La buona azione

[Photo credit: Deedee86 da Pixabay]
Il tizio che guidava l’auto davanti alla mia, poco fa, giunge all’incrocio, getta in terra dal finestrino il mozzicone della sigaretta che stava fumando, poi si sposta a destra per svoltare senza mettere la freccia. Io, che dovevo svoltare a sinistra, mi affianco, abbasso il finestrino e a piena voce gli dico che «la prossima volta il mozzicone glielo spengo in fronte!».

La mia buona azione quotidiana, già.
Dandogli pure del “lei”, per evitare di cadere in maleducazioni per me inaccettabili.

Non so se abbia capito, in certe teste vuote le parole rimbalzano in mille eco e diventano incomprensibili, per i proprietari di quelle teste. Forse hanno ragione quelli che sostengono che contano ben più i fatti, delle parole. Ecco.

La COP25 è fallita? Bene!

(Photo credit: https://pixabay.com/it/users/geralt-9301/.)

In effetti io sono pure “contento” che la “COP25”, la Conferenza sul clima di Madrid, sia terminata con un miserrimo fallimento.

Sì, perché altrimenti molte persone, in primis quelli a cui veramente interessa la questione planetaria del cambiamento climatico, avrebbero potuto credere che pure i potenti della Terra ne avessero compreso la portata e capita l’urgente necessità di agire, politicamente innanzi tutto, per cercare di mitigarne gli effetti.

“Meno male” che invece quei potenti, salvo rari casi, hanno nuovamente confermato il loro sostanziale menefreghismo al riguardo, funzionale alla salvaguardia del proprio potere e delle relazioni con soggetti di vario genere dalle assai bieche attività, sulle quali si basa la stabilità del loro scranno alla faccia del clima, dell’ambiente e di chiunque ne subisca il degrado.

Una questione fondamentale come quella dei cambiamenti climatici può essere seriamente affrontata solo dalle società civili, entro le quali, pur tra le infinite difficoltà culturali di questa nostra epoca, può ancora essere coltivata quella consapevolezza civica – che è anche politica nel senso più alto del termine, ovviamente – necessaria al cambiamento e alla resilienza: il movimento Fridays for Future lo dimostra bene, ad esempio. Una cosa del genere non può certo avvenire nella “(non) politica” dei potenti, a qualsiasi livello impegnata unicamente alla propria preservazione, a perseguire interessi di parte e infimi tornaconti, organizzata su meccanismi meramente parassitari e dunque troppo avulsa dalla storia presente e futura così come dalla realtà quotidiana.

Tutto ciò sperando che al contempo si generi e si sviluppi pure una consapevolezza, nelle società civili, contro quei potentati politici che governano il mondo. Assolutamente necessaria, se vogliamo che il mondo e la civiltà umana possano avere un futuro, senza essere spazzati via dalla Natura. Che “sa” benissimo che con un aumento della temperatura di 3° o più il pianeta si adatterà e sopravvivrà, la misera razza umana invece avrà grossissimi problemi al riguardo, e recriminare su quanto non è stato fatto in passato per evitare il disastro non servirà a nulla, come sempre.

 

Loop

Ce l’aveva fatta! Gli ultimi passi avevano richiesto uno sforzo tremendo, quasi sovrumano se la ferrea volontà non l’avesse soccorso, ma ora era lassù, in vetta, conquistata in solitaria! La cima più alta del pianeta, sopra ogni altro uomo, immerso nel cielo, assiso su quell’immane, sublime piedistallo di roccia e ghiaccio.
Comunicò via radio il successo al campo base, poi cercò di recuperare forze fisiche e mentali; quindi prese a scattare le fotografie più importanti della sua vita, le attestazioni di quel trionfo… Verso Nord, verso Sud, verso ponente… verso ponente?!
L’uomo cercò di aguzzare la vista, traguardando direttamente e attraverso l’obiettivo della fotocamera, e dopo pochi istanti non poté far altro che sbarrare gli occhi, esterrefatto: laggiù, verso ponente, una montagna, una vetta, si innalzava ben oltre quella su cui stava, ovvero la più alta del pianeta – come almeno tutti credevano! C’erano sì altre cime intorno ad essa, tutte più basse di centinaia di metri, ma quella vetta di ghiaccio abbacinante era ben più alta, indubitabilmente ben più elevata di qualsiasi altra.
Rientrò dalla spedizione e annunciò al mondo la sua incredibile scoperta; tra gli entusiasmi e gli omaggi per l’impresa compiuta, nessuno gli volle credere. L’uomo concluse rapidamente che poteva fare soltanto una cosa per rendere inconfutabile la sua asserzione: conquistare quella cima. Organizzò una nuova spedizione, partì, attaccò le immani pareti lottando contro difficoltà estreme e terribili intemperie, infine raggiunse la vetta. La gioia per il nuovo grande trionfo tuttavia venne rapidamente offuscata da un altrettanto rinnovato sgomento: a levante – impossibile… ma c’era, la vedeva, la fotografava – un’altra vetta, chiaramente più elevata della sommità appena raggiunta! L’uomo questa volta ebbe però la forza d’animo di non farsi annichilire dallo sconcerto; dopo poche settimane ripartì per quelle incredibili montagne, deciso a conquistare la nuova più elevata cima. La salì, la conquistò, giunse in vetta e al suo occidente vi osservò un’ennesima e ancora più alta cima. Tornò, ripartì – ormai totalmente solitario, dacché più nessun alpinista aveva accettato di gareggiare in quella inopinata e forsennata corsa alla quota assoluta – salì lassù, e all’osservare ancora a oriente una vetta più alta ormai non percepì in sé più alcun sgomento: ogni conquista, ogni fine impresa, diventava un nuovo inizio cui sottrarsi gli era a quel punto impossibile.
Ovviamente il grande alpinista rifiutò in tono duro ogni ipotesi di degrado mentale dovuto alle alte quote. Col tempo più nessuno si curò di lui, se continuò nella sua folle rincorsa o se essa finì, forse tragicamente: la sua sfida assoluta all’estremo si tramuto nel più assoluto ed estremo oblio.

(P.S.: è un racconto, questo, al momento ancora inedito come la raccolta di cui è parte, composta di testi moooooolto particolari. Forse sarà pubblicata, prima o poi. Voi seguite il blog oppure il sito e può essere che tra un po’ ne saprete di più, al riguardo.)

Uno “scherzo” dell’antropocentrismo

Uno degli scherzi dell’antropocentrismo: descrivere la fine della specie come implicante la morte della natura vegetale e animale, la fine stessa della Terra. La caduta dei cieli. Non esiste escatologia che non consideri la permanenza dell’uomo come essenziale alla permanenza delle cose. Si ammette che le cose possano cominciare prima, ma non che possano finire dopo di noi.

(Guido Morselli, Dissipatio H.G., Adelphi, Milano, 1977.)

Morselli, credo ironicamente, lo definisce “scherzo” quello evidenziato nelle sue illuminanti parole. Con più chiarezza, forse cinica ma certamente obiettiva, lo si potrebbe definire “una delle stupidità dell’antropocentrismo”. Palese, peraltro.

(L’immagine è tratta dal sito “CriticaLetteraria“, qui.)

Uomini, o bestie

(Photo credits: Agence de presse Meurisse [Public domain] / Original uploader: Galilea at German Wikipedia, CC BY-SA 3.0, http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/)

Due cose mi sorprendono: l’intelligenza delle bestie e la bestialità degli uomini.

(Tristan Bernard, citato in AA.VV., Animal Agenda 2012, Terra Nuova Edizioni, Firenze.)

Infatti…

Finché gli uomini massacreranno gli animali, si uccideranno tra di loro. In verità, colui che semina il seme del dolore e della morte non può raccogliere amore e gioia.

(Pitagora, citato in Steven RosenIl vegetarianesimo e le religioni del mondo, traduzione di Giulia Amici, Gruppo Futura, Bresso, 1995, p. 130.)