Certi boschi, d’inverno

Vi sono certi boschi, un tempo ben curati e chissà quanto rigogliosi e invece oggi lasciati al loro destino selvatico, senza più nessuno che se ne prenda cura e che abbia interesse a farlo, che nella sospensione invernale e nella particolare luce di certi pomeriggi di febbraio mi ricordano i gruppetti di vecchi che passano le giornate seduti su panchine lungo le strade, altrettanto ignorati da tutti, invisibili come fossero divenuti ormai parte del paesaggio che hanno intorno, nonostante il loro carico chissà quanto pesante e prezioso di memorie, conoscenze, esperienze, nozioni, saggezze. Dignitosi, orgogliosi seppur piegati dal tempo e dalle vicissitudini dell’esistenza, vetusti certo ma ancora vivi di storie divenute ricordi e nostalgie che sono e restano il passato del presente e la materia (anche in senso didattico) del futuro – di tutti noi.

Li osservo stagliarsi nitidi nella luminosità solare che già prende a attenuarsi e che si dilata nella leggerissima foschia pomeridiana che risale sui fianchi del monte, stretti l’uno all’altro come se volessero farsi vicendevole forza o se cercassero di apparire ancora più solenni di quanto già non siano (invero ora, così privi di fogliame e di vitalità vegetativa, mi sembrano tanto fragili, anche gli esemplari dal tronco e dai rami più nerboruti), le membra lignee che nel cielo s’intrecciano e disegnano sullo sfondo luminoso i tratti di un inopinato alfabeto arboreo che descrive decenni di storie, forse secoli, svaniti in pochi attimi. Mi sembra che siano lì pronti a parlare, in qualche modo, a raccontare, narrare, svelare i segreti di quella loro dimensione silvestre o chissà quali e quante altre cose che noi non sappiamo cogliere e capire ma, senza nessuno che li ascolti più, restino in silenzio, sopiti nella propria dolce quiete invernale, lasciandosi cullare le fronde più alte dal vento che spira tenuemente da Est, unico elemento col quale dialoghino, a loro modo, in questo quieto pomeriggio di febbraio.

Io resto qui, tra di essi e le loro lunghe ombre, in silenzio, cercando di carpire qualche parola fatta d’aria sottile e di delicata bellezza.

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Gli alieni e i terrestri

Mmm… così di recente ci sarebbe stata “un’ondata di avvistamenti UFO”, a quanto raccontano i media.

Eh! Come no!
Ma veramente i terrestri credono – quelli che avvistano i dischi volanti e gli altri che vi danno credito – che razze aliene infinitamente più intelligenti e tecnologicamente tanto avanzate da saper costruire astronavi in grado di superare distanze intergalattiche ovvero superdimensionali – veramente credono che civiltà aliene del genere siano di contro talmente idiote da prendere contatto con una razza così primitiva, rozza e tremendamente perniciosa (per sé e per ogni cosa abbia intorno) come quella umana qui sulla Terra?

Con tutte le civiltà ben più meritevoli di considerazione e più umane (!) che vivono un po’ ovunque tra le galassie?

Veramente credete a una tale possibilità?

Caspita, certo che ce ne vuole di vanagloria e tracotanza per credere a ciò!

Piuttosto, meno male che le razze aliene che transitano dalle parti della Terra sono talmente intelligenti da non “ragionare” come i terrestri e comportarsi di conseguenza. Altrimenti la “civiltà” umana sarebbe stata eliminata già da un pezzo.
Ecco.

Odio

In questo articoletto parlerò di odio.
Ma non è come state pensando. No, niente riflessioni sull’odio o incitamenti relativi.
Parlerò proprio di “odio”: ho conosciuto un tale che fa proprio così di cognome, Odio. “C. Odio”.
E ho scoperto che è un cognome di origine ispanica, dotato anche d’una storia secolare e ancora piuttosto diffuso in quelle terre, tant’è che ci fu pure una (lì) nota poetessa, Eunice Odio (la vedete raffigurata nell’immagine lì sopra), famosa per la sua bellezza ma pure per un cognome così “antitetico” a qualsivoglia poetica avvenenza.
Però voi pensate, per dire, ad essere una persona di bontà e tolleranza verso il prossimo più uniche che rare, e di contro a dovervi presentare a quel prossimo con un tale cognome… be’, con tutto il rispetto, che bizzarro scherzo del destino sarebbe!
Certo, meglio così, d’altronde, che rispettare un qui poco auspicabile nomen omen! Già.

Ritorna la luce

È già il tempo nel quale la luce riconquista il territorio celeste scacciando ogni mattina di più la tenebra nel profondo della notte: le linee e le forme del paesaggio che solo qualche giorno fa erano spazio nero su sfondo nero, indistinguibili al mio sguardo se non attraverso visioni mnemoniche, ora si stagliano nette nel cielo sereno antelucano, che a sua volta sull’orizzonte s’indora sfumando nel blu dello zenit sul quale s’affievoliscono le luci stellari.

Immagino che in tanti siano felici di questa rinnovata epifania luminosa mattutina, che già sente di primavera e tenta di fare dei rigori invernali qualcosa di cui non preoccuparsi più. A me, anche se questa luminescente vitalità antelucana affascina e sorprende, un poco invece spiace di non uscire di casa nel buio che sa ancora di notte fonda, di silenzi vasti e apparente sospensione, tra i fiochi bagliori dei lampioni che lungo la via illuminano il nulla e le luci laggiù nella pianura che svanisce nella tenebra, minuscole e innumerevoli, che tracciano e segnalano le vie e le case degli uomini e, ogni volta che le osservo da quassù, mi sembrano l’unica cosa gradevole di quello spazio di troppo cemento e pochi alberi, caos diurno e vita frenetica che invece la notte, unica a saperlo fare, quieta e riappacifica, almeno all’apparenza e anche nell’inconsapevole imitazione (o parodia) terrena di quelle luci antropiche delle stelle che punteggiano il cielo.

Un poco mi spiace che il buio svanisca ogni mattina di più perché ho imparato a coglierne la dolcezza intima, l’avvolgente tranquillità, il silenzio che mai è tale perché sempre vi è vita vigile e attiva, la sensazione di sospensione e di nulla a disposizione per ordinarvi al meglio il tutto, ovvero tutto ciò che si voglia conservare. Il buio in cui le persone normali vi ritrovano irrazionali paure indotte e coltivate nell’animo malnutrito in cui attecchiscono (i mostri inesistenti si vedono solo dove li si vuole vedere, sovente quelli veri sono lì accanto ma restano invisibili), e che invece io ho imparato a vivere e rendere dimensione ideale, spazio accogliente giammai pauroso, semmai intrigante, affascinante, seducente, intimo: nei boschi, ad esempio, circondato dal popolo arboreo, il più amichevole e rasserenante che vi sia, o negli spazi aperti guidato dalle costellazioni stellari, in quota così luminose da consentirmi di nemmeno accendere luci artificiali per camminare con sicurezza lungo le strade rurali e i sentieri.
Questione di armonie profonde, di sensazioni piacevoli all’animo e allo spirito anche più che alla mente, di equilibri vitali, che il buio mi pare agevolare.

Poi, certamente, la stagione avanza e la luce trionfa sempre più e quelle armonie, se autentiche, genuine, consapevoli, trovano altri privilegi intorno a me a supportarle e ravvivarle. In fondo, il buio è ciò che la luce gli consente di essere, e viceversa. Questa è l’armonia basilare e fondamentale, il circolo virtuoso attorno a cui si muove il tempo, o quello che non intendiamo come tale ma che, alla fine, non è che un possente e irrefrenabile moto di energia vitale. Altrettanto fondamentale: perché ne siamo parte integrante, causa ed effetto, nel buio e nella luce. Sempre.