MONTAG/NEWS #24: alcune recenti e interessanti notizie alle montagne che magari vi siete persi

Dopo qualche settimana d’assenza per cause di forza maggiore, rieccovi la rassegna stampa n°24 di “MONTAG/NEWS, che vi propone alcuni dei fatti di montagna più interessanti sui quali si è scritto in rete e sulla stampa nei giorni scorsi, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento.

Vi ricordo che le notizie più recenti le trovate quotidianamente e con aggiornamenti frequenti sulla home page del blog nella colonna di sinistra, sotto il logo di “MONTAG/NEWS“; l’archivio permanente di tutte le notizie pubblicate lo trovate invece qui.

Come al solito, buone letture e buoni approfondimenti!


A ST.MORITZ STANNO COSTRUENDO CASE NON DI LUSSO

Letta come ne dice il titolo, la notizia che segue sembrerebbe uno scherzo, oppure il frutto di un equivoco. Invece anche nella località per super-ricchi engadinese, che conta cinquemila abitanti stabili, mancano case per molte persone con un reddito medio-basso (per i parametri svizzeri) che vivono e ci lavorano e non possono permettersi gli altissimi affitti della zona. Così nei giorni scorsi è iniziata la costruzione di un edificio che ospiterà 19 appartamenti che il comune intende affittare alle persone residenti in base al loro reddito. È un primo progetto che fa parte di un più ampio piano comunale per provare a risolvere la carenza di case a prezzi accessibili per gli abitanti.


“ALPI IN MOVIMENTO”, UN’AZIONE COLLETTIVA A TUTELA DELLE MONTAGNE

Lo spazio alpino è chiamato ad affrontare grandi sfide comuni: crisi climatica, estinzione delle specie, turismo di massa e congestione del traffico. A partire da quest’anno la giornata d’azione “Alpi in movimento”, che si terrà il 29 agosto 2026, richiamerà l’attenzione sulle possibili soluzioni attraverso una vasta gamma di attività, invitando a vivere le Alpi, a scoprirne la diversità e a festeggiarle insieme. Ogni idea conta: che si tratti di un grande evento o di un’iniziativa locale – una lettura, una visita guidata, una tavola rotonda, un’escursione, un’azione creativa o una manifestazione politica – tutto è benvenuto! Da subito è possibile inserire le attività direttamente sulla mappa all’indirizzo www.alpiinmovimento.org, nel quale troverete ogni altra info utile.


[Immagine generata con Google Gemini AI.]

OLIMPIADI, LA LOMBARDIA CONTINUA A NON PAGARE I PROPRI DEBITI CON LA SVIZZERA

Mentre a soli due mesi dalla fine delle Olimpiadi di Milano Cortina si moltiplicano le notizie sui debiti sempre più alti accumulati dall’organizzazione, in aggiunta agli enormi costi risaputi, il piano per gestire la viabilità e la sicurezza olimpici nel Canton Grigioni dovrebbe risultare meno costoso rispetto ai 5,5 milioni di franchi previsti: a riprova della minor affluenza di pubblico rispetto alle cifre pindariche (e già allora poco credibili) diffuse prima dei Giochi. Di contro, la Regione Lombardia continua a non dare risposte agli svizzeri sul pagamento del contributo a lei spettante: un comportamento istituzionale non solo opaco ma che pure, viene da pensare, rimarca il disequilibrio nei conti olimpici. E sono passati solo due mesi dalla fine dei Giochi!


NON CI SONO PIÙ I BIVACCHI DI MONTAGNA D’UNA VOLTA (?)

bivacchi in alta montagna oggi stanno vivendo un momento contraddittorio: se l’alpinismo prestazionale tutto velocità e cronometro li snobba, possono di contro sostenere la frequentazione meno impattante e più genuina delle montagne, e infatti anche per questo l’architettura li sta rendendo sempre più tecnologici e confortevoli. Non solo: con il notevole numero di persone che affrontano le montagne senza adeguata preparazione, la loro funzione di riparo d’emergenza riacquisisce valore. Luca Gibello, autore del bel volume “I bivacchi delle Alpi”, di innovazioni tecnologiche e “cultura del bivacco” attuale ne ha parlato di recente qui, spiegando come il bivacco sia tutt’oggi un presidio montano fondamentale ma in certi casi “incompreso” e banalizzato.


OLIMPIADI DI MILANO CORTINA, MEDAGLIA D’ORO AI DEBITI

La Fondazione Milano-Cortina, organizzatrice dei Giochi olimpici e paralimpici che si sono svolti fra Lombardia, Veneto e Trentino Alto Adige a febbraio e marzo, rischia di chiudere il 2026 con un rosso in bilancio da circa 300 milioni di Euro. La cifra, riportata da diverse fonti nelle ultime ore, sarebbe stata stimata nel corso dell’ultimo CdA della Fondazione, che si è svolto lo scorso 9 aprile. Una perdita economica provocata dall’aumento dei costi (di circa 230 milioni) e dagli introiti totali più bassi del previsto. E chi li pagherà, secondo voi, questi debiti? Le Regioni, le provincie, i comuni coinvolti. Cioè noi tutti contribuenti. Come avrebbe esclamato la sublime Sora Lella, «ANNAMO’BBENE, PROPPRIO’BBENE!»


LO SCI IN CRISI, ANCHE SULLE MONTAGNE BRESCIANE

In un dettagliato dossier, il quotidiano “BresciaToday” racconta la crisi crescente delle stazioni sciistiche della provincia di Brescia, tra la neve che non c’è oppure è sempre più incerta e discontinua, gli impianti che chiudono o vengono dismessi, l’innevamento artificiale, i costi energetici e idrici altissimi, le settimane bianche che non si fanno più, la montagna cambia volto: ma il modello dello sci è davvero destinato a sopravvivere? Il turismo nei numeri cresce ma quando sale sui monti lo fa sempre meno per sciare e per ciò il sistema dello sci manifesta una fragilità strutturale sempre maggiore. Insomma, anche sulle montagne bresciane l’epoca dello sci di massa sembra sempre più avviata verso il tramonto.


DEREGULATION DELLA CACCIA, C’È DA ALLARMARSI

Mountain Wilderness Italia lancia un nuovo allarme riguardo la deregulation della caccia contenuta nella riforma della legge in vigore, che si sta discutendo in Parlamento: «Si sta inserendo nei calendari venatori la possibilità di cacciare specie protette: tetraonidi, fauna aviaria, stambecchi, marmotte, corvidi, aironi e cormorani. Si sta procedendo a uno sgretolamento della normativa europea per favorire una categoria come quella dei cacciatori che chiede sempre più spazio a discapito di numerose specie di fauna selvatica in difficoltà, il tutto condito da un sensibile ridimensionamento della componente scientifica che si occupa dei problemi legati alla fauna». Domanda (spontanea): come mai tutto questo supporto di certa politica ai cacciatori, categoria ormai in via di estinzione?


GIOVANI IN MONTAGNA PER RISCRIVERE LA PROPRIA VITA

Mountain è un progetto Erasmus+, Cooperation Partnerships in Youth, coordinato dal consorzio Comunità Brianza, che vede il Club Alpino Italiano come partner ed è cofinanziato dall’Unione Europea. L’obiettivo dell’iniziativa è dare una seconda possibilità per i giovani già autori di reato o devianti, quindi tendenzialmente a rischio. Il progetto è già entrato nella sua prima fase di attivazione, con i primi minori che sono stati accolti, formati e accompagnati in montagna, la quale può così diventare un terreno fertile per provare a fare germogliare il seme del cambiamento con una fatica che non è fine a sé stessa, ma mira a riparare il danno arrecato, a trasformarlo in buone azioni. Utili non solo alla società, ma all’individuo stesso.


[Il Rifugio Roda di Vael, nel gruppo del Catinaccio/Rosengarten (Dolomiti). Foto di Obisnow, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

IL CLIMA FARÀ CAMBIARE ANCHE LE APERTURE DEI RIFUGI?

Le aperture stagionali dei rifugi in alta montagna sono sempre state molto regolari: tre mesi in estate più alcuni weekend, e qualche settimana in primavera per quelli scialpinistici. Oggi invece la crisi climatica in corso sta cambiando anche tale aspetto dell’andare sui monti: a volte nevica talmente poco o tardi, oppure la meteo è ancora favorevole, che a ridosso dell’inverno le condizioni sono simil-estive, altre volte invece ad inizio stagione sono sfavorevoli, inoltre capita sempre più spesso che in estate manchi l’acqua, per l’estinzione dei ghiacciai che prima alimentavano i rifugi o per i periodi di siccità prolungata. D’altro canto prolungare la stagione di apertura potrebbe comportare rischi economici per i gestori. Tra i quali il dibattito al riguardo è ormai aperto.


[Foto di Sergio Cerrato – Italia da Pixabay.]

INVERNO 25/26: POCA NEVE SUI MONTI, POCA ACQUA NEI LAGHI

Secondo ARPA Lombardia, le riserve idriche regionali si presentano sotto la media all’inizio della primavera: al 28 marzo la disponibilità complessiva – tra grandi laghi, neve e invasi idroelettrici – è pari a 2455 milioni di metri cubi. Il confronto con la media degli ultimi vent’anni evidenzia un deficit di oltre 800 milioni di metri cubi, circa il 25% in meno rispetto ai valori di riferimento. Ciò in quanto, nonostante le affermazioni (di mera propaganda) degli impiantisti, di neve sulle montagne lombarde ne è venuta poca: in Orobie e in Valcamonica il manto nevoso è inferiore di circa la metà rispetto alla media del periodo. Per di più l’ultimo inverno è stato il terzo più caldo degli ultimi 35 anni, provocando la fusione di molta neve prima del solito.


DIFENDERE I MICROBI DEI GHIACCIAI PER DIFENDERE LA VITA (E NOI STESSI)

La conservazione della biodiversità si concentra su ciò che vediamo: foreste, coralli, grandi mammiferi. Ma il vero sistema di supporto della vita sulla Terra resta invisibile: è il sistema microbico, che regola l’ossigeno che respiriamo, il carbonio che assorbiamo, la stabilità degli ecosistemi e risulta dunque fondamentale per ogni organismo vivente. Eppure, mentre proteggiamo specie iconiche, non facciamo lo stesso con i microbi, che stanno collassando senza che ce ne accorgiamo per gli effetti della crisi climatica e delle attività antropiche. Come quelli che dimorano nei ghiacciai: sono comunità microbiche uniche, che potrebbero contenere soluzioni mediche o ecologiche oggi impensabili. Che stanno svanendo insieme ai ghiacciai che le ospitano.


 

Trasformare le criticità in opportunità. La frana di Lanzada e una potenziale bella lezione per tutte le nostre montagne

Qualche tempo fa vi ho scritto della frana, “piccola” ma impressionante, caduta in Valmalenco sul versante montuoso ove transita la strada che da Lanzada sale verso Franscia e Campo Moro, rimasta gravemente danneggiata il che ha imposto l’isolamento della zona a monte, assai rinomata e frequentata sia in estate che in inverno anche grazie alla presenza di numerosi rifugi.

Al riguardo, su “montagna.tv”, Michele Comi offre una delle sue intriganti riflessioni su come l’evento, al netto degli evidenti disagi che genera (la strada non riaprirà che nella primavera prossima, se tutto va bene) e nella fortuna che non vi sono state vittime, può diventare l’occasione per ritrovare un rapporto più autentico con la montagna e dire addio al mordi e fuggi:

Ora che la strada è interrotta, possiamo provare a rallentare, rinunciare alla toccata e fuga giornaliera, prenderci il tempo necessario per attraversare la montagna dal basso. Due, tre giorni d’avventura. Un viaggio che parte dal fondovalle, attraversa i piani altitudinali uno dopo l’altro e ci rimette in sintonia con il ritmo dell’ambiente.

[Le zone di Campo Moro, con l’omonima diga, e di Campagneda sovrastata dal Pizzo Scalino, rimaste isolate a seguito della frana di Lanzada.]
In effetti, posto che la strada di collegamento alle zone di Campo Franscia e Campo Moro fu realizzata negli anni Cinquanta del Novecento e aperta al traffico privato negli anni Sessanta, è come se tutta l’area ora isolata sia stata rimandata indietro nel tempo di quasi un secolo, quando lassù vi si poteva giungere solo a piedi peraltro lungo mulattiere che in molti tratti rappresentano veri capolavori di ingegneria vernacolare, come la definisco io. In tal senso è ovviamente comprensibile la decisione di alcuni dei rifugi posti a monte della frana di chiudere fino a che la strada non verrà ripristinata, ma è altrettanto ammirevole la scelta dei gestori del Rifugio Zoia, a Campo Moro, di tenere invece aperto, sicuramente per le festività natalizie e poi in base alle circostanze del momento: chi salirà lassù potrà godere di una dimensione alpestre più unica che rara, di quieti e silenzi quasi impossibili da ritrovare altrove sulle nostre iper-antropizzate Alpi, di un’esperienza che, facilmente, diventerà indimenticabile. Chapeau ai ragazzi dello Zoia!

[Il Rifugio Zoia.]
In generale, mi viene da ampliare il principio delle riflessioni di Michele Comi a tutto il contesto montano, che quasi sempre tende a subìre troppo – suo malgrado – le difficoltà e le criticità che ne caratterizzano la realtà corrente. Credo che uno dei paradigmi da cambiare, in tema di vita nei territori montani, sia anche questo: comprendere se e come certe criticità sovente croniche delle quali la montagna soffre non possano essere trasformate in specificità e dunque in potenziali opportunità, in considerazione del fatto che la montagna è differente da ogni altro luogo e comunque non potrà mai godere degli stessi agi dei territori più urbanizzati se non attraverso stravolgimenti materiali e immateriali così profondi dei propri territori e della propria anima da rischiare non solo l’omologazione più banalizzante ma pure l’annientamento dell’identità peculiare, del senso stesso di essere «montagna» e, dunque, della propria esclusiva attrattività.

Questo (serve dirlo?) non significa che gli abitanti dei territori montani debbano essere condannati a vivere in maniera meno agiata rispetto a quelli dei contesti cittadini, ma significa che non si può sempre pensare di infrastrutturare le montagne a (bieca) imitazione delle città solo perché così si rende la vita più comoda ai turisti, che invece devono finalmente tornare a comprendere che, ad esempio, un rifugio di montagna innanzi tutto non è un albergo e, ancor più, che per essere ciò che è deve richiedere di essere raggiunto in maniera consona e equilibrata al luogo in cui si trova: con una bella e rinfrancante camminata su un vero sentiero, con l’adeguata attenzione al territorio che si attraversa, portandosi in spalla uno zaino con tutto ciò che occorre alla frequentazione autentica dei territori in quota… così come con la considerazione che il villaggio nel quale si alloggia non è un quartiere periferico di una grande città ma un luogo che proprio in ciò che non ha sa offrire molto di ciò che manca alle città. Che non sono negozi parcheggi locali notturni discoteche o che altro ma la dimensione montana vera, il silenzio, la tranquillità, il cielo stellato senza inquinamento luminoso, la magia del bosco, la fatica del sentiero e la soddisfazione di averlo percorso fino alla meta, le chiacchiere scambiate con altri escursionisti lungo quel sentiero, la visione sfuggente di un selvatico, le multiformi geografie alpestri e la vastità dei panorami da lassù visibili… insomma, non credo serva continuare perché chiunque potrebbe andare avanti per ore.

[Uno dei Laghi di Campagneda con il Pizzo Scalino.]
Trasformare le criticità in opportunità, senza piangersi addosso e/o aspettare che la politica intervenga o altri soggetti facciano “cose”, quasi sempre calandole dall’alto senza interlocuzione con le comunità, ma riflettere, meditare, analizzare, capire come le proprie specificità montane possano e sappiano rendere i luoghi speciali, ognuno a suo modo unico e dotato di proprie potenzialità geografiche, economiche, sociali, culturali delle quali poter fruire e poi offrire ai visitatori come valori aggiunti del luogo. Sarebbe una piccola/grande rivoluzione per le nostre montagne, di sicuro non semplice da mettere in atto ma altrettanto certamente più difficile da dirsi che da farsi se mancano la visione necessaria e almeno la volontà di provare di cambiare quelle carte – sempre le stesse, in effetti – fino a oggi sul tavolo montano.

Un esempio significativo al riguardo lo offre lo stesso Michele Comi nel proprio articolo su “montagna.tv” in merito a quanto accaduto in Valmalenco:

Provare a pensare che un singolo minibus può trasportare gli occupanti di molte vetture e liberare dai parcheggi intere cataste di lamiere, oltre ad esporre molto meno le persone ai pericoli di crollo, che non potranno mai essere del tutto eliminati. È un inizio semplice, concreto. Perché non provare ad agire sui comportamenti, e non soltanto sulle opere di contenimento e difesa?

[Il Gruppo del Bernina riflesso in un laghetto nella Valle di Scerscen.]
Ecco. Godere di questi mesi di silenzi profondi e salvifici, lassù oltre la frana di Lanzada, e capire come farne un privilegio peculiare del luogo non facendoci più andare così tante autovetture private come prima, invece che una calamità perché le autovetture private non ci possono andare come prima. Cambiare paradigma, prospettiva, visione, consapevolezza. È difficilissimo da fare solo se non vogliamo farlo. Se invece volessimo, chissà, potrebbero aprirsi dei mondi straordinari che avevamo a portata di mano ma non eravamo capaci di vedere.