Le tre cose che può fare la donna di uno scrittore (Sergej Dovlatov dixit)

Ci sono tre cose che può fare una donna per uno scrittore russo. Può preparargli da mangiare. Può credere sinceramente al suo genio. E infine, può lasciarlo in pace. A proposito, la terza cosa non esclude le prime due.

(Sergej Dovlatov, La valigia, Sellerio Editore, Palermo, 1999-2017, traduzione di Laura Salmon, pag.115.)

Mogli, fidanzate, conviventi, compagne, amanti, partner di varia natura degli scrittori di tutto il mondo: unitevi! Che, senza dubbio, se (quaggiù in Italia, in particolare) stavate con un politico, un web influencer o un calciatore avreste vissuto meglio, certamente più spensierate. Ma si sa, non si può chiedere e ottenere tutto dalla vita. Consolatevi, dunque (e, nel caso il vostro partner vi faccia leggere il suo ultimo manoscritto e voi trovate che sia una boiata assoluta, diteglielo, per favore!)

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Scrittore, io? No, grazie… (Sergej Dovlatov dixit)

– Dicono che sei diventato uno scrittore, è vero?
Io mi confusi. Non ero preparato a una simile formulazione. Sarebbe stato meglio se mi avessero chiesto «sei un genio?». Avrei risposto tranquillamente di sì. Tutti i miei amici erano oppressi dall’onere della genialità. Tutti si definivano genii. Definirsi scrittore era più difficile.

(Sergej Dovlatov, La valigia, Sellerio Editore, Palermo, 1999-2017, traduzione di Laura Salmon, pagg.99-100.)

Suonano piuttosto bizzarre queste parole del grande e geniale scrittore (lui sì!) russo, rispetto alla realtà contemporanea ove troppi, veramente troppi, si arrogano il diritto di definirsi scrittori solo per aver pubblicato (sovente a spese proprie e senza un autentico supporto editoriale) un “testo”. Con tutto il rispetto: né scrittori né tanto meno geni, costoro (salvo rarissimi casi). Ma a volte non è nemmeno colpa loro, semmai lo è di un’editoria sempre meno preparata e lungimirante che ha smesso di pubblicare le scritture di autori geniali e di contro, appunto, ha trasformato scribacchini tutt’altro che geniali in “scrittori”, con i risultati commerciali che ora si possono constatare e che rendono il mercato editoriale nostrano tra i più asfittici in assoluto.

Insomma, diffidate di chi vi si presenta come “scrittore”, senza averne chiari e riconosciuti titoli: potrebbe facilmente essere che chi avete davanti non sia affatto un “genio”, dacché, in effetti, se un genio autentico lo fosse, forse non pubblicherebbe mai alcun libro per poi definirsi “scrittore” – peraltro, nel caso, nemmeno per demerito suo!

P.S.: ammetto che personalmente mi ci ritrovo molto nelle parole di Dovlatov. Non perché mi consideri un “genio”, anzi, semmai perché qualche tempo fa presentavo una conferenza su alcuni dei miei libri che si intitolava “Scrittore sarà lei!”…

Nel plesso solare cittadino (Tallinn, 2015)

(Il seguente testo è parte di uno scritto inedito sulla città di Tallinn. Potrebbe essere pubblicato, in futuro; quando, di preciso, ancora non lo so. Ma, come per “Lucerna, il cuore della Svizzera”, non dovete pensare che sarà una mera guida di viaggio, ancorché letteraria. O meglio, sì, lo è: ma d’un viaggio interiore, in un luogo dal quale farsi visitare, più che viceversa. Perché alla fine questo è il vero scopo di un viaggio nel senso più pieno del termine: il suo autentico, necessario compimento.)

tallinnaraekojaplats_jaaknilsonRaekoja plats, a nemmeno 100 metri dalla sede dell’ambasciata italiana, è una di quelle piazze che non c’è bisogno di visitare. Intendo dire, che non si debba esplorare a destra e a manca come si potrebbe fare con altri slarghi urbani similari, posti più o meno in centro alle proprie città e dunque di esse rappresentanti il cuore, architettonico, monumentale, sociale, antropologico pure.
Monumentale in senso classico non lo è, a parte (ma poi nemmeno così tanto, in tema di dimensioni) per il Municipio, edificio che pare uscito da un romanzo fantasy bizzarramente utopico – anzi, eutopico, per citare il noto gioco di parole originato da Tommaso Moro nel suo (quasi) omonimo romanzo, il quale incrociò le simili ma non analoghe etimologie greche οὐ (“non”) e τόπος (“luogo”) per utopia, con il significato di “non-luogo” (ben diverso dall’accezione contemporanea teorizzata da Marc Augé) e εὖ (“buono” o “bene”) e τόπος (“luogo”), per eutopia, che significa quindi “buon luogo”. Da cui si deriva che utopia ha il significato di “luogo bello ed irraggiungibile”, il che non può essere vero che per metà, tutt’al più, visto come dai selciati prospicienti il Municipio, ovvero da Raekoja plats, ci si finisca piuttosto inevitabilmente per passare, qualsiasi sia il peregrinare cittadino, qui.
Un edificio a metà tra un tipico palazzotto gotico teutonico e un astruso minareto, per via della sia esile torre che, si dice, venne realizzata proprio in base alle indicazioni di un viaggiatore locale appena tornato dall’Oriente, insomma. Per i restanti tre quarti della sua estensione più o meno trapezoidale, invece, Raekoja plats è contornata da edifici ordinariamente tipici e trasformati per la quasi totalità in ristoranti, a loro volta più o meno tipici, forse fin troppo turistici e quasi tutti eccessivamente cari per gli standard economici locali. Per questo, mi pare, la piazza non è di quelle da visitare, semmai c’è da mettersi più o meno nel suo centro e lì stare, osservando tutt’intorno la vita cittadina che scorre e fluisce, seppur piuttosto disturbata dai frangenti turistici.
Ma è bello starsene nel centro del centro della città – dacché se Toompea è il cuore, di Tallinn, qui sono nel suo plesso solare, quello che le discipline orientali individuano come la sede di ciò che comunemente si definisce ego, cioè la percezione che abbiamo di noi stessi. Stando qui, posso percepire l’ego della città, ecco. E’ il centro spaziale ovvero geografico (abbastanza preciso) dunque bari-centro urbano ma anche centro temporale, centro storico – non solo nel senso di “antico” -, centro sociale e sociologico, centro vitale. Ho persino ipotizzato di starmene qui per una giornata intera, supponendo (ingenuamente, certo, non sfuggo da ciò e nemmeno voglio) che in questo centro cittadino “assoluto” inevitabilmente – anche solo per pura statistica – tutta la città prima o poi deve passare.
Per tale motivo, ma in fondo non solo per esso, me ne sto qui, più o meno nel centro della piazza, appunto, a guardarmi intorno, come se ne fossi il fulcro, il perno sul quale la piazza e la città tutt’intorno ruoti. Osservo ogni cosa: i profili dei tetti delle case che la contornano, il baluginio della luce sui vetri delle finestre, le insegne dei locali, la trama del selciato pietroso, le persone che transitano, le loro traiettorie random cercandovi algoritmi di moto, le loro movenze, espressioni, sguardi, atteggiamenti. Gioco con lo sguardo come ho fatto lungo Pikk, ridefinisco ad ogni istante la dimensionalità esteriore del luogo e parimenti quella interiore, che mi si genera dentro in modo da rendere percepibile e comprensibile la mia presenza in essa.
Mi sembra di intuire che veramente il luogo sia eutopico: buono, gradevole e gradito, ameno, accogliente, rasserenante. Non giungo fino a pensare che sia questo l’ego autentico cittadino, tuttavia mi pare di capire che queste siano le peculiarità primarie della sua anima, almeno ora – ma non solo: in fondo c’è pure molto della sua pelle, della sua fisicità più concreta e pratica. L’edificio storico, le case tipiche tutt’intorno, i ristoranti che offrono cucina estone ma pure pizze o altro di meno locale e laggiù anche quello russo, a rivendicare orgoglioso la propria presenza, lo spandersi dei tavoli sul perimetro della piazza ad uso e consumo del turismo più ordinario, i soliti artisti di strada, l’altrettanto solita e turistica carrozza d’epoca trainata dai cavalli, un mendicante del tutto dignitoso. La storia passata, quella più recente e quella contemporanea, il turismo quale motore economico ormai fondamentale, i luoghi comuni e le mai del tutto celabili problematicità. Ma devo ammettere che il tutto è, per così dire, armonizzato, non stridente, plastico. Eutopico dacché eufonico. Almeno per chi si ritrovi a vivere la città nel modo in cui io la sto vivendo, almeno per chi di essa voglia cogliere gli aspetti più evidentemente identificanti ed edificanti – sarà perché sono qui per qualcosa di totalmente edificante per me, se s’avverasse.

Il ceto medio, per così dire (N.V.Gogol Dixit)

A Pietroburgo ci sono ufficiali che costituiscono per così dire il ceto medio. Troverete sempre uno di loro a pranzo o a cena con un consigliere di Stato o un consigliere effettivo che si è meritato questo grado dopo quarant’anni di fatiche. Alcune figlie smunte, assolutamente incolori come lo è Pietroburgo, alcune già troppo mature, un tavolino da tè, un pianoforte, balli casalinghi: questo è lo sfondo su cui brilla, sotto il lampadario, la mostrina dell’ufficiale, fra una biondina per bene e il nero frac del fratello o di un amico di famiglia. (…) Molti di loro, insegnando in istituti statali o preparando i giovani per questi istituti, alla fine riescono a farsi un calesse e un paio di cavalli. La loro cerchia di conoscenze allora comincia a crescere: finalmente riescono a sposare la figlia di un mercante che sa suonare il pianoforte, ha per dote un centinaio di rubli in contanti e un mucchio di parenti barbuti. Non possono ottenere tuttavia questo onore prima di avere prestato servizio almeno fino al grado di colonnello. Perché i barbuti russi, sebbene puzzino ancora di cavolo, non vogliono vedere le loro figlie se non sposate con dei generali o almeno dei colonnelli.

(Nikolaj Vasil’evič Gogol’, I racconti di Pietroburgo, edizione Baldini Castoldi Dalai Editore, 2012, traduzione di Federico Pizzi, pagg.50-51.)

ceto-medioSostituite le cose tipiche dell’Ottocento con altre contemporanee, togliete “Pietroburgo” e mettete il nome di qualsiasi nostra città, al posto degli ufficiali metteteci – ad esempio – i laureati precari, o altre figure simili, e vi renderete conto che poco è cambiato, dalla Pietroburgo ottocentesca di Gogol ad oggi. A parte che per la puzza di cavolo: non la si sentirà più, di questo passo, ma non perché sia stata eliminata (sia di cavolo o che altro), semmai perché non vi sarà più chi la emani.

P.S.: cliccate qui per leggere la personale “recensione” dei Racconti di Pietroburgo.

Nevskijane visioni senza tempo (Nikolaj V. Gogol dixit)

In quali strani personaggi ci si imbatte sulla Prospettiva Nevskij! C’è una quantità di gente che, incontrandovi, immancabilmente vi guarderà le scarpe e, quando voi proseguite il vostro cammino, si girerà indietro per guardare le vostre falde. Ancora oggi non riesco a capire perché questo accada. In un primo tempo pensavo si trattasse di calzolai, ma non è così; sono perlopiù persone che prestano servizio in ministeri, molte di loro possono scrivere in modo stupendo un rapporto da un ufficio statale a un altro; oppure sono persone che come occupazione passeggiano, leggono i giornali nelle pasticcerie, insomma per la maggior parte persone proprio per bene.

(Nikolaj Vasil’evič Gogol’, I racconti di Pietroburgo, edizione Baldini Castoldi Dalai Editore, 2012, traduzione di Federico Pizzi, pag.27)

nevsky-prospect-1Vi pare sia cambiato qualcosa nella società di oggi rispetto a quella in passeggio lungo la Prospettiva Nevskij nella Pietroburgo ottocentesca di Gogol?
Forse solo l’oggetto degli sguardi ovvero gli identificanti status symbol…

P.S.: a breve potrete leggere, qui sul blog, la personale “recensione” de I racconti di Pietroburgo.