Dove (e come) la montagna diventa una “soglia geodimensionale”

Credo che non esista in alcun territorio montano un angolo che, per sue caratteristiche, peculiarità, prerogative geomorfologiche, naturali, ambientali o paesaggistiche, non sia a suo modo speciale. Anche quelli dove la presenza umana si è fatta fin troppo invasiva e pesante restano tali. D’altro canto le cose degli uomini prima o poi decadono, si consumano, magari spariscono, mentre la montagna resta e in ogni luogo dal quale sia stata “scacciata” vi ritorna proprio scaturendo nuovamente da quella sua anima peculiare speciale.

Tuttavia ci sono dei luoghi che, per vari motivi, acquisiscono se possibile ulteriori valenze specifiche e si fanno soglia tra un di qui più umano e un di là più naturale, più selvatico e, per così dire, primordiale. Attraversandoli si ha proprio la sensazione di entrare in una dimensione differente da quella cui si proviene, anche se all’apparenza le due non siano geomorfologicamente così diverse e l’una sia conseguenza naturale dell’altra. Ma si supera quella soglia e, appunto, qualcosa cambia, a volte tutto cambia e spesso questa sensazione non è tanto la mente che ce la fornisce ma l’animo, non i sensi ma l’intuito, una sensibilità superiore che a sua volta sembra attivarsi proprio nel momento in cui si varca tale soglia.

Una di queste “soglie” la trovo sempre in alta Valle del Bitto di Gerola, quando il sentiero che sale verso gli alpeggi di Trona e l’omonima bocchetta supera la spalla nordorientale che scende dal Pizzo Mellasc, uscendo dal solco della Val Vedrano con una svolta netta verso meridione e ritrovandosi improvvisamente di fronte la testata dell’alta Valle della Pietra: uno dei paesaggi più potenti di tutte le Orobie valtellinesi, con le sue numerose vette che più sembrano imponenti e sovrastanti di quanto la quota non eccezionale farebbe pensare, le articolate creste a volte nette e affilate e altre variamente turrite, le convalli e le vallecole che vi si infilano, le fitte abetaie, le giogaie e i pascoli che le inframezzano i quali danno respiro ad un fondovalle profondo e ombroso… Il tutto distribuito con armonie e prospettive tanto morfologicamente rudi e selvaticamente alpestri quanto sublimi e a modo loro proporzionate, a creare una quinta montana che più ideale al luogo non potrebbe essere.

In essa, come dicevo, ci si affaccia quasi all’improvviso con quella svolta netta a meridione: si varca la soglia in corrispondenza del crinale superato e la sorpresa e l’emozione sono immediate, intense e invariabili – io le avrò vissute decine e decine di volte e ciascuna è come fosse sempre una prima assoluta, a riprova di come in montagna il paesaggio non sia mai lo stesso, anche quello visitato e ammirato migliaia di volte. La sensazione è proprio quella di un ingresso in una dimensione altra, differente, e questo non perché sia incontaminata e priva di segni umani – che ci sono e anche ben visibili, dalle due dighe agli alpeggi, le baite, le strade al loro servizio, gli elettrodotti, i tradizionali bàrèch e i calécc per la lavorazione del latte in altura, i sentieri… – ma che anzi, nonostante tali segni della presenza umana, sappia conservare un peculiare carattere selvatico, primigenio, indomato, assolutamente consono alla presenza leggendaria dell’Homo Salvadego che proprio quassù si palesava ai montanari d’una volta.

Ma attenzione: questo svelamento dimensionale che la soglia della Valle della Pietra concede non è per tutti. Lo può percepire e comprendere chi sa entrare in sintonia con il luogo, chi sa rendere il paesaggio esteriore quello interiore, chi apre mente, cuore e animo alla dimensione sublime e li fa sensibili al valore autentico e profondo del luogo, che non è affatto quello che la mera frequentazione ludico-ricreativa di esso potrebbe offrire. Bisogna (ri)diventare a propria volta un po’ Homo Salvadego, ripensarci nel luogo e nella sua Natura come parte di essa – pensare come la montagna del posto, per dirla con Aldo Leopold – e non semplicemente come visitatori e fruitori: soggetti in un soggetto e non in un oggetto, Natura consapevole noi come Natura autorevole è ciò che lassù si ha intorno. In teoria semplicissimo per chiunque, in pratica difficile per molti, forse impossibile.

Di soglie così ce ne sono a bizzeffe ovunque, sulle montagne: sono certo che anche voi ne avete attraversate e me ne potete citare molte. Anche noi possiamo essere “soglia”, quando siamo in montagna, punto di contatto e di passaggio, di circolazione tra la nostra natura umana e quella naturale, primordiale, congenita. Esattamente come lo sono tutte le montagne che non dividono ma uniscono, mettono in contatto, invitano al varco, al passaggio, all’andare al di là e tornare al di qua.

La relazione che possiamo – e dobbiamo – intrattenere con le montagne, ovvero ciò che ci fa comprendere pienamente la loro bellezza e il valore che hanno per noi, è questo in fondo: contatto, congiunzione, unione, varco noi sulla montagna e varco la montagna sulla quale noi stiamo, varchiamo noi le loro soglie morfologiche e geodimensionali e “varcano” loro le nostre geosofiche, della mente, del cuore e dell’animo.

P.S.: ringrazio di cuore Alessandra e Simone, i gestori del Rifugio Trona Soliva che si trova oltre la soglia che ho raccontato qui, per avermi aiutato nella stesura dell’articolo (senza sapere come l’abbiano fatto ma tant’è: la volta prossima glielo spiegherò!)

Il paesaggio è un soggetto, non un oggetto

Il grosso, permanente problema che abbiamo con il paesaggio è che continuiamo troppo spesso a considerarlo un “oggetto” invece che un soggetto. Cosa che invece è pienamente: perché il paesaggio siamo noi, ne siamo parte fondamentale insieme agli elementi naturali che lo compongono e perché diventa “paesaggio” grazie alla nostra elaborazione culturale [1]: esiste innanzi tutto nelle teste degli osservatori, diceva Lucius Burckhardt, dunque anche in questo modo il paesaggio siamo noi. Soggetto, non “oggetto”.

Invece, come detto, continuiamo a considerarlo un oggetto e per ciò qualcosa del quale usufruire, sfruttare a nostro vantaggio e piacimento, usare, consumare. Questo accade sia quando vi realizziamo cose, anche le più invasive e impattanti, senza curarci delle conseguenze che generano nel paesaggio, sia quando – più semplicemente ma non meno significativamente – lo consideriamo uno sfondo suggestivo e instagrammabile per i nostri selfie senza nemmeno renderci conto di cosa sia, di quali caratteristiche presenti, di quali specificità abbia. Come un poster, bello ma ordinario, che sta bene dietro di noi nell’ennesimo autoscatto da postare e dimenticare sui social media o, su altra scala, come contesto funzionalmente pittoresco al godimento delle solite attrazioni turistiche, dalle panchine giganti agli impianti sciistici – almeno per come molte persone ne godono, tanto liberamente quanto banalmente.

Ecco, la banalizzazione del paesaggio è la conseguenza inesorabile di tutto ciò. Come un qualsiasi oggetto, appunto, banalmente utilizzabile e consumabile, e quando non ce n’è più se ne trova un altro da sottoporre allo stesso processo altrove. Senza capire che, se non c’è più il paesaggio, è perché non ci siamo più noi: come persone, come uomini e donne, come civiltà, come fatture umano che fa il paesaggio insieme agli elementi naturali. Diventiamo semplici, banali fruitori, anzi clienti, visto che spesso paghiamo un prezzo per frequentare un paesaggio. Ovviamente, essendo spesso trasformato in un bene da vendere cioè in un oggetto.

Come notate, si torna sempre qui, a questo vulnus fondamentale. Che, se non lo risolviamo, manterrà costantemente il paesaggio a rischio di degrado e distruzione e noi con lui. Perché il paesaggio siamo noi, lo ripeto di nuovo, e tutto ciò che di dannoso e pericoloso facciamo al paesaggio lo facciamo a noi stessi.

Sembrerebbe una cosa non così difficile da capire. Invece lo è, a quanto ci tocca constatare.

[1] Come viene definito e sancito dalla Convenzione Europea del Paesaggio, che trovate qui.

La pluripremiata “Spluga Climbing Gym” di Enrico Scaramellini a Campodolcino, ovvero: costruire bene in montagna si può!

Nel gennaio 2021 pubblicai un articolo (questo) nel quale presentai il progetto della nuova palestra di arrampicata di Campodolcino (Valle Spluga, provincia di Sondrio) dell’amico architetto Enrico Scaramellini; all’epoca il cantiere non era stato ancora aperto. Descrivevo il progetto come «un intervento che cerca e trova un’armonia materiale con le forme e le peculiarità fisiche del territorio d’intorno ma pure una consonanza immateriale, di concetto, pensiero e percezione, così che il nuovo edificio si identifichi nelle montagne che lo circondano e le montagne si identifichino in esso».

I lavori sono poi effettivamente partiti nel 2022: la palestra è stata completata nel 2023, inaugurata a maggio 2024 e da allora a oggi ha ricevuto una sfilza di riconoscenti e prestigiosi premi, ad esempio nel 2024 il progetto è stato selezionato in rappresentanza dell’Italia tra i cinque per ciascuna nazione al Piranesi Award in Slovenia; ha vinto, sempre nel 2024, il primo premio ne “I luoghi per lo sport” di Inarch Piemonte; quest’anno ha ricevuto la menzione d’onore all’Alpi Design Award nella categoria “Architettura e Ambiente” e si è classificato al primo posto al Festival “Abitare minimo in montagna” nella sezione Architettura minima. Nel frattempo numerose riviste di architettura in giro per il mondo ne hanno scritto e l’opera è diventata materia di studio in molte università.

Ma in quell’ormai lontano 2021, quando la palestra era ancora un progetto sulla carta, non fui per nulla bravo, io, o preveggente o più lungimirante di nessun altro nel pensare del progetto di Sacaramellini ciò che poi scrissi e nel vedere quelle particolarità che poi sono diventate parte delle motivazioni dei numerosi riconoscimenti ricevuti dalla palestra. Molto più banalmente, è stato il progetto a dichiararsi da subito così importante e significativo, in un modo che credo molti altri avrebbero potuto intuire e comprendere. Di fronte tanti, troppi progetti edili e infrastrutturali realizzati ovvero concepiti nei territori montani palesemente brutti e fuori luogo, la Spluga Climbing Gym (questo il nome effettivo) di Scaramellini si è da subito manifestata come un’opera ben pensata e altrettanto ben fatta, una realizzazione esemplare della necessità di tornare a costruire sui monti cose umane che siano in relazione realmente armonica con il loro paesaggio, con la dovuta e ineluttabile consapevolezza delle culture storiche locali e delle potenzialità future coerenti con i luoghi, le geografie fisiche e umane, le risorse ambientali, l’ecologia e l’economia del luogo (termini ben più affini di quanto si creda, come palesa il prefisso e ribadisco di frequente) e con un rinnovato e rivitalizzato concetto di Heimat – se posso usare tale idea – in quanto “luogo dove stare bene”, da residenti tanto quanto da visitatori, nel quale percepire quella citata armonia tra presenza umana, storica e attuale, e territorio naturale che, appunto, fa sentire bene nel luogo e gradevolmente accolti nel suo ambiente, contribuendo ad apprezzarne ancor più le sue specificità.

[Uno degli ultimi premi nel quale la Spluga Climbing Gym è tra le opere finaliste, il BigMat International Architecture Award.]
Dunque non posso che ribadire una volta ancora i miei più complimenti e l’ammirazione per il lavoro di Enrico Scaramellini e per la visione della presenza e della residenza umana nei territori montani che sa esplicare nei suoi progetti. Emblematici e esemplari non solo in tema architettonico ma, ben più in generale, riguardo la vita presente e futura in montagna.

Lo stesso paesaggio, sempre diverso

Il paesaggio non è mai uguale a se stesso e parimenti il luogo che identifica non è mai lo stesso, anche se sembra tale, persino se è la millesima volta che lo si visita e contempla.

Questa verità me la riconfermo ogni volta che torno in Valle della Pietra, laterale della Valgerola che a sua volta lo è della Valtellina: secondo me uno dei posti più belli delle Prealpi lombarde. Salendo da Gerola o da Laveggiolo e superando la boscosa dorsale nordorientale del Pizzo Melàsc, mi ritrovo davanti la testata della valle in tutta la grandiosa potenza alpestre che la caratterizza e che lo sguardo può cogliere. Non so quante volte l’abbia percorso, quell’itinerario che d’altro canto è parte della DOL dei Tre Signori, la Dorsale Orobica Lecchese: decine e decine di sicuro, eppure ogni volta lo stupore nell’osservare il paesaggio della Valle della Pietra è lo stesso della prima, il colpo d’occhio appena fuori dal bosco mi sgrana tanto le palpebre quanto la mente e l’animo, sicché per qualche secondo non posso che restare imbambolato a godermi la straordinaria visione.

Lo stesso paesaggio di sempre ma ogni volta diverso: sembrerebbe un controsenso, questo, e invece è la pura verità. Cambiano le condizioni ambientali, il tempo, la luce e le ombre, i colori, i profumi, la vegetazione e ancor più ogni volta sono cambiato io che osservo. Il paesaggio esteriore cambia perché è cambiato il paesaggio interiore e, come ha scritto Lucius Burckhardt, «Il paesaggio è un costrutto, non va ricercato nei fenomeni ambientali ma nelle teste degli osservatori». Ecco perché non è mai uguale anche se così a molti appare, e perché ogni volta che lo si osserva può suscitare le stesse impressioni della prima volta: è come se a ciascun ritorno in quel paesaggio lo si ricreasse, come se la nostra mente lo reinventasse ex novo in base alle condizioni del momento e alle sensazioni dell’osservatore.

Posso tornare infinite volte nello stesso luogo conoscendone ormai a menadito ogni suo elemento, anche il più microscopico e insignificante, eppure mi sento sempre come se vi giungessi per la prima volta. In fondo, così facendo, ogni volta non rigenero solo il paesaggio ma pure me stesso. Credo sia un buon modo per sentirsi vivi e esserne gratificati, questo.

Quando l’architettura è arte (in montagna)

L’architettura è un’arte. Ci si dimentica spesso di questa verità (a volte gli stessi architetti se lo scordano, ne siano consapevoli o meno) e, anche quando la si ricorda, si concepisce esclusivamente attraverso l’opera architettonica in sé. Ciò non è sbagliato ma risulta una visione parziale: in quanto «organizzazione dello spazio antropizzato in cui vive l’essere umano», l’architettura si fa arte quando grazie all’opera concepita “inventa” (τέκτων, técton: “creare”, “plasmare”) lo spazio nel quale è inserita, dandogli nuova forma e nuova identità oppure rigenera e potenzia quella esistente, se il luogo già la possiede. D’altro canto è ciò che accade con qualsiasi altra opera d’arte autenticamente tale: un dipinto dozzinale non aggiunge nulla all’ambiente nel quale è esposto, un capolavoro invece vi aggiunge moltissimo: in bellezza, fascino, valore materiale e immateriale, piacere di starci, eccetera.

Due ottimi esempi di tutto questo – uno già realizzato, l’altro è augurabile che lo sia – li vedete qui.

Le Casermette di Moncenisio (Antonio De Rossi, Laura Mascino, Matteo Tempestini del Politecnico di Torino, Edoardo Schiari e Maicol Guiguet di Coutan Studio Architetti), che ho già raccontato in questo articolo, sono un progetto solo apparentemente piccolo e in verità di grande e emblematica importanza per il luogo che le ospita, un comune montano tra i più piccoli d’Italia che ora possiede un mirabile strumento di rigenerazione per il proprio territorio e la sua intera comunità, perfettamente integrato nel paesaggio locale. Per questo e per molto altro al progetto sono stati insigniti due importanti riconoscimenti: il Premio internazionale Architettura Minima nelle Alpi e la “Bandiera Verde” 2024 di Legambiente, che in modi diversi ma armonici ne segnalano il valore.

La proposta per l’ampliamento e la riqualificazione del Rifugio Graffer, a 2261 m di quota sopra Madonna di Campiglio, (Enrico Scaramellini, Daniele Bonetti, Pietro Dardano, Stefano De Stefani di S+D Engineering) è un progetto che con molta attenzione cerca un nuovo equilibrio con l’esistente, mentre la scoperta del dettaglio e l’uso raffinato dei materiali è il fondamento di un profondo pensiero progettuale. Il porticato, luogo protetto che guarda verso il paesaggio in prossimità del secondo nuovo ingresso, si trasforma in uno spazio a doppia altezza in cui luce, materiali e dettaglio architettonico contribuiscono all’architettura e alla sua atmosfera.

Due manifestazioni di autentica e notevole arte architettonica, in buona sostanza, proprio in base a ciò che ho rimarcato lì sopra, e modelli esemplari di progettazione dello spazio e del paesaggio la cui capacità d’influenza nei territori montani è quanto mai auspicabile.