Uomini-demoni

Come sappiamo fin troppo bene, non molto tempo fa, gli ebrei erano sistematicamente definiti esseri non-umani. E la cosa va avanti: la caratteristica comune ai massacri e ai genocidi, in Ruanda, Cambogia, Iugoslavia e altrove, è che sono sempre preceduti da un periodo di denigrazione e di disumanizzazione del nemico da sterminare. Il razzismo a oltranza, da qualsiasi parte provenga, con il suo rifiuto o divieto di riprodursi tra “razze”, è dello stesso ordine. Sembrerebbe una costante del male nell’uomo. Bisogna quindi stare molto in guardia, quando qualcuno comincia a parlare di altri uomini – che siano bianchi, neri, immigrati, omosessuali o semplicemente stranieri o diversi – come di non-umani. E’ il primo passo per poterli in seguito trattare, con buona coscienza, da cose o da bestie. In realtà sono inumani coloro che predicano e praticano la disumanizzazione o la demonizzazione degli altri, non il contrario.

(Björn Larsson, Bisogno di libertàIperborea, Milano, 2007, pag.164-165.)

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Una cosa evidente, sull’immigrazione

Sulla questione “immigrazione”, in ogni caso, un’evidenza prima di ogni altra mi pare palesemente certa: in questi anni nessuno di alcun ambito politico, e ribadisco nessuno (inclusi tanti sedicenti “esperti”), ha mai voluto o tentato di comprendere realmente il fenomeno migratorio, che è un fenomeno geostorico, antropologico e sociologico prima che politico. E infatti soltanto sociologi e antropologi (ma nemmeno tutti, pure qui) nel tempo hanno tentato di mettere in luce la complessità del fenomeno e la necessità di una sua approfondita conoscenza al fine di determinare le migliori politiche per la sua gestione – qualsiasi essa sia, permissiva o repressiva. Dei politici, invece, mai nessuno.

Col risultato di un peggioramento della realtà del fenomeno stesso, e con la proporzionale crescente (e di questo passo irrisolvibile) difficoltà di controllo. Gli ambiti politici di destra hanno utilizzato e utilizzano un approccio di natura meramente xenofoba e razzista camuffato da “difesa dei confini” o altro di simile; quelli di sinistra continuano ad assoggettarsi a una visione globalista che, al di là del reciproco “volemose bene” del momento, dimentica del tutto la portata storica del fenomeno e le conseguenze socioeconomiche. Entrambi sono atteggiamenti rovinosi e perdenti, per motivi uguali e opposti nonché, ribadisco, perché non fanno altro che osservare la superficie del fenomeno e lì si fermano, senza alcun approfondimento. Respingono o ammettono ma non riflettono, non ponderano, agiscono nel “qui e ora” (modus operandi ormai tipico della politica odierna) senza considerare il passato e senza programmare il futuro. Non vogliono comprendere che i fenomeni migratori sono, nel bene e nel male, parte integrante della mobilità delle genti umane nello spazio e nel tempo, connotando l’esistenza stessa e il valore vitale dell’Homo Sapiens. Sono come un fiume il cui corso e il defluire vadano studiati e regimentati. E se si cerca di bloccarlo, un tale fiume, ovvero se lo si lascia totalmente libero di scorrere, finisce inesorabilmente per fare danni, in entrambi i casi e in relazione al tempo che viviamo e a come abbiamo costruito il mondo nel quale viviamo. Che è il “territorio” in cui scorre quel fiume (e ne scorrono tanti altri): se sbarriamo drasticamente le sue acque, la pressione prima o poi abbatterà lo sbarramento, e se invece lo lasciamo libero di esondare ovunque finirà per fare disastri anche dove non dovrebbe. Qual è la soluzione migliore, dunque? Ovviamente degli argini ben concepiti e studiati, che diano libertà di scorrimento all’acqua ma che evitino che la stessa possa causare danni, rendendola anzi un potenziale bene prezioso per chiunque.
Ecco.

Per giunta, non solo quelle due opposte “fazioni” agiscono in modi inadeguati alla gestione virtuosa del fenomeno migratorio ma, per il solito infantilismo che attanaglia la politica di oggi, non fanno altro che scontrarsi e battagliare l’uno contro l’altro. Un disastro nel disastro, insomma.
Eppure, fermarsi a riflettere qualche istante in più sulla questione è – sarebbe – la cosa più semplice e logica da fare; di contro, nella nostra epoca governata da una politica fatta di slogan e fake news anziché da fatti concreti e visioni del futuro, la logica è ormai stata bandita, troppo poco funzionale agli interessi di potere, troppo bisognosa di un’azione che all’elettore contemporaneo non viene più richiesta, anzi, viene drasticamente deprecata: il pensiero.

Poi, ribadisco, di cose utili e preziose da mettere in atto al riguardo – rispetto del diritto internazionale e adeguamento delle leggi nazionali, migration partnerships aggiornate, corridoi umanitari e canali regolari controllati, eventuali tetti d’ingresso, politiche di inclusione (e non di integrazione – prima o poi tornerò su questa fondamentale differenza) adeguate ed efficaci, eccetera – ce ne sono da fare, bell’e pronte e scientificamente verificate. Ma se l’interesse di chi se ne dovrebbe occupare, in un senso o nell’altro, è quello di promuovere e cavalcare l’aggravamento della questione per meri fini propagandistici ed elettorali, a scapito dell’intero paese e della sua società, allora la regola resta sempre quella: chi semina vento raccoglie tempesta. E basta.

(L’immagine in testa al post, puramente illustrativa – i dati risalgono al 2011 – è tratta da qui. Cliccateci sopra, per ingrandirla.)

Gli “odiatori” sui social

Per Vincenzo Visco Comandini, professore di economia delle istituzioni all’università Tor Vergata di Roma, i discorsi di odio sono favoriti dai social network e dalla loro struttura economica. Secondo l’economista, i social network profilano i soggetti che potrebbero essere più sensibili ai discorsi di odio e li sottopongono più frequentemente a questo tipo di stimolo. “Questi tipi psicologici sono profilati dagli algoritmi a scopi elettorali, il voto viene trattato come un qualsiasi prodotto di mercato. Studi recenti dimostrano che le fake news e i discorsi di odio in rete hanno un’influenza sulle campagne elettorali”, spiega Visco Comandini.
Secondo il professore di economia, sui social network sono individuati dei tipi psicologici che sono possibili “odiatori”, ovvero elettori potenziali di chi fa determinati discorsi di odio. “Ci sono meccanismi psicologici molto noti che vengono stimolati ad arte dagli algoritmi dei social. Per esempio un meccanismo è il “bias di conferma”: ti vengono mandati messaggi che ti confermano qualcosa che tu pensi già di sapere: in questo modo diventi impermeabile ad altre opinioni”, spiega.
“Inoltre è stimolata la schadenfreude cioè un sentimento di godimento nel dolore degli altri. Questo meccanismo si attiva stimolando la delusione, la frustrazione, l’invidia, il complesso di inferiorità in soggetti particolarmente vulnerabili a questi sentimenti. Per questo tipo di individui esprimere odio è una forma di piacere. Infine ci sono altri due meccanismi: sono individuate delle persone che mancano di capacità autocritica, di metacognizione, cioè non si rendono conto che sono ignoranti o che quello che pensano non è vero; e poi c’è ‘l’effetto parità’. In rete tutti pensano di avere diritto di parlare ed esprimersi, anche su temi che non conoscono, questo ha favorito la diffusione di teorie del complotto”. Per Visco Comandini, queste tecniche di propaganda erano conosciute e usate ben prima della nascita dei social network, ma con la spinta tecnologica hanno avuto una maggiore diffusione. “Dal punto di vista linguistico si costruisce una polarizzazione fondata sul ‘noi’ e ‘voi’, la costruzione di questa contrapposizione è alla base dei discorsi di odio”.

(Tratto da Gli insulti contro Carola Rackete e i discorsi di odio in Italia, di Annalisa Camilli, pubblicato su “Internazionale” l’11 luglio 2019. Ringrazio di cuore l’amico – grande scrittore – Davide Sapienza che me l’ha segnalato.)

La difesa (e la sconfitta) della “identità”

Forse con fin troppa ingenuità, lo ammetto, continuo a trovare incredibilmente sconcertante tutta questa massa di persone che manifestano atteggiamenti di xenofobia e odio etnico, che di frequente sfocia in razzismo, giustificandoli con «la difesa dell’identità» – ovvero di ciò che definiscono così o che pensano di credere tale anche se, a chieder loro lumi al riguardo, significativamente non sanno rispondere niente di sensato e determinato. Trovo la cosa sconcertante perché proprio questi loro atteggiamenti sono la prova lampante e fondamentale che, qualsiasi cosa possa definirsi “identità” in base al loro punto di vista, è già decadente, soccombente e destinata a fine sicura. Se invece fosse un elemento forte, questa “identità”, non solo non abbisognerebbe di quegli atteggiamenti per essere “difesa” ma, in modo del tutto naturale, si imporrebbe (culturalmente) su qualsiasi altra che, in ogni caso e con tutta evidenza, possiede minore forza e influenza – fosse solo per una mera motivazione numerica, ma in verità per molte altre cose più importanti.

D’altro canto il nocciolo della questione è proprio nella mancanza di cultura, riguardo quella “identità” xenofobica: cultura ovvero storia, conoscenza, memoria, coscienza antropologica, consapevolezza civica, cognizione sociale e sociologica. Senza questi elementi fondamentali per qualsiasi virtuosa identità culturale, l’altra “identità”, quella virtuale, non è che una scatola vuota e dalle pareti assai fragili, che se da un lato suscita (per una reazione psicologica istintuale e primitiva) atteggiamenti violenti e incivili, dall’altro – faccia opposta della stessa medaglia – fa di essi un esercizio autodistruttivo. Per un’autodistruzione che d’altro canto è inevitabile, senza la presa di coscienza riguardo la suddetta vuotezza culturale, ma che quegli atteggiamenti finiscono per accelerare.

P.S.: se non lo si fosse capito, le riflessioni personali in questo mio post sono del tutto sociologiche e giammai politiche.

Perché mai l’antifascismo non può essere anche di destra?

Manifestazione antifascista/antinazista a Londra, nel 1935.

Fin dalle sue origini siamo abituati a considerare l’antifascismo un atteggiamento ideologico e politico appartenente in maniera pressoché esclusiva alla sinistra, nelle sue varie componenti e correnti: la cosa è storicamente naturale ovvero in qualche modo “genetica” alla natura di questa componente politica, e dunque ci sta.

Di contro, non capisco affatto perché non ci sia, e non possa esserci, un antifascismo più o meno militante, ma comunque politicamente strutturato, nella destra. La risposta che sovente sento o leggo al riguardo, «perché il fascismo è di destra», a mio modo di vedere ha ben scarso valore reale: perché è vero che le varie forme di totalitarismo fascista che si sono manifestate nella storia sono derivate (e derivano, nelle forme neo- attuali) da estremizzazioni ideologico-politiche di destra (quantunque alle sue origini, in Italia, non mancavano impulsi provenienti pure da certa sinistra rivoluzionaria non marxista), ma è altrettanto e inesorabilmente vero che le estremizzazioni fasciste, di pensiero e d’azione, della destra hanno sempre cagionato immani disastri politici (e non solo) a tale schieramento. Ciò a prescindere dai vari altri elementi politici, culturali, sociali, antropologici eccetera, specifici della realtà italiana o meno, che possono essere considerati al riguardo, assolutamente importanti ma, per il principio qui dissertato, aggiuntivi.

Per questo io veramente non capisco perché la destra, come e più della sinistra, non generi un antifascismo altrettanto naturale di quello dell’altra parte ma, per certi versi, ancor più necessario, proprio per non finire continuamente vittima della natura autolesionista e distruttiva dell’estremismo fascista. Anche perché, in mancanza di questo atteggiamento, viene facile pensare che il fascismo sia sempre e comunque un prodotto inevitabile della politica di destra anche più che il comunismo “sovietico” per la sinistra, la quale se ne è in vario modo svincolata – nel bene e nel male, sia chiaro.

Credo invece sia un atteggiamento indispensabile per la stessa salvaguardia di un autentico e virtuoso pensiero politico di destra il quale, se vuole rivolgersi verso il futuro in maniera costruttiva (per se stesso in primis) deve e dovrà assolutamente fare i conti con il proprio ingombrante e tragico passato, una volta per tutte, e altrettanto eliminare definitivamente dalla propria cultura qualsiasi metastasi fascista, che non può e non deve avere nulla a che fare con nessuna posizione liberale, conservatrice, populista, boghese, sovranista o che altro. Posizione che potrebbe pur essere dura e radicale ma che in ogni caso, se vuole assicurarsi un certo valore politico e culturale, deve essa per prima combattere qualsivoglia deriva fascista e fascistoide. Altrimenti la sorte che si riserva è e sarà sempre quella: tragica, distruttiva, devastatrice rispetto a quegli stessi valori di cui pretende di essere rappresentante e baluardo.
Ciò che in buona sostanza sta già (ri)accadendo ora, in Italia.

Per comprendere meglio la questione, mi permetto di consigliarvi nuovamente un libro recente e assolutamente illuminante, scritto da uno storico (e intellettuale, uno dei pochi che io riesca a definire tale) che trovo imprescindibile per chiunque voglia analizzare e cercare di comprendere la realtà contemporanea, le sue origini storiche – soprattutto moderne – nonché il futuro che probabilmente ci aspetta: Claudio VercelliNeofascismi, uscito per le Edizioni del Capricorno (cliccate sull’immagine del libro per saperne di più). Da leggere, senza alcun dubbio e soprattutto se si è di destra, già.