Il Principio di Peter e l’Italia

P.S. (Pre Scriptum): questo articolo l’ho scritto prima che “scoppiasse” l’emergenza coronavirus. Lo dico nel caso qualcuno ci volesse trovare riferimenti alla situazione attuale: se ci sono, sono certamente casuali.

C’è un principio, nella psicologia applicata alla gestione delle strutture gerarchiche, che sembra scritto apposta per l’Italia e per molti ambiti della vita istituzionale e pubblica (ma non solo) italiani: è il cosiddetto Principio di Peter, dal cognome dello psicologo canadese Laurence J. Peter, che lo formulò nel 1969 pubblicandone poi i dettagli in un libro intitolato proprio The Peter Principle, di grande fortuna editoriale in America.

Il principio, apparentemente paradossale – ma, appunto, apparentemente, in verità del tutto razionale in forza della sua oggettività nel rappresentare un diffuso vulnus nelle comunità sociali strutturate – dice:

«In ogni gerarchia, un dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza.»

Tuttavia il paradosso del principio diventa effettivo, in tutta la sua prorompente gravità, negli ambiti in cui le salite lungo scale gerarchiche venga determinate non più da competenze effettive ma da altri fattori che riescono a metterle in posizione secondaria. In poche parole: la politica odierna, nella quale i “leader” non sono più le figure più capaci e più preparate ma quelle che si sanno vendere meglio, spesso proprio sfruttando la loro incompetenza attraverso – ad esempio – sparate propagandistiche che si possono diffondere grazie alla rispettiva incompetenza culturale presente nell’opinione pubblica, che impedisce di svelare quelle sparate per ciò che quasi sempre effettivamente sono, delle gran scempiaggini.

In pratica, il Principio di Peter rappresenta un concetto antitetico, nelle strutture delle comunità democratiche, a quello di “meritocrazia”, che per certi ambiti non sarebbe a sua volta esente da critiche ma che per situazioni sociopolitiche parecchio degradate come quella italiana rappresenterebbe una buona soluzione al fine di rimettere in equilibrio le cose e promuovere un successivo sviluppo maggiormente virtuoso.

Guarda caso, in Italia il libro Il Principio di Peter (del quale in cima al post vedete la copertina originaria e quella dell’edizione più recente americane) non ha goduto di gran fortuna e oggi risulta fuori catalogo e non disponibile. Guarda caso, eh!

La lettura rende il mondo più mondo

Allora, avevo sei anni, leggevo libri da bambini, non me ne ricordo uno, mentre mi ricordo, cinque anni dopo, il primo libro da grandi che ho letto; sono passati più di quarant’anni e io, di quel momento lì che ho scoperto i libri da grandi, quante cose ci possono essere dentro un libro senza figure, mi ricordo tutto: mi ricordo dov’ero, sotto il portico di casa nostra in campagna, mi ricordo il cantar di mia nonna dalla cucina, mi ricordo che passava mio babbo con dei secchi di cemento, mi ricordo la sedia arancione dove ero seduto, mi ricordo la polvere che c’era nell’aria, mi ricordo la sensazione stranissima dovuta al fatto che io, incantato dal libro, non ero per questo incanto estraniato dal mondo, ero dentro, nel mondo: leggere produceva un effetto stranissimo, faceva diventare il mondo più mondo.

(Paolo Nori, La grande Russia portatile, Salani Editore, 2018, pagg.12-13.)

Come se la politica non fosse mai esistita

Ecco, a me, devo dire, piacerebbe moltissimo che qualche politico, di governo o di opposizione, facesse un discorso simile a quello che il poeta Iosif Brodskij ha fatto in occasione della cerimonia annuale per il conferimento delle lauree all’università del Michigan nel 1988, quando ha detto: «La sola cosa che di sicuro capiterà al mondo é di diventare più grande, vale a dire più popolato senza crescere di dimensioni. Non conta con quanta onesta l’uomo che avete eletto prometterà di suddividere la torta, questa non crescerà di dimensioni; in effetti, le porzioni sono destinate a diventare più piccole. Alla luce – o, piuttosto, all’oscurità – di ciò, dovreste far conto sulla cucina di casa vostra, vale a dire prendervi cura voi del mondo».
Sembra incredibile, ma è come se la profezia di Brodskij si fosse avverata: il mondo è diventato più popolato e, indipendentemente dall’onestà di quelli che abbiamo eletto, è ora che ce ne prendiamo cura noi, forse, come se la politica non fosse mai esistita.

(Paolo Nori, La grande Russia portatile, Salani Editore, 2018, pag.160.)

P.S.: ecco, questo indicato da Brodskij e citato da Nori sarebbe un ottimo proposito da realizzare nell’anno appena iniziato, prenderci finalmente cura noi del nostro mondo, mandando al diavolo tutti (e ribadisco, tutti) questi ignobili politicanti, come se la loro bieca politica non possa e non debba più esistere. Già.

 

Zingari e sigari

Viktor Šklovskij ricorda che nel taccuino di Cechov si trova la storia di un tale che aveva percorso per quindici o per vent’anni la stessa strada, aveva letto ogni giorno un’insegna con la scritta ‘grande scelta di zingari’, e si era chiesto «Ma chi può aver bisogno di una grande scelta di zingari?» Quando, un giorno, l’insegna era stata tolta e appoggiata al muro quel tale aveva letto finalmente: ‘grande scelta di sigari’. Il poeta, secondo Šklovskij, è quello che sposta le insegne, è quello che istiga la rivolta delle cose.

(Paolo Nori, La grande Russia portatile, Salani Editore, 2018, pagg.94-95.)

Oppressori e ribelli / ribelli e oppressori

Vi sono dei partiti, trionfatori o sconfitti, delle maggioranze e delle minoranze in conflitto permanente, e il loro ardore per l’ideale è direttamente proporzionale alla confusione delle loro idee. Gli uni opprimono in nome del diritto, gli altri si ribellano in nome della libertà, per divenire poi, a loro volta, oppressori, quando se ne presenti il caso.

(Paul Émile de Puydt, Panarchie, 1860, in Gian Piero De Bellis (a cura di), Panarchia. Un paradigma per la società multiculturale, D Editore, 2017, pag.66.)

P.E. de Puydt, primo teorizzatore del panarchismo (il cui simbolo “innografico” vedete nell’immagine lì sopra, cliccatelo per saperne di più), scrisse quelle parole quasi 160 anni fa – non c’era nemmeno nata l’Italia attuale! – ma aveva già perfettamente individuato il “male oscuro” della politica nelle mani dei partiti. Male oscuro e cronico, dacché dopo così tanto tempo siamo ancora impantanati lì, in tale eterna dicotomia che, forse, dovremmo cominciare a non pensare più come a un’autentica e virtuosa condizione di “democrazia” ma come a un simulacro di essa, funzionale ai soliti, persistenti giochetti di potere e alla salvaguardia dei relativi tornaconti.