Di certa gente sbadata oppure stolta che va per montagne (e fa danni)

Mi ha fatto specie leggere quasi al contempo, giusto qualche giorno fa, della stessa circostanza riferita in due diversi scritti distanti un secolo l’uno dall’altro.

Il più recente è il post della pagina Facebook del Rifugio Luigi Mambretti, nelle Alpi Orobie valtellinesi, nel quale, anche con la foto che vedete lì sopra, si denuncia che

Nei giorni scorsi qualcuno ha lasciato aperta la porta del bivacco. Con il maltempo è entrata acqua e il libro di vetta è stato completamente rovinato. […] Questa volta abbiamo perso un libro di vetta. Altrove, come al Marco e Rosa, una porta lasciata aperta ha portato neve all’interno del locale invernale, danneggiando materassi, coperte e attrezzature. Episodi del genere dovrebbero far riflettere tutti. […] Il bivacco è sempre aperto e accessibile a tutti. Non è un comfort in più, ma un riparo che può rivelarsi fondamentale in caso di maltempo, emergenza o necessità. Tenerlo aperto è una scelta che si basa sulla fiducia e sul senso di responsabilità di chi frequenta la montagna.

Non è la prima volta che accade, anzi, la casistica è fin troppo folta di episodi del genere. Al punto che non si può pensare si tratti solo di dimenticanze: in alcuni casi sì, in tanti altri no.

Praticamente negli stessi momenti in cui ho trovato sui social la denuncia del Rifugio Mambretti, ho letto sul bel libro “I bivacchi delle Alpi” di Luca Gibello (ne ho scritto qui, ne scriverò ancora prossimamente) questo passo:

Fin d’ora raccomandiamo vivamente agli alpinisti che nella ventura estate soggiorneranno nei nostri bivacchi, di osservare scrupolosamente le prescrizioni per la loro buona conservazione; cosa tanto più necessaria – ancora più necessaria che per i grandi rifugi – data la posizione isolata e la frequenza limitata. Dimenticare, per esempio, di chiudere uno sportello, può significare di trovare il bivacco ripieno di neve e ghiaccio e quindi irrimediabilmente rovinato e inservibile. Il CAAI mette volentieri a disposizione degli alpinisti i suoi bivacchi; non chiede altro se non che essi ricordino di essere suoi ospiti; la sua generosità esige il massimo rispetto e le cure più scrupolose.

Ecco, così si leggeva in “I “Bivacchi-fissi” del Club Alpino Accademico Italiano”, Club Alpino Italiano, Rivista Mensile, n.4, aprile 1925, a pagina 111.

Aprile 1925, già. Lo stesso problema, le stesse “dimenticanze” – sbadataggini? Negligenze? Idiozie? –, le stesse raccomandazioni, a più di un secolo di distanza.

[Il bivacco di Fréboudze, uno dei primi “bivacchi-fissi” del CAAI installato nell’agosto 1925 nel gruppo del Monte Bianco, sulla cui “portina” d’ingresso sono ben evidenti le raccomandazioni agli alpinisti per curarne la conservazione. Immagine tratta da www.mountainmuseums.org.]
Ciò da un lato dimostra che già cent’anni fa come oggi c’erano “alpinisti” e “escursionisti” non esattamente consapevoli di cosa volesse dire frequentare le alte quote e avere rispetto dei luoghi e dei manufatti essenziale. Di contro – e in modo parecchio inquietante – è possibile che ancora oggi possano accadere cose del genere e si debbano rinnovare per le ennesime volte raccomandazioni così elementari, logiche, ovvie che possano contrastare comportamenti così deplorevoli e dannosi?

Mi viene da pensare, tristemente, che lungo questi cento anni siano stati commessi degli errori, in tema di cultura della montagna e della sua più sensata frequentazione, che evidentemente non sono mai stati eliminati e risolti. E quando leggo di tanti altri casi di maleducazione e inciviltà in quota da parte di pseudo-escursionisti/alpinisti, quel pensiero assume gli inquietanti connotati della certezza. Sbaglierò, mi auguro vivamente di non avere ragione, ma tant’è.

Così si conclude il post di denuncia del Rifugio Mambretti:

Perché il problema non è una porta aperta. Il problema è dimenticarsi che questi luoghi esistono grazie alla cura di chi passa prima di noi e al rispetto verso chi passerà dopo. Se non siamo capaci di rispettarli, prima o poi non resterà più nulla da lasciare aperto.

I bivacchi in alta montagna, da ricoveri per veri alpinisti a mete da social influencer: perché? (Con un’intervista a Luca Gibello, autore de “I Bivacchi delle Alpi”)

Ma quand’è e come mai che i bivacchi in alta montagna, da espressione quasi assoluta della spartanità antropica e abitativa in quota (di più – o meno – c’è solo la grotta o il masso sporgente sotto il quale ripararsi, visto che le tende di oggi sono spesso più confortevoli), sono diventati un posto alla moda, figo, cool, «wow!» meta di influencer, instagrammabile, «adrenalinco» e «mozzafiato» e tutto il resto, al punto da diventare un problema riguardo certa frequentazione turistica delle alte quote?

Venerdì 1 maggio al Fiamme Gialle (bivacco posto a 3005 metri sullo Spallone del Cimon della Pala, nel gruppo delle Pale di San Martino, rinnovato da poco; lo vedete nell’immagine lì sopra – n.d.L.) c’erano 15 persone dentro il bivacco, che ha 9 posti per dormire. Tanto affollamento non era dovuto a pernotti effettuati nell’ottica di spezzare l’attività alpinistica. Da ottobre scorso, quando la vecchia struttura è stata sostituita, gli interventi sono stati ben 9. Troppi, al punto che anche a mezzo stampa sono state fatte varie ipotesi per mettere rimedio a una situazione in cui le parole e le raccomandazioni non bastano più a limitare avventati tentativi di raggiungere il bivacco. «Prima c’era un bivacco vecchio stile che era mio coetaneo, classe 1968. Improvvisamente, da ottobre scorso, abbiamo una villa in montagna. Il bivacco è cambiato, ma il Cimon della Pala è rimasta la stessa montagna. E allora, dico io, a questo punto prendiamo l’elicottero e riportiamo su il vecchio bivacco, facciamo cambio. […] Il bivacco è diventata una meta da Instagram e ricordo che siamo nel cuore di un parco naturale. Vedo tanti video fatti con i droni, anche belli, sui social. Ma ricordo che dentro il parco non è consentito farli volare, eppure riprendono e pubblicano. Allora forse, a questo punto, davvero bisognerebbe togliere i materassi, se non addirittura i letti. Magari, così facendo, ci andrebbero solo quelli che davvero hanno interesse a fare qualcosa in montagna e non solo a pernottare.»

Così si legge in un bell’articolo de “Lo Scarpone” del CAI dello scorso 5 maggio, nel quale vengono citate le parole di Gino Taufer, delegato di zona del Soccorso Alpino e Speleologico Trentino per il Primiero e il Vanoi. Inutile rimarcare che il caso del bivacco Fiamme Gialle sulle Pale di San Martino, citato da Taufer e da “Lo Scarpone”, è uno dei tanti simili dei quali ormai di frequente si legge sulla stampa, tra notizie di escursionisti che si lamentano del fatto che pensavano che il bivacco fosse custodito e invece no, quelli che si perdono nel tentativo di arrivarci o che devono essere recuperati dal Soccorso Alpino per aver sottovalutato (o nemmeno valutato) le difficoltà della salita, i social influencer che, appunto, li rendono sfondo dei loro ego-reel, fino ai casi di devastazione degli arredi e delle suppellettili interne perpetrati da pseudo-alpinisti imbecilli.

[Il precedente bivacco Fiamme Gialle, risalente al 1968.]
Detto ciò, e tornando al quesito iniziale di questo articolo, quindi che sta succedendo ai bivacchi? E perché?

Sulla questione ho chiesto lumi a chi in Italia di bivacchi possiede una conoscenza forse impareggiabile: Luca Gibello, giornalista, storico e critico di architettura contemporanea, alpinista (salitore di tutti i Quattromila delle Alpi), presidente dell’Associazione “Cantieri d’Alta Quota” e soprattutto, in tal caso, autore del libro I bivacchi delle Alpi. 100 anni di emozioni in scatola (CAI Edizioni, 2025), che dei bivacchi ripercorre la storia centenaria fino ai giorni nostri. Lo ringrazio veramente di cuore per aver risposto alle mie domande con rare disponibilità e cordialità.

  • Al netto delle ovvie funzionalità alpinistiche, e considerando invece – in senso generale – come si va oggi in montagna, il bivacco ha ancora senso oppure no?
    No, se pensiamo alle ragioni che ne hanno giustificato la realizzazione. Essi servivano appunto da ripari estremi, di mero servizio, alla base di lunghe ascensioni alpinistiche in zone remote. Al di là di ciò, non hanno senso di esistere. Manteniamo solo quelli e leviamo gli altri. Se qualcuno vuole fare la consigliatissima e meravigliosa esperienza di una notte in montagna (gratis o meno), pianti una tenda dove vuole oppure sia ospite in un rifugio alpino.
  • Che i bivacchi siano finiti tra le mani degli architetti e siano diventati, come altre opere antropiche sui monti, manifestazioni di stile e design, è stato un bene o un male?
    Entrambe le cose. Il tema del progetto dei bivacchi ha favorito la sperimentazione sui materiali, le conoscenze della geognostica, il trasferimento tecnologico e la migliore conoscenza della montagna da parte di una categoria che prima manco sapeva che cosa fossero questi oggetti. Il fatto è che si sarebbe dovuto continuare a lavorare sul perfezionamento di un modello (come è stato per la “trilogia” Ravelli – Apollonio – Fondazione Berti), astratto da una specifica collocazione territoriale, invece di pensare a progetti diversi caso per caso.
[Vecchio e nuovo bivacco Aldo Frattini (1975), posti a 2250 m sulle Alpi Orobie. Quello nuovo sembra una tenda ma è solo il rivestimento esterno, in realtà la struttura interna è in legno; quello vecchio è stato smantellato.]
  • Nel libro cita una pubblicità del 1938 in cui il bivacco viene paragonato a una cuccia per cani. Com’è che adesso oltre ai cani lassù ci arrivano sempre più anche i «porci»?
    In realtà si sono sempre registrati vandalismi e incurie. Oggi il fenomeno è aumentato perché molti di più sono i frequentatori (spesso in-educati), perché molti di più sono i bivacchi (collocati, come già detto, anche in luoghi facilmente accessibili e alpinisticamente ed escursionisticamente insignificanti), e perché l’informazione (dis-informata) intorno ad essi è aumentata.
  • Cosa dovrebbe avere in mente oggi (sempre al netto dell’alpinista “puro”) chi parte per raggiungere un bivacco in alta montagna?
    Basta una parola che significa tante cose: consapevolezza. Del luogo (dell’ambiente circostante come del bivacco e delle sue “regole”, a partire dal fatto che non è un posto dove si fanno le vacanze gratis, ma un presidio d’emergenza che esige rispetto e spirito d’adattamento) e della propria condizione (preparazione fisica, tecnica, esperienza ed equipaggiamento).
[Il bivacco Bruno Ferrario, una specie di modulo lunare “atterrato” nel 1968 sulla vetta della Grigna Meridionale, 2177 m. Immagine tratta da www.aspassoconlorso.it.]
  • Di bivacchi ce ne sono a centinaia sulle Alpi italiane e pochissimi negli altri paesi alpini. Siamo più furbi (o scemi) noi oppure loro?
    Il bivacco è stato una straordinaria invenzione, e merita che lo si celebri. Negli altri paesi ci sono magari più rifugi incustoditi, che funzionano in maniera simile. Di certo, la sfida della montagna del futuro è quella dell’andare a ridurre i segni della presenza antropica. Quindi togliere e non aggiungere.
  • Come racconta nel libro, il bivacco è un’invenzione del Club Alpino Accademico Italiano di cento anni fa. Tra cento anni, nel 2126, che ne sarà dei bivacchi? Esisteranno ancora?
    Mah. Non so neppure se esisteremo ancora noi, dati il cambiamento climatico e la brutale depredazione del pianeta che stiamo sistematicamente praticando…

Lo Chalet Mollino a Sauze d’Oulx è ancora così degradato o si è rimediato ai danni fatti?

[Stazione della Slittovia al Lago Nero nel suo aspetto originale, 1946-47. Photo E.P.T., tratta da qui.]
Nei mesi scorsi aveva fatto abbastanza scalpore, almeno tra le persone sensibili alle cose belle e a quelle brutte che avvengono in montagna, la trasformazione della ex slittovia al Lago Nero di Carlo Mollino a Sauze d’Oulx (Valle di Susa, Piemonte), una delle opere alpine più iconiche del grande architetto torinese, convertita in chalet-punto di ristoro sulle piste da sci con il bene placito del Comune locale. Una trasformazione da molti ritenuta orrenda, rozza, irrispettosa del valore storico e architettonico dell’edificio, denunciata con dettaglio dal “Giornale dell’Architettura” lo scorso marzo che l’ha definita un intervento

che tradisce l’edificio, vanifica i risultati di un attento restauro e anche delle moderate modifiche, finora rispettose, portate dalla nuova funzione […] Il fatto, inconfutabile, è che l’ex slittovia che oggi si presenta agli occhi di sciatori e appassionati di trekking è molto cambiata. La completa assenza di un progetto ne zavorra pesantemente a terra la leggerezza e lo slancio caratteristici delle architetture di Mollino, e lo fa compiendo poche scelte sbagliate, sciatte e di gusto discutibile, sebbene interne e reversibili.

Un’analisi che è stata approfondita più avanti da Luca Gibello storico e critico di architettura contemporanea, presidente dell’associazione “Cantieri d’alta quota”, che sulla “Rivista del Club Alpino Italiano” n°15 di luglio 2025 ha definito l’intervento

Un festival del posticcio, in omaggio a un “Pinterest alpino” che suona tanto kitsch.

Aggiungendo poi alcune considerazioni che trovo particolarmente interessanti:

Occorre comunque chiedersi perché si possa giungere a tanto, pur di mettere a reddito ogni centimetro quadro disponibile, in un comprensorio turistico già. affollato e inflazionato. Stupisce il laissez faire della pubblica amministrazione, che non poteva non sapere, e che sul suo sito web saluta lo Chalet Mollino come “una delle più importanti opere d’architettura moderna presenti in Italia”. Inoltre, si badi bene che la Soprintendenza è stata tenuta all’oscuro di tutta l’operazione, sebbene, in base al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, gli edifici pubblici costruiti da più di 70 anni da autori non più viventi risultino automaticamente sottoposti a vincolo di tutela.

Quello appena descritto da Gibello è nella sostanza lo stesso atteggiamento che vedo assunto da molte amministrazioni di montagna nei confronti del proprio territorio naturale: un identico laissez faire pur di “valorizzare”, cioè mettere a valore e (s)vendere sul mercato turistico, le proprie montagne anche quando le infrastrutture relative risultano palesemente impattanti e degradanti in modi e con conseguenze che, parimenti, quelle amministrazioni non potevano non sapere.

[Ancora un’immagine della Slittovia originale, di nuovo tratta da qui.]
Un atteggiamento che rimarca non solo una carenza culturale nei confronti delle proprie montagne oltre che una notevole incompetenza riguardo il portato di ciò che vi si delibera e si realizza, ma pure una relazione degradata con i luoghi vissuti e amministrati, verso i quali non si dimostra la cura, l’attenzione e la sensibilità che il decisore politico per primo, e in modo esemplare, dovrebbe manifestare. Ancor più in territori così meravigliosi e al contempo delicati e fragili come quelli montani.

Al riguardo cito ancora Gibello:

Si auspica un pizzico di sensibilità in più, in grado di comprendere il valore del patrimonio costruito, compreso quello contemporaneo. Una sensibilità che consenta di porci qualche domanda, e magari fare qualche verifica, prima di avventarci sulle cose. In altre parole, imparare ad apprezzarle. Così come, durante la pausa tra una sciata e l’altra, magari riusciremo ad accorgerci del paesaggio che ci circonda se non verremo storditi dalla musica unz unz sparata a palla dallo chalet di turno incontrato lungo le piste.

Già, perché se si banalizza e degrada un’opera in origine così bella e sensata come l’ex slittovia di Mollino, inevitabilmente si degrada anche il modo con il quale viene vissuta e con essa il luogo in cui si trova, del quale si perde la facoltà di riconoscerne la bellezza, appunto, e il valore naturale peculiare, ostacolando di conseguenza qualsiasi buona relazione culturale che vi si possa e debba intrattenere. Un po’ come l’effetto “periferia degradata” nelle città: in un quartiere mal tenuto con palazzi brutti la relazione con il luogo e la qualità di vita di chi lo abita inevitabilmente decade.

[Carlo Mollino di fronte alla sua slittovia, in un fotomontaggio tratto dalla pagina Facebook “Rovine e rinascite“.]
Dunque ora, visto che a breve ripartirà la stagione sciistica e di conseguenza la fruizione turistica dello “Chalet Mollino” e siccome in molti hanno chiesto di eliminare quelle brutture applicate all’edificio ripristinandone il più possibile l’aspetto architettonico precedente, chiedo a chi magari scierà da quelle parti: sono stati sistemati i danni perpetrati, oppure tutto è rimasto come prima?

Perché, se fosse così, se tutto fosse rimasto inalterato dalla scorsa stagione, sarebbe veramente il caso di chiederne giuridicamente conto agli amministratori di Sauze d’Oulx (che già in passato hanno deliberato attrazioni turistiche altrettanto discutibili) e di metterli di fronte alle loro evidenti responsabilità al riguardo nonché alla mancanza di sensibilità nei confronti delle loro montagne.

N.B.: le foto qui pubblicate sono ©Cristiana Chiorino e le ho tratte da “Il Giornale dell’Architettura“.

I rifugi alpini d’alta quota messi a rischio dal cambiamento climatico

[Veduta del Ghiacciaio de la Pilatte, nel massiccio degli Ecrins. Immagine di ©Maria Isabel Le Meur/FFCAM.]
Per i ghiacciai alpini l’estate in corso, grazie alle abbondanti nevicate primaverili, si sta rivelando più fortunata – o meno sfortunata – di quelle precedenti, e speriamo risulti così fino alla fine. Tuttavia ciò non può farci dimenticare che la realtà ordinaria è ben diversa e i ghiacciai delle Alpi sono in forte regresso da tempo: purtroppo non basta qualche singola annata nevosa a invertire il trend negativo, ce ne vorrebbero diverse e una di seguito all’altra ma questa appare una possibilità quanto mai remota, nella situazione climatica in divenire.

La fusione dei ghiacciai non sta modificando solo l’estetica del paesaggio delle Alpi e la nostra relazione con esso, ma sta anche generando numerosi importanti problemi materiali: la diminuzione delle riserve di acqua potabile immagazzinate dai ghiacciai è quello più evidente, il pericolo di dissesti e crolli di interi versanti montuosi resi instabili dalla sparizione delle masse glaciali e dallo scioglimento del permafrost, il ghiaccio interstiziale, lo è meno ma per certi versi è più devastante.

[Immagine di ©Maria Isabel Le Meur/FFCAM.]
Il Rifugio de la Pilatte, a 2577 metri di quota nel massiccio degli Ecrins in Francia (lo vedete nell’immagine qui sopra), è una delle vittime più emblematiche della situazione in corso. Ormai da tre anni è chiuso, e probabilmente lo sarà per sempre, perché il poggio morenico sul quale si trova da esattamente un secolo (il primo rifugio, attuale ricovero invernale, è del 1924) è divenuto fortemente instabile in forza del ritiro del sottostante Ghiacciaio de la Pilatte, un tempo tra i più estesi della regione ma che oggi, fortemente diminuito in estensione e spessore (ha perso rispettivamente 2 chilometri e 100 metri), non sostiene più il versante roccioso che ospita il rifugio. Il poggio ha così cominciato a scivolare verso valle, generando crepe nelle mura del rifugio fin dai primi anni Duemila, periodo peraltro dal quale il ritiro del ghiacciaio si è fatto ancora più intenso e repentino, fino a che la chiusura per oggettiva pericolosità dell’edificio è diventata inevitabile.

[Le crepe sulla facciata del Rifugio de la Pilatte e le persiane disassate che denotano come parte dell’edificio stia scivolando a valle. Immagine di ©Maria Isabel Le Meur/FFCAM.]
Lungo tutte le Alpi di rifugi situati in luoghi prossimi a ghiacciai, o ex ghiacciai, oppure localizzati in zone di origine morenica e con presenza di permafrost, ce ne sono a decine. Il caso del Rifugio de la Pilatte è emblematico riguardo i problemi che tali altre strutture, spesso fondamentali per la frequentazione delle montagne sulle quali si trovano, potrebbero dover affrontare. D’altro canto la questione non è affatto nuova: già tempo fa Luca Gibello, architetto e direttore de “Il Giornale dell’Architettura” ne faceva cenno in un articolo pubblicato nel sito dell’associazione culturale Cantieri d’Alta Quota e dedicato ai problemi che le strutture alpine devono affrontare nella realtà climatica attuale e in divenire. Per “Altraeconomia” se n’è invece occupata Ilaria Sesana, qui.

[La situazione geologica del poggio sul quale sorge il Rifugio de la Pilatte. Si noti nell’immagine a destra il continuo e drastico decremento del livello del ghiacciaio, che ancora a fine Ottocento si trovava all’altezza della posizione del rifugio. Immagine tratta da www.montagnes-magazine.com.]
Le montagne stanno cambiando, e in forza di fenomeni la cui velocità – inopinatamente alta – è legata al tempo dell’uomo più che al tempo della Terra, rimarcando l’origine antropica di ciò che sta accadendo. I rifugi, essendo sulle montagne come null’altra cosa costruita dall’uomo, potrebbero essere i primi a subire le conseguenze più materialmente evidenti del cambiamento (climatico, ambientale e ancor più geomorfologico e paesaggistico) in corso. Come scrive la Cipra / Commissione Internazionale per la Protezione della Regione Alpina nel proprio sito, «I rifugi svolgono un ruolo centrale nel turismo alpino. Il loro futuro è tuttavia ricco di incognite: la necessità di interventi di ristrutturazione, la crisi climatica e il cambiamento delle abitudini delle e degli utenti sono solo alcune delle sfide da affrontare. Il mantenimento dei rifugi è possibile solo attraverso una gestione ecologica e il riconoscimento della loro importanza da parte della politica e della società.»

[Il Rifugio Casati-Guasti, posto a 3269 m nel gruppo dell’Ortles-Cevedale, a sua volta messo in pericolo dallo scioglimento del permafrost presente nel terreno basale. Immagine tratta da facebook.com/rifugiocasati3269/.]
Ci si augura che questo riconoscimento politico e sociale, parte di una consapevolezza generale compiuta sulla realtà delle nostre montagne nell’era del cambiamento climatico, si possa realmente manifestare garantendo ai rifugi alpini e a tutte le altre fondamentali strutture di accoglienza in alta quota una storia ancora lunga, a beneficio di tutti gli appassionati di montagna e, ancor prima e ancor più, delle montagne stesse.