Il Reno, il grande fiume germanico – ma pure un po’ italiano!

Il castello di Katz e la rocca di Loreley visti dal Dreiburgenblick vicino a Patersberg, Renania-Palatinato (Germania). Foto di Alexander Hoernigk, opera propria, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Il Reno è senza dubbio il più importante fiume dell’Europa Occidentale [1], oltre a essere con i suoi 1326 km il più lungo. Nasce dalle Alpi svizzere, scorre lungo il cuore del continente europeo fino al Mare del Nord, e generalmente lo associamo ai territori e ai paesaggi alpini svizzeri o della Germania centrale oppure a città come Basilea, Colonia o Rotterdam. Insomma, un fiume che sta dall’altra parte delle Alpi, scorre verso settentrione e dunque non c’entra nulla con l’Italia.

Invece no. Infatti non tutti sanno che una parte delle acque del grande fiume europeo nasce in Italia, anche se con un… “inganno”. Sono le acque del Reno di Lei, che scorrono nell’omonima valle la quale rappresenta uno dei pochissimi territori italiani (in comune di Piuro, provincia di Sondrio) che si trova oltre lo spartiacque alpino e dunque al di là della linea di displuvio costituita dalle Alpi (è questo l’inganno!) Ciò fa del Reno di Lei (lungo poco più di 17 km) l’unico corso d’acqua italiano appartenente al bacino idrografico del Mare del Nord. Quindi, un po’ dell’acqua che bagna Basilea o Colonia o Rotterdam (e pure Amsterdam, grazie al sistema di canali olandese) e poi sfocia nel Mare del Nord – magari finendo pure, spinta dalle correnti oceaniche, a bagnare le coste orientali inglesi, che dal delta del Reno distano soltanto poco più di 150 km – è italiana.

La Valle di Lei è famosa soprattutto per ospitare una delle più grandi dighe delle Alpi, alta 141 metri e lunga 690, per la quale si dovette ridisegnare la linea di confine tra Italia e Svizzera – l’ho raccontata nel mio libro “Il Miracolo delle dighe”. Nel 1955, dopo una elaborata trattativa, i due paesi firmarono un accordo che determinò una permuta reciproca di territorio: la striscia di terreno italiana sulla quale è stata costruita la diga (dall’Edison, con progetto e maestranze interamente italiane) passò in territorio elvetico, mentre un’analoga porzione di terreno svizzero, collocata poco più a nord, compensò la perdita e divenne italiano. La linea di confine così ottenuta è molto curiosa: il lago artificiale alimentato dal Reno di Lei (oltre che da condotte sotterranee che vi pompano le acque delle valli svizzere vicine) è in territorio italiano, poi il confine disegna un’ansa squadrata per rendere svizzera la diga e quindi la valle torna italiana [2]. Così lo stesso Reno di Lei nasce italiano, in prossimità della diga diventa svizzero, a valle di essa torna italiano per 2,5 km ancora e poi diventa definitivamente svizzero confluendo nel Reno di Avers, affluente del Reno Posteriore ovvero uno dei due rami originari del grande fiume europeo.

[Immagine di Holapaco77, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Insomma, il Reno (sulle cui storie ho letto proprio di recente il bel libro di Mathijs Deen Il fiume infinito, trovate la mia recensione qui) è un fiume che, fin dalla sua nascita, sembra voler fare propria l’anima europea fatta di popoli diversi ma uguali, di culture differenti eppure analoghe, attraversando stati, nazioni, territori ai quali apparentemente marca il confine ma in realtà unisce, un po’ come fanno le montagne che non hanno mai diviso le genti dei versanti contrapposti le quali viceversa, avevano la curiosità di conoscere cosa ci fosse oltre. Così fa il Reno con le sue rive, dove certamente nel corso dei secoli sono state combattute molte battaglie ma, a ben vedere, è successo quando i potenti di turno, assordati dalla loro rumorosa volontà di dominio, non hanno voluto ascoltare la voce delle sue acque ricche di accenti di buona parte dell’Europa, unite armoniosamente in un unico dialogo fluido, fluente, narrante, evocante l’anima autentica del continente.

Come scrisse il grande drammaturgo tedesco Carl Zuckmayer in Des Teufels General. Drama in drei Akten (“Il Generale del Diavolo. Dramma in tre atti”, 1946):

Dal Reno, nientemeno. Dal Reno. Dal grande crogiolo di nazioni. Dal torchio d’Europa! […] Il migliore del mondo! E perché? Perché i popoli lì si mescolavano. Si mescolavano – come le acque di sorgenti, ruscelli e fiumi, in modo che potessero confluire in un unico grande, vivo fiume.

[1] Ovviamente, se si considera l’intero continente europeo (al netto della Russia), il Danubio è molto più lungo (2858 km) ma scorre in buona parte nell’Europa Orientale.

[2] In base all’accordo stipulato nel 1955, alle specificità del territorio interessato e alle modalità di produzione idroelettrica, l’energia ricavata dalle acque del Reno di Lei spetta per il 70% alla Svizzera e per il 30% all’Italia.

Storie dal Reno, il fiume europeo che che c’era già prima che ci fosse l’Europa, ne “Il fiume infinito” di Mathijs Deen

Il continente europeo possiede diverse anime, a volte naturali, congenite, oggettive, altre volte artificiose e forzate, legate alle vicende delle genti che lo hanno abitato nel corso del tempo. Ma se può esistere un’anima che in qualche modo lo rappresenti meglio di altre, e che condensi in sé molto di ciò che l’Europa è, tanto dal punto di vista geografico quanto politico, potrebbe essere un’anima liquida (anche nel senso Baumaniano del termine, a ben vedere) e sarebbe il fiume Reno.

Non c’è in effetti un altro elemento della realtà europea che più di altri attraversi e definisca l’anima continentale, compendiando dentro la propria corrente e rapprendendo sulle sue rive la storia del continente da quando ancora l’Europa non esisteva e la sua morfologia si confondeva con quella del continente africano, fino alla contemporaneità e ai giorni nostri. Perché «Il Reno c’è sempre stato», lo mette in chiaro da subito Mathijs Deen nel suo “Il fiume infinito. Storie dal regno del Reno” (Iperborea, 2025, pagine 416, traduzione di Chiara Nardo; orig. De grenzelose rivier. Verhalen iut het rijk van de Rijn, 2021): la storia del Reno è cominciata molto prima di quella dell’Europa propriamente detta, ha avuto inizio dalle prime piogge che, dopo la fase di formazione primigenia della Terra (quella tutta vulcani eruttanti e lava a gogò), hanno cominciato a scendere dal cielo, scorrere sulla superficie, iniziare a inciderla, a scavare un solco nel quale l’acqua piovana ha preso a convogliare cambiando spesso direzione sul copro ancora informe e mutevole del pianeta, fino a trovare quella definitiva.

Già, perché non è noto a tutti che il Reno impiegò qualche milione di anni prima di decidere il proprio corso che lo ha reso il fiume più importante e “identitario” dell’Europa occidentale: prima le sue acque confluivano nel bacino del Rodano, poi in quelle del Danubio, infine l’orogenesi alpina le costrinse a defluire verso settentrione indicando loro la direzione definitiva da seguire – unico fiume alpino, per giunta, a scorrere verso nord []

[Mathijs Deen. Foto di Peter Arno Broer tratta da www.parool.nl.]
(Potete leggere la recensione completa di Il fiume infinito cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Il Mediterraneo, non un paesaggio ma innumerevoli paesaggi (anche di montagna!)

Il Mediterraneo è un insieme di vie marittime e terrestri collegate tra loro e quindi di città, dalle più modeste alle medie, che si tengono per mano. È mille cose al tempo stesso. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma una successione di mari. Non una civiltà, ma più civiltà ammassate l’una sull’altra. Il Mediterraneo è un crocevia. Da millenni tutto è complicato in questo mare, scompigliando e annullando la sua storia.

Sono parole di Fernand Braudel, storico francese tra i più importanti del Novecento, tratte da Mediterraneo. Storie / Incontri / Culture, bellissimo volume edito nel 2023 dal Touring Club Italiano che raccoglie articoli e saggi di vari studiosi, scienziati, scrittori, fotografi, illustratori, viaggiatori i quali, nella loro varietà di narrazioni e di contenuti, offrono un bellissimo affresco del Mare Nostrum e del rapporto che i paesi che lo racchiudono – l’Italia innanzi tutto – vi hanno sviluppato nei millenni fino a oggi e verso il futuro.

Un volume da leggere, se vi è possibile – essendo riservato ai soci del TCI, ma forse è recuperabile anche al di fuori del sodalizio.

Perché ne parlo su questo blog che fondamentalmente si occupa di paesaggi montani?

Be’, ci sono vari motivi: innanzi tutto perché di Mediterraneo ne ho scritto su un prestigioso volume, Hic Sunt Dracones, libro d’artista curato da Francesco Bertelé.

Inoltre perché il bacino del Mediterraneo in fondo è una vastissima regione montuosa, solo sottomarina dunque invisibile, che contiene montagne vaste e parecchio elevate come ad esempio il Marsili, il più esteso vulcano d’Europa, alto circa 3000 metri sul fondale marino e ancora attivo. Lo si vede bene anche da Google Maps quanto la morfologia del Mediterraneo sia variamente montuosa, in particolar modo nella zona corrispondente al Mar Tirreno (la freccia gialla indica proprio il massiccio del Marsili):

Infine perché, come già scrissi qui, il Mediterraneo è sì un mare ma piccolo rispetto ad altri ben più vasti, al punto che lo si potrebbe definire, in fondo senza eccessiva fantasia, un grandissimo “lago di montagna”: ciò perché buona parte delle sue sponde è costituita da rilievi montuosi le cui vette, spesso molto vicine alle coste, superano spesso i 2/3000 metri di altitudine, come si evince dall’immagine qui sotto sulla quale i rilievi sono indicati dalla linea rossa, mentre quella gialla evidenzia la posizione dei rilievi al di sotto dei 1000 metri di quota:

L’influenza della presenza del Mar Mediterraneo, d’altro canto, giunge forte e chiara anche sulle Alpi, non solo dal punto di vista climatico, per non parlare degli Appennini che a tutti gli effetti rappresentano una grande catena montuosa interna al bacino. È un mare in mezzo alle montagne tanto quanto una regione montuosa con un mare nel mezzo, insomma. Una relazione geografica e ambientale, nonché antropica e per ciò culturale, che non si può non considerare e apprezzare.

Il turismo dei grandi numeri e delle braccine corte

[Foto di Steven Lek, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Leggo (ad esempio qui) che da quando è stato introdotto (lo scorso luglio) un biglietto d’ingresso di 5 Euro al Pantheon di Roma, uno dei monumenti in assoluto più visitati d’Italia, il numero dei visitatori è calato di due terzi (da 750mila a 260mila mensili). Temo di doverne ricavare un’impressione desolata, da questo dato: possibile che il turista medio non voglia spendere 5 Eurocinque, non 20 o 50! – per ammirare uno dei luoghi italiani (se non a livello mondiale) più affascinanti e spettacolari? Per poi magari spenderne molti di più in qualche insulsaggine souveniristica? Per soli 5 Euro il Pantheon da monumento tra i più visitati d’Italia da anni rischia di diventare un’attrazione culturale “secondaria”?

Forse è solo un’impressione sbagliata, certo. Oppure, viceversa, è un’altra dimostrazione dello stato dell’arte riguardo la fruizione culturale diffusa, peraltro ciclicamente rilevata, nelle sue difficoltà dalle indagini Istat e/o di altri istituti – ciò ovviamente al netto che il dato suddetto sia “grossolano” e omnicomprensivo delle tipologie di visitatori. Tuttavia, anche con tali evidenze, mi sarei aspettato un calo meno importante e, appunto, parimenti meno desolante. D’altro canto, che i consumi culturali in Italia in generale siano connotati, come altre cose, da un atteggiamento superficiale e conformista oltre che dall’essere sottoposti ai dettami del turismo di massa è cosa palese da tempo: tale situazione la si coglie anche in montagna, il cui paesaggio è un elemento culturale come ogni altro – anche più, in forza del suo notevole pregio naturalistico e della delicatezza ambientale – ma il suo valore resta trascurato se non ignorato oppure inteso dal turismo massificato in modi superficiali e banalizzanti. E ciò non (sempre) per colpa dei turisti, indotti alla trascuratezza da strategie di marketing che solo a parole “valorizzano” i luoghi ma nei fatti li usano come meri sfondi suggestivi a quanto di più lucroso propongono/impongono tour operator e gestori locali, nonostante – ribadisco – quei luoghi, sulle montagne soprattutto, siano ampiamente identificabili come ambiti pienamente culturali.  Un pubblico turistico per di più spesso carente degli strumenti culturali necessari a comprendere e apprezzare adeguatamente quanto ha intorno e a manifestarvi una consona sensibilità – ma sui motivi di questa carenza ci si potrebbe dissertare sopra per giorni interi.

Tutto ciò, al netto del dibattito su che sia giusto pagare o meno l’accesso ai beni di proprietà del demanio dello Stato, come è il Pantheon, la cui gestione e manutenzione sarebbe già pagata dai cittadini con le tasse pagate. Dibattito per il quale ogni posizione è legittima tanto quanto, credo, effimera.

 

Il Lago Mediterraneo

Il Mar Mediterraneo lo si potrebbe quasi considerare un “mare di montagna” senza nemmeno il bisogno di togliere la sua acqua: in effetti il suo bacino è per tre quarti abbondanti circondato da catene montuose. In pratica solo la sponda afferente ai territori libici ed egiziani non presenta rilievi importanti mentre, per la restante circonferenza, non serve allontanarsi di molto dalle sue acque per cominciare a salire di quota. Se i mari e gli oceani del pianeta sono montagne coperte dall’acqua, il Mediterraneo è un mare d’acqua nel mezzo d’un mare di alte montagne.
Di più: non ricordo più chi abbia scritto che, in fin dei conti, lo si potrebbe considerare un grande lago d’acqua salata il quale, come tutti i laghi, è geograficamente determinato anche dalla presenza di rive montuose, appunto. E basterebbe chiudere il collegamento con l’Oceano Atlantico, come avvenne per ragioni geologiche milioni di anni fa, per fare del nostro mare un bacino a tutti gli effetti chiuso. Un lago, enorme, vastissimo, salato, ma non dissimile rispetto ad altri bacini chiusi, come il Mar Caspio, “tecnicamente” considerato il più grande lago del pianeta. In fondo lo conferma anche il suo nome: è Medi-terranĕus, sta “in mezzo alle terre” e non sono le terre che vi stanno ai lati nel modo che concerne i grandi bacini oceanici. Come i laghi, appunto.

Questo è un brano tratto dal mio saggio intitolato Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (Postmedia books, 2020), che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.
Per saperne di più sul volume e su come acquistarlo, cliccate sull’immagine della copertina qui accanto.

Nella cartina qui sopra, ho evidenziato con il tratto rosso le sponde di natura montuosa del Mediterraneo (ovvero dei territori con rilievi montuosi prossimi ai litorali), e con il tratto giallo quelle sostanzialmente pianeggianti. Oltre alle prime vanno considerate anche le montagne interne al bacino, ovvero quelle della penisola italiana (gli Appennini, in pratica) e delle principali isole, che hanno rilievi che sovente superano i 2000 m di quota e i 3000 m in Sicilia, con l’Etna. In tal modo comprenderete meglio quanto ho affermato nel brano sopra riportato.

L’evidenza che il Mar Mediterraneo sia un bacino quasi chiuso, come fosse un enorme lago appunto, non rappresenta affatto una mera curiosità geografica ma è forse la peculiarità principale che ha influenzato la storia sulle sue sponde, dai tempi antichi fino ai giorni nostri. Gli stessi fenomeni migratori che da anni si registrano lungo le rotte e le sponde del Mediterraneo dipendono anche da questa geografia. Ne disquisisco – provo, almeno, a farlo – nel saggio suddetto, che peraltro è parte di un volume tanto bello quanto particolare e per molti versi preziosoConoscetelo meglio, ne vale la pena.