INTERVALLO – Berlino, la “Torre dei Libri” in Bebelplatz (Summer reload)

(Una rassegna degli articoli più “cliccati” dell’ultimo anno qui sul blog, in attesa di tornare a pieno regime dopo l’agognata e giammai necessaria pausa vacanziera! 😉 )

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Un’opera dal doppio valore, la Torre dei Libri in Bebelplatz: ricordare (insieme a un’altra opera presente nella piazza, di Micha Ullman) la triste data del 10 maggio 1933, quando avvenne il rogo in cui i nazisti bruciarono circa 25.000 libri ritenuti pericolosi, e inoltre diffondere la “presenza” del libro in mezzo alla gente come oggetto quotidiano, al pari di tanti altri ma certamente di ben maggior valore.
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Il buon senso se ne stava nascosto, per paura del senso comune (Alessandro Manzoni dixit – Summer reload)

(Una rassegna degli articoli più “cliccati” dell’ultimo anno qui sul blog, in attesa di tornare a pieno regime dopo l’agognata e giammai necessaria pausa vacanziera! 😉 )

Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva; lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione. «Ho trovato gente savia in Milano, – dice il buon Muratori, nel luogo sopraccitato, – che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi». Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.

(Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cap.XXXII.)

Alessandro Manzoni a.k.a. “Alemanzo Sandroni”, by Roberto Albertoni (da http://www.forcomix.com/)

Eh già: anche nella Milano manzoniana del ‘600, soggiogata dalla peste, circolavano fake news a gogò su chi fossero gli untori che propagassero il terribile morbo, scatenando ciò una vera e propria psicosi di massa che oggi chiameremmo fobia – per la quale pure Renzo, scambiato per un untore, rischia il linciaggio.

Tuttavia almeno allora un’emergenza seria c’era – la peste nella sola città di Milano provocò 60.000 morti in soli due anni; per le tante pseudo-fobie contemporanee invece non c’è quasi mai una buona giustificazione. Allora come oggi invece, lo denota il Manzoni, il buon senso latitava parecchio: ma se a quei tempi esso c’era, soltanto nascosto “per paura del senso comune”, oggi temo che proprio il “senso comune” – ovvero il famigerato vox populi vox dei così condizionato e pilotato dai media nonché privato delle necessarie consapevolezze culturali – lo abbia allontanato definitivamente, o quasi. Sempre che non l’abbia addirittura soffocato.

P.S.: en passant, tra ottobre e dicembre prossimi a Milano si svolgerà la quinta edizione della Maratona Manzoni, con letture collettive in diverse lingue ed eventi vari intorno ai Promessi Sposi. Un romanzo che numerosi docenti, a scuola, hanno spesso contribuito a farci odiare, ma che nel bene e nel male è parte fondamentale della nostra cultura.

Essere o non essere – di parola


Nel guazzabuglio fuori controllo di parole e parole e parole e parole proferite nell’etere, inquinanti la mente al pari delle polveri sottili con l’aria – per di più con l’aggravante generata dai media, sul web o altrove -, trovo incredibile (ingenuamente se non stupidamente incredibile, lo ammetto) quanto ormai poco o nulla conti la “parola”, quella spesa in forma di patto orale, di accordo, di impegno tra persone che un tempo, proprio in forza di ciò ovvero della virtù di saper tener fede alla parola spesa – “essere di parola”, come si dice in questi casi – si sarebbero definite gentiluomini (o gentildonne, ma capite bene che è una mera questione di definizione e non di genere).

Oggi, complice un clima culturale parecchio degradato che ha finito per degradare i rapporti umani e sociali in alcune loro basi fondamentali, finendo pure per togliere valore a numerose azioni quotidiane invero a modo loro importanti ma sovente assai banalizzate, nonché per via di certi modus vivendi e delle gesta di tanti “personaggi” diffusi dai media e sovente presi a modello (dai politici in giù) le cui parole pomposamente proferite in pubblico e riecheggiate ovunque da organi d’informazione compiacenti cambiano a ogni colpo di vento per poi essere ribaltate e infine puntualmente disattese – per tutto ciò, insomma, certi impegni per i quali una sola parola reciprocamente riconosciuta bastava a renderli ineludibilmente rispettati non esistono quasi più. Similmente a tante altre cose, anche tali “parole da gentiluomini” sono state virtualizzate, come fossero post pubblicati sui social che si possono modificare e cancellare quando e come si vuole. Una formula come «Hai la mia parola!» un tempo considerata sacrosanta, oggi conta come un’emoticon su facebook: possiede (forse) un mero valore nel mentre che viene proferita e solo in quell’istante e poi non si sa, forse a breve non conta più niente, finisce nel nulla proprio come un qualsiasi banale contenuto web.

Eppure io, sempre ingenuamente se non stupidamente (e sempre di più, temo) continuo a dare valore pressoché assoluto a una parola spesa, ancor più che se fosse messa nero su bianco, proprio perché verba volant, scripta manent: la parola spesa oralmente è – per così dire – più “debole”, quindi abbisogna di maggior attenzione e considerazione nei riguardi del senso e del valore che porta con sé, nonché dei suoi effetti concreti. È la fonte e il sigillo di un patto dal valore assoluto, appunto, una pratica sociale che, se fosse ancora pienamente rispettata e salvaguardata, farebbe “girare” questo nostro mondo in modo migliore, ne sono certo, dando per giunta maggior valore e spessore umano ai singoli individui e alle loro azioni così come alla rete dei rapporti sociali che volenti o nolenti ci unisce tutti quanti, grazie ai quali il mondo si muove e “vive”.

In fondo, io credo, è anche una questione di coerenza, lealtà, onestà intellettuale, di sincerità d’animo, di onorabilità. Forse, pure queste, tutte doti umane delle quali ormai non frega più nulla a nessuno o quasi, già.

Il “capitalismo” di oggi, spiegato rapidamente

Ovvero così:

Ecco.

E fate attenzione a quel di oggi che ho inserito nel titolo del post: così voglio intendere che, per quanto mi riguarda, il capitalismo in quanto sistema politico-economico (e la sua base filosofica) non può e non deve essere considerato il “male assoluto” – tanto più che lo stesso termine “capitalismo” possiede numerose accezioni interpretative a volte pure antitetiche. Semmai, “male” lo è certo “pseudo-capitalismo” contemporaneo totalmente deviato dalle sue origini concettuali e storpiato al fine di trasformarlo in strumento di potere iniquo e per molti aspetti destabilizzante, asservito al controllo di una minoranza che ne ha accentuato a dismisura un (invero paradossale) carattere oligarchico – forse anche in conseguenza di una sorta di inesorabile “difetto genetico” insito nel concetto stesso di capitalismo.

Sedici braccianti morti e una Repubblica fondata sulle nuvole

Già proprio così. L’Italia è una Repubblica (?) fondata sulle nuvole, e da queste nuvole di frequente cascano frotte di italiani in una squallida imitazione dei loro leader-politicanti che semmai fingono “populisticamente” di cascare ma sulle nuvole se ne restano ben assisi, lontani dalla realtà, irraggiungibili dalla quotidianità, ben arroccati e comunque intoccabili.

Su quelle nuvole poi, evidentemente c’è terreno assai fertile affinché prosperi la più bieca ipocrisia: come quella, vergognosa, spregevole, laida, che sto sentendo in conseguenza delle due tragedie stradali nelle quali sono morti ben 16 braccianti che lavoravano nei campi sottoposti al sistema criminale del caporalato. Un fenomeno che esiste da decenni alla luce del Sole e che evidentemente va benissimo a tutti: ai criminali che lo mettono in atto (seppur qualcuno vorrebbe farci credere che pure i “caporali” siano stranieri), a chi li dovrebbe controllare e punire ma li lascia fare (le leggi che ci sono, se non vengono fatte rispettare, sono utili come una scialuppa che non si possa calare in mare a bordo d’una nave che sta affondando), ai politici (di ogni schieramento, sia chiaro) che da sempre blaterano tanto ma poi si voltano dall’altra parte – non essendo un tema elettorale sul quale produrre consenso e populismo -, alla grande distribuzione i cui prezzi imposti per il pagamento di tali raccolte agricole illegali agevolano il fenomeno, a noi che acquistiamo i prodotti fatti pervenire da quella grande distribuzione nei supermercati, ben felici di pagarli poco o nulla rispetto al loro valore effettivo.

Ora dunque è tutto un florilegio di dichiarazioni: di voler far la guerra al caporalato, di volerne debellare il controllo dei campi agricoli, di voler emanare nuove leggi ad hoc, ed è un gran piangere quei poveri “lavoratori” senza però mai accennare che tali non fossero ma veri e propri schiavi, vittime di una forma di “schiavismo della porta accanto” che l’ipocrisia di questa nostra società tiene costantemente nascosto (in fondo noi siamo i “buoni”, no? Giammai schiavisti e/o razzisti!), uno strumentalizzare le tragedie per i soliti fini ideologico-populisti, xenofobi, razzisti ovvero buonisti e globalisti. Epperò, visti i prezzi convenienti delle passate al supermercato, meno male che ci sono, questi schiavi negri pagati come nessun italiano mai accetterebbe (inevitabilmente) di farsi pagare, no?

A questo punto, da tutto ciò mi sorge una domanda: senza questi “clamorosi” 16 morti in 48 ore la questione sarebbe salita alla ribalta delle cronache e del dibattito pubblico-politico come sta succedendo? O tutti quanti – politici e amministratori pubblici in primis – avremmo continuato a guardare dall’altra parte, ben felici di gustarci un ennesimo buon piatto di pasta al pomodoro «che costa poco e piace sempre così tanto a tutti»?

Una risposta personalmente ce l’ho, e dal mio punto di vista non è solo una risposta ma pure una sentenza e un’ennesima controprova, a dimostrare che l’Italia, ogni questione pur grave che non sa e non vuole risolvere la rende normalità. E nemmeno stavolta, io temo, il dramma criminale del caporalato sarà risolto. Lasciate che si spengano i riflettori sul tema (questione di pochi giorni, tanto di quei negri morti a nessuno frega nulla) e tutto scivolerà nel solito italico oblio, così come tutte le “belle” e “sentite” parole al riguardo si riveleranno per ciò che sono: polvere al vento – elemento d’altronde ben presente tra le nuvole. Prepariamo tutti quanti la pasta da buttare in pentola, dunque, che di sugo al pomodoro ne avremo ancora molto a disposizione. Gustoso, invitante, d’un bel rosso vivo. Anzi, rosso sangue.