Il PIL

Evviva, nella classifica del PIL dei paesi della UE l’Italia è secon…

Ah, no.
È la bandiera dell’Irlanda, quella.

P.S.: sia chiaro, sono tra quelli che pensano che il PIL non possa e non debba essere l’unico dato sul quale basare la determinazione del benessere e della ricchezza di un paese, anzi, credo che fare ciò generi danni non indifferenti che già la storia (recente soprattutto) registra in maniera indiscutibile. Il PIL è l’addendo di una somma che ha altri addendi, non può mai essere direttamente il risultato di essa. Ma, indubbiamente o ineluttabilmente, qualsiasi pur virtuoso idealismo deve fare i conti con la realtà oggettiva, almeno finché non lo si realizzi concretamente, e dunque non si può ignorare il PIL in qualità di dato analitico capace di dare una buona indicazione circa lo stato di salute di un’economia nazionale. Ovvero, in tal caso, la permanenza di uno stato pressoché cadaverico.

(Cliccate sull’immagine per saperne di più.)

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Xenofobia e sfascio sociale

Comunque, vorrei ricordare che i fenomeni di xenofobia, intolleranza politica, religiosa, etnica, razzismo, sono tipici delle società in rapida decadenza sociale, culturale e identitaria, prossime alla rovina e allo sfascio, la storia lo insegna in modo indubitabile. È paradossale – o forse non lo è affatto ma emblematico – che a caratterizzarsi da quei fenomeni siano le parti dichiaratamente nazionaliste, sovraniste, neo o postfasciste, ovvero quelle che si impongono come baluardo della cultura e dell’identità delle società in cui si muovono quando invece di tali elementi rappresentano il degrado e l’inesorabile declino. Gli stessi effetti, in fondo, causati all’opposto dalla globalizzazione più cieca e spinta, quella che pretende di assoggettare a sé qualsiasi patrimonio identitario culturale comune pur strutturatosi nel tempo, dimostrando con ciò una consueta e perniciosa situazione: le due facce della stessa medaglia – a sancire un identico, inevitabile declino civile.

Chi la fa(scista) l’aspetti!

Cliccate sull’immagine: potrete leggere una breve storia della famiglia Di Consiglio, le cui pietre d’inciampo sono state rubate a Roma qualche giorno fa.

In effetti, da par mio non posso che “ringraziare” quei ladruncoli fascistoidi: mi hanno dato occasione di conoscere la storia dei Di Consiglio e di diventare a mia volta uno strumento di diffusione e salvaguardia della memoria loro e di tutti gli altri uomini, donne e bambini, sterminati dalla follia antisemita.
Grazie, poveri fascistoidi cretini! Chi la fa l’aspetti! – sperando che l’aspettato sia molto, molto peggio di quanto è stato fatto, ecco.

I mal-viventi

Comunque, vorrei denotare che è pur comprensibile ma perfettamente inutile dare dei “fascisti” a chi di tale epiteto si vanta e se ne inorgoglisce o inneggia a dittatori sconfitti e seppelliti dalla storia e dal tempo, esattamente come era inutile dare dei “comunisti” a chi un tempo avrebbe voluto vedere l’Armata Rossa gironzolare per le italiche vie o credeva Stalin un liberatore dei popoli oppressi. Peraltro gli italiani hanno la memoria cortissima o nulla e non sanno fare – non hanno mai saputo fare – i conti con la storia, la propria in primis: anche per questo la contrapposizione destra/sinistra, per entrambe le parti post-ideologicizzatasi e totalmente deculturata, si è incastrata su un contraddittorio spaventosamente infantile e stupido, grazie alla cui nullità gli estremismi più biechi possono urlare sguaiatamente senza che nessuno sappia più zittirli.

Per cui, quelli che da una parte o dall’altra – alternativamente preponderanti, in Italia – calpestano la legge, la politica (quella vera), la democrazia (quella vera), il senso civico, la cultura, l’onestà intellettuale, l’intelligenza, la dignità, il futuro del paese e dei suoi abitanti (con buona pace di quelli sodali con i suddetti), li si chiamino frequentemente con termini ben più consoni e obiettivi: mal-viventi, ad esempio. Perché, letteralmente, vivono male essi per primi, così in balìa delle proprie devianze psicomentali, e di conseguenza fanno vivere male tutti gli altri; perché rendono il vivere qualcosa di attinente al male, quando dovrebbe sempre essere il contrario; perché, come da definizione, vivono al di là, ovvero fregandosene, delle leggi civili e ancor più morali, di contro pretendendo spesso di imporre loro morali ritenute indiscutibili ma in realtà totalmente distorte e degradanti; e perché, ultimo ma non ultimo, si comportano spesso da malviventi nel senso più diffuso del termine ovvero agevolano la malvivenza di altri innescando processi di “influenza” reciproca.
Ecco.

L’intolleranza verso gli intolleranti

Anch’io, qui dal blog, che è la mia “casa” sul web ben più di qualsiasi social, nella mia condizione culturale e intellettuale di individuo libero – ovvero libero pure da qualsiasi appartenenza ideologico-politica di sorta – dichiaro di essere indiscutibilmente ed energicamente intollerante verso gli intolleranti.

Ognuno può sostenere qualsivoglia idea, opinione, considerazione, di ogni genere e sorta e anche la più dura, radicale e inflessibile ma nessuno nel fare ciò può e deve ledere i diritti fondamentali delle altre persone e il rispetto civico, sociale e culturale verso di esse – se non quando altre persone minaccino e ledano la reciproca libertà altrui e i relativi diritti. Faccio orgogliosamente mio il celebre paradosso della tolleranza di Karl Popper: “L‘intolleranza nei confronti dell’intolleranza stessa è la condizione necessaria per la preservazione della natura tollerante di una società aperta”, ovvero l’indispensabile requisito grazie al quale una società può progredire piuttosto di regredire a stati di barbarie via via più gravi e pericolosi, che fin da subito non preservano affatto quella società ma la indeboliscono e la distruggono – alla faccia di chi pensa il contrario.

Per dichiarare ciò non uso, come potete constatare, immagini pubbliche che sono circolate negli ultimi tempi sul tema, e che inesorabilmente sono state strumentalizzate e sono diventato ulteriore motivo di stupide discussioni e contrapposizioni. Perché sono convinto che non sia una questione di ideologia politica o culturale, di provenienza geografica, di identità, di credo religioso né tanto meno di colore di pelle, etnia o razza – elemento inesistente, come dovrebbe sapere ogni società realmente avanzata: è una questione di umanità, e semmai di uomini più o meno intelligenti, più o meno cattivi, più o meno virtuosi o pericolosi, chiunque essi siano e dovunque siano nati, senza alcun altra distinzione. Ciò dunque comporta che qualsiasi individuo voglia invece sostenere ogni altra distinzione, in primis quella razziale (che scientificamente non ha alcun senso, appunto, e dunque ove sostenuta è palese dimostrazione di ignoranza e impotenza), facendone motivo di divisione, di scontro e di violenza sia verbale che fisica, non può essere tollerato e va perseguito penalmente ovvero in ogni altro modo. Punto e stop, discorso chiuso.

A riprova di ciò e visto che ieri, 1° di agosto, era la Festa Nazionale Svizzera che ho celebrato a mio modo nel blog (qui e qui) – voglio portare una bella testimonianza elvetica di intolleranza dell’intolleranza.

Riguarda Pascal Mancini, forte velocista della nazionale svizzera di atletica leggera (ritratto nell’emblematica foto che vedete qui sopra), che più volte sui social ha postato commenti di matrice xenofoba e razzista: in uno dei suoi ultimi post i calciatori della Nazionale francese di calcio, vincitrice dei Mondiali in Russia lo scorso luglio, venivano paragonati alle scimmie. Bene: Swiss Athletics, la federazione elvetica di atletica leggera, ha deciso di usare il pugno duro nei confronti di Mancini e lo ha escluso da qualsiasi gara dei prossimi Campionati Europei di atletica, che si terranno dal 6 al 12 agosto a Berlino.

Intolleranza dell’intolleranza appunto, ovvero intelligenza, senso civico, socialità, ordine. In una parola: civiltà. La Svizzera, ribadisco, nonostante le proprie luci e ombre (che d’altronde ogni luogo sul pianeta ha) è un paese civile. In Italia – ben altro paese, purtroppo – un personaggio del genere diventerebbe facilmente un leader politico oppure un influencer, ospite di infiniti talk show televisivi e osannato da centinaia di migliaia di “fan”. Ma quel paese, quella società, quell’opinione pubblica che lascia libertà d’azione all’intolleranza e agli intolleranti, è destinata a perire rapidamente di quella stessa “arma” letale, ben prima che periscano coloro contro cui viene diretta. Lo insegna la storia dell’umanità, quella “maestra che non ha scolari” soprattutto in certe società imbarbarite dal degrado socioculturale.

Punto e stop, discorso chiuso.