Quando le Alpi da cerniera tra i popoli diventano barriera

Le Alpi si trasformano nel ventesimo secolo in modo definitivo; il mutamento porterà una rapida quanto indelebile alterazione sociale e quindi formale dell’assetto dei villaggi, divenuti i protagonisti di un tempo insolitamente breve; le Alpi e i suoi villaggi in quota da elemento cerniera tra i popoli si trasformano in una barriera posta fisicamente tra la città e la montagna, una sorta di realtà di frontiera che ha dato vita a due mondi assolutamente contrapposti di vivere in quota e dove il cittadino dell’altra sfera entra a forza in questo mondo separato, sul quale viene gettato uno sguardo ammirato e al tempo stesso compassionevole.

(Luciano Bolzoni, Abitare molto in alto. Le Alpi e l’architettura, Priuli & Verlucca, 2009, pag.22.)

N.B.: approfitto di questa citazione tratta da Abitare molto in alto, del quale ho dissertato qui, per dirvi che, in occasione dell’uscita del nuovo libro di Luciano Bolzoni, Carlo Mollino. Architetto, del quale invece vi ho detto qui, ALPES (di cui Bolzoni è direttore culturale) propone un illuminante percorso di lettura e di esplorazione della realtà antropica e architettonica delle Alpi moderne e contemporanee che include anche Destinazione Paradiso. Lo Sporthotel della Val Martello di Gio Ponti, pubblicato nel 2015, altro notevole testo al riguardo: il tutto al prezzo dedicato di 35,00 euro + spese di spedizione. Un’occasione da non perdere – in primis perché realmente illuminante, lo ribadisco, e per questo assolutamente importante.
Per informazioni e acquisti potete scrivere a info@alpesorg.com.

(Nell’immagine in testa al post: “batteria” di ecomostri al Passo del Tonale, a oltre 1800 m di quota.)

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Luciano Bolzoni, “Abitare molto in alto. Le Alpi e l’architettura”

La pratica dell’abitare è senza dubbio tra quelle attraverso cui l’Homo Sapiens ha saputo distinguersi da tutte le altre specie viventi. Non più mero e necessario esercizio di protezione, di sopravvivenza, non più semplice e forzato adattamento al territorio in cui si è insediato, l’atto dell’abitare in maniera stanziale è il principale elemento di territorializzazione dello spazio dacché è intimamente legato alla relazione che si instaura tra l’uomo e il territorio, che sovente proprio attraverso l’abitare diviene luogo – un termine che, non casualmente, deriverebbe proprio dalla radice indoeuropea stal o stalk, latinizzata per metatesi in stlocus e divenuto poi il definitivo locus. Il noto geografo francese Maurice Le Lannou, nella sua opera La Géographie humaine del 1949, asserì che «la geografia umana è la scienza dell’uomo-abitante», legando non solo tale pratica alla stessa determinazione geografica dei territori antropizzati ma, a suo modo, confermando l’importanza di essa per la civiltà umana, tale anche perché capace di abitare in senso pieno e compiuto i territori in cui si insedia.
Eppure, nonostante un valore così fondamentale sotto molti versi, la pratica dell’abitare resta definita da un semplice termine al quale non viene nemmeno riconosciuta la qualifica di concetto, come invocava il citato Le Lannou già a metà Novecento: cosa che sarebbe quanto mai importante soprattutto in relazione a quei territori ben più delicati e fragili rispetto, ad esempio, alle zone urbanizzate e metropolitane (le città) o a quelle la cui geografia non oppone troppi ostacoli morfologici e ambientali (ovvero culturali) a chi le voglia abitare. Senza dubbio spazi emblematici in tema di fragilità e delicatezza sono le montagne, sulle quali la mancanza di una definizione concettuale dell’abitare ha da un lato generato non pochi problemi – pratici ovvero architettonici, e teorici cioè legati alla relazione col paesaggio culturale montano – ma dall’altro impone oggi ancor più di ieri una approfondita riflessione sull’idea e sulla pratica, anche a fronte di una ormai palese deficienza di valore di certi interventi architettonici e urbanistici realizzati soprattutto a seguito dello sviluppo turistico delle montagne, che stupiscono lo sguardo più attento e consapevole per la loro decontestualizzazione (per non dire di peggio) rispetto al territorio in cui sono stati realizzati.
Per tutto ciò, un libro come Abitare molto in alto. Le Alpi e l’architettura (Priuli & Verlucca, 2009) scritto da Luciano Bolzoni, architetto milanese tra i massimi esperti di architettura di montagna, i dieci anni che ormai ha non li dimostra affatto. Anzi, sotto molto aspetti la lettura odierna e la considerazione di ciò che Bolzoni scrive sul tema acquisiscono ancora maggior valore e “brillantezza” []

(Leggete la recensione completa di Abitare molto in alto cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Le Alpi come Disneyland, già nel 1892

È una caricatura di Fritz Boscovits pubblicata in origine sul “Nebelspalter” di Zurigo il 1 febbraio 1892 e poi su John Grand-Carteret, La montagne a travers les ages, Grenoble 1903. Io l’ho tratta da orobievive.net.

Questa la traduzione del dialogo che accompagna la caricatura:

Guarda tu stessa, Elvezia, guarda cosa succede se tutti possono costruire a loro piacimento ferrovie in montagna! Può darsi, ma negli anni della mia vecchiaia non potrò più imparare a danzare sulla corda.

Insomma, già a fine Ottocento s’era già intuito il rischio di “disneylandizzazione” a cui sarebbero andate incontro le Alpi. E lo avevano capito proprio in Svizzera (la Elvezia a cui le parole del dialogo sono dirette), paese modello per numerose pratiche di salvaguardia e valorizzazione virtuosa del paesaggio alpino ma pure sede di cementificazioni turistiche delle vette non di rado discutibili.

Sono passati quasi 130 anni, ma la questione è ancora assolutamente “aperta”. Purtroppo.

Il paesaggio “disordinato”: della Natura, dell’antropizzazione e della nostra “sospesa” capacità di capire cosa abbiamo intorno

sospensioni-636x424Abito per scelta in un piccolo paese delle Prealpi lombarde, a quasi 700 metri di quota e 6/7 km dalla “civiltà”, ovvero dalle zone più antropizzate che adducono alla periferia Nord di Milano. Mica fuori dal mondo, insomma.
Per arrivare lì c’è da percorrere una comoda strada che transita tra frazioni varie e rare zone boschive, eppure non mi è raro sentire qualche “cittadino” che giunge quassù parlare del suo viaggio come se avesse salito lo Stelvio, ovvero transitato attraverso una zona selvaggia o quasi, lontano da ogni considerabile antropizzazione. Di contro, riflettevo giusto qualche tempo fa e consideravo come, a fronte di tali sensazioni provenienti da chi non abita in zona, lungo la strada solo per un breve tratto di un paio di centinaia di metri, in realtà, non vi siano segni antropici – intesi come residenze abitate regolarmente o saltuariamente oppure edifici funzionali di varia natura. Una zona che tanti intendono come totalmente fuori dai centri abitati e dalla presenza abitativa umana in senso ordinario, è invece fittamente segnata dalla presenza dell’uomo: solo che, appunto, i più vengono maggiormente colpiti dai pur radi tratti di Natura che dalla costante antropizzazione, alla quale noi uomini civili contemporanei evidentemente siamo talmente abituati da non rilevarla nemmeno più. Ci sentiamo quasi sperduti nella wilderness a 200 metri di distanza dall’ultima presenza umana, e crediamo “Natura” qualche albero circondato dal cemento di un qualsiasi centro urbano, in pianura così come in montagna.

cipra2In buona sostanza, è avvenuta negli ultimi decenni una trasformazione del territorio basata su logiche sovente illogiche – scusate il gioco di parole, ma rende l’idea – con un miscuglio di elementi naturali ed elementi antropici/urbani, e di questi parte antichi e parte moderni/contemporanei, che sotto molti aspetti riflette bene l’analoga e più generale trasformazione della nostra società nonché della capacità di comprensione delle sue dinamiche – non solo di quelle legate al paesaggio – che possiamo dimostrare noi che la componiamo e viviamo.
Per tali motivi trovo estremamente interessante ed emblematica una mostra fotografica realizzata da Cipra Italia dal (significativo) titolo Sospensioni. Prove di decodificazione dell’Alta Valle di Susa contemporanea già esposta nelle scorse settimane a Torino e resa itinerante duranti la primavera e l’estate prossima, con la cura di Antonio De Rossi, professore ordinario di progettazione architettonica e urbana presso il Politecnico di Torino mentre la Presidente di Cipra Italia Federica Corrado ha seguito il coordinamento scientifico del progetto.
La mostra si inserisce in un percorso di sensibilizzazione culturale che intende considerare le Alpi come luogo di innovazione e fruizione sostenibile. Tale percorso ha avuto come punto di riferimento il territorio dell’alta valle di Susa, in Piemonte, dove da due anni Cipra Italia organizza il Laboratorio Alpino per lo Sviluppo, una piattaforma di dialogo e confronto per i soggetti del territorio e non solo, valorizzando quanto di innovativo il territorio sta sperimentando. Dopo il laboratorio anche la mostra vuole costituire uno spazio e momento di riflessione per lanciare lo sguardo verso nuovi possibili sviluppi sostenibili.

foto-grangiaSia chiaro: non si tratta di una mostra fotografica sui panorami alpini o sulle alte vette che contornano la valle né di una mostra di denuncia su quelle criticità che peraltro sono presenti in questa come in altre valli alpine. Siamo piuttosto in presenza di uno dei luoghi più emblematici della contemporaneità, un intreccio di urbano e montagna, con i centri dell’alta valle storicamente segnati dalle logiche turistiche. Al contempo siamo in presenza di uno spazio estesamente intriso di enclave naturali, di incredibili montagne, di straordinarie testimonianze storiche e culturali. Aspetti che oggi si giustappongono nel paesaggio contemporaneo della valle in modo apparentemente disordinato, ma che in realtà bene restituisce le logiche che stanno dietro la trasformazione del territorio – esattamente quanto riflettevo circa la mia zona, insomma.
Cipra Italia ha dunque chiesto a tre fotografi di descrivere con i loro scatti questi contrasti, con i relativi effetti territoriali, culturali e sociali. I fotografi, Laura Cantarella, Antonio La Grotta e Simone Perolari hanno girato l’Alta Valle Susa nel corso dell’estate, incontrando persone del luogo e visitatori, percorrendo strade di fondovalle, sentieri e itinerari in quota, visitando borgate, alpeggi e centri urbani, cercando di cogliere con i loro obiettivi la contemporaneità del paesaggio alpino, dell’ambiente naturale, della cultura e dell’economia alpina.

cipra3Una mostra molto interessante, ribadisco, che mi auguro potrete e vorrete visitare. Inoltre, e a prescindere dalla mostra, provate a risensibilizzare lo sguardo verso il paesaggio che avete intorno, soprattutto se abitate in una zona (apparentemente) poco antropizzata. Anche qui mi viene da dire – come sostengo spesso e in diverse circostanze – che il territorio, il paesaggio in cui viviamo, è una sorta di libro aperto sul quale noi tutti scriviamo una narrazione ovvero una storia (più o meno) condivisa, la cui scrittura è data dai segni stessi che lasciamo su quel territorio: borghi, case, strade, sentieri, campi coltivati, stalle, fontane, muri… tutto quanto, insomma, che segnali il nostro passaggio. E’ una scrittura che dovremmo sempre saper stendere al meglio, perché ci racconta ora e ci racconterà a lungo, negli anni futuri, in modi spesso ben difficilmente cancellabili.

P.S.: le foto presenti nell’articolo sono ovviamente tratte dalla mostra.