“I Tesori della DOL”, un film imperdibile. Punto.

Potreste forse pensare che quanto state per leggere, ovvero quanto ho scritto e affermo in questo post, sia perché sono per molti aspetti parte “interessata”, ma nel caso vi dico che, fosse pure così, amen. Dacché la verità è che I Tesori della DOL, il film di Carlo Limonta – con i testi di Ruggero Meles magistralmente “recitati” da Luca Radaelli – che racconta la bellezza geografica, umana e culturale della Dorsale Orobica Lecchese narrandone il trekking de “In Viaggio sulle Orobie” che l’ha percorsa la scorsa estate, è al di là di tutto un film veramente imperdibile.

E, affermando ciò, credo sia inutile denotare perché lo sia, elencandone gli innumerevoli pregi con il necessario sfoggio di aggettivi che, pur del tutto obiettivi e significanti, resterebbero meramente tali se non correlati alla diretta visione del film che descrivono. È un film da vedere, punto. Perché – se proprio devo aggiungere dell’altro – racconta di un territorio di montagna altrettanto da vedere da conoscere ed esplorare, nel quale camminare, vagare, fermarsi poche ore o tanti giorni, dal quale lasciarsi meravigliare, stupire, emozionare, del quale restare sbalorditi constatando quanti veri e propri tesori offra.

E se volete capire perché posso dire ciò, della DOL… beh, non potete che vedere il film – venerdì prossimo alle 21.30 a Carenno. Insomma: il circolo più virtuoso che si potrebbe immaginare, per di più in una location che a sua volta vi meraviglierà e accrescerà oltre modo le emozioni. Come vedere un film stando dentro il film stesso: un qualcosa di imperdibile, appunto!

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Meteoroscopi

Ormai, certi bollettini delle previsioni meteorologiche assomigliano più agli oroscopi sui magazine di gossip, che ad altro. Con una sola differenza: che i secondi probabilmente c’azzeccano più dei primi.
Non tutti sono così, sia chiaro, ma tanti sì, certamente troppi: i servizi di previsione meteorologica seri si contano sulle dita due due mani, non di più.

D’altro canto, quanto rimarcato accade perché troppe persone ai quei bollettini meteo farlocchi ci credono e se ne fanno condizionare, esattamente come dalle ridicole predizioni di tanti sedicenti astrologi, con quell’atteggiamento tutto italiota che dà importanza alle cose francamente meno importanti, sopravvalutandole, ingigantendole, travisandole – l’Italia è sempre più una Repubblica fondata sulle fake news! – ignorando invece ciò che conta veramente. Così noi, vanagloriosi e iper-tecnologici uomini italici del XXI° secolo, col tutto il nostro crederci tanto bravi e tanto furbi, ci facciamo spaventare da un acquazzone o da una leggera nevicata: ad esempio al punto da diventare piuttosto invisi ai custodi dei rifugi alpini, che puntualmente si vedono disdire le prenotazioni effettuate dagli italiani all’annuncio (sovente sbagliato) di brutto tempo, mentre gli stranieri non ci fanno caso, anzi, a volte preferiscono condizioni perturbate perché più esperienziali, maggiormente capaci di rendere ancor più fascinoso il paesaggio alpestre e perché, francamente, sarebbe anche del tutto normale che a volte ci sia il Sole e a volte la pioggia, e dunque altrettanto normale adeguarcisi. A meno che non si preferisca un clima da deserto, senza più acqua nei fiumi e nei rubinetti di casa ma con tante giornate di bel tempo da sfruttare per… starsene al chiuso in un centro commerciale, ecco. Dacché purtroppo finisce così, in molti casi.

E se la cosa migliore per saperci adeguare a qualsiasi condizione meteorologica, senza che nessuna di esse – salvo casi estremi e parimenti assai rari – ci condizioni più di quanto sia il caso, fosse proprio quella di non sapere in anticipo che tempo farà? A cosa servono, in effetti, certi bollettini meteo sovente privi di rigore scientifico se non a suggestionarci e inquietarci, oltre che a mandare in bestia gli operatori del turismo quand’essi si rivelino pure errati? Per restare nel tema citato poc’anzi, li dovevate sentire, qualche settimana fa, gli improperi di un amico rifugista sulle Alpi, profusi in mia presenza durante un pomeriggio di cielo sereno e clima gradevolissimo ma senza clientela (a parte 3 o 4 persone, me incluso) per via delle previsioni che davano per certi acquazzoni e temporali! E anche fosse andata così: mai sentita – anzi, mai fiutata la meravigliosa messe di olezzi d’ogni sorta, ma tutti stupefacenti, che rilascia il sottobosco durante e dopo la pioggia? Mai visto il luccicore abbagliante dell’erba dei prati? E lo spettacolare rincorrersi delle nubi tra le vette montane, o l’atmosfera fiabesca e i magici chiaroscuri d’un bosco avvolto dalla nebbia? In fondo, nel caso, esistono i radar meteorologici in grado di evidenziare, in tempo reale, l’arrivo d’un fronte temporalesco o d’una perturbazione più forte di altre, e dunque la necessità di pensare a un riparo presso cui sostare in attesa che l’eventuale burrasca passi…

D’altronde, la variabilità meteorologica è un elemento fondamentale della vitalità della Natura: il problema non è affatto dato dalla possibilità di beccarsi una lavata per via d’un acquazzone, ma dalla ormai conclamata impossibilità di saperci adeguare a qualsiasi condizione meteorologica – per di più con tutta la tecnologia dei capi di vestiario odierni e la relativa protezione a disposizione. Non è il cielo che scarica pioggia a non essere normale, siamo noi che ci facciamo condizionare da una previsione meteo a esserlo.

Ma in effetti, a pensarci bene, non dovrei sorprendermi più di tanto: se ancora oggi, nell’anno di grazia (?) 2018, c’è gente che crede agli oroscopi sui giornali ovvero, addirittura, che con belle giornate di Sole e clima gradevole passa il tempo libero nei centri commerciali e in altri non luoghi simili…

P.S.: per la cronaca, riguardo all’immagine in testa al post, l’inverno 2017/2018 ha presentato una temperatura media di 0.3° superiore alla media trentennale di riferimento (vedi qui). Eh!

P.S.2: se avete un ragno sul terrazzo di casa, piuttosto che schifarlo e ucciderlo (non vi ha fatto nulla, anzi, aiuta a eliminare insetti fastidiosi) tenetelo controllato: se tesse la tela, il bel tempo è assicurato; se non la tesse e se ne fermo al centro, probabilmente pioverà. Credetemi: è un meteorologo la cui affidabilità nessun satellite, supercomputer o elaboratissimo modello previsionale sanno ancora eguagliare.

Montagna + cultura + arte = Carenno, dal 22 giugno!

Rimettere al centro e rivalorizzare il patrimonio culturale della montagna e la bellezza del suo paesaggio attraverso l’altrettanta bellezza della cultura umanistica e il valore sociale delle arti espressive. È questo lo scopo fondamentale che si è prefissa la Pro Loco di Carenno nell’allestire UNA MONTAGNA DI EVENTI, la rassegna di eventi culturali che, dal prossimo 22 giugno e nei weekend fino al 15 luglio, porterà in alcuni dei luoghi più suggestivi della montagna carennese prestigiosi artisti e letterati quali protagonisti di originali appuntamenti dedicati alle principali arti espressive, declinati al contesto montano locale (e che per conto della Pro Loco ho avuto l’onore e il piacere di curare). Il tutto, come detto, per originare un virtuoso incontro tra il prezioso e magnifico patrimonio naturale dei monti di Carenno con l’altrettanto prezioso patrimonio culturale di chi in montagna ci vive da secoli o da turista ne gode delle bellezze, al fine di riportare alla giusta e diffusa consapevolezza il valore di un territorio montano tra i più belli della Lombardia, certamente meno blasonato di altri ma in grado di offrire bellezze e tesori culturali come è raro trovarne altrove.

UNA MONTAGNA DI EVENTI debutterà – in modo assolutamente suggestivo – venerdì 22 giugno alle 21.30, presso il secentesco Oratorio di San Domenico a Carenno, con la proiezione all’aperto e in notturna de I Tesori della DOL, il film di Carlo Limonta, con testi di Ruggero Meles, che racconta la grande bellezza della Dorsale Orobica Lecchese (della quale i monti di Carenno rappresentano una parte importante) a seguito dell’edizione 2017 di “In Viaggio sulle Orobie”, il trekking organizzato dalla rivista OROBIE che ha fatto da motore al rilancio dell’itinerario e dei suoi tanti “tesori”. Nella serata, condotta da Meles e con la partecipazione del direttore della rivista, Paolo Confalonieri, vi sarà anche la possibilità di visitare il vicino cantiere presso il quale l’Associazione Gruppo Muratori e Amici del Museo Ca’ Martì svolgerà proprio in quei giorni il corso di formazione sulla costruzione di muri a secco (altro evento di grande valore culturale in realizzazione a Carenno) con spiegazioni e dimostrazioni dal vivo delle relative tecniche, nonché la possibilità di visitare lo stesso Oratorio di San Domenico; saranno inoltre presenti alcuni stand delle associazioni locali con vendita di materiale informativo sul territorio, libri e cartine dei sentieri.

Domenica 1 luglio, alle ore 17.00, “teatro” del secondo appuntamento sarà il bel nucleo rurale di Forcella Bassa, a 1.200 m di quota, e termine migliore a definire per l’occasione il luogo non potrebbe esserci, grazie ad Arie antiche e da camera nella corte di Forcella Bassa, un concerto per voce e piano di celebri e bellissime arie “da salotto” nel solco della più nobile tradizione musicale italiana del sette-ottocento. Una tradizione che tocca il culmine del successo negli ultimi decenni del XIX secolo impegnando gli interpreti vocali e accompagnatori negli ardui cimenti artistici di arie che saranno eseguite nel bellissimo “salotto rurale” della corte di Forcella Bassa, all’ombra del Monte Tesoro, in una fusione di musica e paesaggio di straordinario fascino. Protagonista del concerto sarà il celebre baritono Giuseppe Capoferri, con l’accompagnamento del pianista Samuele Pala e la guida all’ascolto del professor Valerio Lopane.

Alle 17.00 di domenica 8 luglio sarà invece Colle di Sogno, uno dei più bei borghi delle Prealpi lombarde, a fare da luogo ideale e assolutamente consono alla presenza di uno dei personaggi fondamentali della cultura alpina italiana: Roberto Mantovani. Lo scrittore e giornalista piemontese, direttore della rivista Camminare, storico dell’alpinismo con all’attivo più di venticinque libri e profondo conoscitore delle cose di montagna, accompagnerà i presenti in La (possibile) rivincita della Montagna, un viaggio letterario ed esperienziale sulle Alpi e nei luoghi in quota come Colle di Sogno che, nel Novecento, hanno subìto fenomeni di spopolamento e di decadenza socioeconomica, sovente finendo per essere abbandonati. Tuttavia oggi da tali luoghi può invece scaturire un processo di “resilienza montana” in grado non solo di farli rinascere ma pure di renderli, anche più delle grandi città, dei veri e propri “laboratori di futuro” socioeconomici e culturali, facendo della montagna la potenziale nuova forza trainante per uno sviluppo virtuoso di essa e dell’intero paese.

L’ultimo appuntamento della rassegna, ma non certo ultimo in tema di fascino (e di sicuro divertimento), si svolgerà domenica 15 luglio, sempre alle ore 17.00, presso lo storico ex Albergo del Pertusino, posto a quasi 1200 m di quota a pochi passi dal crinale dell’Albenza. Qui Luca Radaelli, mirabile attore, regista, sceneggiatore, direttore artistico di Teatro Invito, metterà in scena Ma mi voeuri cuntà, un concerto/spettacolo in stile “one man show” sul filo tra canzonetta e letteratura, tra teatro e divertissement, tra satira e nostalgia, che rievoca l’eccitante atmosfera della Milano negli anni ’60/’70: la Milano di Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Dario Fo, Nanni Svampa, Giorgio Strehler, Alda Merini, la Milano dei milanesi che cantavano le gesta di personaggi come la Rita, el commissari, la Nineta, il Cerutti, l’Armando anche (se non soprattutto) durante le loro gite domenicali sulle nostre montagne.

Per tutti gli appuntamenti pomeridiani, sarà offerto ai presenti un lauto rinfresco a base di prodotti tipici del territorio. Da notare infine che l’intera rassegna, la quale gode del patrocinio del Comune di Carenno e del supporto delle associazioni locali, viene realizzata sotto l’egida del brand #inLOMBARDIA e grazie al concorso di risorse di Regione Lombardia.

La montagna – carennese ma non solo – e la sua preziosa cultura peculiare torna dunque protagonista, grazie alla Pro Loco Carenno: una montagna tra le più spettacolari di Lombardia, vero e proprio balcone prealpino di grande bellezza proteso sulla pianura e verso orizzonti alpini vastissimi, che merita di essere goduta per questo e, in modo anche più intenso, in senso culturale. Perché mai come oggi la cultura di montagna, adeguatamente rivalorizzata e conosciuta, può rappresentare un ambito di salubrità fisica, mentale, intellettuale e spirituale: ed è inutile denotare quanto il nostro mondo contemporaneo abbia grande bisogno di tutto ciò.

(Per scaricare le locandine degli eventi in formato pdf, cliccate qui e qui.)

Valori (?!)

Valori. Più o meno “occidentali”, “cristiani” o “laici”, “civili”, “civici” o quant’altro, da “difendere”, “preservare”, “salvaguardare”, a volte “imporre”… quante volte oggi, sui media, sentiamo o leggiamo questo termine – usualmente declinato al plurale, appunto: “valori”, vero?
Già, ma poi, in fin della fiera: “valori” cosa?

[…] gli immigrati che hanno scelto di vivere nel mondo occidentale hanno “l’obbligo” di conformarsi ai valori della società nella quale hanno deciso “di stabilirsi” ben sapendo che “sono diversi” dai loro e «non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante». Di quali valori stiamo parlando? Quelli della società occidentale? In Gran Bretagna, che anche dopo la Brexit credo rimanga occidentale, il kirpan è ammesso. Il velo è proibito nei luoghi pubblici in Francia, ma non in altri paesi occidentali. Per i paladini nostrani dell’abolizione del velo, questa peraltro varrebbe solo per le donne islamiche, non per le suore o le fedeli ortodosse. Proibire di circolare armati è senza dubbio giusto, meno armi, meno pericoli, però stride con lo spirito della legge appena approvata in Parlamento sulla legittima difesa. […] La convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere». Parole condivisibili, ma qual è il nucleo comune? Quali i valori di riferimento? Sono comuni a tutti coloro che includiamo nel “noi”? In altri termini, siamo davvero un “integro” tale da considerarci una unità coerente?

(Marco Aime, Valori occidentali?, su Doppiozero, 18 maggio 2018.)

Ho tratto il passo sopra pubblicato da un ottimo articolo al riguardo di Aime, certamente non risolutivo ma assai utile a suscitare una quanto mai necessaria riflessione intorno al tema – che dunque vi invito caldamente a leggere cliccando qui. Perché prima di usare il (e sovente abusare del) termine “valori” nonché discettare al riguardo, sarebbe finalmente il caso di stabilire e fissare alcuni fondamentali punti fermi: cosa dobbiamo intendere per “valori”, e cosa non? Come vogliamo fruire del senso e del significato filosofico/sociologico principale del termine, in seno al nostro mondo quotidiano e alla società nella quale viviamo? Quanta relativa coerenza possiamo stabilire di associarvi, e quale livello di ipocrisia decidiamo di non accettare?
Ma ancor prima e ancor più, forse: se i “valori” vanno condivisi e per ciò difesi, quanto siamo realmente pronti a condividerli? E quanto, nel caso, a rimetterli in discussione, al di là di qualsiasi vetero-ideologia?
Se fossero tali questioni, in verità, i primi e i più importanti dei valori, molto prima di tutto il resto?