Restare sempre bambini per osservare la magia del mondo (Mario Schifano dixit)

Forse per me l’infanzia non è mai finita, neppure ora che sono piuttosto avanti con gli anni. Non vorrei apparire presuntuoso ma per infanzia io intendo la possibilità di continuare a osservare il mondo con uno sguardo… magico.

(Mario Schifano, intervista di Costanzo Costantini su Il Messaggero, 1991.)

Mario Schifano è stato uno dei più grandi artisti italiani del secondo Novecento: creativo, ribelle, originale, innovativo, sensibilissimo a tutto quanto lo circondasse e verso di ciò altrettanto sagace, fu tra quegli artisti, letterati e intellettuali che seppero portare la creatività artistica e culturale nazionale a vertici mai più toccati – soprattutto poi se paragonati all’epoca attuale, ove qualsiasi fantasia, inventiva, genialità, viene soffocata dal più bieco e ottuso utilitarismo sempre posto al servizio di interessi tanti piccoli quanto meschini.

Non c’è da sorprendersi, dunque, se proprio uno come Schifano mise in evidenza la fondamentale virtù del restare in età adulta sempre un po’ bambini, sempre dotati della tipica curiosità infantile, del desiderio di scoperta e conoscenza, della visione fantasiosa e surreale del mondo, della volontà di rendere tutto più giocoso – il che non significa più banale e più leggero, ma meno sovraccaricato di ipocrisie e di significati e valori incoerenti, inadatti, che non c’entrano nulla con il senso peculiare delle azioni compiute e con i relativi effetti. Anche in tal caso mi viene da dire: quanta differenza col mondo di oggi, così tanto incapace di conservare quel fondamentale atteggiamento infantile anche in età adulta e, di contro, così pieni di adulti malati di infantilismo! – che è ben altra cosa, inutile dirlo: è il voler mostrarsi pienamente adulti palesando però atteggiamenti puerili, immaturi e stupidi. Atteggiamenti che non portano a nessun sviluppo ma, per restare in tema di cose da bambini, comportano solo un “castigo” per di più auto inflitto. E meritatissimo, non c’è che dire.

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Come le piante che si disseccano senza essere mai fiorite (Pëtr Kropotkin dixit)

Perché la vita sia realmente feconda, deve esserlo contemporaneamente nell’intelligenza, nel sentimento e nella volontà. Per un istante di questa vita, l’unica degna di questo nome, molti darebbero interi anni di esistenza vegetativa. senza di essa, si è vecchi prima del tempo, si è impotenti, si è come le piante che si disseccano senza essere mai fiorite.

(Pëtr Alekseevič Kropotkin, La morale anarchica, Edizioni Millelire, 1994, trad. Ursula Bedogni, 1a ediz. 1890.)

Beh, credo proprio che ogni tanto faccia bene tornare a leggere vecchi (e veri) rivoluzionari come Kropotkin… con le cui idee si può essere più o meno d’accordo, ma dal cui spirito c’è soltanto di che imparare, e molto.

Piccoli gesti rivoluzionari

La strafottenza di tante (troppe) persone in circolazione verso le semplici regole del buon vivere civile (e sottolineo strafottenza, non “ribellione” o altro di più consapevole e/o in fondo decoroso) è tale che ormai cose da nulla come, per dirne una, guidare un’auto e mettere la freccia alle svolte – cioè usare gli indicatori di direzione, per dirla correttamente – è diventato un gesto rivoluzionario e sovversivo. Così come tanti altri minimi atti basati sul più semplice e puro buon senso – qualcosa di sempre più raro, al giorno d’oggi, dunque sempre più fuori dall’ordinario.

Ciò, in effetti, mi fa riflettere sul perché questo paese non sappia formulare alcuna autentica e proficua “rivoluzione”: probabilmente perché il limite oltre il quale un gesto lo è, rivoluzionario, è talmente basso che non si concepisce ormai più di andare oltre, verso atti più consistenti. Il che non significa affatto prendere le armi e sparare, anzi, tutt’altro: la vera rivoluzione è quella che – se così posso dire – ribalta lo stato delle cose senza nemmeno che lo stato delle cose se ne renda conto. Qui invece, sempre più col passare del tempo, si diventa bravi nel praticare la più italiana delle “controrivoluzioni”, quella che già Tomasi di Lampedusa ha reso verità assoluta ne Il Gattopardo e riassunto nel celebre “mottotutto cambi affinché nulla cambi.

Per la cronaca, mi è capitato di assistere a incidenti d’auto occorsi anche perché sulle stesse non è stata utilizzata la freccia nelle svolte d’un incrocio: beh, mi sono fermato e ho riso in faccia agli incidentati.

Quando l’arte mette a rischio le rose dei potenti (Charles Bukowski & Co. dixit)

L’Arte vera, il Creare, è in genere da due decenni a due secoli in anticipo sui temi, se paragonata al sistema e alla polizia. L’Arte vera non solo non è capita ma viene anche temuta, perché per costruire un futuro migliore deve dichiarare che il presente è brutto, pessimo, e questo non è un compito facile per quelli al potere – minaccia quanto meno i loro posti di lavoro, le loro anime, i loro figli, le loro mogli, le loro automobili nuove e i loro cespugli di rose.

(Charles BukowskiSaggio senza titolo dedicato a Jim Lowell, 1967. Citato da Christian Caliandro in Possibilità e insubordinazione, su Artribune.com e Artribune Magazine #40.)

Il maledetto Hank, vecchio scorbutico ubriacone, puttaniere, laido eppure sagace, acutissimo, beffardo, genialoide, ancora una volta la dice giusta – e ben fa il sempre illuminante Christian Caliandro a citarlo in quel suo articolo nel quale disserta delle potenzialità dell’arte quale elemento assoluto di insubordinazione virtuosa e della necessità di riscoprirle per rompere il sistema di controllo (pseudo-culturale, politico, economico) al quale la creatività, in senso generale, viene sempre più sottoposta. (Leggetelo qui, l’articolo di Caliandro: come sempre merita massime attenzioni e riflessioni.)

Perché – per citare un altro grande personaggio, Paul Gauguinl’arte (qualsiasi arte, ribadisco) è e sarà sempre o plagio o rivoluzione. E credo sia inutile rimarcare quale delle due opzioni sia quella che genera progresso e quale che genera decadenza.

Troppo da scrivere!

E così, Twitter consentirà a breve di scrivere messaggi di 280 caratteri, il doppio degli attuali. Temo due cose, al riguardo: che ciò farà credere a tanti (altri) utenti di poter diventare dei “grandi scrittori”, e che la notizia abbia viceversa messo in crisi l’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, noto utilizzatore seriale del social. «Duecentottanta caratteri? E come ca**o si fa a scrivere così tanto?!» suppongo avrà esclamato.