Pietra, legno, ingegno e fotografia

Dalle mie parti, a Carenno, da qualche giorno è partito un contest fotografico aperto a tutti e veramente interessante, per come richieda a chi voglia parteciparvi di andare a scovare grandi storie di pietre, legni e umani, a volte lunghe secoli se non di più, in dettagli sovente piccoli, minimi, magari trascurati da più i quali invece sono veri e propri libri aperti che offrono molteplici narrazioni a chi le sappia leggere. Ma di contro si potrebbero pure scovare grandi cose – oggetti, manufatti, scorci, visioni, orizzonti – che invece condensano il loro valore in un singolo nucleo, tanto piccolo quanto denso, che fa da chiave per “aprire” e contemplare tutto il resto. Ogni luogo vissuto che ancora conserva una relazione sia materiale che immateriale con il mondo che ha intorno ne permette a iosa di queste piccole/grandi scoperte: se quelle di Carenno siano facili o difficili da scovare e, ancor più, siano tanto belle da goderne e ricche di narrazioni dalle quali farsi sorprendere è, in fondo, il vero scopo di un concorso del genere, almeno quanto lo sia fissare tutto ciò in una bella immagine fotografica, preziosa testimonianza di quella ricerca a vantaggio di chiunque.

Trovate tutti i dettagli per partecipare (anche non siete del posto, anzi, è una buona occasione per scoprire il paese e il suo centro storico medievale, tra i più belli e meglio conservati della zona) sulla locandina sopra riprodotta. Cliccateci sopra per ingrandirla adeguatamente.

La città del futuro

[Foto di Denys Nevozhai da Unsplash.]
Negli ultimi anni si è avviato un dibattito vivace e spesso molto interessante sul futuro delle città, che a seguito dell’emergenza Covid e di tutti gli annessi e connessi – soprattutto in chiave sociale e sociologica – si è anche ampliato a riflessioni e proposte sempre più concrete anche perché inesorabilmente necessarie.

Nell’ambito dello spazio-mondo antropizzato, è inutile dire che la città rappresenta da sempre il modello abitativo umano per eccellenza, e ciò nel bene e nel male ovvero manifestando l’eccellenza della pratica dell’abitare, qualsiasi cosa possa voler significare nella forma e nella sostanza, e parimenti la rozzezza o il degrado di essa. Già prima del Covid c’era una distanza sempre più estremizzata tra i limiti appena citati, con da una parte neo-luoghi frutto di riflessioni architettonico-urbanistiche (ma anche sociali, economiche, sociologiche, antropologiche…) ponderate e innovative, capaci di “fare” la città ovvero di farne gli abitanti, e dall’altra parte i tanti, troppi non luoghi frutto della mancanza di quelle riflessioni e del perseguimento di interessi meramente e bassamente materiali, la cui presenza in città ne ha distrutto e ne distrugge l’urbanità generando inevitabilmente altrettanti non abitanti, “cittadini” solo di nome in preda a fenomeni di spaesamento, alienazione, desocializzazione e senza un autentico legame culturale con la città abitata. La pandemia, come detto, ha ancora più radicalizzato le varie differenze interne al corpo-città e i relativi scollamenti evidenziando soprattutto gli elementi più controversi e devianti, la cui pericolosità, a seguito dei lockdown forzati, del distanziamento sociale, dell’impossibilità di mettere in atto la socialità naturale di una città e di ogni altra cosa correlata, si è rivelata in modi lampanti e inquietanti.

Tuttavia, ribadisco, la città rappresenta ancora oggi il modello pratico fondamentale scaturente dalla pratica dell’abitare umano oltre che l’ecosistema antropico più emblematico, e lo è per se stessa così come per qualsiasi altro spazio antropizzato, che abbia forma di agglomerato abitato oppure di semplice spazio umanizzato a fini funzionali ma nel quale vi sia interazione tra abitanti pur temporanei nonché tra essi e il luogo – citandomi immodestamente, non è per un mero caso se lo scrivente si occupa di progetti culturali per la montagna ma tra gli ultimi libri ne ha scritti due su altrettante città, entrambe assai emblematiche per ciò che urbanamente (ancor più che urbanisticamente) rappresentano. È soprattutto nelle città che nascono e si sviluppano i modelli relazionali sociali più diffusi (in forme così palesi da poter essere agevolmente studiate e analizzate), ed è dalle città che quei modelli vengono poi esportati (o imposti) altrove insieme a correlati schemi urbanistici, non di rado con (de)contestualizzazioni piuttosto tragiche: basti pensare a certi villaggi montani la cui struttura originaria è stata stravolta a fini turistici assumendo le fattezze di una periferia cittadina, con condomini orribili, parcheggi enormi, strutture commerciali e altre opere (con tutte le forme mentis che si portano dietro, peraltro) del tutto avulse dal contesto territoriale e culturale locale. Le città, insomma, ampliano su macroscale tutte quelle problematiche proprie dei processi di antropizzazione e urbanizzazione di ogni spazio abitato e lo fanno nel bene e nel male, appunto, mantenendosi un modello di sviluppo e di innovazione ovvero di degrado e di inganno della pratica umana dell’abitare, così che il dibattito sul futuro delle città assume un valore e un’importanza assoluti, soprattutto dove e quando metta finalmente da parte il carattere di univocità tirannica che i modelli dell’abitare cittadino hanno assunto soprattutto negli ultimi secoli e sappia considerare, accogliere e sviluppare modelli alternativi, magari nati proprio dove di “città” e “urbanità” non verrebbe immediatamente in mente di disquisire – le aree rurali e i piccoli borghi, per dire – ma di contro dove le differenti dinamiche sociali, economiche, culturali presenti possono generare altrettanto differenti pratiche dell’abitare antropico: al riguardo penso al modello della “metro-montagna”, ad esempio, sviluppato in primis da Giuseppe Dematteis.

A proposito di città del futuro, alcuni dei contributi recenti più interessanti li ho trovati negli scritti di Maurizio Carta, autore del recente saggio Futuro. Politiche per un diverso presente edito da Rubbettino: ad esempio in [Nuovo Abitare] Reimmaginare le città della prossimità aumentata, pubblicato su “Ag|Cult” il 1 febbraio di quest’anno, Carta scrive:

Da urbanista e “futuredesigner”, che da anni lavora sulle metamorfosi urbane, sono convinto che serva una riflessione competente e sistemica per imparare dalla crisi, per rivoluzionare i nostri comportamenti una volta superata la pandemia, e per evitare – o mitigare – la prossima crisi. Non significa abbandonare le grandi città, come propongono alcuni, né associare al distanziamento fisico necessario per ridurre il contagio il distanziamento urbano, producendo, come conseguenza, una dispersione urbanistica che aggraverebbe l’impronta ecologica.
Ritengo, invece, che dobbiamo aggiornare al tempo post-pandemico quelle che definisco “città aumentate”, sistemi urbani capaci di amplificare la vita comunitaria senza divorare risorse: città più senzienti per capire prima e meglio i problemi, più creative per trovare risposte nuove, più intelligenti per ridurre i costi, più resilienti per adattarsi ai cambiamenti, più produttive per tornare a generare benessere, più collaborative per coinvolgere tutti e più circolari per ridurre gli sprechi ed eliminare gli scarti. Città a prova di crisi. Voglio proporre qui un modello di “città della prossimità aumentata”, ad intensità differenziata, policentriche e resilienti, con un più adeguato metabolismo circolare di tutte le funzioni, con una maggiore vicinanza delle persone ai luoghi della produzione e ai servizi, con una nuova domesticità/urbanità dello spazio pubblico. Dobbiamo usare la creatività del progetto, imparando dalla natura che si evolve per innovazioni, per adattamenti creativi e per inedite cooptazioni. Nel concreto, dobbiamo progettare la rigenerazione delle nostre città perché siano antifragili, capaci di usare le crisi per innovare, luoghi mutaforma capaci di adattarsi alle diverse esigenze delle città anti-sindemiche. Non più il tradizionale elenco di funzioni separate (figlio dell’urbanistica del Movimento Moderno, della città-macchina), ma, imparando dall’intelligenza e dalla creatività della natura, un fertile bricolage di luoghi che siano insieme case, scuole, uffici, piazze, parchi, teatri, librerie, musei, luoghi di cura, interpretando ruoli differenziati.

Qui invece trovate un altro interessante e recente contributo che disserta intorno al citato saggio di Maurizio Carta: [Sviluppo locale e Comunità] La forma della città del futuro. Ne cito un passaggio per chiudere in modo intrigante questo mio articolo:

Il futuredesign delle città del diverso presente per il futuro che vogliamo, soprattutto delle città mediterranee dovrà agire entro un nuovo urbanesimo che operi, non più come un set lineare di istruzioni fondiarie alimentate dal consumo di suolo e dalla rendita, ma come un sistema vivente, che evolva con le persone, che si sviluppi circolarmente, non producendo rifiuti, che si reinventi e si rinvigorisca attraverso la metamorfosi. Richiede un urbanesimo capace di essere nuova guida sapiente dei processi insediativi attraverso l’integrazione con la sostenibilità ecologica, con la gestione dell’uso dei suoli, con l’efficienza energetica, con la progettazione di nuove forme dell’abitare, senza sottrarsi dalla produzione di valore, ma anzi accettando la sfida di tornare a produrre «valori», materiali e immateriali.
Le città contemporanee sono organismi vibranti di luoghi e comunità, di dati e informazioni, di sensori e attuatori, di azioni e reazioni generati sia dalle persone che dall’ambiente. Le città devono essere più reattive ai nostri cambiamenti comportamentali, fungendo da dispositivi abilitanti per migliorare la nostra vita contemporanea. Una città più intelligente non sarà quella che aggiunge tecnologia ed efficienza al suo organismo tradizionale, ma dovrà essere una città che innova profondamente le sue dinamiche di sviluppo, che rivede il suo modello insediativo e che ripensa il suo metabolismo, che rinnovi il patto sociale con i suoi cittadini, fondato sul binomio spazio-società.
È una città che genera cittadini intelligenti e attivi investendo nel capitale umano e sociale, nei processi di partecipazione, nell’istruzione, nella cultura, nelle infrastrutture per le nuove comunicazioni. Una città che innova il software (il modo di abitare, produrre, muoversi) e non solo l’hardware, che rielabora un modello di sviluppo sostenibile, garantendo un’alta qualità di vita per tutti i cittadini e prevedendo una gestione responsabile delle risorse attraverso una nuova politica, più aperta e condivisa.

Le radici di un’identità

Agli esploratori di paesaggi (“paesaggi”, ribadisco, non solo territori) come me segnalo un’interessante iniziativa, e una relativa serie di eventi, promossa dalla Comunità Montana Valtellina di Sondrio: Riabitare le corti di Polaggia, una mostra itinerante nel nucleo storico del borgo situato presso Berbenno di Valtellina, con visite guidate alle tracce memoriali presenti nel borgo e ad alcune ipotesi di sua trasformazione realizzate dagli studenti del Politecnico di Milano.

Il tutto nell’ambito di “Le radici di un’identità”, un progetto di ricerca applicato al territorio attraverso il quale i Comuni del Mandamento di Sondrio si mettono in rete e assumono un ruolo attivo nel riportare alla luce le radici delle proprie comunità, tra Preistoria e Medioevo. Il che mi pare un’iniziativa assai significativa di rivalorizzazione dell’identità culturale dei territori abitati, elemento immateriale fondamentale dell’essenza del luogo ovvero la carta d’identità del Genius Loci – un tema che, lo sapete bene, mi è molto caro e propongo spesso, qui.

Potete avere tutte le informazioni sull’evento di Polaggia e sul progetto “Le radici di un’identità” cliccando sulle immagini relative, sopra e sotto.

Mollino in vetta, comunque

[Immagine tratta da sbandiu.com. Cliccateci sopra per leggere Carlo Mollino, il ragazzaccio, di Luigi Prestinenza Puglisi, da artribune.com.]
Carlo Mollino è tra le figure più leggendarie e iconiche – seppur non così conosciute dal grandissimo pubblico – del Novecento italiano, tant’è che le sue attività di architetto, designer, fotografo, aviatore, sciatore (e molto altro) sono oggetto di frequenti e multiformi omaggi: l’ultimo, peraltro molto originale e evocativo, è Mollino/Insides, la cui esposizione chiuderà proprio domani, 4 luglio, alla Collezione Maramotti di Modena.

In particolare, sul Mollino architetto ha dissertato il bellissimo libro di Luciano Bolzoni, Carlo Mollino. Architetto, del quale ho scritto qui sul blog; in esso tra le tante cose sul tema viene messo in evidenza come, a fronte della gran mole di progetti sovente innovativi prodotta e altrettanto spesso lodata, relativamente pochi sono poi stati gli edifici effettivamente realizzati.

D’altro canto quando si è al cospetto di certi grandi creativi, la loro importanza, la genialità e la visionarietà, cioè la dote di vedere, immaginare e inventare cose invisibili per quasi tutti gli altri nel proprio tempo, prima o poi tornano a manifestarsi, in modi più o meno diretti. Ecco dunque che uno dei progetti di Mollino non realizzati, la stazione di arrivo dell’arditissima funivia del Furggen sulla vetta dell’omonima montagna, sopra Cervinia – che senza dubbio sarebbe stato il più spettacolare non solo dei suoi progetti ma per l’intera architettura/ingegneria di quegli anni (siamo ad inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso) e del quale venne edificato il solo basamento in cemento armato per consentire il servizio della funivia…

[Immagini/rendering tratte da carlomollinofurggen.blogspot.com.]
…lo si può ampiamente ritrovare oggi, a sessant’anni dal progetto molliniano, nella realizzazione della stazione di arrivo di un’altra ardita funivia, quella che raggiunge la vetta della Zugspitze, massima elevazione della Germania:

È parecchio sorprendente, in effetti, constatare la grande somiglianza concettuale, progettuale e realizzativa in generale dei due edifici, e viene difficile non pensare che i progettisti dell’opera sulla Zugspitze non conoscessero i disegni del Furggen di Mollino e non se ne siano fatti ispirare, a loro modo mettendo in pratica – anche grazie alla tecnologia odierna che Mollino non ebbe a disposizione – l’idea geniale e l’intraprendenza futuristica (che appare tale ancora oggi, a ben vedere) dell’architetto torinese.

Come sostenevo poc’anzi, l’autentica genialità supera il tempo e le cose terrene, facendosi retaggio culturale anche senza l’originale compimento per come il proprio concetto di fondo sia talmente potente e illuminante. E parimenti facendosi omaggio e celebrazione – indiretto ma nemmeno così tanto, ribadisco – di un personaggio così perennemente stimolante come Carlo Mollino. Un’icona intramontabile, senza dubbio.

Enrico Scaramellini, “Casa FD”

[Immagine tratta da Domusweb.it, da qui.]
(Ok, ammetto che per molti versi anche il presente post, come quest’altro, serve per vantarmi di conoscere persone assai valenti e importanti, ma fate finta di non aver letto nulla sicché possa realmente iniziare l’articolo affermando che) Enrico Scaramellini è a detta di molti uno dei migliori “architetti alpini” italiani, ovvero tra i più validi progettisti di edifici e opere architettoniche nei territori di montagna, considerando che tra quei molti che lo sostengono vi sono numerosi colleghi, ad attestare l’obiettività di tale considerazione. Ma è pure – e questo lo affermo io, che ho la gran fortuna di conoscerlo – una persona di raro valore umano, dunque sono veramente felice di sapere che Scaramellini è tra i vincitori del premio In/Architettura 2020 con il progetto FD House _ The story of an unfinished house / Storia di una casa non ancora finita, realizzato a Madesimo, molto bello anche per come sappia far riconoscere nelle sue fattezze la “firma” di Enrico, cioè non solo il suo tocco tecnico e grafico ma anche la filosofia estetica del suo stile architettonico e la visione concettuale, virtuosa come poche altre, dell’intervento umano in un ambiente tanto pregevole quanto delicato come quello montano.
Un tocco scaramelliniano che si ritrova, esplicato, anche nel concept del progetto di Casa FD:

Molte volte, per vari motivi, la costruzione degli edifici diventa un’attività che si protrae nel tempo, oltre i limiti prefissati. In questo lasso di tempo, l’edificio si configura come oggetto in costruzione, senza abitanti, assume una configurazione volumetrica e compositiva parziale.
In alta quota, dove i tempi della costruzione si accorciano a causa delle stagioni, gli stessi inevitabilmente si allungano definendo ampie pause fra le varie fasi. Ed è proprio durante queste pause che l’edificio comincia a relazionarsi con il paesaggio, in uno stato di sospensione. Il paesaggio accoglie l’edificio come oggetto inanimato, quasi da contemplare. Vi è la necessità di instaurare con il luogo un rapporto proficuo, tale da rendere il nuovo elemento parte dello stesso.
Il progetto può lavorare sulle fasi e sulla sua attuazione fisica. La costruzione di Casa FD si protrarrà nel tempo, ma già in questa fase intermedia caratterizza il paesaggio e con esso si relaziona. L’edificio non ancora abitato è già elemento del paesaggio; esso costruisce un rapporto con esso e ne diviene elemento caratterizzante. L’edificio con la sua pianta poligonale, orientata verso riferimenti esterni, modifica la sua immagine a seconda del punto di vista. Casa FD cambia le sue dimensioni, si assottiglia, si allarga, si modifica nelle sue geometrie. L’insieme delle partiture intonacate si mostra e si nasconde. Le pagine bianche con la loro leggera inclinazione, alleggeriscono il paramento di pietra che si riconfigura in geometrie nuove.
Partendo da uno stato di “sospensione”, di non conclusione del manufatto architettonico, si è lavorato sulle fotografie completando i vuoti con immagini scure, in cui si intuiscono i paesaggi visibili dall’interno. Un gioco di sovrapposizioni che preannuncia il risultato finale. Un esercizio di “completamento” provvisorio che definisce la conclusione di una fase e l’inizio di un’attesa. Due sono i materiali che informano il progetto: da una parte, le bianche pietre di gesso che affiorano dalla terra dei pascoli degli Andossi [un vasto altipiano ondulato pressoché privo di vegetazione arborea che sovrasta il villaggio di Madesimo a quote tra i 1700 e i 2000 m – n.d.L.], hanno informato le partiture e le cornici bianche; dall’altra le pietre grigie accumulate del rudere originario, con le loro diverse tonalità e i loro licheni, sono tornate a essere paramento murario.

Insomma: «chapeau!» a Enrico Scaramellini e ai suoi collaboratori, per il riconoscimento e per la così progredita e virtuosa visione dell’arte architettonica applicata all’“arte paesaggistica” dei territori di montagna, elementi che giustificano e comprovano ancor più l’apprezzamento goduto presso chiunque si occupi di architettura, per lavoro o per passione.
Con la speranza che insieme – sì, io e Scaramellini – con alcuni altri amici si possa attuare presto l’idea che abbiamo formulato di un evento pubblico che unisca cultura architettonica e del paesaggio in un connubio tanto affascinante quanto emblematico che ci porrà in cammino alla scoperta del Genius Loci di un altrettanto emblematico territorio alpino. Ma, se le cose andranno come mi auguro, ve ne parlerò tra un po’, di questo.

N.B.: sul progetto della Casa FD potete saperne di più, e vedere molte più immagini, anche qui.