Perché scrivere, secondo Philip Roth

L’unica via per scrivere letteratura contemporanea? “Rifugiarsi in un sé immaginato come unica cosa apparentemente reale in un ambiente altrimenti apparentemente irreale”. I mezzi di comunicazione? “L’attualità vanifica di continuo le nostre capacità di romanzieri mentre la cronaca estrae quasi ogni giorno personaggi che sono l’invidia di qualsiasi romanziere”. Il segreto della scrittura? “Famiglia e religione come forze coercitive sono un soggetto ideale per i romanzi”

(Philip Roth in Perché scrivere? Saggi, conversazioni e altri scritti 1960-2013, Einaudi, in uscita martedì 16 ottobre; ripreso e citato da Gian Paolo Serino sulla sua pagina facebook nella personale recensione del libro.)

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Galli della Loggia, “Il Belpaese è diventato brutto”

Sul Corriere della Sera del 18 settembre scorso è uscito un articolo firmato da Ernesto Galli della Loggia intitolato Il Belpaese è diventato brutto, sottotitolo: “Da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale”.
Pur non essendo totalmente d’accordo con alcuni suoi passaggi – ad esempio ove Galli della Loggia tratta del ruolo della Chiesa nel processo di “socializzazione”  del paese – e al di là di qualsiasi considerazione sull’autore e sul media in questione (d’altro canto non leggo i quotidiani italiani, ergo non pretendo voci in capitolo – l’articolo l’ho tratto dal web), trovo quanto scritto da Galli della Loggia assolutamente esplicativo e significativo della realtà socio-culturale contemporanea italiana.
Vi riproduco di seguito incipit ed explicit dell’articolo, nei quali già si possono ritrovare alcune tanto drammatiche quanto innegabili evidenze sulla suddetta realtà, e vi invito a leggere il testo completo cliccando sull’immagine in testa al post.

È bene che ce lo diciamo per primi noi stessi: l’Italia sta diventando un Paese invivibile. Un Paese incolto nel quale ogni regola è approssimativa, il suo rispetto incerto, mentre i tratti d’inciviltà non si contano. Basta guardarsi intorno: sono sempre più diffusi e sempre meno sanzionate dalla condanna pubblica l’ignoranza, la superficialità, la maleducazione, la piccola corruzione, l’aggressività gratuita. Una discussione informata è ormai quasi impossibile: in generale e specie in pubblico l’italiano medio sopporta sempre meno di essere contraddetto e diffida di chi prova a farlo ragionare, mostrandosi invece disposto a credere volentieri alle notizie e alle idee più strampalate. Non è un ritratto esagerato: è l’immagine che sempre più dà di sé il nostro Paese. La verità è che nel costume degli italiani è intervenuta una frattura che ha inevitabilmente modificato anche la qualità della cultura civica della Penisola e quindi di tutta la nostra vita collettiva a cominciare dalla vita politica. Il cui degrado non comincia a Montecitorio, comincia quasi sempre a casa nostra. Ho parlato di frattura perché le cose non sono andate sempre così. È vero che al momento della sua nascita lo Stato repubblicano non ha potuto certo contare su cittadini istruiti e tanto meno su un diffuso senso civico o su una vasta acculturazione di tipo democratico. Inizialmente, infatti, la cultura civica del Paese fu limitata in sostanza a quella delle sue élite politiche e del sottile strato di persone a esse in vario modo vicine (e dio sa con quali e quante contraddizioni!). Ma a compensare in qualche misura queste carenze, e quindi a rendere possibile la crescita di una vita pubblica più o meno consona ai nuovi tempi democratici, valse almeno il fatto che nel tessuto italiano continuavano pur sempre a esistere una tradizionale civiltà di modi, una costumatezza delle relazioni sociali, un antico riguardo per le forme e per i ruoli, un generale rispetto per il sapere e per l’autorità in genere.
[…]
Come invece sono andate le cose si sa. L’Italia ha visto quelle istituzioni di cui dicevo sopra — per varie ragioni e in vari modi, ma più o meno nello stesso giro di anni, a partire dagli anni 80-90 — scomparire. Scomparire, intendo, nelle forme che esse avevano un tempo (o come la leva cancellate del tutto), per essere sostituite dalle forme nuove richieste dai «gusti del pubblico», dagli «indici di ascolto», dai sindacati, dai «movimenti», dalle «attese delle famiglie», dalle «comunità di base», dalla «pace», dai «tempi della pubblicità», dai «bisogni dei ragazzi», dal desiderio dei vertici di non dispiacere a nessuno. È così da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale. Coltivando un’idea fasulla di modernità e di libertà l’Italia ha assistito, addirittura compiaciuta, al progressivo smantellamento di istituzioni che alimentavano la democrazia con il flusso vitale del sapere disinteressato, della tradizione, della possibilità dell’autoriconoscimento collettivo. Ci siamo avviati in tal modo ad essere una società senza veri legami, spesso selvatica e analfabeta, ogni volta che convenga frantumata in un individualismo carognesco e prepotente. L’Italia di oggi insomma, illusa e inconsapevole del brutto Paese che essa ormai sta diventando.

I poeti e gli artisti possono ancora cambiare il mondo?

I poeti oggi sono necessari più di ogni altra cosa a questo mondo. Perché la forza delle loro operazioni risiede nella capacità di sganciarsi dalla norma per poter osservare un sistema disfunzionale attraverso codici linguistici e decodificazioni necessarie, diverse, per riallacciare un rapporto tra l’etica e l’identità umana e per rammentare a tutti noi le straordinarie evoluzioni sancite dal genere umano, ormai lontano dall’uomo preistorico, ancestrale corridore e lanciatore, promotore di violenza in mancanza di altre virtù.

(Lucrezia Longobardi in Messaggeri del XXI secolo, su Artribune Magazine #44)

Christoph Büchel, Prototypes, Messico, 2018. (tratto da Artribune).

Nel sottotitolo all’articolo dal quale traggo la citazione, Lucrezia Longobardi chiede: “In un’epoca sempre più dominata dal razzismo, dalla xenofobia e dalla necessità di innalzare muri insormontabili, i poeti e gli artisti hanno qualche chance di cambiare lo scenario?“. Dal mio punto di vista la risposta – lapalissiana, per lo scrivente – è . Con un’aggiunta necessaria: i poeti e gli artisti devono poter e saper cambiare lo scenario ovvero il mondo contemporaneo. Credo stia qui il discrimine tra la salvezza del nostro mondo – quella salvezza derivante dalla celeberrima bellezza dostoevskijana, sempre valida, anzi, sempre di più – e la sua rovina definitiva, dalla possibilità delle arti di continuare a trainare il progresso intellettuale, culturale e sociale del genere umano, anche attraverso la costante generazione di punti di vista differenti e innovativi sulle realtà del mondo.

È una questione, dunque, di saper fare ciò così come di poterlo fare, cioè di godere della libertà di farlo. Causa/effetto l’una cosa dell’altra, condizione indispensabile all’evoluzione della nostra civiltà. Altrimenti, appunto, la più nefasta sorte è giusto dietro l’angolo, ben più prossima di quanto si possa ritenere.

La sorte inesorabile di una società in-civile

Credo che quella “società civile” che non si adoperi costantemente e con la massima risolutezza contro la maleducazione e l’inciviltà eventualmente in essa presente, o che trascuri tale presenza mostrando indifferenza e apatia, non solo sia inesorabilmente destinata alla rovina ma meriti di finire quanto prima in rovina.
Per il bene di tutti – e di quella “società civile” in primis, già.

Sugli intellettuali senza più coraggio

“Il declino del coraggio è la caratteristica più sorprendente che un osservatore può oggi riscontrare in Occidente. Il mondo occidentale ha perso il suo coraggio civile, sia nel suo insieme che separatamente, in ogni paese, in ogni governo, in ogni partito politico e, naturalmente, nell’ambito delle Nazioni Unite. Il declino del coraggio è particolarmente evidente tra le élites intellettuali, generando l’impressione di una perdita di coraggio dell’intera società. Vi sono ancora molte persone coraggiose, ma non hanno alcuna determinante influenza sulla vita pubblica. Funzionari politici e classi intellettuali presentano questa caratteristica, che si concretizza in passività e dubbi nelle loro azioni e nelle loro dichiarazioni, e ancor di più nel loro egoistico considerare razionalmente come realistico, ragionevole, intellettualmente e persino moralmente giustificato il poter basare le politiche dello Stato sulla debolezza e sulla vigliaccheria”

(Aleksandr Solženicyn, discorso all’università di Harvard, 8 giugno 1978. Citato da Christian Caliandro sulla propria pagina facebook.)

Nuovamente, il pensiero di un intellettuale grande anche perché capace di comprendere nel profondo il suo presente e vedere nel futuro, che dopo 40 anni dalla sua espressione risulta assolutamente valido e probabilmente oggi ancor più di allora. Segno drammatico dell’indugio del nostro mondo in una inerte, melmosa attualità che, con il tempo che invece corre inesorabile in avanti, verso il domani, diviene altrettanto inesorabile involuzione, cioè incapacità di progresso intellettuale, culturale, sociale, ovvero mancanza di visione e di progettazione di un buon futuro. Il futuro che si costruisce soprattutto grazie al coraggio civile citato da Solženicyn: chissà se lo si può ritrovare, nella nostra società e in ognuno di noi, o se ormai è andato perduto per sempre.