quale un trattore sta lavorando. Quando chi guida il mezzo – probabilmente il proprietario del campo – lo vede avvicinarsi, spegne il motore e si “gode” il transito del camminatore, finché questi lo raggiunge. Senza ordinari convenevoli il fattore croato gli si rivolge in perfetto idioma friulano-veneto, dicendogli: «Ti ta vé lontan.»
Rumiz, per cortesia linguistica, gli risponde in croato: «Kako ste ga dobili?», ovvero: “Come l’hai capito?”
Il fattore gli risponde: «Perché ti ta vé lento.»

Ecco: questo aneddoto di Rumiz mi ha ricordato un passaggio del fondamentale libro Il Tramonto delle identità tradizionali del grande antropologo Annibale Salsa, sul quale già disquisii qui e che ugualmente vi riporto:

È difficile, per la nostra cultura della fretta, apprezzare il valore della lentezza nel suo profondo significato pedagogico e morale. La lentezza costituisce addirittura un handicap per la società moderna, in cui l’elemento vincente è la velocità, lo spostamento rapido. Questo ultimo è il vero imperativo categorico della modernità e si riassume nel: velocizzare, correre, attraversare, senza sostare, senza pensare, senza vedere. (…) La dittatura del tempo tiranno che si insinua surrettiziamente nella nostra quotidianità non ci consente di ritrovare noi stessi attraverso l’appropriazione consapevole della nostra «esperienza vissuta» (Erlebnis): quella, cioè, che incontriamo attraverso sensazioni, immagini, simboli.

Attenzione: qui non si sta proponendo un qualche atto d’accusa alla velocità in senso lato, tanto meno al “progresso” e alla sua più o meno accentuata rapidità, nè tanto meno un qualche elogio alla lentezza, cosa in sé banale e superficiale. No, qui in questione è la frenesia imposta artificiosamente attraverso modus vivendi distorti e funzionali a fini sovente biechi, per i quali la velocità – come sostiene Salsa – è condizione negante il pensiero e la riflessione, che invece abbisognano di pacatezza per essere formulati al meglio. Lo stesso esplorare il mondo andando a piedi esplicato da Rumiz non disconosce affatto la possibilità di spostamenti veloci, quando necessario e comodo: non è in discussione il viaggio in sé ma la capacità di viaggiare veramente, cioè di connettersi realmente con il territorio e il paesaggio attraversati nonché con le genti che li abitano e con la loro cultura identitaria e peculiare. Ove ci sia il bisogno o la volontà di conseguire ciò, non ci può e ci deve essere alcuna fretta, velocità eccessiva, frenesia, perché in tal caso non si formerà mai alcun rapporto, alcun legame con il luogo visitato o attraversato. Non solo: non si saprà nemmeno percepire un “luogo”, ma sostanzialmente si occuperà uno spazio “sterile” che finirà per essere riempito da cose ad esso avulso dacché ignorato nella sua reale identità. Si farà insomma di qualsiasi spazio un non luogo, anche dove invece il Genius Loci sia dei più potenti.

Insomma: per poter andare virtuosamente veloci senza rischiare prima o poi di schiantarsi, bisogna imparare (o riscoprire) la possibilità di andare lenti, ogni qualvolta sia possibile, sfruttando gli innumerevoli benefici fisici, intellettuali e spirituali che tale condizione dona. Fermarsi, rendersi conto del luogo in cui ci si trova, capire come si è arrivati fino lì e dove da lì si può continuare, referenziarsi geograficamente e antropologicamente, osservare e non solo vedere, ascoltare e non solo sentire, parlare, chiedere spesso, imparare e capire, se possibile, godere delle cose belle del luogo (e ogni luogo, persino il più brutto, ha cose belle che sovente non si sa vedere ovvero le ha nascoste), riappropriarsi del controllo del proprio tempo senza lasciarlo nelle mani e in balia delle volontà altrui, tornare a essere per sé stessi il punto nodale e d’incrocio dello spazio e del tempo in cui ci si trova. Tutte cose che, in fondo, si possono riassumere in quel solo termine, in quel verbo dal doppio significato che palesa il nostro legame antropologico col mondo: essere, dunque “io sono” e “io sto” – in modo per entrambi profondamente consapevole. Uno stare che presuppone una condizione di lentezza propedeutica alla sosta, all’osservazione, alla percezione, certamente ben più che una condizione di velocità, di fretta, di frenesia, la quale fa perdere non solo la percezione del luogo, dello spazio e del tempo ma, appunto, la cognizione di sé stessi cioè dell’essere in quanto “sono”.

In fondo la saggezza popolare, in tutta la sua apparente semplicità, lo dice da secoli: chi va piano va sano e va lontano. Arriverà dopo rispetto a chi va forte, ma certamente non correrà il rischio di smarrirsi per aver perso la giusta direzione per colpa della fretta o, peggio, di schiantarsi, e potrà dire di aver veramente viaggiato e visitato il mondo: perché, più che ogni altra cosa, il viaggio è il viaggiatore, e il “mondo” è quello che egli si porta dentro. Senza limiti di capienza, statene certi.

“Sulla” carrozza di John Ruskin

Quella che vedete nell’immagine è la carrozza di un personaggio poco noto da noi: John Ruskin, scrittore, poeta, viaggiatore, critico d’arte tra i più influenti della sua epoca, da me apprezzato soprattutto per essere colui che forse più di altri ha saputo costruire l’immaginario moderno-contemporaneo alpino ovvero il modo con il quale noi intendiamo le montagne – ad esempio è sua la celeberrima espressione “Le montagne sono le grandi cattedrali della Terra”.

Perché ve ne parlo? Beh, perché quella cesta con dentro una specie di tinozza che si vede sul tetto della carrozza (conservata a Brantwood, la storica residenza in Cumbria dove Ruskin visse fino a lungo e ove morì) non serviva a raccogliere o conservare acqua per abluzioni e altre cose utili durante gli spostamenti, ma era piena di libri. Libri da leggere che Ruskin portava sempre con sé al fine di averli a disposizione per i propri studi o per le semplici letture ricreative.
Una “libreria da viaggio” piuttosto bizzarra, certo, ma evidentemente al suo proprietario faceva comodo così.

È una cosa che mi ha incuriosito e affascinato. Un po’ come se oggi andassimo in vacanza lontano da casa e ci portassimo, oltre al necessario corredo da viaggio, un grosso trolley pieno di libri, ecco.

Altri tempi, certo: oggi ci sono gli e-reader a consentirci di risparmiare quell’ottocentesca fatica. Ma, pure con tali tecnologie a nostra disposizione, quanti fanno qualcosa di assimilabile?