Il nuovo ponte sospeso della Valvarrone svilupperà il territorio apportandovi benefici o lo degraderà generando disagi ai suoi abitanti?

[Veduta da oriente del territorio della Valvarrone; a destra si vede il centro di Premana.]
Forse già saprete (altrimenti lo state per sapere) che in Valvarrone, tra le montagne della provincia di Lecco, si sta realizzando un nuovo ponte pedonale sospeso (il “Ponte dei Minatori”) che, una volta ultimato, sarà «il più alto d’Europa», a scopi prettamente turistici. È un’opera che in passato ho esaminato e criticato varie volte in base a numerose motivazioni che potete leggere in questi articoli, sovente ripresi anche dalla stampa locale.

Di recente (il giorno 8 settembre, per la precisione) su “LarioNews”, uno degli organi di informazione locale, è stata pubblicata un’intervista al Sindaco del comune di Valvarrone Luca Buzzella il quale, rispondendo alle domande poste dal giornale, ha fornito le sue considerazioni a sostegno del nuovo ponte. Dal momento che nell’articolo sono stato citato come “critico” dell’opera [1], e siccome resto fermo in questa mia opinione nel rispetto assoluto della posizione del primo cittadino valvarronese – in quanto tale e come cittadino residente in loco -, ripropongo di seguito l’intervista al sindaco aggiungendo in calce a ogni sua risposta le mie ulteriori considerazioni. Non tanto per controbattere alle sue ma per mantenere ben alimentato, equilibrato nonché, mi auguro, costruttivo il dibattito sul tema specifico (anche dopo l’apertura del ponte) e riguardo opere del genere: per questo ringrazio il sindaco Buzzella per aver offerto a “LarioNews” le proprie articolate opinioni e così rimesso in evidenza il “caso” del ponte sospeso della Valvarrone, particolarmente emblematico in forza delle notevoli specificità (e criticità) del territorio che lo sta per ospitare e per altri casi simili che si riscontrano sulle montagne italiane.

Sindaco, il Ponte dei Minatori sta prendendo forma ma ha anche suscitato critiche. C’è chi lo considera un’opera fuori contesto, potenzialmente capace di generare disagi e di compromettere il paesaggio. Come risponde?

«Comprendo che un’opera così visibile e particolare possa suscitare opinioni diverse, ma occorre collocarla nel suo contesto reale. Il Ponte dei Minatori è un’opera completamente a carico di una società privata, ma si inserisce in un progetto molto più ampio: la valorizzazione culturale e turistica di una parte dismessa delle miniere di feldspato di Lentree e dell’omonimo borgo, ormai pressoché “fantasma”. Non parliamo quindi di un’attrazione isolata, pensata unicamente per richiamare visitatori. L’obiettivo è recuperare la memoria storica delle miniere e di una comunità che per oltre un secolo ha rappresentato una parte importante dell’identità di Tremenico e dell’intera Valvarrone. Il ponte costituisce un elemento di accesso e collegamento, ma il cuore dell’iniziativa resta il percorso culturale, storico e paesaggistico legato alle miniere, al borgo di Lentree e all’antica mulattiera sul Varrone.»

Proprio «collocandolo nel suo contesto reale», cioè nel paesaggio (nel senso più ampio e articolato del termine) della Valvarrone, il ponte appare fuori luogo, anche nella bontà dell’idea di valorizzare culturalmente la zona mineraria di Lentrèe che vuole essere, negli intenti, il cuore dell’iniziativa: ma è un cuore la cui “pulsazione” è stata portata altrove, sul ponte-attrazione – inevitabilmente lo è visto che da subito è stato presentato enfaticamente come «il più alto d’Europa» – che in quanto tale attirerà un pubblico il cui interesse fondamentale sarà proprio centrato sul ponte, come accade con ogni altra infrastruttura simile che d’altro canto nasce per questo, non per altri fini. È il classico elefante nella cristalleria e non si può certo pensare di poter valorizzare la “cristalleria” della Valvarrone piazzandoci in mezzo cotanto ingombrante pachiderma sospeso. Posso capire che l’idea sia quella di usare il ponte come elemento attrattivo di un pubblico il più ampio possibile cercando poi di deviarlo verso le specificità culturali del luogo: ma, nonostante il finanziamento privato dell’opera, il gioco vale la candela? I rischi che l’opera impone al luogo e alla sua comunità non sono eccessivi? È stato elaborato un piano articolato di sviluppo costante della proposta culturale, ben supportato da competenze adeguate, che contempli la presenza del ponte ma non ne sia totalmente dipendente? Essendo poi tali opere delle attrazioni “a scadenza” – nel senso che attirano visitatori fino alla prossima che verrà realizzata altrove ancora più alta, più lunga, più ardita e spettacolare, eccetera – su quali garanzie di durata nel tempo si può elaborare il progetto di valorizzazione culturale e, soprattutto, confidare nel buon esito di esso nel lungo periodo?

[Due immagini recenti dei lavori di costruzione del ponte, tratte dalla stampa locale.]

Le contestazioni riguardano anche il modello turistico: il timore è che prevalga un turismo “da foto”, veloce e poco rispettoso dei luoghi. Come intendete evitare questo rischio?

“Il nostro obiettivo non è inseguire il turismo mordi e fuggi, né basare il futuro della Valvarrone su una sola opera. Vogliamo sviluppare il sistema turistico e culturale della valle in modo sostenibile e graduale, rafforzando la rete dei punti di interesse inseriti nell’Ecomuseo della Valvarrone. Naturalmente non è possibile prevedere con precisione quali saranno i flussi, soprattutto nei primi mesi di apertura. Proprio per questo l’impegno dell’amministrazione sarà quello di monitorare la situazione, affrontare le criticità che dovessero emergere e cercare soluzioni concrete. L’intenzione è trasformare l’interesse per il ponte in un’opportunità per, non in una semplice tappa da consumare velocemente”.

Le osservazioni del sindaco sono giuste e in parte condivisibili, tuttavia mi viene difficile comprendere come, a fronte di un’opera come il ponte, non si voglia inseguire il «turismo mordi e fuggi» sul quale vivono attrazioni del genere – sono fatte per questo, d’altro canto, formalmente non è una loro colpa. E il «conoscere la valle, la sua storia, le sue frazioni e le sue attività» richiede un modello di frequentazione turistica responsabile e consapevole che non solo appare in antitesi a quello che il ponte propone ma vi risulta anche in chiaro contrasto. Chi frequenta i luoghi per conoscerne la cultura peculiare, come dimostrano le statistiche del comparto turistico, generalmente evita quelli che offrano attrazioni tipiche del turismo massificato, a meno che sappiano offrire la possibilità di frequentarli in maniera approfondita, articolata e compiuta a prescindere dalle opere meramente turistiche, le quali infrastrutturano i luoghi ma inevitabilmente ne banalizzano il paesaggio e depauperano l’anima peculiare che li rende unici. Di sicuro un ennesimo ponte sospeso simile a tanti altri già esistenti fa di un luogo per molti versi unico, dunque naturalmente attrattivo come la Valvarrone, una «meta turistica» simile alle tante altre con un’ennesima attrazione che la identificherà, con buona pace delle miniere e della loro storia.

Quali altri interventi sono previsti accanto al ponte e con quali risorse saranno realizzati?

“Il progetto comprende la valorizzazione delle miniere e del borgo di Lentree, la creazione di nuovi posti auto e l’adeguamento dell’accessibilità nell’area vicina al ponte, sul versante di Tremenico. Questi interventi sono in capo alla Comunità Montana Valsassina, Valvarrone, Val d’Esino e Riviera e al Comune di Valvarrone. Le opere sono finanziate da Regione Lombardia e Fondazione Cariplo attraverso il progetto “Emblematico Maggiore”, una misura le cui risorse vengono assegnate alla Provincia di Lecco ogni quattro anni per iniziative considerate di particolare valore e importanza territoriale. Purtroppo proprio la parte relativa alle opere pubbliche ha accumulato ritardi, soprattutto per ragioni burocratiche e per alcune vicende societarie che hanno costretto la parte pubblica a ripercorrere quasi da zero il procedimento per l’assegnazione delle risorse. Non è stato semplice, ma lo sforzo del Comune e della Comunità Montana, con il supporto di Fondazione Cariplo e Regione Lombardia, ha consentito di non perdere i finanziamenti ottenuti”.

La risposta del sindaco in verità denota un progetto piuttosto scarno e scarso di interventi realmente importanti, al netto di quelli sulle miniere (sui quali peraltro sarebbe bello saperne di più, visto che la stampa ad oggi non ha fornito molti dettagli al riguardo). E chiunque conosca la zona sa bene – e tanti mi hanno sempre detto, ogni qualvolta si parlasse della questione – che «la creazione di nuovi posti auto e l’adeguamento dell’accessibilità nell’area vicina al ponte» rappresentano azioni pleonastiche rispetto alla problematicissima viabilità d’accesso alla valle sia dal lago che dalla Valsassina, fatta di strade che, al netto dell’asfalto, sono sostanzialmente rimaste quelle di un secolo fa. Oltre ad essere interventi, quelli citati dal Sindaco, che pur nell’ipotesi apprezzabile di migliorare l’accessibilità nella zona del ponte, corrono invece il rischio di peggiorarla grandemente, peggiorando di conseguenza la vivibilità dei residenti, in assenza di un rigido controllo degli accessi che d’altro canto apparirebbe contraddittorio alla natura turistica del ponte e di quanto ad esso concernente. Un progetto per molti versi vacillante già in partenza, dunque. In quanto ai ritardi, be’…  anche la Valvarrone è in Italia, purtroppo.

[Veduta della zona mineraria di Lentrèe.]

Quando potranno essere completati il percorso culturale e la valorizzazione dell’area mineraria? Il ponte aprirà prima del resto del progetto?

“Quando il percorso è iniziato, il mio auspicio era che tutto potesse essere inaugurato nello stesso momento: ponte, miniere, borgo di Lentree e itinerario di visita. I ritardi hanno però modificato questa prospettiva. La società che sta realizzando il ponte ha comunicato che i lavori dovrebbero terminare entro la fine di settembre e che l’apertura al pubblico potrebbe avvenire in ottobre. Il ponte è in fase avanzata di costruzione e, naturalmente, ha ottenuto le autorizzazioni necessarie dagli enti competenti al termine di un lungo iter burocratico. Le opere pubbliche procederanno con tempi differenti. Per il Comune, però, il recupero delle miniere dismesse resta fondamentale: è un patrimonio che non può essere perso, perché racconta ciò che quelle attività hanno significato per Tremenico e per la sua comunità. Anche l’antica mulattiera che scende al fiume Varrone e risale verso Lentree sarà ulteriormente valorizzata come itinerario complementare”.

Questo trovo che sia un punto estremamente critico. In pratica, un’opera già altamente autoreferenziale e di matrice puramente ludico-ricreativa come il ponte sospeso attirerà visitatori prima che tutta la parte culturale del progetta sarà terminata e fruibile, dunque estraendo da questa l’interesse potenziale con il rischio che, passata la novità del ponte, il progetto di recupero delle miniere e del borgo di Lentrèe non possa più contare sulla sua spinta turistica. E con il possibile paradosso generato dal fatto che il calo d’interesse verso il ponte finirebbe per giovare alla fruizione della (bellissima) mulattiera recuperata, con il primo che manifesterebbe tutta la sua decontestuale ridondanza sul paesaggio della valle e sulla sua frequentazione consapevole. Una situazione che d’altro canto denota la stortura di fondo spesso (se non sempre) presente in questi interventi, poco organici e articolati anche perché composti da azioni che non si possono equilibrare reciprocamente e non risultano di reale, proficuo supporto le une alle altre. L’elefante nella cristalleria di cui ho già scritto poco fa, insomma, il quale o si è in grado di tenerlo perfettamente immobile (ma non avrebbe senso, nel caso) oppure qualche danno inevitabilmente lo combinerà.

Un’altra preoccupazione riguarda la viabilità: la Sp 67 presenta punti critici e l’arrivo di visitatori potrebbe aumentare le difficoltà. Che cosa state facendo su parcheggi, accessi e trasporto pubblico?

“È un tema centrale. Il Comune sta progettando l’ampliamento del parcheggio esistente e un nuovo collegamento con la Sp 67, per rendere l’accesso più sicuro e più agevole. Nell’attesa di queste opere, abbiamo incaricato un professionista di elaborare una soluzione temporanea per parcheggi e viabilità. Sappiamo bene che la Sp 67 presenta criticità in più tratti. La Provincia di Lecco sta già realizzando lavori di adeguamento e messa in sicurezza di alcune porzioni di strada, mentre altri interventi sono in programma. Abbiamo inoltre chiesto all’Agenzia del trasporto pubblico di ripristinare alcune corse nei giorni festivi. Sarebbe un beneficio non soltanto per i visitatori, ma anche per residenti e ospiti delle strutture ricettive. L’obiettivo è evitare che l’eventuale successo dell’iniziativa ricada negativamente sulla qualità della vita dei cittadini”.

Eccolo qui l’altro punto dolentissimo, forse più di ogni altro. Come già accennato, le strade che percorrono la Valvarrone sono tra le più strette, tortuose e obsolete di Lombardia nonché a rischio di dissesto idrogeologico: la cristalleria nella quale è stato piazzato l’elefante ha pure un’entrata stretta, scomoda e precaria, per restare nella metafora citata. Posta tale situazione, «progettare l’ampliamento del parcheggio esistente e un nuovo collegamento con la Sp 67, per rendere l’accesso più sicuro e più agevole» (a cosa? Al ponte? E vita quotidiana degli abitanti?) è pleonastico, ribadisco, così come sapere che la Provincia di Lecco «sta realizzando lavori di adeguamento e messa in sicurezza di alcune porzioni di strada» (di alcune porzioni?) e che «altri interventi sono in programma» (quali? Quando?) non garantisce alcun miglioramento reale e concreto alla situazione in essere. «L’obiettivo è evitare che l’eventuale successo dell’iniziativa ricada negativamente sulla qualità della vita dei cittadini» sarebbe da elaborare e mettere in atto prima di realizzare opere del genere: il rischio di scaricare sulle spalle dei cittadini le ricadute negative sulla qualità della loro vita non è ammissibile. Come a dire: facciamo il ponte, godiamoci il suo successo e poi si vedrà che accade. Credo che questo rappresenti una mancanza notevole da parte di una pubblica amministrazione: prima si analizza la problematica, prima si elaborano i rimedi e le soluzioni efficaci, prima si scarica la comunità locale dei rischi sulla qualità di vita, e poi ci si progetta e adatta ogni altra cosa. Questo significa «collocare l’opera nel suo contesto reale», e quanto affermato qui dal sindaco mi fa temere ancor più di prima che a tali parole non siano al momento seguiti fatti concreti ovvero che di quel contesto non si sia pienamente rilevato il senso. Coltivando nel frattempo l’utopia che, visto quanto sopra, tutto il flusso turistico o quasi sia gestito e movimentato dal trasporto pubblico e da navette. Ma la definisco una “utopia” non a caso, purtroppo.

Che ruolo ha avuto la comunità di Tremenico? E quali ricadute concrete vi aspettate per le frazioni più interne della Valvarrone?

“La comunità di Tremenico è stata coinvolta fin dall’inizio, sia negli incontri pubblici sia nella ricerca storica, materiale e immateriale, necessaria per costruire il percorso di visita. Oggi possiamo contare su un gruppo attivo di circa venti volontari, che continua a lavorare sui contenuti culturali dell’iniziativa. In questi mesi, mentre il ponte prendeva forma, ho incontrato persone interessate ad aprire attività pubbliche, come bar o punti vendita di generi alimentari, oppure a contribuire alla rivitalizzazione del borgo di Lentree. È un segnale importante. La Valvarrone, soprattutto nelle località più lontane dal lago, sembrava destinata a un lento spopolamento. Negli ultimi anni, anche grazie al richiamo del Lago di Como e alla crescita dei prezzi immobiliari sulla sponda lariana, il trend demografico è cambiato. Le scuole dell’infanzia e primaria hanno registrato una crescita e una maggiore stabilità degli alunni; il mercato immobiliare mostra segnali di ripresa anche nelle località di fondovalle, con interesse da parte di cittadini europei ma anche di famiglie che scelgono di trasferirsi qui. Questa, per noi, è la notizia più significativa: riportare vita, servizi e opportunità nelle nostre frazioni. Il ponte non è la soluzione a tutto, ma può contribuire a riaccendere attenzione su un territorio che merita di essere conosciuto e valorizzato”.

A tali osservazioni – di nuovo spesso apprezzabili e condivisibili – del sindaco replico con la risposta più concreta che ci sia, quella scaturente dai dati demografici del comune di Valvarrone, che traggo dal portale “TuttItalia.it” e propongo di seguito:

Purtroppo, i dati non sembrano confermare il cambio del trend demografico locale segnalato dal sindaco, e anche al rimbalzo della popolazione tra il 2023 e il 2024 è seguito la ripresa del calo di abitanti: 506 al 31 maggio 2026 (ultimo dato rilevato), 6 in meno rispetto a fine 2024 e ben 86 in meno rispetto a solo dieci anni fa. Inoltre l’indice di vecchiaia, che rappresenta il grado di invecchiamento della popolazione dato dal rapporto percentuale tra il numero degli ultrassessantacinquenni e quello dei giovani fino ai 14 anni, è drammatico: in Valvarrone ci sono 409,8 anziani ogni 100 giovani, e d’altro canto la popolazione in età scolare dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado (0-14 anni: asilo, elementari e medie, insomma) è diminuita in soli dieci anni di ben 34 unità e presenta un trend di calo costante. Altri indici della struttura demografica invece non sono così pessimi – sono anche migliori di quelli di molte rinomate e iper-turistificate località alpine lombarde! – il che segnala che, al netto delle criticità appena rilevate, sul territorio valvarronese si può lavorare al fine di salvaguardarne le specificità socio-economiche e di rimando demografiche: ma, ribadisco, occorre un progetto articolato, organico, strutturato, di lungo termine in grado di mettere in rete ogni soggetto economico locale e ogni elemento capace di costruire e alimentare la comunità con la comunità stessa e le proprie esigenze. Detto ciò, è cosa buona che vi siano «persone interessate ad aprire attività pubbliche, come bar o punti vendita di generi alimentari, oppure a contribuire alla rivitalizzazione del borgo di Lentrèe»: ma su quali basi concrete tali attività economiche si potrebbero reggere? Grazie a quali (indispensabili) sostegni da parte dell’amministrazione pubblica (non solo del comune, intendo)? E con quali scopi coerenti e durevoli si può contemplare la rivitalizzazione del borgo? Purtroppo nessuna attività economica come quelle citate si può reggere sul turismo intermittente e la Valvarrone non potrà mai ospitare flussi turistici ingenti e costanti (anzi, mi auguro che nemmeno li auspichi!); d’altro canto bar e negozi di vicinato chiudono anche in località che di turismo vivono per la gran parte dell’anno – basti pensare alle già citate località montane lombarde. E spesso ciò accade proprio quando il turismo diventa un elemento troppo ingombrante da sostenere e assimilare nella realtà locale e dalla comunità che lo abita.

[Due vedute del nucleo di Lentrèe, qui sopra una estiva risalente agli anni Settanta del Novecento e, sotto, una invernale più recente, dalla quale si denota il rimboschimento della zona che ha avvolto le case del nucleo. Immagini tratte da https://mappedicomunita.liberisogni.org/luogo/lentree/ .]

In definitiva, quale messaggio vuole lasciare ai cittadini, anche a chi guarda al progetto con perplessità?

“Il confronto è legittimo e le critiche, quando sono espresse con attenzione al bene della comunità, vanno ascoltate. L’amministrazione ha riconosciuto la pubblica utilità del ponte attraverso una convenzione nella quale sono stati fissati principi e paletti chiari, a tutela dei soggetti coinvolti e del territorio. Dovremo dimostrare nei fatti che questo progetto può portare benefici, evitando disagi e correggendo eventuali problemi. Ma credo che recuperare le miniere, la memoria dei minatori, il borgo di Lentree e gli antichi percorsi della valle rappresenti un investimento sul futuro della nostra comunità. Un ponte, del resto, non è soltanto una struttura ingegneristica: può essere anche il simbolo di un collegamento, della volontà di unire e di superare diffidenze e indifferenza”.

Ormai il ponte è quasi terminato e a breve diventerà una presenza costante del paesaggio e della quotidianità della Valvarrone. Di nuovo l’impressione che si ricava dalla vicenda è che, una volta deciso che il ponte – per dirla manzonianamente – “s’haveva da fare”, nessuno spazio di interlocuzione reale al riguardo sia stato ammesso. E d’altronde mi chiedo come mai l’articolato studio sulla Valvarrone, sulle sue specificità, sulle criticità presenti e sulle potenzialità coltivabili effettuato dal DAStU – Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano nel 2023 (ne scrissi qui) non sia mai stato preso in seria considerazione: un territorio particolare come quello valvarronese avrebbe bisogno proprio di un progetto del genere, speciale e specifico, non certo – a mio parere – di un copia-incolla calato nella realtà territoriale senza un effettivo ed elaborato senso del contesto.

Ora, l’augurio è che per il paesaggio valvarronese e per chi vi abita il ponte non diventi una presenza troppo ingombrante, invasiva, destabilizzante, alienante, dunque una fonte di disagio e di degrado del benessere residenziale della comunità locale – come è successo in altri luoghi sottoposti a interventi simili. Parimenti auguro che l’intento dichiarato dal sindaco di  «dimostrare nei fatti che questo progetto può portare benefici, evitando disagi e correggendo eventuali problemi» non resti lettera morta ma che realmente la volontà di portare benefici concreti e di lungo termine agli abitanti della Valvarrone venga realizzata, a prescindere dal ponte – perché sarebbe veramente un dramma se la Valvarrone diventasse “ostaggio” del ponte, sia nel bene che, ovviamente, nel male. Personalmente, data la mia esperienza costruita in circostanze simili un po’ ovunque sule montagne italiane, resto scettico ma ovviamente spero di sbagliarmi e comunque non smetterò – e auspico che nessuno tra chi s’interessa in vario modo di montagne smetta – di osservare, analizzare, studiare e, quando sia il caso, salvaguardare la Valvarrone, territorio di grande fascino e altrettanti pregi che lo merita assolutamente.

[1] Ovviamente non sono il solo a esprimere dubbi e critiche sul nuovo ponte della Valvarrone. Alcune altre voci contrarie le ho citate (e linkate) nei miei articoli scorsi, mentre tra i più recenti – è del 13 agosto 2026 – ce n’è uno molto chiaro e eloquente su “GognaBlog”, il blog di Alessandro Gogna, che trovate qui: https://gognablog.sherpa-gate.com/il-ponte-dei-minatori/

 

Sul nuovo ponte sospeso della Valvarrone, che sarà pronto a ottobre

[Foto di Simone Belletti, tratta da www.laprovinciaunicatv.it.]
In Valvarrone, tra le montagne della provincia di Lecco che si affacciano sull’alto Lago di Como, continuano i lavori per il “Ponte dei Minatori”, la nuova passerella sospesa (o ponte tibetano) ad uso turistico che, una volta terminata, sarà la più alta d’Europa, e di contro io continuo a pensare, come ho già rimarcato più volte in passato, che il ponte per il territorio in questione rappresenta un’opera fuori contesto e che nel tempo produrrà numerosi disagi alla popolazione locale e degrado paesaggistico e culturale del luogo.

Secondo i promotori, il “Ponte dei Minatori” (finanziato con capitali privati, per fortuna) «potrà contribuire a proiettare la valle in una dimensione internazionale, attirando visitatori da tutta Europa e trasformandosi in un nuovo simbolo dell’offerta turistica del comprensorio.» Affermazioni che, con rispetto parlando, a me sembrano fin troppo pompose e parecchio alienate dal contesto che è la Valvarrone, una delle zone del territorio lecchese più affascinanti ma pure di più difficile accesso viabilistico, assolutamente non adatta a un turismo troppo cospicuo e massificato. Sostengono, i promotori del ponte, che esso «rappresenta il fulcro di un più ampio progetto di valorizzazione della Valvarrone. Accanto al ponte sono previsti interventi di recupero dei sentieri storici e iniziative dedicate alla valorizzazione dell’antico patrimonio minerario, con l’obiettivo di rilanciare il borgo di Lentrée e creare nuove opportunità di sviluppo economico e turistico.» Mi auguro vivamente che non siano parole gettate al vento come le precedenti pur di giustificare un’opera così impattante sul paesaggio locale e che dietro di esse vi sia realmente un piano di sviluppo socioeconomico e culturale a lungo termine del territorio al cui centro vi sia la sua comunità e le necessità atte alla sua residenzialità stanziale e dignitosa, prima che il godimento ludico-ricreativo del ponte da parte dei turisti (legittimo ma non certo preponderante sul primo obiettivo). Tuttavia, ribadisco, di questi aspetti ne ho già scritto a lungo, in passato, naturalmente beccandomi gli improperi di alcuni locali che evidentemente non amano il confronto civile delle idee. Amen!

Posto quanto avete letto fin qui, resto ben fermo nella mia convinzione che l’idea alla basi di tali attrazioni turistiche sia di mero sfruttamento consumistico del territorio, espressione di un modello turistico da “luna park alpino” sostanzialmente estrattivo, che punta sulla quantità di presenze (da poter poi vantare sui media come “successo” dell’opera) più che sulla qualità della proposta turistica, che è tale – ribadisco – quando apporta vantaggi innanzi tutto alla comunità locale, oltre che generare un’esperienza interessante per i visitatori. Di tali grandi ponti sospesi in Italia ce ne sono ormai una cinquantina oltre a innumerevoli di taglia più piccola, e altri se ne realizzeranno – ovviamente ad inseguire record europei o mondiali di altezza e di lunghezza che sembrano tanto un gioco a dimostrare «chi ce l’abbia più lungo» (il ponte, ovviamente). Quando opere del genere diventano così seriali, emerge viepiù nitidamente la loro banalità – basti vedere le centinaia di panchine giganti tutte uguali, tutte inutili – che inevitabilmente genera una fruizione di esse altrettanto banale: si trasformano in mere attrazioni da selfie, «adrenaliniche», «mozzafiato» e tutte quelle altre cose che in queste circostanze denotano ormai chiaramente una qualità turistica scadente.

Come scrivevo quasi esattamente un anno fa (il 24 luglio 2025) qui sul blog, non mi resta che augurare alla Valvarrone di non subire troppe conseguenze negative da quanto gli sta per essere imposto, e ai suoi abitanti di continuare la riflessione più approfondita e genuina sul futuro del loro territorio, su cosa veramente essi chiedono e vogliono per le loro montagne e i loro paesi, continuando di concerto a coltivare e alimentare la relazione culturale con i luoghi abitati e vissuti. Anche ora che un enorme manufatto d’acciaio funzionale principalmente al mero divertimento turistico spezzerà l’armonia naturale e disturberà la visione del peculiare paesaggio della valle. Paesaggio che è fatto anche dei suoi abitanti, i quali dunque è come se ora si ritrovassero “addosso” quel ponte. Spero almeno che se ne rendano conto di ciò e di cosa potrà comportare in futuro.

La triste (e un po’ irritante) sorte del vecchio, glorioso Rifugio Allievi

Rilancio (nel mio piccolo) l’appello di Luca Maspes, rinomata guida alpina della Val Masino, riguardante lo stato sempre più fatiscente della vecchia, gloriosa Capanna Allievi in Valle di Zocca (Val di Mello, provincia di Sondrio), danneggiata nel 2000 da una valanga e da allora tristemente abbandonata a sé stessa nonostante le dimensioni limitate dell’edificio e i danni non irreparabili (ma sempre più gravi, dato il tempo che passa) ne consentirebbero la rimessa in sesto.

Scrive Maspes:

Ancora lì, in bella mostra, un rifugio scoperchiato dal soffio di una valanga e un tetto pericolante che aspetta forse di cadere in testa a chi si siede sotto.
Dopo 25 anni che lo vedo così (un quarto di secolo, mica l’altro ieri), mi chiedo come non si riescano a trovare due sghei per rifare o almeno mettere le toppe al Rifugio Allievi, classe 1905, importante pezzo di storia dell’alpinismo nel Masino.

Vero, lì accanto c’è il “nuovo” (è del 1988) Rifugio Allievi-Bonacossa e sì, c’è sicuramente una spesa da affrontare non di pochi Euro: ma non costa di più la visione di un manufatto così fatiscente nel mezzo di un anfiteatro di alta quota e di un paesaggio alpestre tra i più spettacolari delle Alpi Retiche? Non costa di più osservare una capanna che – lo si percepisce bene -può raccontare molto di quel paesaggio e alimentarne il valore ambientale e culturale? E non costerebbero meno la cura, la sensibilità e il rispetto per il luogo, per la sua storia, per chi lo frequenta e per quanto può donare a chiunque lo visita?

Insomma: non sarebbe quanto meno il caso di provarci, a sistemarla? Con tutti i soldi che gli enti pubblici spendono per opere interventi meno nobili e ben più opinabili, per giunta!

D’altro canto la vecchia Capanna Allievi non è il solo rifugio storico sulle montagne italiane abbandonato a sé stesso. Ad esempio, poco distante dalla Allievi, la Capanna Desio al Passo di Corna Rossa sul Monte Disgrazia (la cui storia inizia addirittura nel 1880) e chiusa dal 2001 è sempre più prossima al crollo – ne ho scritto qui, insieme ad altri rifugi in simili condizioni. E come già scrivevo in quella circostanza, un po’ più di considerazione se la meriterebbero, queste strutture, e possibilmente prima che diventino un brutto e tristissimo cumulo di macerie d’alta quota.

Di certa gente sbadata oppure stolta che va per montagne (e fa danni)

Mi ha fatto specie leggere quasi al contempo, giusto qualche giorno fa, della stessa circostanza riferita in due diversi scritti distanti un secolo l’uno dall’altro.

Il più recente è il post della pagina Facebook del Rifugio Luigi Mambretti, nelle Alpi Orobie valtellinesi, nel quale, anche con la foto che vedete lì sopra, si denuncia che

Nei giorni scorsi qualcuno ha lasciato aperta la porta del bivacco. Con il maltempo è entrata acqua e il libro di vetta è stato completamente rovinato. […] Questa volta abbiamo perso un libro di vetta. Altrove, come al Marco e Rosa, una porta lasciata aperta ha portato neve all’interno del locale invernale, danneggiando materassi, coperte e attrezzature. Episodi del genere dovrebbero far riflettere tutti. […] Il bivacco è sempre aperto e accessibile a tutti. Non è un comfort in più, ma un riparo che può rivelarsi fondamentale in caso di maltempo, emergenza o necessità. Tenerlo aperto è una scelta che si basa sulla fiducia e sul senso di responsabilità di chi frequenta la montagna.

Non è la prima volta che accade, anzi, la casistica è fin troppo folta di episodi del genere. Al punto che non si può pensare si tratti solo di dimenticanze: in alcuni casi sì, in tanti altri no.

Praticamente negli stessi momenti in cui ho trovato sui social la denuncia del Rifugio Mambretti, ho letto sul bel libro “I bivacchi delle Alpi” di Luca Gibello (ne ho scritto qui, ne scriverò ancora prossimamente) questo passo:

Fin d’ora raccomandiamo vivamente agli alpinisti che nella ventura estate soggiorneranno nei nostri bivacchi, di osservare scrupolosamente le prescrizioni per la loro buona conservazione; cosa tanto più necessaria – ancora più necessaria che per i grandi rifugi – data la posizione isolata e la frequenza limitata. Dimenticare, per esempio, di chiudere uno sportello, può significare di trovare il bivacco ripieno di neve e ghiaccio e quindi irrimediabilmente rovinato e inservibile. Il CAAI mette volentieri a disposizione degli alpinisti i suoi bivacchi; non chiede altro se non che essi ricordino di essere suoi ospiti; la sua generosità esige il massimo rispetto e le cure più scrupolose.

Ecco, così si leggeva in “I “Bivacchi-fissi” del Club Alpino Accademico Italiano”, Club Alpino Italiano, Rivista Mensile, n.4, aprile 1925, a pagina 111.

Aprile 1925, già. Lo stesso problema, le stesse “dimenticanze” – sbadataggini? Negligenze? Idiozie? –, le stesse raccomandazioni, a più di un secolo di distanza.

[Il bivacco di Fréboudze, uno dei primi “bivacchi-fissi” del CAAI installato nell’agosto 1925 nel gruppo del Monte Bianco, sulla cui “portina” d’ingresso sono ben evidenti le raccomandazioni agli alpinisti per curarne la conservazione. Immagine tratta da www.mountainmuseums.org.]
Ciò da un lato dimostra che già cent’anni fa come oggi c’erano “alpinisti” e “escursionisti” non esattamente consapevoli di cosa volesse dire frequentare le alte quote e avere rispetto dei luoghi e dei manufatti essenziale. Di contro – e in modo parecchio inquietante – è possibile che ancora oggi possano accadere cose del genere e si debbano rinnovare per le ennesime volte raccomandazioni così elementari, logiche, ovvie che possano contrastare comportamenti così deplorevoli e dannosi?

Mi viene da pensare, tristemente, che lungo questi cento anni siano stati commessi degli errori, in tema di cultura della montagna e della sua più sensata frequentazione, che evidentemente non sono mai stati eliminati e risolti. E quando leggo di tanti altri casi di maleducazione e inciviltà in quota da parte di pseudo-escursionisti/alpinisti, quel pensiero assume gli inquietanti connotati della certezza. Sbaglierò, mi auguro vivamente di non avere ragione, ma tant’è.

Così si conclude il post di denuncia del Rifugio Mambretti:

Perché il problema non è una porta aperta. Il problema è dimenticarsi che questi luoghi esistono grazie alla cura di chi passa prima di noi e al rispetto verso chi passerà dopo. Se non siamo capaci di rispettarli, prima o poi non resterà più nulla da lasciare aperto.

Un’altra ciclovia qui, un nuovo ponte tibetano là, una seggiovia lassù… che sarà mai?!

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
«Che esagerazione!», «La stai facendo troppo grande!», «Mica stanno distruggendo l’intera montagna!» eccetera. A volte, quando scrivo di certe iniziative, opere, progetti che, ragionandoci sopra per quel poco che riesco cercando di coltivare il buon senso e la razionalità, a me (e non solo a me) paiono opinabili, privi di logica e/o impattanti, mi sono state rivolte affermazioni come quelle appena citate.

Be’, le capisco. Che sarà mai una ciclovia lunga un tot di chilometri e larga due o tre metri che attraversa un intero versante montano dove non c’è niente altro? O una cabinovia con la sua dozzina di pali oppure, e ancor più, un esile ponte tibetano o una passerella panoramica, roba che occupa qualche metro quadro di suolo e basta?

Già, uno zero-virgola percentuale di terreno occupato e consumato a fronte di ettari e ettari di montagna intatta, che sarà mai?

Le capisco, sì, come capisco il tizio che al bar, dopo aver bevuto già un po’, sostiene che lui l’alcol lo regge benissimo e dunque si beve ancora un bicchierino, solo uno, ma sì, l’ultimo e poi basta. Che sarà mai? Così quel bicchierino lo rende ancora più brillo e ancora meno capace di reggere l’alcol e ragionare ergo di limitarsi: si berrà un altro bicchiere, poi un altro, poi un altro… e infine collasserà, inevitabilmente. Insomma: capisco che non lo capisce, il rischio che corre e le relative conseguenze.

Di quante cose che hanno rovinato, abbruttito, degradato, distrutto un’infinita di luoghi dove prima c’era poco o nulla, si è detto «Che sarà mai?!» oppure, a chi metteva in guardia dai rischi, «Che esagerato, che catastrofista!»… si sono sminuiti i rischi, si sono sottovalutate le conseguenze a volte in buona fede o per mera “ignoranza” (cioè per non capire realmente ciò che stava accadendo) e altre volte no, in malafede, per inseguire interessi e tornaconti particolari. Fatto sta che, in un modo o nell’altro, i rischi si sono palesati, sono diventati danni e, a forza di «Che sarà mai?!», in certi casi si sono trasformati in veri e propri disastri, difficilmente sistemabili.

Ecco: sarebbe il caso di evitarli alla fonte, questi danni, di evitare quel “bicchierino del che-sarà-mai” il quale invece non è che l’inizio della fine. Magari non sarebbe così, non finirebbe in maniera così disastrosa: ma chi è disposto a correre il rischio e ad assumersene poi le responsabilità? Non è meglio semmai pensare ad altre cose da fare, meno rischiose e pericolose, e non essere così arroganti da risolvere il tutto con il solito «Che sarà mai!», con la convinzione più o meno legittima di essere sempre dalla parte della ragione, del giusto e mai dell’insensatezza e dello sbagliato?

In sociologia esistono varie teorie che descrivono e spiegano perché, spesso, soffriamo della cosiddetta “illusione di infinitezza”, cioè di come ci convinciamo di poter avere a disposizione certe cose all’infinito – dall’ambiente naturale alla sobrietà mentale – e invece no, non è affatto così. Il bicchierino di chi crede di reggere l’alcol e invece no è la ciclovia in più, il ponte tibetano dove prima non c’era nulla, la cabinovia, la strada, il parcheggio, la palazzina e tutto il resto che si piazza in una zona ancora intatta perché «Che sarà mai, tanto di spazio ce ne un sacco a disposizione!». Così realizzata, edificata, installata una prima cosa, se ne piazza un’altra al servizio della prima oppure ancora perché che-sarà-mai, poi un’altra ancora che tanto ci sono già le altre due, poi un’altra, poi un’altra… un altro bicchiere, un altro, un altro ancora fino al collasso. E finché succede all’ubriacone be’, sono affari suoi, ma quando succede alle nostre montagne, al loro ambiente naturale, al paesaggio, alla loro anima, alla relazione culturale, di chi le vive e ci abita, sono affari di tutti perché le montagne sono un patrimonio culturale collettivo, come dice la nostra Costituzione.

Dunque, ribadisco: siamo disposti a correre questi rischi e a mettere in pericolo le nostre montagne? Siamo disposti a cedere la responsabilità della loro tutela a quegli amministratori pubblici che invece accondiscendono a obiettivi e interessi così rischiosi e pericolosi come se sulle montagne non avessero alcuna responsabilità o trascurassero di averne?