L’irrefrenabile pandemia delle parole

P.S. (Pre Scriptum): scrivevo il post sottostante più di nove mesi fa, a marzo 2021, e mi pare che ancora oggi, forse anche più di allora, sia assolutamente, drammaticamente valido. E non mi sembra che siano in vista sviluppi positivi al riguardo: troppi sulla pandemia di parole inutili intorno al Covid ci stanno marciando – e magari pure guadagnando – alla grande. D’altro canto, da che mondo è mondo per le malattie prima o poi la cura la si trova, per certi cinismi e cert’altre meschinità è ben più difficile, purtroppo.

Comunque, se fin dall’inizio della pandemia la scienza si è impegnata nell’indagare la correlazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del Covid-19, trovando significativi riscontri oggetto di un articolato dibattito scientifico (qui trovate una buona cronaca al riguardo), io credo che sarebbe finalmente il caso di indagare anche la correlazione tra propagazione del Coronavirus e sproloquiare mediatico, già. Dacché una cosa che io ritengo pressoché inconfutabile, generata dalla pandemia in corso, è stata l’aumento spropositato di parole a vanvera da parte di chiunque (o quasi) si sia ritrovato a parlare ad un media pubblico, le quali hanno generato un tale caos comunicativo e informativo da – io credo – aver influito inesorabilmente sulla situazione dei contagi rilevata in questi mesi.

Solo che io, be’, non sono virologo, epidemiologo, medico, scienziato o che altro, dunque mi verrebbe da invocare, alla comunità scientifica, la suddetta ricerca obiettiva e razionale al fine di comprendere meglio la questione. Una ricerca necessaria proprio in forza dell’irrazionalità della comunicazione che abbiamo subìto in questo ultimo anno, ecco.

Detto ciò, temo poi che anche stavolta da una tale ricerca e dalle sue potenziali evidenze non sapremo imparare nulla di buono e utile per il futuro: ma qui si tratta di un altro tipo di “pandemia”, di natura mentale, ormai congenita nell’uomo contemporaneo. Purtroppo.

La variante Omicron, ovvero noi e l’Africa

[Immagine di Fusion Medical Animation da Unsplash.]
E dunque ora ecco la variante Omicron del Covid-19. Che viene dall’Africa. Non a caso.

Leggo (clic) dal sito di Amref Health Africa:

  • Il Sudafrica (da cui proviene la nuova variante) rappresenta il Paese più colpito del continente, con 2.922.222 di casi e 89.179 decessi.
  • Al 24 novembre, è stata vaccinato completamente il 42,16% della popolazione mondiale. L’Europa al 57,29%; gli USA al 57,83%; l’Italia all’85%; l’Africa al 7,02%.

Il 7,02 per cento della popolazione africana, già. Che di contro rappresenta il 17% della popolazione mondiale.

Quante belle parole sono state spese negli anni scorsi (e ancora oggi) in generale sul tema dell’aiuto allo sviluppo dei paesi “poveri” e in particolare intorno alla questione dell’immigrazione soprattutto dai paesi africani, le quali parole poi si concentravano ad esempio intorno a quel “bellissimo” slogan (multinazionale, sia chiaro) «Aiutiamoli a casa loro»: la “soluzione perfetta” al tema e a ogni sua ricaduta su di noi dell’“Occidente avanzato”, no? Be’, ora che c’è una questione di gravità planetaria per la quale verrebbe facilissimo mettere in pratica il succitato slogan sbandierato per così tanto tempo con tutto il “pensiero” che ci sta al fondo, facendolo proprio in quel continente che guardiamo con inguaribile pregiudizio – il che significa mandare laggiù vaccini in numero adeguato, ovvio – che si fa? Si fa il 7 e briciole per cento, ovvero quasi il nulla. E poi ci arriva una nuova variante del Covid-19, forse assai pericolosa, proprio dall’Africa. Ma tu guarda il “caso”!

Insomma: chi semina vento raccoglie tempesta, chi non semina vaccini raccoglie varianti*. Ecco.

*: ovviamente è un principio generale che vale non solo per le questioni sanitarie ma per innumerevoli aspetti del rapporto tra la parte di mondo ricca (l’europea innanzi tutto) e quella meno, Africa in primis.