Attaversare e (ri)scoprire Milano a piedi con Gianni Biondillo

[Alessandro Busci, Milano, olio e smalto su carta, 2008. Courtesy Galleria Antonia Iannone, Milano.]

Milano non è mai stata una brutta città, ha smesso d’essere bella quando i suoi cittadini hanno smesso di guardarla. Io per storia personale, per studi, per passione l’ho sempre saputo. Anni e anni a perdermi nelle sue strade, alla deriva, dandomi come imperativo morale quello di cambiare itinerario ogni volta che incrociavo una strada conosciuta. Come una specie di esploratore istintivo, alla ricerca di nuovi sentieri nel paesaggio pietrificato. Questo dovevo fare con le mie figlie, m’era evidente ormai: proporre un nuovo sguardo, una nuova narrazione. In fondo Milano – e questa la sua peculiarità – ti permette di vivere senza macchina; i mezzi pubblici bene o male funzionano come in buona parte delle città europee e poi è una città senza insormontabili problemi orografici da affrontare. Durante l’intero Novecento, invece, s’è fatto di tutto per trasformare gli abitanti e i fruitori di questa metropoli in automobilisti ammaliati dal mito della libertà di movimento assoluta. Mito falso, che blocca sia la mobilità pubblica che quella privata, con ricadute sulla salute generale preoccupanti. […] Ad oggi gli abitanti di questa metropoli sono semplicemente dei city users, hanno cioè perduto la capacità di rendere significativi gli spazi che attraversano quotidianamente e di entrarvi in relazione. Ma senza relazione non c’è coesione sociale. Non c’è identità. E l’identità, per come ho sempre inteso questo concetto mobile, cangiante, si ricostruisce, politicamente (da polis, città) nel cammino.

[Gianni Biondillo, Passaggio a nord-ovest. Milano a piedi, dal Duomo alla nuova Fiera, Terre di Mezzo Editore, 2016, pagg.12-13.]

Questo libretto (94 pagine di testo vero e proprio, Terre di Mezzo Editore) di Biondillo – architetto, scrittore, docente universitario, psicogeografo – credo sia uno dei più bei libri sulla città di Milano che si possano leggere ancora oggi, nonostante in origine sia stato pubblicato nel 2016. Perché il viaggio a piedi attraverso la città, dal Duomo alla fiera di Rho – ovvero dal cuore storico a quello contemporaneo della metropoli lombarda, che non a caso oggi è fuori dal centro – esplora il luogo e il paesaggio metropolitano attraverso lo sguardo della psicogeografia, metodo multidisciplinare di indagine e (ri)conoscenza del territorio del quale Biondillo è docente all’Accademia di Architettura di Mendrisio, con il quale si possono vedere cose, della città e della sua anima altrimenti invisibili. Metodo che io peraltro uso moltissimo, nei miei vagabondaggi esplorativi sia in montagna che altrove.

E non solo la psicogeografia consente questo: grazie ad essa, cioè grazie all’attitudine esplorativa psicogeografica dei luoghi, si può ritornare a connettersi con la loro identità peculiare, con il Genius Loci, restituendo ad essi dignità e identità mediante l’indagine e la conseguente narrazione: identità e dignità che molto spesso vengono ignorate e degradate, quando non proprio calpestate, dall’urbanistica contemporanea assoggettata alla finanza speculativa e a chi considera la città soltanto un luogo dal quale ricavare immagine e tornaconti, non più al quale donare vivibilità, socialità, abitabilità, anima civica… un luogo dove si viva, insomma, e possibilmente in modo gradevole.

D’altro canto Milano, nonostante la scellerata gestione amministrativa degli ultimi anni, dall’Expo in poi, di vie, piazze, angoli e quartieri – o quanto meno lembi di essi – nei quali sembra ancora e veramente una città ne ha ancora. Solo che bisogna restarsene ben lontani dalle rotte turistiche, dalle zone più gentrificate, dalla Milano-contenitore vuota di contenuti urbani, e percorrerla a piedi, alla deriva, magari dandosi una meta ma non un percorso utilizzando la psicogeografia, e la relazione costante che si attiva in ogni momento nel luogo con il quale interagiamo, per vedere e capire ciò che altrimenti non si vede e capisce, appunto. Alla ricerca di un ritmo più umano, di uno sguardo più nitido, di una città che è ancora città e non qualcosa di inventato (cit. Lucia Tozzi) per interessi altrui e a discapito dei suoi abitanti.

Libro da leggere, questo di Biondillo, prima, durante e dopo il cammino, la deriva psicogeografica, la riconnessione con i luoghi, il loro spazio, il loro tempo, che si tratti di Milano o di qualsiasi altro lembo del mondo vissuto.

Le montagne e la complessità nella semplicità

La montagna è meravigliosa e affascina così tanto chiunque perché, io credo, è complessità nella semplicità, in ogni suo aspetto. A partire dalle forme delle sue vette, che si possono definire più o meno piramidali (e così infatti le raffiguriamo, fin da bambini) che in realtà sono ben più ricche di linee, profili, sagome, strutture, conformazioni, alla immensa varietà geologica, alla biodiversità – sembrano “solo” boschi e prati, invece c’è un universo di vita – ai paesaggi, apparentemente simili e invece sempre unici, fino alla geografia umana, fatta di infinite culture, saperi, tradizioni, lingue, identità che sembrano simili e invece non lo sono mai e proprio in ciò si definiscono – e via di questo passo, con mille altri aspetti che fanno la realtà della montagna e la rendono tanto speciale.

Una tale complessità si può ridurre a semplicità solo per due ragioni: per ignoranza, ovvero ignorando tale complessità, non sapendola cogliere per mancanza o carenza di strumenti culturali, e nel caso non sarebbe nemmeno una colpa. Oppure per malizia, per meschina ipocrisia, perché la complessità della montagna finisce per complicare anche le mire particolari di qualcuno. A volte, pure per l’unione più o meno conscia di entrambe le cose. E allora la colpa è anche doppia.

Ecco dunque che parte la semplificazione: perché si crede che insegnare la cultura della montagna è una pratica troppo lungo e complicata, o perché la cose semplici non richiedono mai troppi pensieri e per ciò sono più facilmente governabili, manipolabili, più funzionalmente duttili ai propri interessi.

Così la semplificazione diventa banalizzazione, dunque svilimento, svalutazione, degrado. In altre parole: semplificare troppo la montagna è una manifestazione di disprezzo verso di essa, la sua realtà e le sue specificità.

Eppure, la montagna è “complessa” così come in fondo lo è la vita nei suoi tanti aspetti. Più si ha la volontà e la capacità di comprenderli, più si vivrà meglio e con appagante benessere – e non ci vuole molto per ottenere ciò: a volte è solo una questione di scelte, di desiderio, di visione e di presa d’atto. Viceversa, la banalità e il disprezzo avranno vita facile, inevitabilmente.

(Nella foto in testa al post: acquerelli di Silvia De Bastiani, mirabile artista che sa rendere la complessità delle montagne “semplice” da osservare, ammirare, comprendere, al contempo senza semplificarne nulla, anzi, dandole ancora più “profondità”.)

Le Alpi meravigliose e oniriche di Silvia De Bastiani

La mostra “Water and Peaks” attualmente in corso alla Fabbrica del Vapore di Milano consente di incontrare e conoscere – per chi già non la conosca – la mirabile ricerca artistica sulle Alpi di Silvia De Bastiani, artista di Feltre (oggi vive e lavora nel Primiero) che ha messo il proprio talento pittorico al servizio della sua profonda passione e conoscenza delle montagne, traendone raffigurazioni con l’acquerello delle vette alpine tra le più affascinanti oggi prodotte.

Le opere alpestri che crea sono solo apparentemente tendenti al realismo quasi iper, ma le pennellate di De Bastiani ne destrutturano le immagini fino a conferire loro un che di onirico, quasi di sovrannaturale, che denota e accresce il valore iconico delle vette raffigurate così come il fascino di angoli di Natura montana apparentemente ordinari eppure, percepiti attraverso la sua sensibilità artistica e per ciò osservati in un modo per molti verso nuovo, rivelanti tutta la loro magia.

Una sensibilità, quella di De Bastiani, della quale si intuisce bene la profonda genesi spirituale montana, che si fa poi talento raro per creare opere semplicemente sublimi, innanzi tutto per come sappiano trasmettere proprio quel soffio vitale che si emana dall’anima montana e che chiunque frequenti le montagne con passione sincera conosce bene perché allo stesso modo sente costantemente emanare dal loro paesaggio, che sia di rocce, ghiacci e vette protese al cielo oppure di erbe, alberi, boschi silenziosi e acque placide.

Se potete, andate a visitare la mostra alla Fabbrica del Vapore, è aperta fino al 6 aprile. Se nulla può sostituire ciò che dona il vagabondaggio alpestre nelle meraviglie della natura montana, gli acquerelli di Silvia De Bastiani ne riportano la bellezza e il fascino nella vostra mente, nel cuore e nell’animo. E vi faranno venire un gran voglia di (ri)salirci, sulle montagne, per viverle e osservarle con lo sguardo ancora più sensibile e profondo che i suoi quadri vi avranno donato, rivelato e alimentato.

(Tutte le immagini qui presenti sono tratte dalla pagina Facebook di Silvia De Bastiani.)

Un anno per celebrare Alberto Giacometti nella sua Val Bregaglia

[Anno 1940, foto di Emmy Andriesse – http://hdl.handle.net, pubblico dominio, fonte commons.wikimedia.org.]
Nell’anno in corso si celebrano i centoventicinque anni dalla nascita e i sessanta dalla morte di Alberto Giacometti, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi le cui opere, soprattutto le celeberrime sculture in bronzo, tanto minimaliste quanto espressivamente potenti e ipnotiche (ne ho avuto esperienza diretta nei musei ove le ho potute ammirare) hanno raggiunto record di vendita in asta tra i più alti di sempre: ad esempio nel 2015 “L’homme au doigt” (la vedete nell’immagine qui sotto) è stata aggiudicata per 141,28 milioni di dollari da Christie’s a New York. D’altro canto l’importanza dell’arte di Giacometti travalica il proprio mero ambito per toccare diversi aspetti, materiali e immateriali, che danno forma e immaginario alla nostra contemporaneità.

Ma forse più di ogni altra cosa io trovo affascinante, di Giacometti, la sua origine montanara, di una delle valli più belle e emblematiche delle Alpi tra Svizzera e Italia: la Bregaglia, da millenni corridoio orografico e culturale di giunzione tra la pianura padano-lombarda e più in generale il bacino del Mediterraneo, la regione alpina settentrionale e il centro-nord Europa. Una genesi alpina che Giacometti ha fuso con tutti gli altri ambienti sociali e culturali frequentati nel corso della sua vita e che molti storici e critici d’arte ritrovano nei suoi lavori artistici.

[Il villaggio di Stampa. Fonte commons.wikimedia.org.]
In Bregaglia, a Borgonovo di Stampa, nel villaggio natale della famiglia del grande artista e presso il cui cimitero riposa con i familiari, tutti identificati da lapidi semplicissime, ha sede il Centro Giacometti, che mira a curare, salvaguardare e valorizzare il patrimonio culturale materiale e immateriale legato alla famiglia e al suo principale esponente, mentre la Fondazione Ciäsa Granda/Atelier Giacometti conserva alcune opere rimaste in valle e rende accessibile di tanto in tanto l’Atelier, sito sempre a Stampa.

[Le semplici lapidi delle tombe dei Giacometti nel cimitero di Stampa. Immagine tratta da centrogiacometti.ch, fonte originaria qui.]
Ovviamente il Centro Giacometti ha messo in calendario alcuni eventi, diffusi lungo l’intero anno, che celebreranno Alberto e il suo legame con il territorio bregagliotto. Uno degli appuntamenti principali e più intriganti sarà il simposio in programma a luglio dal titolo: “I percorsi di Alberto Giacometti nello specchio delle sue origini” che, come si legge nel sito del Centro, «farà in particolare luce su alcuni fatti significativi legati alla valle di Giacometti e al mondo culturale italiano da lui frequentato. Ricercatori universitari, curatori e psicanalisti illustreranno vari aspetti del Giacometti “bregagliotto”, cresciuto e formato in una valle di montagna Svizzera, adiacente al mondo lombardo.»

[Giacometti fotografato a Stampa da Henri Cartier-Bresson nel 1961. Immagine tratta dalla pagina Facebook J-Arts.]
Per celebrare a modo mio (cioè minimamente, per quel che posso fare) questo “anno giacomettiano”, ripropongo qui un articolo di qualche tempo fa (lo pubblicai la prima volta nel 2014) su uno degli aspetti più singolari e per certi aspetti sconcertanti dell’origine bregagliotta di Alberto Giacometti e della sua presenza in valle, che dal giorno che lo scoprii (grazie a Philippe Daverio) mi ha sempre meravigliato – in diversi modi si possa intendere tale aggettivo. Lo ripropongo di seguito, come detto, con alcune immagini aggiornate, anche nella speranza che possa meravigliare come me molti altri; tenete presente che alcuni cose scritte si riferiscono all’epoca della sua stesura e oggi risultano superate.

[Giacometti al lavoro a Stampa. Immagine tratta da www.giacometti-stiftung.ch.]
Passare accanto al “genio” e (forse) non saperlo

Avrete probabilmente letto/visto sui media la notizia del nuovo record di vendita all’asta per un’opera d’arte: “Chariot, scultura bronzea di Alberto Giacometti (nell’immagine qui sotto), è stata battuta a 101 milioni di dollari, valore secondo solo ai 104,3 milioni di dollari – record assoluto, stabilito nel 2010 – di un’altra opera di Giacometti, “Homme qui marche”.

Ora, al di là di tali vertici di mercato artistico e dello scalpore che hanno generato, quando penso ad Alberto Giacometti – senza dubbio uno dei più grandi artisti del Novecento – e ancor più in considerazione di quanto sopra citato, mi torna in mente quella piccola, caratteristica baita che si trova giusto accanto alla strada che da Chiavenna (e dunque da Milano) porta a Sankt Moritz, lussuosissima località turistica che non abbisogna di presentazioni: baita che è proprio l’atelier della famiglia Giacometti, a Borgonovo di Stampa, piccolo villaggio tra i monti della Svizzera – nel Grigioni di parlata italiana – del quale la famiglia è originaria.

Quella strada, la quale appunto porta dall’Italia a una delle più note località delle Alpi (e che è quella visibile nelle foto a corredo di questo articolo), è trafficatissima in ogni stagione ma soprattutto d’inverno, quando orde di sciatori vi transitano per recarsi sulle piste di Sankt Moritz ovvero – se detengono un’adeguata fortuna economica – per viverne il lusso, frequentare il jet set internazionale, fregiarsi dell’aver lì casa e dunque fare parte della società che conta, accanto a VIP d’ogni genere e sorta. Ecco, posto quanto scrivevo poc’anzi, mi fa sempre specie constatare come la gran parte di quel traffico passi accanto a quella baita, all’atelier di Alberto Giacometti e prima del padre Giovanni, ignorandone totalmente la presenza. Transitano veloci in tanti, le auto ordinarie oppure fuoriserie con gli sci sul tetto e i bagagli nel baule, e non sanno di sfiorare un luogo dal quale è partito un grandissimo personaggio, una vera e propria icona del Novecento e – be’, non si può non rimarcarlo di nuovo – colui che si può definire Mister 205 milioni di dollari (la somma del valore delle due opere sopra citate; oggi sarebbe da aggiornare in Mister 350 milioni, visto il successivo record di “L’homme au doigt” del 2015 sopra citato)… Altro che i miseri 6 milioni del protagonista di quella nota serie televisiva anni ’80!

[Giacometti e la moglie Annette insieme al critico d’arte e poeta giapponese Isaku Yanaihara nei dintorni di Stampa, 1961. © Fondation Giacometti, Parigi, immagine tratta da www.ilgiornaledellarte.com.]
Ma, scherzi a parte, e mi ripeto, è quanto meno particolare questo estemporaneo accostamento tra due ambiti così diversi: l’arte di qualità eccelsa (e di valore economico incredibile) di Giacometti, e il consumismo turistico tipico della nostra epoca moderna – nel quale non c’è nulla di male, sia chiaro, ma il contrasto tra le due cose è sicuramente forte. Io stesso ci passo di lì tante volte, per andare a salire qualche mirabile vetta engadinese; tuttavia, quell’ignoranza senza colpa alcuna verso la presenza storica (e non solo) di Giacometti su quella trafficata strada è un qualcosa che vorrei vedere attenuarsi. Perché Giacometti è stato grandissimo, lo ribadisco, e, suvvia, perché le sue opere oggi valgono ben di più di quelle Ferrari o delle Porsche che sfiorano l’atelier Giacometti per andare a vanagloriarsi lungo le vie di Sankt Moritz!

P.S. – una curiosità: se ingrandite l’immagine in cui la costruzione è ripresa sul lato, potrete leggere l’intitolazione della stessa ai Giacometti, incisa sulle travi di legno. Una sorta di firma in veste di dedica sulla baita, come su un’opera d’arte. La scritta è visibile e quasi del tutto leggibile anche nelle immagini di Google Maps (cliccateci sopra per ingrandirla):

MONTAG/NEWS #16: notizie recenti e interessanti dalle montagne (in attesa che le Olimpiadi passino, come l’influenza!)

Già: come mi ha scritto un amico con brillante sagacia, le Olimpiadi di Milano Cortina sono “arrivate” e passeranno come l’influenza, dalla quale una volta guariti ci si può dimenticare rapidamente (speran do che non lascino strascichi troppo pesanti, ovviamente). Nel frattempo sulle montagne succedono molte altre cose significative, dunque ecco a voi una nuova mini-rassegna stampa settimanale delle notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete e sulla stampa più interessanti da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento. È una piccola ma spero stimolante selezione utile a non perdere alcune delle notizie più significative tra le innumerevoli (spesso per nulla interessanti) che escono tra la stampa e il web. Durante la settimana le più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Buone letture!


UNA GRANDE SCULTURA TRA I MONTI DELL’ENGADINA

Dal 27 gennaio scorso fa bella mostra di sé (e lo farà per tre anni) sulle rive del lago di Silvaplana, a Sils Maria (Engadina), “STRIP TOWER (962)”, una grande scultura in piastrelle di ceramica a strisce luminose del noto artista tedesco Gerhard Richter. L’installazione è pensata affinché i visitatori, immersi all’interno di essa in campi di colore e luce, incontrino un lavoro che coinvolge la percezione e la materialità mentre entrano in dialogo con il paesaggio alpino di Sils Maria. La sua presenza riconferma le Alpi come sede di seria produzione culturale, dove la sperimentazione artistica può dispiegarsi con profondità e responsabilità. Ovviamente molti la troveranno brutta e invasiva, molti altri ne saranno entusiasti e la ameranno. L’arte deve fare (anche) questo, in fondo.


C’È TROPPO TRAFFICO NELLE ALPI (MA L’ITALIA NE VORREBBE ANCHE DI PIÙ!)

Mentre le istituzioni governative continuano a parlare – o forse più blaterare – di sostenibilità, l’Italia ha chiesto all’Austria di abolire le misure di gestione del traffico in vigore in Tirolo: una pretesa insensata che, se accolta, provocherebbe impatti ambientali pesantissimi su quella regione delle Alpi creando un pericoloso precedente. Per questo 67 organizzazioni alpine, con la CIPRA International primo firmatario, hanno indirizzato una lettera aperta al Commissario europeo e ai Ministri dei trasporti dei paesi alpini per mantenere le misure di gestione e anzi implementarle, potenziando il traffico merci su rotaia per salvaguardare l’ambiente e proteggere la qualità della vita della popolazione delle Alpi.


[Foto ANSA/Daniel Dal Zennaro.]
IL SUCCESSONE DELLE OLIMPIADI

Milano Cortina un successone? Mica tanto! A partire dall’inizio, dalla cerimonia inaugurale che è lontana dal sold out: ci sono ancora 10mila biglietti invenduti, gli sconti a under 26 e volontari, uniti ai biglietti gratis per i politici, non sono riusciti a riempire lo stadio. E così la Fondazione Milano Cortina ha lanciato una nuova promozione, il “prendi due e paghi uno”, nemmeno fossimo al supermercato. Ciò a confermare un fatto ormai evidente: lo scarso entusiasmo verso queste Olimpiadi, così male organizzate e rese invise a molti nonostante quanto affermato dalla propaganda istituzionale. Un ennesimo aspetto del disastro olimpico, insomma.


«A CORTINA CI VUOLE L’AEROPORTOOOOO!»

Non è una notizia recentissima, questa (viene da “GuidaViaggi” del 28 novembre scorso), ma lo sconcerto che ne deriva resta costante nel tempo: la pittoresca Ministra del Turismo in carica continua a pensare che a Cortina d’Ampezzo serva l’aeroporto. «Non cambio idea. Senza aeroporto non faremo il salto di qualità» sostiene. Vista la realtà attuale di Cortina e la sua esasperata turistificazione, viene spontaneo chiedersi di che “qualità” e di quale “salto” stia parlando e, ancor più, come ne parlerebbe alla comunità ampezzana per imporle questa sua “idea”. Come se la pista di bob, la cabinovia Apollonio-Socrepes e tutto il resto di più o meno “olimpico” non fossero già troppo. Oppure hanno ragione quelli che dicono che a Cortina ormai vale tutto?


SENZA SCI LA MONTAGNA MUORE? NO!

Mentre i reggenti dell’industria dello sci, e la politica ad essi sodale, continuano a sostenere che solo i comprensori sciistici possano salvare le montane italiane, aumentano di continuo le località che invece dimostrano il contrario. Su “Montagna.tvEttore Pettinaroli racconta l’esperienza di Valsavarenche, che quattro anni fa dismise la propria seggiovia rinunciando consapevolmente al turismo sciistico per valorizzare tutto il resto: cascate di ghiaccio, sci di fondo, skialp e itinerari con le ciaspole nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. E da allora i visitatori continuano a aumentare, mantenendo vivo il territorio e la sua economia.