Il camminare è una forma d’arte

Da una delle finestre della mia postazione di lavoro quotidiana posso vedere la Grigna Meridionale, o Grignetta, sul cui corpo montuoso, nonostante la distanza (oltre 15 km in linea d’aria dal mio punto in osservazione), distinguo nettamente la linea zigzagante dell’itinerario di salita alla vetta che percorre la cresta Cermenati, la “via normale” alla sommità e probabilmente uno dei sentieri non banali più famosi e frequentati delle Alpi italiane. Dalle immagini lì sopra potete constatare quanto sia visibile il tracciato in questione: la prima di esse mostra come la vedo io, quotidianamente (la qualità è quella dello zoom del cellulare, chiedo venia).  Una “impronta” evidentissima lasciata dal passaggio di chissà quanti escursionisti nel corso del tempo al punto da essere diventata un elemento distintivo della montagna, del suo paesaggio, e una scrittura antropica ben leggibile che narra la storia della relazione con essa delle genti che hanno frequentato e frequentano il luogo.

A osservarla, quella linea così netta impressa sul fianco della Grignetta, mi torna in mente ciò che scrisse Richard Long, uno dei padri della Land Art, a proposito di una delle sue prime e fondamentali “opere”, A Line Made By Walking, una semplicissima linea rimasta impressa sul terreno dal ripetuto cammino, avanti e indietro, dell’artista – la vedete nell’immagine qui sotto. La dimostrazione di come la relazione tra l’uomo e l’ambiente possa diventare, se non già sia per sua natura, un “fatto” creativo per eccellenza, una forma d’arte il cui supporto fondamentale è il territorio, con il “messaggio” dell’opera che si condensa nel suo paesaggio, inteso come la concezione culturale del territorio stesso. Un’opera, con la sua idea di fondo, che mi aiutò molto a esplorare il tema del camminare come pratica artistica, materiale e immateriale, poi espresso e illustrato in alcune conferenze di qualche anno fa.

Così scrisse Long, all’epoca:

Iniziai a camminare nella natura, e ciò sviluppò in me l’idea di fare scultura camminando. Il camminare stesso ha una sua storia culturale, dai pellegrini ai poeti erranti giapponesi, ai romantici inglesi fino agli escursionisti contemporanei (….) La mia intenzione era di fare una nuova arte che corrispondesse, al tempo stesso, ad un nuovo modo di camminare: il camminare come arte. La pratica del cammino nel paesaggio mi fornì un mezzo ideale per esplorare le relazioni tra il tempo, le distanze, la geografia e le misure.

Ecco, potrà sembrare forzata e esagerata l’attribuzione di una natura artistica ad un mero sentiero di salita a una montagna, tuttavia, come dicevo, la relazione umana con il territorio, e la concezione del paesaggio che ne deriva, ha molto a che fare con l’invenzione artistica, e in diverse forme di essa: quella “letteraria” – la traccia sul terreno come scrittura e narrazione della presenza umana nel luogo, appunto – , quella prettamente artistica – la traccia come atto di modificazione del territorio, dunque a suo modo architettonico, e come scultura, nel senso indicato da Long -, la traccia come testimonianza performativa collettiva e rappresentazione della storia del luogo in chiave antropica, eccetera.

D’altro canto, la nostra interazione con i territori e i luoghi, ancor più se particolari e particolarmente pregiato come quelli montani, è, deve essere a sua volta una forma d’arte:  una manifestazione costante di creatività e di espressione estetica nei riguardi del paesaggio, a sua volta elemento prettamente culturale, che deve avere connotati altrettanto costantemente virtuosi e valorizzanti, per noi stessi e per i luoghi stessi. Un’arte che spesso non sappiamo di poter coltivare ma che è a dir poco fondamentale e tra le più preziose, anche se le sue “opere” non verranno mai battute in nessuna casa d’aste: ma come si può conferire un valore a ciò che è formalmente inestimabile?

Armonie musicali in armonie montane

Ho la fortuna di conoscere personalmente Giuseppe Capoferri, apprezzato baritono classico dal prestigioso curriculum artistico e altrettanto ammirevole organizzatore di eventi culturali, che cura con grande impegno e passione autentica. Ma i suoi non sono eventi come tanti altri, dal momento che Giuseppe li realizza nei “suoi” (e miei) territori montani, portando esibizioni di qualità artistica assolutamente elevata e importanti iniziative in ambito musicale in luoghi, contrade e paesi sui monti tra lecchese e bergamasca, sovente piccoli e poco conosciuti gioielli di architettura rurale e di bellezza paesaggistica, ricchi di storia e di umanità, che sanno offrire una inopinata tanto quanto sublime scenografia per gli eventi proposti, in un potente connubio tra paesaggi naturali e paesaggi sonori che rende tali eventi dei momenti artistici estremamente affascinanti, per quanto possibile da non perdere.

Qui sopra vedete le locandine delle rassegne organizzate e curate da Capoferri lungo l’estate 2022. Se siete di zona o passerete qualche giorno di vacanza nelle località sedi degli eventi oppure se potete arrivarci, partecipatevi: vi assicuro che saranno esperienze veramente intense e armoniose, proprio come sa esserlo la grande arte musicale.

Luci di Solidarietà

Sono assolutamente felice di potervi consigliare un evento veramente molto bello e importante che dopo due anni di forzata assenza torna sabato 9 aprile prossimo: Luci di Solidarietà, fiaccolata lungo uno spettacolare tratto della DOL – Dorsale Orobica Lecchese, in ricordo dell’alpinista bergamasco Mario Merelli e a sostegno del Kalika Family Hospital, struttura ospedaliera sorta in Nepal ad uso della popolazioni locali proprio grazie all’impegno di Merelli, del quale quest’anno si ricorda il decennale dalla tragica scomparsa. È anche un modo prezioso per concretizzare nei fatti quel famoso motteggio, «la montagna è scuola di vita», in forza del quale la solidarietà si manifesta come uno dei migliori e più compiuti insegnamenti da mettere in pratica.

Sono molto contento anche per l’amico Giuseppe Capoferri, anima e motore dell’evento nonché rinomato baritono, in quanto conosco bene l’impegno e l’entusiasmo da sempre posto nell’organizzazione della fiaccolata e nel portare avanti gli ideali di solidarietà che vi stanno alla base, e posso immaginare la gioia di ripartire dopo i due anni di assenza imposta dal Covid.

Sulla locandina in testa al post trovate tutte le informazioni utili per partecipare alla fiaccolata; qui sotto potete invece vedere il servizio dedicato all’evento da Unica TV.

Il posto dove due grandi montagne si sono azzuffate

Siete mai stati in mezzo a due montagne? Sì, intendo proprio dire tra l’una e l’altra, nel punto in cui due diversi monti si toccano… anzi, dove per certi versi si sono azzuffate, nel bel mezzo dei loro corpi rocciosi coi segni della “rissa”, insomma.

Sui monti sopra Carenno c’è un luogo che permette di vivere questo piccolo ma emozionante “prodigio”, un luogo speciale e per certi versi “segreto” in quanto, non essendo posto lungo i sentieri di abituale percorrenza della zona e restandone un poco discosto e appartato, non è conosciuto da molti. È il punto in cui il gruppo del Resegone, con la sua estrema propaggine meridionale, tocca quello dell’Albenza: per alcune decine di metri i margini dei corpi rocciosi dei due monti corrono paralleli, come i bordi di una grande ruga o d’una ferita sull’epidermide terrestre, nella parte bassa creando una specie di piccola gola, profonda solo qualche metro, le cui pareti ne distano al massimo un paio. Entrando nella gola da questa parte, avrete a sinistra il fianco composto da Dolomia Principale, la roccia che forma il Resegone, mentre a destra il fianco composto dal Calcare di Zu del gruppo dell’Albenza. Soprattutto a sinistra, addentrandovi nell’esigua forra, noterete sulla roccia innumerevoli striature, parallele tra di loro, in certi casi così perfette e lisce da pensare che siano state fatte da mano umana. Buona parte della parete si presenta così, quasi totalmente decorata, assumendo una consistenza che è piacevole da toccare, da accarezzare… e chissà, magari sfiorandola potrete percepire l’immane forza ancestrale che ha generato tutto ciò, sentendovi dentro il tempo, a contatto con la genesi primordiale di queste montagne e del territorio in cui state.

Questo luogo speciale, tale piccola e all’apparenza banale forra, è in realtà una spettacolare zona di faglia, cioè un punto di movimento e di attrito tra due parti della crosta terrestre. Qui, per chissà quanti milioni di anni, il Resegone e l’Albenza si sono scontrati, spintonati, reciprocamente ammaccati, hanno strisciato l’uno contro l’altra con immane forza, e le striature che vedrete sulle pareti, dette strie di frizione, sono proprio il risultato di quello scontro. Probabilmente è stato il Resegone che, scivolando da Nord verso Sud, come è appurato che fece – accadde circa 90-100 milioni di anni fa, quando iniziò l’orogenesi delle Alpi e delle Prealpi e il Resegone emerse dalle acque della Tetide, l’oceano che a quel tempo copriva gran parte della Terra – è andato infine a sbattere contro l’Albenza, bloccandosi lì dopo chissà quanto violento strattonarsi reciproco. Anche la piccola forra è il risultato dello scontro: è una breccia tettonica, generata dalla frantumazione delle rocce dei due corpi montuosi proprio a causa dell’attrito, ed è parte di un sistema di faglie detto Faggio-Morterone-Carenno, assai noto ai geologi, che in pratica delimita il corpo roccioso del Resegone a Oriente e a Meridione. La forza di attrito fu così enorme da disintegrare la roccia in sabbia fine, che fece di questa zona una cava utilizzata tra Otto e Novecento dai montanari del posto per l’edificazione di case, baite e stalle che si possono vedere nei dintorni – infatti è una delle tappe del percorso didattico-naturalistico del Museo del Muratore di Ca’ Martì, che ha sede a Carenno.

È un luogo assai particolare, insomma, tanto poco noto quanto emozionante, che sembra starsene un po’ nascosto tra le nervature della montagna e l’ombra del bosco per conservare il suo piccolo-grande “tesoro”: la solidificazione dell’energia della Terra e del tempo geologico in cui si è manifestata, come una sorta di macchina del tempo che non fa viaggiare chi vi entra ma gli (tras)porta accanto un’antichissima dimensione spazio-temporale, immobile nella fissità delle rocce ma assolutamente viva e vitale nelle percezioni, nelle sensazioni e nelle relative riflessioni che genera. A starsene lì, in mezzo alle due montagne, godendo della bizzarra bellezza di quelle rocce, è in fondo come penetrare nella storia ancestrale del nostro mondo, in un ordine di tempo che noi umani nemmeno possiamo concepire ma la cui forza evocativa possiamo certamente provare a immaginare, magari così assorbendo quel che resta in loco della immane energia che l’ha creato.

Camminare è un arte! (Ovvero: sulla prossima presentazione d’una nuova carta dei sentieri…)

Immagine-mappa-triplaMartedì 5 luglio prossimo, a Carenno, bellissima località sulle Prealpi Bergamasche a Sud del manzoniano Resegone, ci sarà la prima presentazione pubblica della nuova “Carta dei Sentieri Carenno, Costa Valle Imagna, Torre De’ Busi”, prodotta da Ingenia Cartoguide – una delle più prestigiose editrici cartografiche italiane – alla quale ho partecipato in veste di coordinatore e curatore delle schede informative che arricchiscono la carta sul retro. Altre presentazioni seguiranno, in località della zona interessata dalla carta (e non solo), nelle settimane successive.
La carta copre una delle più belle porzioni di territorio collinare e montano delle Prealpi lombarde, compreso tra il gruppo del Resegone e la vetta del Monte Linzone, tra le Valli Imagna e San Martino: zona di bellissimi sentieri e panorami infiniti, di innumerevoli emergenze storiche, architettoniche, rurali e culturali in genere, di tesori geologici, paleontologici, speleologici, botanici, di foreste maestose, alberi monumentali, sublimi ondulazioni prative, luoghi misteriosi e ancora selvaggi ove si tramandano leggende dal sapore ancestrale ma pure dove si può studiare, ad esempio, l’evoluzione della novecentesca frequentazione turistica della montagna – in fondo sono monti, questi, che distano neanche un’ora d’auto dal centro di Milano… Insomma, una zona da conoscere a fondo e frequentare assiduamente, per quante sorprese può donare a chi la esplora.

Quello con Ingenia è un lavoro che ormai da due stagioni porto avanti e che mi permette di concretizzare geo-graficamente, per così “letteralmente” dire, le attività di studio culturale (in senso generale) del territorio variamente antropizzato, in particolare di quello di montagna, portandole a supporto di quella che è l’opera par excellence di rappresentazione della Terra, ovvero del territorio nel quale viviamo e col quale interagiamo, più o meno virtuosamente.
Una carta geografica, ancor più se dotata d’una funzionalità escursionistica altamente dettagliata – come è la norma per le produzioni Ingenia – è veramente un’opera nel senso più alto e ampio del termine. Non solo un foglio riportante una rappresentazione del terreno con strade, case, sentieri o che altro, ma un perfetto connubio tra i due elementi sostanziali che connotano un’autentica opera creativa: corpus mysticum e corpus mechanicum, cioè il contenuto intellettuale, con il messaggio tematico e culturale proprio, e il supporto materiale, con le funzionalità pratiche ad esso conferite.
Insomma, in parole più semplici: una carta dei sentieri non è soltanto uno strumento utile a raggiungere il rifugio sui monti ove mangiarsi un piatto di polenta ovvero a non perdersi tra boschi e valli. In primis, essa è la migliore, più immediata ed efficace e a volte più estetica rappresentazione del territorio, un formidabile strumento di conoscenza il quale, attraverso i propri segni grafici, ci rende subito l’idea, la forma, la sostanza e il valore (da intendersi “culturale” in senso lato, dunque pure antropologico e sociologico) di quel pezzo di pianeta al quale fa riferimento nonché della gente che lo ha abitato e lo abita tutt’ora. Per questo, la carta dei sentieri è anche un dettagliatissimo e illuminante testo storico: ogni traccia umana riportata sul fondo grafico – strade, sentieri, mulattiere, case e paesi, edifici religiosi e rurali, fontane, sorgenti e così via – ci racconta la storia di chi è transitato su quelle strade e sentieri, sul perché sia transitato proprio lì e non altrove, su dove si sia fermato e abbia reso stanziale il suo transito, eccetera. Ribadisco sempre che il territorio è come un libro aperto sulle cui pagine l’uomo ha scritto la propria storia, e i segni grafici di tale scrittura storica sono proprio gli itinerari, le case, i paesi e ogni altra impronta antropica lasciati nel corso dei secoli.
D’altro canto con ciò non sto scoprendo nulla di nuovo: semmai riaffermo da par mio quanto attestato in passato da grandi personaggi della geografia, veri e propri filosofi della Terra come Élisée Reclus, il quale forse più di ogni altro mise in evidenza e sancì in modo ineluttabile il legame strettissimo tra storia e geografia: due discipline l’una causa/effetto dell’altra dacché la prima ha da sempre determinato la seconda – ben più che i confini politici tracciati dai potenti, ad esempio – e la seconda ha inevitabilmente influenzato la prima, su grande scala ma pure nei piccoli territori.
Ma vado ancora oltre: una carta dei sentieri può essere anche – inopinatamente ma pure innegabilmente, e capirete a breve il perché – un testo didattico d’arte. Già, proprio così: il territorio ovvero il paesaggio, infatti, è un elemento culturale – non lo dico io ma è la stessa UNESCO a sancirlo, oltre che l’articolo 1 della Convenzione Europea del Paesaggio) – “il cui aspetto o carattere derivano dalle azioni di fattori naturali e/o culturali (antropici)” – appunto. Non solo, dacché nel paesaggio è evidente anche il valore estetico, suscitante reazioni emozionali né più ne meno simili a quelle generate dalle opere d’arte: è inutile dire che è proprio il paesaggio uno degli elementi che più facilmente le persone assimilano al concetto di “bellezza”, dunque a quel valore estetico-emozionale che, come detto, rimanda direttamente all’espressività artistica. Che è, però, attività umana: ma qual è lo “strumento” primario a disposizione dell’uomo per correlarsi all’elemento culturale e “artistico” che è il paesaggio? Risposta semplicissima: il camminare. Attività “ovvia” dell’essere umano eppure fondamentale forse come nessun altra per l’evoluzione della nostra civiltà e, nella notte dei tempi come oggi, pratica insostituibile per la conoscenza, l’esplorazione, la lettura, la comprensione e l’approfondimento culturale del paesaggio, ovvero del territorio in cui ci si ritrova a muoversi. Per questo il camminare può e deve (anche) essere considerata una pratica esteticaFrancesco Careri ha scritto un bellissimo volume sul tema, nel quale peraltro racconta come effettivamente diversi movimenti artistici (e relativi esponenti) del Novecento hanno considerato il cammino come una forma artistica, dal Dada ai Lettristi fino alla contemporanea Land Art – e, per lo stesso motivo ovvero per conseguenza, tornando a quanto asserito poco fa: ebbene sì, una carta di sentieri, in quanto primario strumento d’invito al camminare nel territorio naturale e di cognizione non solo geografica di tale pratica, può essere ben considerata anche un testo didattico d’arte. Assolutamente.

Carenno02
Se sarete in zona, dunque, vi invito alla suddetta presentazione di martedì 5 luglio a Carenno. Ne uscirete con una considerazione ben più ricca e approfondita d’un gesto così elementare e ugualmente trascurato come il camminare. In fondo, come spesso accade, è nelle piccole cose che si generano le più grandi e importanti verità, così come dai minimi gesti individuali possono scaturire le più grandi e virtuose rivoluzioni…