Un emblematico paesaggio industriale

I processi di industrializzazione che dal Settecento in poi hanno interessato buona parte dell’Europa si sono fatti particolarmente significativi nei territori alpini, innescando dinamiche che hanno profondamente ridefinito le realtà socioeconomiche locali, precedentemente ancora determinate da economie rurali meramente sussistenziali e innescando una trasformazione generale, spesso anche troppo rapida, delle geografie fisiche e umane. Per questo la loro considerazione è pressoché ineludibile, in territori come questi, rappresentando una narrazione ecostorica alquanto emblematica e d’altro canto strettamente legata alla realtà presente e ai suoi sviluppi. Anche la Val San Martino, territorio prealpino pur assai vicino alla pianura maggiormente antropizzata e a suoi centri importanti in rapido sviluppo (Bergamo, Lecco, ovviamente Milano), ha conosciuto l’effetto dei citati processi e delle conseguenti dinamiche, che hanno comportato altrettanto rapide transazioni esperienziali e professionali dalle figure di contadino a quelle di contadino-operaio, poi operaio-contadino e quindi operaio puro, in un contesto comunitario già alquanto portato a sviluppare la più ingegnosa laboriosità certamente per ragioni sussistenziali, in principio, ma rapidamente anche per spiccata vivacità imprenditoriale. Sotto questo aspetto la valle ha presentato alcune specificità post-rurali, o pre-industriali, importanti: la lavorazione del legno nella parte montana, la tradizione edile dell’alta valle, l’industria tessile e serica, particolarmente sviluppata in tutto il circondario lecchese, per citare alcuni esempi storicizzati, fino alla forte presenza metalmeccanica contemporanea il cui sviluppo infrastrutturale ha inevitabilmente contraddistinto in maniera fondamentale la territorializzazione e l’urbanizzazione dello spazio, dunque la costruzione del paesaggio. A tal proposito per la Val San Martino si può tranquillamente affermare di essere in presenza, anche, di un paesaggio industriale: tanto in senso visivo, generato dallo spandersi più o meno ampio e quasi continuo dei capannoni industriali – in base a un disegno urbanistico non sempre virtuoso, c’è da ammetterlo – quanto in senso antropologico e culturale, per come le dinamiche legate all’industralizzazione e in alcuni casi alla deindustrializzazione (ma qui in maniera minore rispetto ad altre realtà territoriali affini) hanno determinato pure un ripensamento via via più profondo, ovvero più discosto dall’origine storica, dell’identità locale.

Questo è un brano tratto da Il “luogo” Val San Martino. Geografia, paesaggio, immaginario, identità: per una definizione presente e futura del Genius Loci della valle, il mio saggio presente nel volume Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino. Per saperne di più, cliccate sull’immagine qui sopra. La foto in testa al post è di Alessia Scaglia, autrice di tutte le immagini presenti nel mio testo e di molte altre che impreziosiscono il volume.

Nel bene e nel male (ed è arduo stabilire quale delle due componenti sia maggioritaria), quello industriale è uno dei paesaggi (plurale, sì) che più caratterizza buona parte dei nostri territori sotto diversi aspetti, materiali e immateriali, ma è pure quello forse meno meditato e indagato, se non dal mero punto di vista urbanistico o infrastrutturale. Certamente conta il fatto che è il paesaggio che – sostanzialmente – dà da vivere a buona parte degli abitanti del suo territorio e per questo è considerato di default “necessario”, d’altro canto è anche quello che spesso e con maggior evidenza segnala uno scollamento tra l’ambito economico e quello ecologico del territorio stesso, cioè tra la visione prettamente funzionale del territorio e quella principalmente culturale – ne scrissi anche qui al riguardo, proprio in relazione alla Val San Martino. Ecco, forse questo è il tema che dovrebbe essere meglio analizzato e indagato, per la sua valenza storica e la conseguente, potenziale importanza futura. Un tema che d’altro canto coinvolge tre elementi imprescindibili del nostro vivere quotidiano: l’industria (ovvero il fare umano), la cultura (il sapere umano) e quello che comprende e compendia entrambi, il paesaggio, cioè il mondo umano.

Ci tornerò, più avanti, su questo tema, sperando di saper formulare qualcosa di interessante e costruttivo; nel frattempo vi (ri)consiglio la lettura di questo libro, assolutamente illuminante al riguardo.

Selvatici per istituzione e per costituzione

[La camera picta di Casa Vaninetti a Sacco, in Val Gerola (Sondrio), con la celebre raffigurazione dell’Homo Salvadego. Immagine tratta da www.valtellina.it.]
A proposito di creature mitologiche di montagna e di Homo Salvadego, da alcuni considerato lo “Yeti” delle Alpi – tema del quale ho scritto qualche giorno fa in questo post – è interessante e affascinante notare che la sua presenza nelle credenze delle genti alpine dei secoli scorsi è stata talmente forte e ritenuta così certa da venire persino “istituzionalizzata”. Infatti la raffigurazione di un “uomo selvatico” è presente nello stemma della Lega delle Dieci Giurisdizioni, una delle “Tre Leghe Grigie” dalle quali si è originato l’attuale cantone svizzero dei Grigioni e che dal 1512 al 1797 dominarono anche la Valtellina, territorio nel quale non a caso si ritrovano alcune delle più emblematiche raffigurazioni della mitologica creatura, in primis quella del citato Homo Salvadego di Sacco in Val Gerola, laterale della Valtellina. Interessante anche rilevare che, ai tempi, i reggenti della Lega delle Dieci Giurisdizioni motivarono la presenza nel proprio stemma evidenziando che la figura dell’“uomo selvatico” rimanderebbe «agli albori del carattere nazionale retico, alla scaturigine dei sentimenti spirituali dell’era precristiana», dunque a una relazione più diretta e meno mediata con la montagna e con il suo Genius Loci, del quale peraltro l’uomo selvatico può ben rappresentare un’identificazione. D’altro canto il fatto che esso, nella stemma grigionese, regga un albero sradicato è un chiaro riferimento alla sua forza sovrumana ovvero “animalesca”, dote che evidenzia le similitudini con altre creature mitologiche montane come lo Yeti himalaiano, appunto, o il Bigfoot americano.

Oggi tali presenze un tempo così tanto considerate probabilmente strappano un sorriso: sì, non ci sono bizzarri uomini scimmieschi nei boschi e sui monti delle Alpi, tuttavia quello che essi rappresentavano, cioè – in poche parole – l’essenza primordiale dell’ambiente naturale e la sua cultura ancestrale, non dovrebbe scomparire, essere ignorato o dimenticato come è accaduto e accade ancora. La dualità tra Natura selvaggia e spazio umanizzato o antropizzato è fondamentale, l’equilibrio tra i due elementi è ciò che dà valore vicendevole a entrambi e rappresenta anche oggi – e domani pure – la base ineludibile per costruire una relazione con le montagne proficua per chiunque: per chi le abita, per chi le vive da visitatore e turista, per chiunque sia parte integrante del loro ecosistema e, ovviamente, per le montagne stesse. Dovremmo essere un po’ selvatici anche noi uomini iper-tecnologicizzati del ventunesimo secolo, insomma, e non dei “selvaggi” nel senso più negativo del termine, come sovente dimostriamo di essere con le azioni che contraddistinguono il nostro rapporto con i monti (d’altro canto gli uomini selvatici leggendari erano custodi di antiche e preziose sapienze che trasmettevano ai montanari che si dimostravano amichevoli con essi: ad esempio il metodo per ricavare burro e formaggio dal latte). In fondo, a questo proposito, mettono meno inquietudine la grossa clava del Salvadego di Sacco o l’albero sradicato di quello grigionese che, per dire, certe borse di pelle pregiata di civilissimi uomini contemporanei dalle quali fuoriescono progetti inopinatamente insensati e pericolosi per le montagne: anche perché se i primi sono probabilmente solo il frutto di antichi miti popolari e dunque elementi di fantasia ma con un nucleo di altrettanto antica e grande sapienza, i secondi sfortunatamente lo sono di moderne “politiche” deviate, quindi fin troppo reali nonché espressioni di sconcertante insensatezza. E non di rado devastanti, appunto.

L’abominevole uomo delle (nostre) nevi

[Il famoso filmato “Patterson-Gimlin”, del 1967, nel quale sarebbe stato ripreso un Bigfoot. Fonte dell’immagine: https://it.wikipedia.org.]
In un articolo di qualche settimana fa, “Il Post” ha raccontato la leggendaria storia dei cosiddetti abominevoli uomini delle nevi, in particolare del Bigfoot o Sasquatch, del celebre Yeti e di altre creature selvagge di aspetto antropomorfo, i cui miti sono presenti un po’ ovunque sul pianeta e soprattutto nei territori di montagna. Infatti, anche sulle Alpi “dimorano” molte di queste creature misteriose, soprattutto nelle fogge degli uomini selvatici o wilder mann, le cui testimonianze vernacolari si possono ritrovare in ogni angolo della regione alpina. I territori della Dol dei Tre Signori, tra lecchese, bergamasca e Valtellina non fanno eccezione, d’altro canto offrendo un alto tasso di elementi leggendari e mitografici; anzi, le montagne della Dol custodiscono la presenza di una delle più celebri di tali creature, l’Homo Salvadego, raffigurato in un altrettanto celebre affresco (lo vedete qui sotto) a Sacco in Val Gerola, laterale orobica della Valtellina. Dunque, noi  autori (Sara Invernizzi, Ruggero Meles e lo scrivente) della guida “Dol dei Tre Signori”, nella quale abbiamo raccontato per quanto possibile l’intero territorio in questione, non potevamo certamente esimerci dal segnalare – pur succintamente, per inesorabili ragioni di spazio – questa leggendaria e affascinante presenza, tanto peculiare del territorio quanto assolutamente affine all’iconografia e all’archetipo classico dell’uomo selvatico diffusi in tutte le Alpi:

[L’Homo Salvadego della Val Gerola; ingrandite l’immagine per apprezzarla meglio. Fonte: www.ecomuseovalgerola.it.]

Ecco, caro viaggiatore, stai per arrivare a Sacco, e questa volta il cammino senza indugi attraversa il paese e ti porta proprio nella piazza della Chiesa Parrocchiale di San Lorenzo. Sei a due passi da uno dei gioielli più preziosi dell’Ecomuseo della Val Gerola: la famosa Camera Picta di Casa Vaninetti, fatta affrescare nel 1464 da “Augustinus de Zugnonibus” a tali “Simon et Battestinus pinxerunt”, l’uno il committente e gli altri autori dell’opera i cui nomi consunti si possono intuire sopra e sotto la stessa. Oggi è un accogliente museo che racconta la ricchezza e il livello di civiltà di questa contrada e della valle nel Quattrocento. Il gioiello più stupefacente custodito in esso è il dipinto, sito accanto alla porta d’ingresso, che raffigura tra le altre cose un’immagine dell’“Homo Salvadego”, ricoperto di folto pelo e con un nodoso bastone tra le mani nel mentre che declama la famosa frase “Ego sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ge fo pagura” scritta come fosse un fumetto accanto al suo volto irsuto. L’Homo Salvadego è uno dei personaggi leggendari di cui si narra nell’intero arco alpino con diverse denominazioni ma uguale essenza, simbolo di una Natura che sa essere amica o nemica a seconda di come la si tratti: spesso è a questa figura che si attribuisce di aver insegnato agli uomini che si sono insediati sulle montagne i segreti dell’arte casearia e anche lui, come il Gigiat che forse incontrerai e di cui parleremo quando sarai giunto più a valle, è spesso collegato ai cicli vitali della Natura, dunque alla relazione sussistenziale degli abitanti dei monti con l’ambiente naturale.

Tale necessaria ma meditata brevità di cenni è d’altronde ben bilanciata dalla presenza di numerose notizie in rete sull’Homo Salvadego dei monti della Dol: le migliori delle quali, comprensibilmente, sono quelle riferite dal sito web dell’Ecomuseo della Val Gerola, e le trovate qui; riguardo il mito dell’Uomo Selvatico in generale e sul suo valore culturale in relazione ai territori alpini, potete invece trovare un altro mio contributo qui. Sull’altra creatura leggendaria citata nel brano sopra pubblicato, il Gigiat, a sua volta peculiare e archetipica, magari tornerò più avanti. Infine, per saperne di più sulla guida “Dol dei Tre Signori” e su come/dove/perché acquistarla, date un occhio qui o cliccate sull’immagine qui accanto.

Ah, un’ultima cosa: nonostante la cospicua frequentazione delle montagne della Dol da parte di creature misteriose e in certi casi apparentemente spaventose, non si segnalano negli ultimi anni incidenti o episodi spiacevoli a persone e cose, dunque potete camminare tranquillamente lungo la Dol e meravigliarvi della bellezza dei suoi paesaggi senza timore alcuno, ecco. Semmai, se d’improvviso un Homo Salvadego spunterà dal folto del bosco e vi si parerà davanti, non ofendetelo, appunto, e vedrete che lui non ve farà pagura!

Una valle parecchio strana

[Cliccateci sopra per ingrandirla e godervela meglio!]

In effetti è geograficamente parecchio “strana”, la Val San Martino. Mi torna in mente la descrizione che ne fece il briviese Ignazio Cantù, fratello del più noto Cesare, nel 1859: «Margrado il nome, la valle di San Martino ad occidente e a mezzodì termina in una costiera a fondo calcarea, affatto aperta, ed è lambita dall’Adda»; oppure quella di poco più tarda del carennese Gabriele Rosa: «La Valle S.Martino all’estremo occidentale della provincia di Bergamo, non è valle propriamente ma costriera degradante dalle cime di Serada, Ocù, Campiabona, Linsù, Albensa, elevate novecento metri sul livello del mare, sino all’Adda che ne scorre tutta la lunghezza maggiore, di dieci chilometri da Vercurago a Villa d’Adda». Insomma, se una “valle” può definirsi tale quando presenta una «forma concava del suolo costituita da due opposti pendii (fianchi o pareti) che si incontrano in basso lungo una linea (filone di valle) o una striscia pianeggiante (fondo di valle, e più com. fondovalle), con pendenza generalmente in un verso, percorsa di solito da un corso d’acqua», come sancisce un buon vocabolario, la Val San Martino lo è in maniera assai parziale e poco riconoscibile. Per singolare paradosso, ove il nostro territorio riacquisisce seppur localmente – ma da secoli – il toponimo e le fattezze morfologiche di “valle” cioè a Pontida (nel medioevo Vallis Pontidæ), di una “valle” propriamente detta non si tratta ma di un “corridoio orografico”, per usare la corretta definizione geografica.
Tuttavia la singolarità valliva locale non finisce qui: nemmeno in senso geopolitico la Val San Martino acquisirebbe una fisionomia unitaria determinata. Storicamente divisa dal confine storico posto lungo il corso del fiume Adda prima tra Venezia e Milano, poi tra le provincie di Bergamo e Como e quindi, in tempi recenti, tra quelle di Bergamo e Lecco che ne ha ulteriormente e inopinatamente spezzato l’unitarietà geosociale, anche da questo punto di vista la valle ha sempre faticato a farsi identificare in modo omogeneo dall’immaginario comune. È un curioso paradosso, quello che offre la Val San Martino: uno spazio antropizzato morfologicamente eterogeneo e politicamente diviso, per di più territorio di confini storici più o meno rigidi, eppure da millenni zona di transiti di persone, genti e merci, eserciti e pellegrini, commercianti e viaggiatori, eccetera. Un territorio a suo modo cosmopolita, si potrebbe dire oggi, in ciò riflettendo – se così posso dire – l’”apertura morfologica” che la sua particolare geografia presenta.
E dunque, posto tutto ciò, viene da chiedermi: ma alla fine che razza di “valle” è, la Val San Martino? Ha un suo senso, una connotazione identitaria di qualche genere? Ha un proprio Genius Loci, come ce l’ha ogni luogo propriamente e compiutamente tale? O si tratta solamente di una specie di “equivoco” storico e geopolitico se non, peggio, di un non luogo, per usare la celebre definizione di Marc Augé?

Questo è un brano tratto da Il “luogo” Val San Martino. Geografia, paesaggio, immaginario, identità: per una definizione presente e futura del Genius Loci della valle, il mio saggio presente nel volume Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino. Per saperne di più, cliccate sull’immagine qui sopra. La foto in testa al post è di Alessia Scaglia, autrice di tutte le immagini presenti nel mio testo e di molte altre che impreziosiscono il volume.

Un libro per portarvi “oltre il confine”

Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino è un volume veramente importante e prestigioso sotto ogni aspetto, della cui realizzazione e dei qual contenuti è stato ed è per me un onore e un piacere fare parte. È dedicato a uno dei territori più emblematici della Lombardia e non solo, la Val San Martino, da sempre terra di confini (anche geomorfologici, visto che una vera “valle” non è) e alla sua storia di ieri, di oggi e di domani, narrati in un modo innovativo, multidisciplinare e coinvolgente con il supporto di un apparato iconografico per gran parte inedito e di altissima qualità, tanto da rappresentare un modello editoriale per opere di tal genere, “portando” la Val San Martino oltre il confine in ogni senso: geografico, culturale, narrativo e anche letterario, appunto.

Per quanto mi riguarda, il mio testo – del quale un “assaggio” lo vedete qui sopra – si intitola Il “luogo” Val San Martino. Geografia, paesaggio, immaginario, identità: per una definizione presente e futura del Genius Loci della valle: in esso accompagno il lettore attraverso la geografia locale ad indagare la presenza e l’essenza di un immaginario condiviso (e condivisibile) relativo al territorio della Val San Martino, che ne analizzi gli elementi identificativi e referenziali nonché definisca i “tratti” e la “personalità” di un peculiare Genius Loci, dal quale ne possa derivare una altrettanto peculiare identificazione di matrice culturale del territorio nello sguardo e nella rappresentazione di chi lo ha vissuto, lo vive e/o di chi ne è visitatore. L’obiettivo che si pone il testo è strutturare un immaginario rappresentativo della Val San Martino, assolutamente “calato” sulla sua dimensione ambientale con tutte le componenti materiali e immateriali, sulla sua geografia territoriale, sociale e umana. Un immaginario che a sua volta strutturi un’identità culturale in grado di rendere il territorio antropologicamente determinato e vivo: condizione fondamentale, questa, per intessere una relazione approfondita e consapevole tra gli abitanti/ospiti e il territorio stesso, e per il dialogo con il suo Genius Loci. Inoltre, nel solco dei temi geografico-umanistici sopra indicati, ho posto una particolare attenzione alla presenza storica dell’industria nel territorio della valle, il cui sviluppo nel corso del tempo ha strutturato in modo peculiare il suo paesaggio, sia in modo materiale che immateriale, e ha contribuito a caratterizzare la particolare relazione con esso da parte dei suoi abitanti, presentando aspetti culturali alquanto significativi anche in previsione futura. Il tutto in una prospettiva che si fonda nel passato, si sviluppa nel presente e si proietta nel futuro della valle e della sua comunità umana, che magari possa pure offrire una rinnovata visione geopolitica di essa ad uso e consumo dei suoi amministratori o di chiunque con la valle voglia in vario modo interagire.

Per saperne di più sul volume e per acquistarlo, potete consultare il sito web valsanmartino.it oppure la pagina Facebook ad esso dedicata. Su entrambi troverete inoltre tutti gli aggiornamenti relativi alle presentazioni del libro, agli eventi correlati, alla rassegna stampa e numerosi contenuti extra legati alle tematiche trattate.