La bellezza, e la salvezza

C’è così tanta bellezza assoluta nel mondo, nei suoi vari ambienti, nelle sue forme naturali – nei monti, tra le colline, nei mari, nei deserti roventi e nelle distese ghiacciate, nella volta del cielo stellato – e nel paesaggio che noi vi concepiamo ma che, io temo, troppo spesso non comprendiamo veramente e giudichiamo soltanto per meri “valori” superficiali – bello, non bello, piacevole o meno, caldo, freddo eccetera – che sarebbero ammissibili solo se poi si sapesse andare oltre – e non si fa quasi mai, appunto – insomma, c’è così tanta bellezza al mondo, dicevo, che se avessimo la facoltà e la volontà di comprenderla e di scaturirne una paritetica bellezza emotiva, culturale, intellettuale, antropologica, umana, da introiettarci nel profondo dell’animo e dello spirito rendendola la nostra (cioè di tutti) “psico-biosfera” fondamentale e imprescindibile, be’, credo che buona parte dei mali del mondo svanirebbero di colpo.

Già, subitamente.

Invece no, non ne siamo capaci. Non lo siamo ancora pur dopo millenni di evoluzione anche intellettuale ergo culturale. Continuiamo a restare indifferenti a questa bellezza così infinita, continuiamo a sottovalutarla, a osservarla come fosse qualsiasi altra “cosa” ordinaria, a ignorarla quando, non di rado, a disprezzarla e oltraggiarla. Come fossimo in un meraviglioso museo colmo di preziose, inestimabili opere d’arte e utilizzassimo i suoi spazi per giocare a pallone, con la palla che immancabilmente colpirà e rovinerà di continuo quei capolavori. Alla fine, o di fronte ai danni ormai irreparabili ci renderemo finalmente conto della nostra colossale stupidità ma, appunto, sarà ormai troppo tardi, oppure, per la nota Teoria delle finestre rotte, tutte quelle macerie ci spingeranno irrefrenabilmente a produrne sempre di più, riducendo in macerie anche la nostra essenza umana e condannandoci alla sorte più nefasta.

Ma non voglio affatto essere così catastrofista. Anche perché, affinché con la bellezza del mondo ci succeda quanto ho scritto poco sopra, ci vuole veramente pochissimo. La bellezza potrà veramente salvare il mondo, ma solo se il mondo saprà salvare – e finalmente comprendere – la (sua) bellezza. Un’azione per la cui messa in atto, ribadisco, non occorre quasi nulla: solo un po’ di occhi aperti e intelletto attivo, tutto qui.

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INTERVALLO – Jorge Méndez Blake, “El Castillo”

Jorge Méndez Blake è un artista messicano le cui installazioni di frequente rappresentano la combinazione delle sue due grandi passioni, l’architettura e la letteratura e nelle quali materiali ed opere sono indistinguibili, la materia stessa è l’opera d’arte comprensiva del suo significato e della sua efficacia rappresentativa ed espressiva.

L’opera nelle immagini si intitola El Castillo (“Il Castello”), prendendo il nome dal libro che ne è protagonista, proprio Il Castello (orig. Das Schloß) di Franz Kafka, e dimostra, nemmeno così metaforicamente, come la forza (culturale) di un solo libro, e di quanto esso rappresenti, possa tanto sostenere un muro quanto deformarlo, intaccarne la solidità, esserne elemento costitutivo e costruttivo (se il muro fa da fondamenta a una buona realizzazione) ma pure distruttivo (se serve a dividere e a separare). Si può costruire la muraglia più possente e apparentemente invalicabile, insomma, ma nemmeno questa avrà mai la forza e l’impatto della buona cultura.

Cliccate sulle immagini per saperne di più oppure qui per visitare il sito web di Méndez Blake.

(P.S.: grazie a Sarah Inverno per la segnalazione.)

Quando l’arte mette a rischio le rose dei potenti (Charles Bukowski & Co. dixit)

L’Arte vera, il Creare, è in genere da due decenni a due secoli in anticipo sui temi, se paragonata al sistema e alla polizia. L’Arte vera non solo non è capita ma viene anche temuta, perché per costruire un futuro migliore deve dichiarare che il presente è brutto, pessimo, e questo non è un compito facile per quelli al potere – minaccia quanto meno i loro posti di lavoro, le loro anime, i loro figli, le loro mogli, le loro automobili nuove e i loro cespugli di rose.

(Charles BukowskiSaggio senza titolo dedicato a Jim Lowell, 1967. Citato da Christian Caliandro in Possibilità e insubordinazione, su Artribune.com e Artribune Magazine #40.)

Il maledetto Hank, vecchio scorbutico ubriacone, puttaniere, laido eppure sagace, acutissimo, beffardo, genialoide, ancora una volta la dice giusta – e ben fa il sempre illuminante Christian Caliandro a citarlo in quel suo articolo nel quale disserta delle potenzialità dell’arte quale elemento assoluto di insubordinazione virtuosa e della necessità di riscoprirle per rompere il sistema di controllo (pseudo-culturale, politico, economico) al quale la creatività, in senso generale, viene sempre più sottoposta. (Leggetelo qui, l’articolo di Caliandro: come sempre merita massime attenzioni e riflessioni.)

Perché – per citare un altro grande personaggio, Paul Gauguinl’arte (qualsiasi arte, ribadisco) è e sarà sempre o plagio o rivoluzione. E credo sia inutile rimarcare quale delle due opzioni sia quella che genera progresso e quale che genera decadenza.

“Sulla” carrozza di John Ruskin

Quella che vedete nell’immagine è la carrozza di un personaggio poco noto da noi: John Ruskin, scrittore, poeta, viaggiatore, critico d’arte tra i più influenti della sua epoca, da me apprezzato soprattutto per essere colui che forse più di altri ha saputo costruire l’immaginario moderno-contemporaneo alpino ovvero il modo con il quale noi intendiamo le montagne – ad esempio è sua la celeberrima espressione “Le montagne sono le grandi cattedrali della Terra”.

Perché ve ne parlo? Beh, perché quella cesta con dentro una specie di tinozza che si vede sul tetto della carrozza (conservata a Brantwood, la storica residenza in Cumbria dove Ruskin visse fino a lungo e ove morì) non serviva a raccogliere o conservare acqua per abluzioni e altre cose utili durante gli spostamenti, ma era piena di libri. Libri da leggere che Ruskin portava sempre con sé al fine di averli a disposizione per i propri studi o per le semplici letture ricreative.
Una “libreria da viaggio” piuttosto bizzarra, certo, ma evidentemente al suo proprietario faceva comodo così.

È una cosa che mi ha incuriosito e affascinato. Un po’ come se oggi andassimo in vacanza lontano da casa e ci portassimo, oltre al necessario corredo da viaggio, un grosso trolley pieno di libri, ecco.

Altri tempi, certo: oggi ci sono gli e-reader a consentirci di risparmiare quell’ottocentesca fatica. Ma, pure con tali tecnologie a nostra disposizione, quanti fanno qualcosa di assimilabile?

L’unica, semplice salvezza per l’Italia

Luciano Fabro, “L’Italia d’oro”, 1968-71.

Sono sempre più convinto che l’unico modo grazie al quale l’Italia si potrà salvare da una altrimenti inesorabile e definitiva decadenza sia quello di affidarsi in toto al proprio immenso, preziosissimo, inimitabile patrimonio artistico e culturale, un tesoro favoloso che, con tutto quello che ne deriva, da solo può tranquillamente far prosperare l’intero paese, materialmente e immaterialmente. Ciò facendo, di contro eliminando definitivamente qualsiasi assoggettamento al sistema politico-istituzionale vigente, manifestamente nemico del più urbano concetto di comunità sociale ovvero dei cittadini italiani, del loro quotidiano benessere civico, del futuro collettivo, e che già ha reso il paese un’entità pseudo-nazionale in stato profondamente comatoso, sottoposta a un costante, lento soffocamento ormai prossimo al compimento finale. Solo così, affrancandosi da questo veneficio sociopolitico diluito nel tempo e affidandosi a quella sorta di “montagna d’oro” sulla quale l’Italia è seduta – che peraltro salva ancora la nostra reputazione primaria nel mondo a dispetto dello sfacelo istituzionale e delle innumerevoli, croniche deficienze nazionali, ben risapute all’estero – la quale facilmente può porre il paese in posizione di preminenza a livello mondiale.

Sia chiaro: tali mie osservazioni vogliono avere una natura del tutto positiva. Non sto criticando sterilmente nulla, anzi, sto segnalando come la prosperità culturale, economica e sociale dell’Italia sia qualcosa assolutamente a portata di mano e semplicemente attuabile. Serve solo una condizione, fondamentale: che gli italiani ne siano consapevoli e agiscano per conseguire tutto ciò. Perché è vero, ogni popolo ha i governanti (dunque una gestione politica della società a cui appartiene) che si merita, ovvero ogni governante è specchio e manifestazione della società dal quale viene eletto e/o della quale si fa rappresentante. La vera democrazia, in fondo, consiste proprio in questo: non è l’eleggere chi si vuole tra i canditati politici, ma è il non permettere che certi candidati, rappresentanti indifferenziati di un sistema di potere rovinoso e tumorale, assumano e detengano il potere di mandare alla rovina un intero paese. E certamente: per far che ciò avvenga ci vuole cultura, e serve che sia diffusa nell’intera comunità sociale. Una condizione – ribadisco – che sarebbe semplicissima da conseguire in uno stato talmente ricco in tal senso come l’Italia, ma che rischia di diventare l’ulteriore strumento della sua fine civica. Sarebbe semplice, ne sono convinto: come attraversare un ruscello tranquillamente superabile raggiungendo la riva opposta ben più salubre e rigogliosa, e invece non superarlo per paura di bagnarsi le scarpe, ecco.