Consigli di lettura: Fabio Mini, “Che guerra sarà”

Gli anni Venti di questo XXI secolo saranno ben difficilmente un periodo di pace. Non a caso sono cominciati, proprio nei primi giorni dell’anno in corso, con un bombardamento scellerato – quello USA in Iraq -, inoltre la presenza sullo scacchiere internazionale di “leader” politici a dir poco inquietanti, che genera una situazione geopolitica parecchio infuocata e ricolma di possibili scenari bellici su piccola o più vasta scala, lascia speranze per un mondo pacifico assai fievoli.

Dunque la domanda non è se ci sarà o meno una guerra, nel prossimo futuro, perché la risposta è scontata: sì, ci sarà. Alla faccia di tutti noi, mi vien da dire, comuni cittadini e abitanti di un pianeta per il quale, a fronte d’un precedente secolo di conflitti e massacri vari e assortiti,  ancora ambiamo a ideale di pace, prosperità, progresso, evoluzione civica e culturale… per poi ritrovarci (a causa nostra, sia chiaro) leader di quella risma con tutta la loro pericolosa propaganda bellica e rissaiola, che prima o poi qualche grosso danno lo combina e lo cagionerà, inevitabilmente. Danno che, nel mondo globalizzato odierno, finisce e finirà per colpire chiunque, in maniera più o meno diretta, come abbiamo ben sperimentato in tempi recenti.

E quindi come sarà, questa guerra – o questi conflitti, dato che saranno sicuramente più d’uno? Cerca di ipotizzarlo, su basi e dati oggettivi e concreti, il generale di corpo d’armata dell’esercito italiano Fabio Mini in Che guerra sarà(Il Mulino, 2017), libro di un paio d’anni fa che tuttavia le circostanze attuali rendono quanto mai consono a questo inizio di decennio, nel quale Mini rende del tutto palesi e ben comprensibili i pericoli bellici che il pianeta sta correndo, anche nucleari e dunque potenzialmente devastanti su scala globale. D’altro canto il libro evidenzia bene anche come il genere umano, così boriosamente definitosi Sapiens, continua a ritenere la guerra l’affare più lucroso che esista (ovvero che abbia mai inventato), e dunque come i conflitti sparsi per il mondo, piccoli o grandi che siano, diventano necessari alla macchina del potere e della finanza ad esso correlata che questo mondo fa girare. Ovviamente a vantaggio di pochi e con buona pace dei milioni di innocenti che ogni anno finiscono vittime di quelle guerre.

In fondo, non è proprio l’uomo l’unica specie vivente sul pianeta talmente “intelligente” da aver conseguito la facoltà di autodistruggersi con le proprie mani (armi)? E, come sempre, chi semina vento raccoglie(rà) tempesta, prima o poi. Inevitabilmente, appunto.

Dopo cinque anni siamo ancora Charlie Hebdo?

«Se oggi pubblicassimo di nuovo quelle caricature saremmo nuovamente soli. L’attacco non ha reso le persone più coraggiose. Al contrario.» Così afferma Laurent Sourrisseau, detto Riss, caporedattore di “Charlie Hebdo”, citato dall’Agi in questo articolo nell’occasione dei cinque anni da quel 7 gennaio 2015 quando avvenne il tristemente celebre attentato alla redazione del giornale satirico francese. Già, un lustro da quando tutti o quasi ci proclamammo un po’ ovunque «Je suis Charlie», “Io sono Charlie”; oggi, invece?

«A Parigi si sente spesso ripetere la domanda: cinque anni dopo, siamo ancora tutti Charlie Hebdo?» conclude il citato articolo dell’Agi. Perché ha ragione Sourrisseau, dal momento che la vicenda dell’attentato, una volta passata la suggestione collettiva, come tante altre è stata banalizzata, strumentalizzata, travisata, trasformata in uno strumento di polemica politica e ideologica, intrisa di stupidaggini propagandistiche d’ogni sorta. Al punto che si è perso di vista il senso principale degli accadimenti, che non fu affatto l’attacco terroristico di matrice islamista e la necessità di difesa conseguente ma il danno provocato tanto dall’azione terroristica quanto da ciò che ha voluto “opporsi”, politicamente e ideologicamente, alla libertà in quanto valore fondamentale della nostra società europea. Che, appunto come sostiene Sourrisseau, non è diventata più coraggiosa, culturalmente forte e sicura di sé ma più timorosa, egoista, meschina, mentalmente chiusa e, sostanzialmente, meno libera. E non certo per colpa di quei maledetti terroristi ma di chi, nelle stanze del potere, ne ha approfittato per giustificare tramite quello ed altri atti simili un tentativo di imbarbarimento culturale della nostra civiltà funzionale ad un maggior controllo politico e sociale, diventando con ciò il miglior alleato del terrorismo di matrice più o meno religiosa.

Quella libertà che invece “Charlie Hebdo” incarna benissimo, oggi come cinque anni fa: si può essere d’accordo o meno con la sua satira ma pensare che questa sia il “problema” e non, appunto, la difesa assoluta della libertà come valore filosofico e culturale della nostra società, comporterebbe a suo modo un’equiparazione simile ad una “vittoria” a favore di quel terrorismo, pur sconfitto (forse, speriamo) militarmente ma, come un pericoloso virus, penetrato in modo mutante nelle nostre menti.

P.S.: anche “Swissinfo.ch” dedica un bell’articolo alla questione, intervistando uno dei più celebri vignettisti satirici svizzeri, Thierry Barrigue, i cui toni sono assai similari ai miei. Cliccate qui per leggerlo.

I migliori che se ne vanno (all’estero)

[Photo credit: Clker-Free-Vector-Images da Pixabay]
C’è una conseguenza alquanto interessante, anche se ovviamente non denotata dai pavidi media nazionali, relativa alla fuga di ben 800mila italiani verso paesi esteri, molti dei quali giovani e con livelli di istruzione medio-alti: così è ancora più evidente nella popolazione rimasta in Italia l’ampia presenza di cialtroni, peraltro anche per ciò con proporzione crescente rispetto alla parte sana (che c’è ancora, ma è sempre più minacciata) e con relative inesorabili conseguenze.

Che poi, non sia dimenticato, gli 800mila italiani citati in queste ore sono quelli trasferiti all’estero, ovvero solo una parte degli oltre cinque milioni residenti al di fuori dei confini italici.

D’altro canto, posta la suddetta situazione, chi può ritenere logico restare in un luogo simile quando abbia qualche possibilità di trasferirsi in posti migliori sotto molti punti di vista? Ovviamente così accelerando l’agonia del paese natale, ma tant’è. Come scrisse argutamente Indro Montanelli, «Il bordello è l’unica istituzione italiana dove la competenza è premiata e il merito riconosciuto». Amen.

 

La COP25 è fallita? Bene!

(Photo credit: https://pixabay.com/it/users/geralt-9301/.)

In effetti io sono pure “contento” che la “COP25”, la Conferenza sul clima di Madrid, sia terminata con un miserrimo fallimento.

Sì, perché altrimenti molte persone, in primis quelli a cui veramente interessa la questione planetaria del cambiamento climatico, avrebbero potuto credere che pure i potenti della Terra ne avessero compreso la portata e capita l’urgente necessità di agire, politicamente innanzi tutto, per cercare di mitigarne gli effetti.

“Meno male” che invece quei potenti, salvo rari casi, hanno nuovamente confermato il loro sostanziale menefreghismo al riguardo, funzionale alla salvaguardia del proprio potere e delle relazioni con soggetti di vario genere dalle assai bieche attività, sulle quali si basa la stabilità del loro scranno alla faccia del clima, dell’ambiente e di chiunque ne subisca il degrado.

Una questione fondamentale come quella dei cambiamenti climatici può essere seriamente affrontata solo dalle società civili, entro le quali, pur tra le infinite difficoltà culturali di questa nostra epoca, può ancora essere coltivata quella consapevolezza civica – che è anche politica nel senso più alto del termine, ovviamente – necessaria al cambiamento e alla resilienza: il movimento Fridays for Future lo dimostra bene, ad esempio. Una cosa del genere non può certo avvenire nella “(non) politica” dei potenti, a qualsiasi livello impegnata unicamente alla propria preservazione, a perseguire interessi di parte e infimi tornaconti, organizzata su meccanismi meramente parassitari e dunque troppo avulsa dalla storia presente e futura così come dalla realtà quotidiana.

Tutto ciò sperando che al contempo si generi e si sviluppi pure una consapevolezza, nelle società civili, contro quei potentati politici che governano il mondo. Assolutamente necessaria, se vogliamo che il mondo e la civiltà umana possano avere un futuro, senza essere spazzati via dalla Natura. Che “sa” benissimo che con un aumento della temperatura di 3° o più il pianeta si adatterà e sopravvivrà, la misera razza umana invece avrà grossissimi problemi al riguardo, e recriminare su quanto non è stato fatto in passato per evitare il disastro non servirà a nulla, come sempre.

 

Camus, Silone e la (mancante) cultura “europea”

P.S. – Pre Scriptum: questo di seguito è un articolo che scrissi quattro anni fa, nel dicembre 2015. Me lo sono ritrovato davanti e riletto, di recente, e credo (o temo) che resti del tutto attuale, anzi, più oggi di allora. Ve lo ripropongo, dunque.

camus-siloneSovente sui media ci capita di sentire parlare in modo critico di “Europa”, da parte di coloro i quali, per parte politica, interesse, convinzione più o meno giustificata e giustificabile o altro,  ne avversano concetto, forma e sostanza.
Certamente tali pulsioni anti-europeiste pescano nella (spesso più bieca e vuota) politicaggine partitica, pugnace in quel senso solo per mera convenienza di potere – o di relativa opposizione ad esso nel tentativo di ribaltare la situazione a proprio favore, ovvio. Tuttavia non posso non vedere un serio pericolo in questo anti-europeismo populista, per come in esso e con esso si finisca per confondere l’Europa in quanto istituzione politica e l’Europa in quanto territorio di storia, cultura e tradizioni comuni, oltre che di valori condivisibili per genesi antropologica e sociologica comune. Sia chiaro, il pericolo (ugualmente di carattere populista) esiste anche in senso opposto, ove l’Europa sia identificata meramente come entità politica e non come compendio comunitario dei caratteri sopra esposti. Il tutto, poi, scivola inesorabilmente o nel provincialismo campanilista più retrivo e antistorico ovvero, dall’altra parte, nel globalismo ideologico più massificante e culturalmente omologante.
Su tale questione, ho letto di recente una citazione di Albert Camus che a sua volta cita Ignazio Silone – due grandi della letteratura del Novecento, inutile rimarcarlo. Citazione tratta da un numero di qualche tempo fa (ottobre 2015, per la precisione) del mensile Montagne360, inserita in un articolo che presenta il sentiero dedicato allo scrittore abruzzese tracciato attorno a Pescina, suo borgo natale, e che in poche parole svela cosa significhi essere veramente europei (prima che europeisti così come anti-, naturalmente) ovvero cosa manchi a livello culturale, purtroppo, nel distorto concetto oggi diffusosi di “Europa”:
Così dunque scrisse Camus – nel 1957, tenetelo ben conto:

E’ perché amo il mio paese che mi sento europeo. Guardate Silone, che parla a tutta Europa. Se io mi sento legato a lui è perché egli è nello stesso tempo incredibilmente radicato nella sua tradizione.

E si tenga conto come da parte sua Silone, nell’introduzione a Fontamara, confermasse questa visione glocalista (per usare un termine tanto brutto quanto modaiolo) della propria letteratura:

Tutto quello che m’è avvenuto di scrivere, e probabilmente tutto quello che ancora scriverò, benché io abbia viaggiato e vissuto a lungo all’estero, si riferisce unicamente a quella parte della contrada che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in cui nacqui.

Ecco: brevemente tanto quanto profondamente Camus, già quasi 60 anni fa e prendendo a modello tale visione nostranamente cosmopolita (mi si passi l’ossimoro, opinabile ma è per fini di sintesi) di Silone circa la propria scrittura, ha saputo spiegare quale forma e sostanza possa e debba avere un’Europa autenticamente comunitaria e identificante per chiunque vi faccia parte, dal Circolo Polare Artico al Mar Mediterraneo. Un concetto massimamente culturale che contiene l’identità locale e l’identificazione continentale, questa seconda come logica e inevitabile somma delle prime. Un concetto antropologico, semplicissimo eppure ignorato da tanti, volutamente o meno, se non proprio rifiutato, combattuto, oltraggiato: per egoismo, anacronismo, ottusità, ignoranza, follia.
Un concetto che finché non sarà finalmente compreso nel modo più ampio possibile, non consentirà alcuna effettiva unità europea, ne dal punto di vista politico-istituzionale, ne (cosa per certi aspetti pure più grave) da quello culturale, civico e antropologico. Con le conseguenze che abbiamo già da tempo sotto gli occhi.