Gli esseri (a)sociali

Dissertavo, qualche giorno fa, di cosa di possa e debba intendere per “socialità”, ovvero chi sia realmente, oggi, l’essere sociale.

Viviamo un’epoca nella quale il concetto di socialità o sociabilità, nella forma semanticamente oggi preferita – un concetto principalmente culturale, in origine – viene di frequente legato a elementi assai poco “culturali” e spesso assai materiali ovvero funzionali a certi “scopi”. Viene ad esempio da pensare a come il modus vivendi contemporaneo imponga come “luoghi di socializzazione” i centri commerciali ovvero i similari non luoghi i quali, essendo spazi privi di identità culturale, finiscono inesorabilmente per degradare pure la sociabilità e la relativa possibilità di effettiva socializzazione tra gli individui – che non è certo lo scopo di quei (non) luoghi se non indotto da ben altri obiettivi, appunto. E come non citare poi le osservazioni di molti riguardo al paradosso dei “social” networks, secondo le quali tali strumenti digitali avanzati di interazione sociale finiscono in molti casi per rompere le relazioni tra individui trasformandole in algoritmi prefissati e segreganti le persone in esistenze quotidiane sempre più virtuali ovvero finte?
D’altro canto, l’etimologia della parola “sociale” indica sia appartenenza che dipendenza, significati correlati e al contempo, per certi versi, antitetici: ciò accade proprio nella realtà contemporanea e per quanto ho appena osservato, in una situazione di fatto nella quale le possibilità di socializzazione vengono sovente legate alla dipendenza da certe condizioni artificiose di esse e dai fini sostanzialmente differenti in base ai quali vengono create.

Dunque, al di là delle dissertazioni più o meno analitiche e “filosofeggianti” sul tema: chi è o può essere, oggi, il vero “essere sociale”?

Disquisendo e riflettendoci sopra, anche grazie agli amici con cui ho chiacchierato al riguardo, mi viene da pensare che, forse, il vero essere sociale è colui che comprende benissimo come, per essere “sociali” in certi casi, bisogna essere “asociali” in altri. Pare una roba ovvia, detta così, ma credo che non lo sia affatto, dacché una condizione di “asocialità” facilmente deve prevedere la sospensione, pur temporanea, dei rapporti in essere nella comunità sociale e del loro valore relazionale se non pure uno stato (pur sempre momentaneo) di solitudine: qualcosa che terrorizza molte persone ma che invero è di importanza fondamentale per qualsiasi individuo – ne scrissi qui al riguardo. D’altro canto è proprio in assenza di una condizione di socialità, o sociabilità, che possiamo acquisire autentica consapevolezza del suo senso, del suo valore e dell’importanza che può possedere e che possiamo cogliere: una “regola” altrettanto ovvia ma, evidentemente, non così tanto come si potrebbe credere. Per essere chiari – facendo un esempio tra i tanti possibili riguardo al principio elementare in questione: così come possiamo formulare un autentico e benefico concetto di “bellezza” solo constatando cosa possa essere “brutto” ovvero “sgradevole”, ugualmente abbia la possibilità di comprendere il valore e l’essenza sociale del nostro vivere quotidiano solo se sappiamo sperimentare e comprendere il corrispondente valore di una consapevole asocialità. È un principio semplicissimo, ribadisco, ma come molte cose simili la loro semplicità diventa spesso occasione di inconsapevolezza, di trascuratezza e omissione: e non è forse l’inconsapevolezza (ma potrei anche dire l’ignoranza ovvero l’ignorare la realtà, senza apparire eccessivo) uno dei “cardini” della pseudo-socialità imposta oggi?

Piuttosto e al contrario, a voler essere sempre “sociali” per volontà quasi sempre indotta, appunto, da meccanismi di – se così posso definirli – “psico-marketing” che in verità di sociale non hanno nulla o quasi, nel concreto – si finisce per diventare veri asociali, ovvero un elemento sostanzialmente antitetico all’autentica socialità, la quale non vive certo di inconsapevolezze e ignoranze né tanto meno di relazioni preconfezionate, sintetiche, contraffatte e distorte verso fini diversi da quelli originari – nonché dal senso sociale/sociologico immutabile, in fondo, se cogliendolo pienamente vogliamo (e possiamo) rimanere veramente umani.

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Il politico perfetto (pt.2)

In un’ennesima occasione – stavolta istituzionale e riservata – ho invece conosciuto un altro politico, anch’egli parlamentare d’un partito dei più preminenti e localmente assai popolare il quale, a differenza di quello di cui vi dicevo qui, si distingueva in tutt’altro modo: presente ma palesemente assente, tentennante, lo sguardo stranito, quasi in soggezione verso chiunque vi si rivolgesse con un tono di voce deciso, schivo come se non volesse essere lì ma lo avevano obbligato o come se avesse qualcosa da nascondere. Un pesce fuor d’acqua, finito all’ora di pranzo su una spiaggia piena di barbecue, insomma.

Caspita! – ho nuovamente esclamato a me stesso. Come trovare un’altra figura più facilmente soggiogabile al potere e alle gerarchie dominanti, adeguatamente priva di idee e iniziative sì da lasciar campo aperto a quelle imposte da altri? L’altro esempio  di “politico perfetto”, in pratica!

Ho espresso pure a quello i miei “complimenti” per tale consonanza. M’è parso oltre modo intimorito, ha sorriso appena, m’ha risposto un «Grazie!» traboccante di interrogativi e di apprensioni.

Homo homini ovium


Letto qui sopra? (Cliccate sull’immagine per leggere la notizia completa in originale.)
Bene: ora converrete che quel famoso motteggio in forma di affermazione retorica, “meglio un giorno da leoni che cento da pecora”, ha finalmente trovato un’attestazione scientifica netta e definitiva. D’altro canto i “leoni”, al riguardo, sono diventati più rari dell’aria pura in Val Padana.

Peraltro si noti pure che, come il sottotitolo della notizia ricorda, l’anno scorso negli USA era stato sintetizzato un embrione uomo-maiale e, guarda caso sempre dagli USA, è venuto fuori lo scandalo delle molestie sessuali, il movimento #metoo e tutto il resto.
E poi dicono che la scienza non sappia prevedere il futuro!

P.S.: il tutto, sia chiaro, con il massimo rispetto verso gli animali citati, moralmente del tutto incolpevoli – loro sì.

Jim Bridwell (1944-2018)

La foto qui sopra mi ha sempre affascinato tanto quanto divertito. Perché di quei tre ceffi ritratti si potrebbe pensare di tutto meno a ciò che realmente sono. Sembrano tre tipici hippies degli anni ’70, gente piuttosto avvezza a sostanze non troppo lecite, magari di ritorno da qualche concerto/happening di rock psichedelico o da una manifestazione contro la guerra in Vietnam a bordo di furgoni mezzi scassati e, si direbbe, tipi per nulla sportivi, tutt’altro…

In verità sullo sfondo della fotografia (celeberrima, per la cronaca) c’è qualcosa che fin da subito genera incertezza e curiosità sui soggetti ritratti: è una mitica montagna dello Yosemite, El Capitan, e una parete che ancora oggi è tra le più difficili al mondo, nel mezzo della quale sale The Nose, leggendaria via di arrampicata. Ebbene: quei tre, all’apparenza ordinari e svagati “Figli dei fiori”, in realtà sono appena tornati dalla prima ascensione in giornata della via. Era il 1975, e quell’impresa per i tempi fu qualcosa di “supereroico”, una roba che nessuno poteva credere possibile. Ci misero 15 ore, quando gli scalatori “normali” (per quanto lo potessero essere quelli che sapevano affrontare una via così tremenda) impiegavano qualche giorno. Quei tre fenomeni erano Billy Westbay, a sinistra, John Long a destra e, al centro, Jim Bridwell, uno dei più forti scalatori americani di tutti i tempi e, forse, il più leggendario d’oltreoceano in assoluto. Alpinista fortissimo, autore di alcune tra le più temute vie d’arrampicata del mondo, spirito libero, estroverso, carismatico, generoso, grande innovatore delle tecniche alpinistiche e inventore di attrezzature, personaggio assolutamente iconico e simbolo non solo di qualche generazione di arrampicatori e amanti della montagna ma, in generale, di un’epoca di grande e rivoluzionaria creatività, il cui pensiero (nonché il relativo atteggiamento mentale e spirituale) è ancora oggi una delle basi fondamentali per il progresso culturale – e non solo – del nostro tempo presente.

Purtroppo Bridwell è morto lo scorso venerdì doppio una lunga malattia, a meno di un anno di distanza dall’altra grande leggenda dell’alpinismo americano, Royal Robbins. Figure che a loro modo, e anche dai discosti e vertiginosi recessi verticali montani che frequentavano, hanno saputo compiere una piccola/grande rivoluzione. Personaggi ovvero modelli profondamente esemplari anche oggi, insomma – anzi: soprattutto oggi. Anche per chi di roccia e di scalate non ne sa nulla di nulla.

Il politico perfetto (pt.1)

Durante un evento pubblico ho conosciuto un certo politico, parlamentare d’un partito dei più preminenti pur non essendone tra i pezzi più grossi ma, localmente, alquanto in vista. Ne ho conosciuti altri, sia chiaro, ma questo s’è distinto in modo particolare: altezzoso, tronfio, arrogante, sprezzante, incompetente oppure falso, avendo dichiarato pubblicamente cose errate. Caspita! – mi sono detto – quale rara attinenza tra una persona, le sue prerogative e la professione svolta! Un siffatto individuo non poteva che fare quel “mestiere”, più tagliato di così non poteva essere.

Me ne sono complimentato, ma credo che non abbia capito il senso delle mie “congratulazioni”.