«Ascoltare la paura»

[Il versante svizzero del Gruppo del Bernina. Foto di Michele Comi.]

Ho paura. E credo sia giusto dirlo. […] La verità è che faccio sempre più fatica a fidarmi di un ambiente che sta cambiando sotto i nostri occhi. I ghiacciai si ritirano, il permafrost si degrada, pareti considerate solide si trasformano, nevai e pendii non seguono più le logiche che abbiamo imparato a conoscere. Vedere cascate d’acqua oltre i quattromila metri sul Cervino non è un’anomalia curiosa, è il sintomo di una montagna diversa. […] Non è una rinuncia definitiva e nemmeno una dichiarazione di resa. È, semplicemente, il tentativo di ascoltare quel sottile istinto che in montagna spesso vale più dell’orgoglio.

Mentre ci sono personaggi pubblici di conclamata inadeguatezza morale, civica e politica* che scherzano sulla crisi climatica sostenendo che «ci abitueremo al clima caraibico in Europa» (secondo l’OMS, negli ultimi quattro anni il caldo estremo in Europa ha causato oltre 200.000 decessi, per dire), Michele Comi, da rinomata guida alpina qual è e ancor più da profondo conoscitore delle montagne e del paesaggio naturale alpestre, scrive alcune riflessioni, dalle quali ho estratto i brani lì sopra, che trovo non solo estremamente intelligenti – dal latino intelligĕre, «leggere dentro», in tal caso dentro la realtà e l’anima delle montagne – ma anche profondamente umane, cioè di chi sa di essere l’elemento di un sistema complesso, come ogni altro organismo vivente, per il cui benessere occorre che stia bene l’intero pianeta in ogni sua parte, e se ciò non accade inesorabilmente si degraderà anche la vita di chiunque su di esso. Come infatti sta accadendo.

Ma per far stare bene il mondo sul quale viviamo, dunque noi stessi, dobbiamo avere una relazione con esso, dobbiamo saperlo percepire, ascoltare, comprendere, aiutare se possibile ed equilibrare la nostra vita con la sua. Relazione che, purtroppo, tanti hanno perso, a partire da molti di quelli che il mondo lo governano e dunque dovrebbero essere i primi a saperlo ascoltare: invece ascoltano solo il proprio ego, la propria supponenza, i propri biechi interessi di potere, di denari, di supremazia. Perché chi dice che «ci abitueremo al clima caraibico in Europa» sa benissimo che non è vero, che non sarà così, che andremo incontro a conseguenze sempre peggiori: lo sostiene solo per difendere le proprie posizioni di potere fregandosene di ogni altra cosa, a partire da quelli che lo ascoltano e magari applaudono: le sue prime vittime.

Io invece voglio fare come Michele Comi: tentare di ascoltare quel sottile istinto che in montagna – e non solo lì – spesso vale più dell’orgoglio. Ascoltare la Terra, dialogarci insieme, comprendere i suoi messaggi, farne un insegnamento prezioso, una conoscenza inestimabile. Già, vale molto più dell’orgoglio: vale come la vita, cioè come nessun altra cosa.

*: non provateci nemmeno a citare posizioni politiche, compagini di partito, ideologie di questa e di quella parte e altre fregnacce del genere. Sono la persona più distante da queste cose che si possa trovare nel Sistema Solare, e forse anche al di fuori.

I rifugi alpini d’alta quota messi a rischio dal cambiamento climatico

[Veduta del Ghiacciaio de la Pilatte, nel massiccio degli Ecrins. Immagine di ©Maria Isabel Le Meur/FFCAM.]
Per i ghiacciai alpini l’estate in corso, grazie alle abbondanti nevicate primaverili, si sta rivelando più fortunata – o meno sfortunata – di quelle precedenti, e speriamo risulti così fino alla fine. Tuttavia ciò non può farci dimenticare che la realtà ordinaria è ben diversa e i ghiacciai delle Alpi sono in forte regresso da tempo: purtroppo non basta qualche singola annata nevosa a invertire il trend negativo, ce ne vorrebbero diverse e una di seguito all’altra ma questa appare una possibilità quanto mai remota, nella situazione climatica in divenire.

La fusione dei ghiacciai non sta modificando solo l’estetica del paesaggio delle Alpi e la nostra relazione con esso, ma sta anche generando numerosi importanti problemi materiali: la diminuzione delle riserve di acqua potabile immagazzinate dai ghiacciai è quello più evidente, il pericolo di dissesti e crolli di interi versanti montuosi resi instabili dalla sparizione delle masse glaciali e dallo scioglimento del permafrost, il ghiaccio interstiziale, lo è meno ma per certi versi è più devastante.

[Immagine di ©Maria Isabel Le Meur/FFCAM.]
Il Rifugio de la Pilatte, a 2577 metri di quota nel massiccio degli Ecrins in Francia (lo vedete nell’immagine qui sopra), è una delle vittime più emblematiche della situazione in corso. Ormai da tre anni è chiuso, e probabilmente lo sarà per sempre, perché il poggio morenico sul quale si trova da esattamente un secolo (il primo rifugio, attuale ricovero invernale, è del 1924) è divenuto fortemente instabile in forza del ritiro del sottostante Ghiacciaio de la Pilatte, un tempo tra i più estesi della regione ma che oggi, fortemente diminuito in estensione e spessore (ha perso rispettivamente 2 chilometri e 100 metri), non sostiene più il versante roccioso che ospita il rifugio. Il poggio ha così cominciato a scivolare verso valle, generando crepe nelle mura del rifugio fin dai primi anni Duemila, periodo peraltro dal quale il ritiro del ghiacciaio si è fatto ancora più intenso e repentino, fino a che la chiusura per oggettiva pericolosità dell’edificio è diventata inevitabile.

[Le crepe sulla facciata del Rifugio de la Pilatte e le persiane disassate che denotano come parte dell’edificio stia scivolando a valle. Immagine di ©Maria Isabel Le Meur/FFCAM.]
Lungo tutte le Alpi di rifugi situati in luoghi prossimi a ghiacciai, o ex ghiacciai, oppure localizzati in zone di origine morenica e con presenza di permafrost, ce ne sono a decine. Il caso del Rifugio de la Pilatte è emblematico riguardo i problemi che tali altre strutture, spesso fondamentali per la frequentazione delle montagne sulle quali si trovano, potrebbero dover affrontare. D’altro canto la questione non è affatto nuova: già tempo fa Luca Gibello, architetto e direttore de “Il Giornale dell’Architettura” ne faceva cenno in un articolo pubblicato nel sito dell’associazione culturale Cantieri d’Alta Quota e dedicato ai problemi che le strutture alpine devono affrontare nella realtà climatica attuale e in divenire. Per “Altraeconomia” se n’è invece occupata Ilaria Sesana, qui.

[La situazione geologica del poggio sul quale sorge il Rifugio de la Pilatte. Si noti nell’immagine a destra il continuo e drastico decremento del livello del ghiacciaio, che ancora a fine Ottocento si trovava all’altezza della posizione del rifugio. Immagine tratta da www.montagnes-magazine.com.]
Le montagne stanno cambiando, e in forza di fenomeni la cui velocità – inopinatamente alta – è legata al tempo dell’uomo più che al tempo della Terra, rimarcando l’origine antropica di ciò che sta accadendo. I rifugi, essendo sulle montagne come null’altra cosa costruita dall’uomo, potrebbero essere i primi a subire le conseguenze più materialmente evidenti del cambiamento (climatico, ambientale e ancor più geomorfologico e paesaggistico) in corso. Come scrive la Cipra / Commissione Internazionale per la Protezione della Regione Alpina nel proprio sito, «I rifugi svolgono un ruolo centrale nel turismo alpino. Il loro futuro è tuttavia ricco di incognite: la necessità di interventi di ristrutturazione, la crisi climatica e il cambiamento delle abitudini delle e degli utenti sono solo alcune delle sfide da affrontare. Il mantenimento dei rifugi è possibile solo attraverso una gestione ecologica e il riconoscimento della loro importanza da parte della politica e della società.»

[Il Rifugio Casati-Guasti, posto a 3269 m nel gruppo dell’Ortles-Cevedale, a sua volta messo in pericolo dallo scioglimento del permafrost presente nel terreno basale. Immagine tratta da facebook.com/rifugiocasati3269/.]
Ci si augura che questo riconoscimento politico e sociale, parte di una consapevolezza generale compiuta sulla realtà delle nostre montagne nell’era del cambiamento climatico, si possa realmente manifestare garantendo ai rifugi alpini e a tutte le altre fondamentali strutture di accoglienza in alta quota una storia ancora lunga, a beneficio di tutti gli appassionati di montagna e, ancor prima e ancor più, delle montagne stesse.