Roy Paci

A volte capita che i “sentieri” che ciascuno di noi percorre vivendo la propria più o meno ordinaria esistenza nei territori del tempo e della quotidianità s’incrocino in modi sorprendenti, offrendo opportunità di conoscenze e dialoghi tanto imprevedibili quanto illuminanti.
Così a me è capitato, durante l’ultimo Salone del Libro di Torino, di bere un caffè in un bar del Lingotto e trovarmi fianco a fianco con uno dei migliori musicisti italiani in assoluto, Roy Paci.

Musicista autentico, intendo dire (chi mi conosce o segue in radio lo sa e chi non mi conosce lo sappia, che io la gran parte dei “musicisti” nostrani la manderei seduta stante a lavorare nei campi!), virtuoso notevole e artista del suono dal fascino tout court. Pur da inguaribile estremista sonoro quale sono, dunque formalmente non così vicino alla produzione artistica che l’ha reso maggiormente noto, ho sempre visto in Roy Paci un musicista di quelli di cui riesci rapidamente a percepire la grande cultura che sta alla base della mirabile preparazione tecnica e l’altrettanta profonda passione che mette nel suo far musica, costantemente aperto a ogni altra esperienza musicale rintracciabile per il mondo da cui poter attingere nuova e ulteriore energia e, al contempo, con la quale dialogare e intessere sul pentagramma infinite narrazioni armoniche che poi, per chi ascolta, diventano veri e propri viaggi sonori, divertenti, coinvolgenti, affascinanti, stimolanti – nonché, ribadisco, di gran peso culturale. Riflettendo peraltro pure il sentiero della vita – non solo artistica – di Paci: siciliano verace ma pure – anzi, proprio per questo, cittadino del mondo.

Avere poi l’opportunità di conoscere Roy Paci di persona, e scoprire che tutto ciò si può vedere e percepire nel musicista e nell’artista lo si ritrova pure nell’uomo comune, per di più con simpatia, disponibilità e affabilità più uniche che rare, rende incontri del genere piccoli/grandi momenti di “storia” – ovvio, personale, privata, della quale magari ad altri non frega nulla ma a me sì, e molto.

Anche se, confesso – e l’ho dovuto confessare pure a lui – ad accrescere ancor più l’importanza di Roy Paci per lo scrivente c’era (e c’è) pure un motivo molto più… bizzarro: in base alla celebre teoria dei sei gradi di separazione, Paci è il collegamento necessario per unirmi a uno dei personali miti assoluti, John Zorn, quello che considero IL genio musicale contemporaneo par excellence (ne ho scritto spesso, qui sul blog), con il quale Roy Paci ha collaborato; ma Paci ha collaborato pure con Claudio Parodi, sperimentatore sonoro tra i più apprezzati in Italia, che conosco e che è stato anche ospite nel mio programma radio in una memorabile chiacchierata-fiume che durò qualche ora. Ecco, tre passaggi ovvero solo tre gradi di separazione!

Beh, ok, metto da parte queste mie bizzarrie pseudosociologiche, vado ad ascoltarmi qualche brano degli Aretuska e nel frattempo recupero la “causa” principale della presenza di Paci al Salone: Fight for Freedom, la colonna sonora, firmata insieme a Remo Anzovino, del film di Emanuela Audisio Da Clay ad Alì, la metamorfosi sulla vita del grande Muhammad Alì, presentata appunto a Torino.

Baciamo le mani, eh!

Claudio Cristiani, illustratore

Resto sempre estremamente affascinato nell’ammirare l’opera dei migliori illustratori, perché il disegno è un’arte che conserva in sé un qualcosa di unico, rispetto alle altre discipline figurative. Forse perché è quella attraverso cui la rappresentazione di ciò che abbiamo intorno o di ciò che non c’è ma può esserci nella nostra fantasia si mantiene – se così posso dire – “affabile”: se l’arte visuale propriamente detta oggi tende a (o pretende di) soddisfare la mente, il disegno continua come poche altre cose a saper soddisfare il cuore, senza troppe fughe verso l’ambito concettuale, appunto, ma restando coi piedi per terra, che tuttavia usa per compiere viaggi inimmaginabili e sovente meravigliosi.

Per questo trovo affascinanti i lavori di Claudio Cristiani, illustratore di mirabili capacità figurative e artistiche: perché sì, il disegno di tal livello è arte nel senso più pieno del termine, è rappresentazione della realtà attraverso doti figurative eccezionali e lo è anche nel caso di un lavoro eseguito per un libro di scuola – anzi: per come possa e sappia sollecitare la fantasia dei suoi lettori, così come in ogni altro caso il disegno sa fare rispetto a illustrazioni di altro genere proprio per quella sua dote di affabilità espressiva, lo è anche di più.

In ogni caso volevo scrivere di Claudio Cristiani per un paio d’altri motivi, diversi da quanto finora detto (ah, peraltro quello in testa al post non è che uno “schizzo”… ho detto tutto!): primo, perché delle sue così grandi capacità artistiche sono molto invidioso (beh, ingiustificatamente, ovvio; il disegnatore era una delle cose che avrei voluto fare, da ragazzino, proprio perché l’ho sempre vista come un’espressione grafico-artistica di e della grande libertà creativa individuale); secondo, perché siffatto grande illustratore ho la fortuna di conoscerlo. E conoscere persone così in grado di creare cose belle è un po’ come essere dotati di un ombrello quando scoppia un acquazzone improvviso e la gente d’intorno non ce l’ha.



Cliccate qui per visitare la pagina di Claudio Cristiani nel sito dell’Associazione Autori di Immaginivisionare altri suoi lavori e così conoscerne meglio l’arte.

Il lavoro è un sentiero, una roccia o il ghiaccio vivo (Francesco Nex dixit)

Nato il 6 luglio 1921 a Mattão, in Brasile, ma di famiglia genuinamente valdostana e di prestigiosa tradizione artistica (il padre, Francesco Antonio Nex, emigrò in Brasile nel 1895 ed era figlio del professor Francois Nex, originario di Doues, e di Marianna Artari, discendente da una famiglia di artisti con secoli di storia alle spalle: ne sono un esempio le opere realizzate nelle stanze di Clandon Park a Londra e nel palazzo reale di San Pietroburgo), Francesco Nex è uno di quegli artisti la cui notorietà è inversamente proporzionale alla bellezza delle sue opere. Nella sua carriera ha saputo ottenere eccellenti risultati con ogni tipo di materiale: dalla ceramica al rame, dal cuoio al ferro. Le maggiori soddisfazioni gli sono però arrivate dai coloratissimi “racconti figurati” su seta, allegoria della commedia umana, ambientati in un’atmosfera quasi stupefatta a metà tra favola e realtà. Così diceva Nex in merito alla sua arte: «Nei miei quadri mi piaceva raccontare me stesso e i miei “desaforo”, una parola portoghese che esprime un insieme di scontento, delusione e disamoramento per un mondo che non mi piaceva e che, almeno nei miei quadri, cambiavo.»

Nex è morto nella sua Aosta il 25 dicembre 2013.
Nel sito francesconex.it potete conoscere molto di più sull’artista e sulle sue opere.

P.S.: seppur ne dica di Nex, qui, per via della bella citazione contenuta nell’immagine in testa al post (per la quale devo ringraziare Eliselle), trovo suggestivo dirne proprio oggi insieme ad un altro prestigioso valdostano contemporaneo, Claudio Morandini, del quale – avrete visto – vi ho detto stamani, raccontandovi peraltro delle stesse montagne.

Keith Haring, Milano

Con inedita profusione di quantità e qualità espositiva, e come ideale seguito della mostra dedicata qualche mese fa dal MUDEC all’altro grande “genio maledetto” dell’arte dell’ultimo Novecento, Jean-Michel Basquiat, About Art porta negli spazi di Palazzo Reale a Milano tutta la potenza artistica espressiva nonché lo straordinario (e tutt’oggi troppo sottovalutato) retaggio culturale di Keith Haring, in un’esposizione capace di sorprendere e affascinare in modo inaspettato.

Conosciuto dal grande pubblico più come street artist (o graffitaro, come si diceva ai tempi) soprattutto per via delle sue icone più identificanti – il “bambino radiante”, il cane che abbaia, l’omino stilizzato che balla, divenute loghi di innumerevoli cose oltre che degli stessi anni ’80 del Novecento – Keith Haring in verità è stato un artista estremamente colto e inopinatamente legato alla produzione artistica classica, molto spesso rinascimentale italiana, della quale ha disseminato di riferimenti molte sue opere. Dietro il tratto apparentemente semplice e legato al costume dell’epoca (invero assai dotto e raffinato, se analizzato per bene), le sue opere rivelano profondità tematiche ed espressive forse tra le più alte e strutturate dell’intera pop art, movimento che con Haring tocca uno degli apici assoluti. Come in un percorso artistico inverso rispetto a quello di altri pop artists, che trasportavano i riferimenti artistici classici in ambiti popolari contemporanei, nella forma e nella sostanza, Haring ha invece portato la pop art a riconnettersi con la storia dell’arte e con le sue matrici fondamentali, senza tuttavia perdere nulla della propria contemporaneità e della capacità di essere compresa ovvero di arrivare, anche solo iconicamente, a tutte le persone – obiettivo che l’artista americano ha sempre considerato fondamentale per la sua produzione artistica.

Così, il suo tratto semplice, a volte quasi infantile, così “normale” rispetto all’ambiente nel quale viene inserito (i luoghi urbani, la strada, le stazioni della metropolitana soprattutto) e del quale diviene segno distintivo, diventa uno strumento estremamente funzionale a rendere popolare un linguaggio artistico invece denso e strutturato, tratteggiando con rara forza ed efficacia espressiva lo storia sociale e culturale d’una intera epoca, espansa anche oltre il decennio nel quale Haring opera, non di rado con creatività tanto potente e visionaria da diventare profetica. Tuttavia, la sua apparente matrice pop(olare), la quale rende frequenti soggetti delle sue opere le icone più celebri dell’epoca e dell’intero secolo scorso – Mickey Mouse, per dirne una – non gli impedisce di riferirsi spesso e volentieri ad ambiti ben più insoliti, dai quali trae ispirazioni assolutamente affascinanti – l’arte precolombiana, ad esempio. Riferimenti che, in aggiunta a quelli ben più classici prima citati (tra i quali è preponderante Hieronymus Bosch), dotano la produzione artistica di Haring di raro eclettismo e altrettanto rara poliedricità espressiva.
Ma, come detto poco fa, la sua arte doveva arrivare a tutti, e se in certi casi i temi assai colti non potevano giungere dacché più ostici da comprendere, vi giungeva la forza spontaneamente iconica delle opere, la sua formidabile capacità di utilizzo del colore, gli accostamenti cromatici perfetti, a volte l’ipnotica reiterazione nella stessa opera del soggetto principale – una sorta di “campionamento visuale” simile a quelli musicali coi quali si innovava e si caratterizzava la pop music del tempo (e giova qui ricordare la grande amicizia di Keith Haring con Madonna, che stava allora diventando l’icona di oggi così come Haring lo sarebbe diventato dell’arte, anche suo malgrado per via della morte a soli trentuno anni) – e, ribadisco, la generale potenza dei suoi lavori, quasi sempre di grande formato, realizzati su qualsiasi superficie utile allo scopo, capaci di catturare in maniera inesorabile l’attenzione e la meraviglia di chiunque.
Ottima mostra, tra le migliori visitate ultimamente nella struttura museale milanese – anche riguardo l’allestimento, che in certi casi accosta alle opere di Haring le riproduzioni di quelle classiche a cui le prime fanno riferimento, rendendo così evidente l’ispirazione originaria. E, aggiungo, è una mostra necessaria, perché il retaggio culturale di altissimo valore che Keith Haring ha lasciato, non solo allo specifico mondo dell’arte ma pure a quello culturale in generale, merita di essere considerato nella sua interezza e compreso in profondità.

Avete tempo di visitare Keith Haring. About Art fino al prossimo 18 giugno – cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web dedicato alla mostra. E, vi assicuro, sarà tempo assolutamente ben speso, grazie al quale vi si genererà un’esperienza culturale di grande forza e suggestione.

a2410

a2410 è la realizzazione di una piccola/grande utopia: portare e offrire l’arte contemporanea – visiva e non solo – in alta montagna, in modo giammai estemporaneo e random ma in profonda armonia geografica, artistica, culturale e antropologica con il luogo in cui si manifesta. Non una novità in senso assoluto, l’arte in quota: eventi del genere sono già stati realizzati, a volte con risultati interessanti, altre più discutibili quando non sconclusionati, ma a mio modo di vedere ciò che offre il progetto a2410 è qualcosa di rara suggestione ed efficacia, nonché di sagace contestualizzazione.

a2410 è un “bivacco di cultura” che nasce in cima alla Grigna Settentrionale (o Grignone), una delle più celebri vette prealpine italiane, a 2410 m di quota. a2410 è uno spazio mobile e temporaneo pensato per esistere nelle condizioni ambientali più estreme. La “cellula” di a2410 è capace di ospitare al suo interno un pubblico di 40 persone ed eventi culturali con proiezioni, talks, presentazioni, concerti, performance; è dotato di una tecnologia a/v d’avanguardia, fornendo un’esperienza immersiva totale con audio spazializzato e ascolto wireless auricolare, video proiezioni con sistema dome e ripresa video su canale a 360°; oltre che streaming live e podcast con stessa tecnologia.

a2410 nasce da una proposta di Alex Torricini, gestore del Rifugio CAI Milano Luigi Brioschi posto appena sotto la vetta della Grigna Settentrionale, e da un’idea dell’artista Francesco Bertelé che di a2410 è il direttore artistico, il tutto coordinato e curato dall’Associazione Culturale Mobeel. Nel team vi sono anche Andrea Vittone (production manager), Martino Coffa (responsabile tecnico/tecnologico), Michela Sacchetto (curatrice del programma artistico) e Filippo Falco (curatore del programma musicale).
Ogni altra informazione su a2410 la potete trovare nel sito del progetto, qui.

Attualmente, sulla piattaforma WeArt, è in corso il crowdfunding per la raccolta fonti a sostegno del progetto e degli scopi prefissati: credo sia un’ottima occasione di far parte di qualcosa di veramente innovativo e culturalmente intrigante, che permetterà a una delle più vivide rappresentazione umane della vita, ovvero l’arte, di manifestarsi in un dei luoghi più emblematicamente vitali che vi siano, la Natura dell’alta montagna. Una piccola/grande utopia, appunto, un sogno che deve divenire una bella realtà per far che in tale realtà ci si senta come in un bellissimo sogno, ecco.

Cliccate sull’immagine del logo di a2410 in testa all’articolo per visitare la piattaforma WeArt e aderire al crowdfunding.