(Imparare a) dipingere le montagne

[Alessandro Busci, Cervino, polittico, smalto su acciaio corten, 80×80 cm, 2018.)
Se il paesaggio, dal punto di vista concettuale, è il prodotto culturale dell’intelletto umano, dal punto di vista materiale e dell’immaginario relativo è per gran parte conseguenza della raffigurazione pittorica che, dal Quattrocento in poi, ha cominciato a farne il soggetto più o meno peculiare di innumerevoli opere d’arte. Ciò significa che la valenza estetica – quella principale, nel bene e nel male, per la considerazione diffusa del paesaggio – che noi elaboriamo, quando osserviamo un luogo, un territorio, un panorama ricavandone il relativo paesaggio, è stata formata, forse pure normata nonché determinata nel corso dei secoli da come gli artisti la concepirono nel dipingere le loro opere paesaggistiche. In breve si può dunque dire che il “bel paesaggio” di oggi è lo stesso di quegli artisti rinascimentali, poi romantici (i quali hanno “creato” il paesaggio montano, nello specifico), poi moderni eccetera, cioè si basa da allora sullo stesso – o comunque su un ben similare – metro estetico e, ad esempio, le immagini delle brochure promozionali contemporanee delle località turistiche lavorano sugli stessi stilemi raffigurativi e immaginifici elaborati decenni se non secoli fa. Naturalmente il paesaggio è anche molto altro ma, ripeto, è tutt’oggi in primis un elemento “naturale” e palesemente elementare di bellezza, e in questo senso viene percepito e recepito dai più.

Posto ciò, per tutti coloro che amano e studiano la pittura di montagna la Fondazione Lucia De Conz, sita nel cuore del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, propone un (assai interessante, n.d.L.) laboratorio guidato da Francesco Santosuosso, maestro riconosciuto della pittura di paesaggio e artista ben rappresentato nelle migliori gallerie di arte contemporanea.

L’obiettivo del corso consiste nella realizzazione di due opere su tela in formato 50×70 cm, sul tema del paesaggio di montagna, con la tecnica della pittura ad olio e acrilico. Il corso è personalizzato e impostato sulle capacità di partenza dei singoli allievi.
Le lezioni, pratiche e teoriche, si svilupperanno sia in laboratorio che all’aperto, tramite osservazioni dal vero durante escursioni e passeggiate.
Santosuosso, docente di illustrazione presso l’Istituto Europeo di Design da oltre un ventennio, seguirà personalmente e quotidianamente ogni partecipante per garantire a ciascuno un reale progresso tecnico e artistico.
Il termine per le iscrizioni è il 10 luglio 2021.

Gli splendidi panorami alpini delle Dolomiti Bellunesi saranno la diretta fonte di ispirazione degli artisti, mentre l’ospitalità della Fondazione permetterà un’esperienza didattica densa e completamente immersiva. Gli ospiti soggiorneranno, in pensione completa, negli ambienti raffinati di Villa Lucia, un tempo dimora privata della famiglia De Conz. La Villa, immersa nel verde della natura più rigogliosa, è il luogo ideale dove raggiungere l’illuminazione artistica.

Per qualsiasi informazione al riguardo, visitate il sito web della Fondazione Lucia De Conz, qui.

Non capire l’arte

Capita spesso di sentir dire di qualcuno che non comprende l’arte contemporanea, ma ama quella del passato; tutto questo nasce da un equivoco fondamentale nei confronti dell’arte stessa e si può essere sicuri che le persone che cosi parlano non capiscono nulla né dell’arte del passato né di quella contemporanea.

(Piero Manzoni, La ricerca dell’immagine, 1957 circa, in Scritti sull’arte, SE/Abscondita Edizioni, 2013, pag.59.)

Fissare lo spazio per non far sfuggire il tempo

[Immagine tratta da https://www.tellerk.com/it/portfolio/drawings/%5D

Disegno essenzialmente tutto quello che vedo. Anzi, è più corretto dire che vedo disegnando, perché se guardo un luogo disegnandolo, quel luogo rimane tuo. Diventa un pezzo del tuo vocabolario, del tuo alfabeto, che puoi anche riutilizzare in seguito. In qualunque momento ci ripensi se lì in un attimo, è un’appropriazione della realtà ed è anche un modo per non far sfuggire il tempo.

(Daniele Tabellini/TellerK, da “Artribunenr.53, gennaio-febbraio 2020.)

Quello che scrive Daniele Tabellini, del duo artistico TellerK, è esattamente il principio in base al quale anch’io scrivo di luoghi – e territori, e paesaggi, e loro attraversamenti, eccetera. Quello per il quale il luogo, così rappresentato con le parole o i disegni o quant’altro – il media non conta, in fondo – entra a far parte del proprio alfabeto, diventa codice riconoscibile, riconosciuto e per questo “utilizzabile” come lingua geografico-culturale e come elemento di identificazione del mondo e nel mondo. Quando io dico che «i viaggiatori sono il viaggio» in fondo esprimo lo stesso concetto, cioè la stessa appropriazione del moto personale nello spazio e nel tempo, così che il viaggio non è qualcosa lungo la cui rotta ci si “addentra”, ci si muove e si percorre  ma, viceversa, è il viaggio che disegna la sua rotta dentro il viaggiatore, rispecchiando nel suo intimo i luoghi, le percezioni e i Genius Loci verso i quali all’esterno lo condurrà.

E a ben vedere, anche, Tabellini suggerisce un altro ottimo sistema di appropriazione del viaggio e dei luoghi, tramite il disegno: il quale, in modo più evidente rispetto alla scrittura, non conta sia bello o meno, ben fatto o dozzinale, artistico oppure no, non conta la forma ma la sostanza, l’alfabeto che rivela, il vocabolario di cui si compone e, dunque, il messaggio che alla fine conserva nei suoi tratti, esattamente come accade in maniera più definita e non meno rappresentativa con lo scrivere, fissando lo spazio e insieme il tempo per non farli sfuggire ma per portarceli sempre appresso.

Tutto è politica, meno la “politica”!

[Foto di Gordon Johnson da Pixabay.]
Da sempre sono convinto che qualsiasi azione pubblica che possa comportare qualsivoglia effetto, in primis la trasmissione di un messaggio, sia un atto politico. Lo è certamente il gesto artistico, quale esempio assoluto, ma lo può e lo deve (dovrebbe) essere anche ogni altra pur minima azione compiuta da chiunque. Questo perché l’interazione più o meno attiva e intensa con la sfera pubblica è un atto che influisce sulla relazione, la gestione, lo sviluppo di essa, anche quando lo faccia minimamente o in modi incompresi e inintelligibili dai più. D’altro canto questo comporta che ogni atto individuale pubblico debba essere compiuto coi crismi della logica e della razionalità, dell’intelligenza, della coscienziosità e della consapevolezza civica e culturale, dell’umanità, eccetera. Quindi, è un atto politico un’installazione artistica esposta al pubblico, il portare fuori di casa la spazzatura, il camminare in un bosco, il mettersi in coda alle poste, il chiacchierare con gli amici di come va il mondo, il leggere un libro sul treno, e così via. Tutto o quasi, insomma, ma perché siamo creature civiche e dunque inevitabilmente politiche; solo l’eremita che si isoli dal resto del mondo e dell’umanità su un’isola dispersa nell’oceano potrebbe non esserlo, ma anche in tal caso il condizionale è d’obbligo.

Certo, come ribadisco, bisogna essere consapevoli di tale condizione “politica” singolare e condivisa.

Ecco: posto ciò, io credo che sempre più col tempo si sia imposta una classe politica a dir poco indecente, e sostanzialmente antitetica alla politica nel senso originario e nobile del termine, proprio perché sempre più persone hanno trascurato, dimenticato, ignorato o rifiutato la matrice politica di ogni propria azione pubblica, richiudendosi in un crescente egoismo autoreferenziale, antisociale, dissociante e alienante in conseguenza del quale il valore politico che agisce materialmente e immaterialmente sulla realtà è stato (abbastanza sovrappensiero, o per mera ottusità) demandato ad un ambito virtualmente superiore – quello “politico” nel senso di attività esercitata dai movimenti politici – il quale, trovandosi il campo libero da qualsiasi limitazione morale, sociologica e filosofica, ha potuto degradarsi e degradare il senso stesso della “politica” fino alla situazione attuale.

Per dirla in parole povere: ove buona parte delle persone se ne freghino del valore culturale e politico del proprio essere parte della società, pensando solo ai propri interessi e dimenticando di agire in uno spazio pubblico condiviso, il politico-di-partito si ritrova con le mani libere (e pulite di default) per fare ciò che vuole. Da qui, il passo all’indecenza di governo e di potere è brevissimo, avendo a che fare con una classe dirigente istituzionale di partenza ben misera di valori, cultura, etica, visionarietà e quant’altro un politico dovrebbe possedere ovvero coltivare con il massimo impegno.

Anche per questo, in fondo, la democrazia si dimostra una forma di governo così traballante e disarmata e il principio per il quale «ogni popolo ha i governanti che si merita» si dimostra di valore ineluttabilmente assoluto. O la politica torna ad essere un’attività democratica, dunque condivisa e praticata da tutti, oppure è ben difficile sfuggire da una sorte nefasta.

E, per essere chiari, «ben difficile» è un espressione eufemistica, ecco.

L’artista vero

L’artista vero è quello che delira ragionevolmente.

(Friedrich Nietzsche, citato da Guy de Portalès in Nietzsche in Italia, Historica Edizioni, 2016, pag.85; 1a ed.orig.1929.)