Una nostalgia, forse

[Milano al tempo del lockdown totale per il Covid-19, tra marzo e maggio 2020. Immagine tratta da qui.]
Nei giorni in cui si “celebra” un anno di presenza del coronavirus, io poi so già che, quando finalmente sarà passata tutta questa conseguente pandemia e la gente rapidamente se la scorderà con tutti i suoi annessi e connessi, un po’ a me i lockdown mi mancheranno, penso.
Al netto dei disagi che provoca(va)no, ovviamente, e a prescindere che fossero (siano) utili oppure no, non intendo quello; piuttosto penso all’occasionale, imposta ma pure potenzialmente fruttuosa circostanza che genera(va)no, la manifestazione concreta nella realtà di un momento di crisi che, in quanto tale, poteva, doveva, può e deve diventare occasione di meditazione, ripensamento, discernimento, rinnovamento: qualcosa che, da creature intelligenti e senzienti che diciamo di essere, dovremmo fare sempre e invece non facciamo mai. Un momento obbligato che in tal senso dunque – ribadisco, al di là di tutti problemi ad esso legati – non era (è) per nulla qualcosa di così negativo, ovvero sarà qualcosa che, forse, finiremo per rimpiangere.
Almeno io sì, credo.

La storia fa rima

[Immagine tratta da tg.la7.it, qui.]

Oggi è il Covid-19, allora era l’influenza spagnola a provocare una pandemia a livello planetario. Nonostante sia passato un secolo – cent’anni di progressi scientifici, tecnologici, medici, sociali, economici, eccetera – i sistemi di difesa basilari dal contagio sono ancora gli stessi; forse inevitabilmente, forse no.
«La storia non si ripete ma fa rima con se stessa» disse (pare) Mark Twain. Be’, anche in tal caso non è cambiato nulla e probabilmente mai cambierà. Già.

P.S.: anche il cartello indossato dal tizio a destra («Indossa una mascherina, o vai in prigione») per molti aspetti potrebbe essere alquanto valido, un secolo dopo.

Niente da aggiungere

(Constanze Reuscher, giornalista indipendente tedesca, corrispondente dall’Italia per “Die Welt”, “Iconist”, “ZDF” nonché per la RAI e per altri organi d’informazione.)

P.S.: un “buon” argomento (seppure parecchio inquietante) però c’è, sul quale scrivere. Quello su come ancora vi siano italiani che riservano a questi “politici” tempo, attenzione, addirittura considerazione e persino il proprio voto, in caso di elezioni. Un bel mistero, degno d’un romanzo a metà tra giallo fantastico, genere gotico e umorismo, già.

Una pandemia di “forse”

[Cliccate sull’immagine per conoscerne la fonte.]
Ci sono troppi “forse”, in questa pandemia. Troppi verbi condizionali, troppi dati numerici blaterati senza senso, troppe opinioni presentate come verità ma basate su astrattezze, troppe previsioni ricolme di imprevisti, troppa incoscienza spacciata per “scienza”. Ancora adesso, dopo così tanti mesi.

E può essere comprensibile che tutt’oggi non si abbiano reali certezze, sul Covid, ma allora perché continuare a diffondere pubblicamente, da parte di troppi, parole che nel concreto risultano quanto meno pleonastiche se non inutili, e dietro le quali molti – i politici in primis – cercando di nascondere la loro inadeguatezza?

Se non si è certi di qualcosa e si è consci che le parole pubblicamente spese influenzano la società civile nelle idee e nelle azioni, ben conoscendo poi l’incapacità dei media di offrire una corretta informazione, è meglio restare in silenzio. Oppure ammettere, con ammirevole sincerità, di non poter dare le informazioni richieste per mancanza di dati certi e oggettivi. Altrimenti anche così, in effetti, si “aiuta” il coronavirus a diffondersi pandemicamente: proprio ciò che sta di nuovo succedendo, già.

31 marzo, e nevica!

[Foto di kristamonique da Pixabay ]
Stamattina da me, 31 marzo dunque a primavera ormai ben avviata – in montagna, sì, ma mica a duemila metri di quota, solo a settecento metri – nevicava. Appena sopra casa è tutto bianco, i prati verdi d’erba nuova e punteggiati di mille colori dai fiori di stagione sono nascosti, quando invece a inizio febbraio, quindi in pienissimo inverno, nelle giornate di Sole il termometro arrivava quasi a 20 gradi.

Bellissimo per certi aspetti, soprattutto per chi come me ama il freddo e i paesaggi innevati, considerando il calendario; inquietante per altri aspetti, ovvero per come ciò ricordi e palesi il disequilibrio climatico che il riscaldamento globale ha ormai avviato, con chissà quali crescenti conseguenze devastanti nel futuro prossimo.

Passata l’emergenza sanitaria in corso, speriamo quanto prima e in modo quanto più definitivo, è bene non dimenticare che abbiamo e avremo quella climatica da affrontare, meno “impattante” a livello mediatico e di immaginario comune ma forse anche più seria e cronologicamente più ostica da risolvere (nonché correlata alla diffusione del coronavirus, come ho già rimarcato qui), perché qualsiasi “vaccino” si troverà – ne avremmo già trovati, a dire il vero, ma per ora li abbiamo troppo scarsamente somministrati – potrà far poco, temo, per riequilibrare e risanare ciò che già si è guastato. Augurandoci che non sia già troppo, che la malattia non sia divenuta già cronica al punto da vanificare gli effetti benefici di qualsiasi cura.