Una cosa evidente, sull’immigrazione

Sulla questione “immigrazione”, in ogni caso, un’evidenza prima di ogni altra mi pare palesemente certa: in questi anni nessuno di alcun ambito politico, e ribadisco nessuno (inclusi tanti sedicenti “esperti”), ha mai voluto o tentato di comprendere realmente il fenomeno migratorio, che è un fenomeno geostorico, antropologico e sociologico prima che politico. E infatti soltanto sociologi e antropologi (ma nemmeno tutti, pure qui) nel tempo hanno tentato di mettere in luce la complessità del fenomeno e la necessità di una sua approfondita conoscenza al fine di determinare le migliori politiche per la sua gestione – qualsiasi essa sia, permissiva o repressiva. Dei politici, invece, mai nessuno.

Col risultato di un peggioramento della realtà del fenomeno stesso, e con la proporzionale crescente (e di questo passo irrisolvibile) difficoltà di controllo. Gli ambiti politici di destra hanno utilizzato e utilizzano un approccio di natura meramente xenofoba e razzista camuffato da “difesa dei confini” o altro di simile; quelli di sinistra continuano ad assoggettarsi a una visione globalista che, al di là del reciproco “volemose bene” del momento, dimentica del tutto la portata storica del fenomeno e le conseguenze socioeconomiche. Entrambi sono atteggiamenti rovinosi e perdenti, per motivi uguali e opposti nonché, ribadisco, perché non fanno altro che osservare la superficie del fenomeno e lì si fermano, senza alcun approfondimento. Respingono o ammettono ma non riflettono, non ponderano, agiscono nel “qui e ora” (modus operandi ormai tipico della politica odierna) senza considerare il passato e senza programmare il futuro. Non vogliono comprendere che i fenomeni migratori sono, nel bene e nel male, parte integrante della mobilità delle genti umane nello spazio e nel tempo, connotando l’esistenza stessa e il valore vitale dell’Homo Sapiens. Sono come un fiume il cui corso e il defluire vadano studiati e regimentati. E se si cerca di bloccarlo, un tale fiume, ovvero se lo si lascia totalmente libero di scorrere, finisce inesorabilmente per fare danni, in entrambi i casi e in relazione al tempo che viviamo e a come abbiamo costruito il mondo nel quale viviamo. Che è il “territorio” in cui scorre quel fiume (e ne scorrono tanti altri): se sbarriamo drasticamente le sue acque, la pressione prima o poi abbatterà lo sbarramento, e se invece lo lasciamo libero di esondare ovunque finirà per fare disastri anche dove non dovrebbe. Qual è la soluzione migliore, dunque? Ovviamente degli argini ben concepiti e studiati, che diano libertà di scorrimento all’acqua ma che evitino che la stessa possa causare danni, rendendola anzi un potenziale bene prezioso per chiunque.
Ecco.

Per giunta, non solo quelle due opposte “fazioni” agiscono in modi inadeguati alla gestione virtuosa del fenomeno migratorio ma, per il solito infantilismo che attanaglia la politica di oggi, non fanno altro che scontrarsi e battagliare l’uno contro l’altro. Un disastro nel disastro, insomma.
Eppure, fermarsi a riflettere qualche istante in più sulla questione è – sarebbe – la cosa più semplice e logica da fare; di contro, nella nostra epoca governata da una politica fatta di slogan e fake news anziché da fatti concreti e visioni del futuro, la logica è ormai stata bandita, troppo poco funzionale agli interessi di potere, troppo bisognosa di un’azione che all’elettore contemporaneo non viene più richiesta, anzi, viene drasticamente deprecata: il pensiero.

Poi, ribadisco, di cose utili e preziose da mettere in atto al riguardo – rispetto del diritto internazionale e adeguamento delle leggi nazionali, migration partnerships aggiornate, corridoi umanitari e canali regolari controllati, eventuali tetti d’ingresso, politiche di inclusione (e non di integrazione – prima o poi tornerò su questa fondamentale differenza) adeguate ed efficaci, eccetera – ce ne sono da fare, bell’e pronte e scientificamente verificate. Ma se l’interesse di chi se ne dovrebbe occupare, in un senso o nell’altro, è quello di promuovere e cavalcare l’aggravamento della questione per meri fini propagandistici ed elettorali, a scapito dell’intero paese e della sua società, allora la regola resta sempre quella: chi semina vento raccoglie tempesta. E basta.

(L’immagine in testa al post, puramente illustrativa – i dati risalgono al 2011 – è tratta da qui. Cliccateci sopra, per ingrandirla.)

Davide Enia, “Appunti per un naufragio”

Nullus locus sine genio, “nessun luogo è senza Genio” ha scritto Servio nei suoi celeberrimi Commenti alle opere di Virgilio. Ci sono luoghi nei quali il Genius si mostra intenso da subito, in forza di un territorio dotato di grandi peculiarità ambientali da cui scaturisce una concezione del paesaggio oltre modo vivida; altrove invece il Genius diventa compendio discreto di elementi più piccoli, meno appariscenti, oppure abbisogna di un dialogo maggiormente fitto e costante con le genti che ne abitano il territorio e vi si relazionano. Una condizione, questa seconda, che rimanda direttamente alla definizione contemporanea di “Genius Loci” formulata dall’architetto norvegese Christian Norberg-Schulz e divenuta basilare nella teoria architettonica odierna: «In genere, si può dire che i significati radunati dal luogo costituiscono il suo Genius Loci.»
Ecco, a prescindere dai territori, dalle loro morfologie naturali, dai paesaggi più o meno suggestivi e da ogni altro elemento fisico, anche umano ma storicizzato, oggi vi sono senza dubbio luoghi che attirano a sé, quando non elaborano autonomamente, significati molteplici e intensi, tanto più se derivanti da vicissitudini geostoriche recenti la cui manifestazione va oltre il luogo stesso e i suoi “confini”. Lampedusa è certamente uno di questi luoghi, in forza dell’essere diventato il centro geografico, sociologico, antropologico, politico e quant’altre cose affini dell’intero bacino Mediterraneo, o quanto meno della sua parte più compressa tra le terre europee e africane, e dell’esserlo diventato in modo drammatico, a volte anche spaventosamente tragico. Un’isola minuscola eppure gigantesca, nella storia che le viene scritta addosso, uno scoglio sul quale naufragano innumerevoli battelli di disperati e con essi speranze, sogni, chimere ma pure, di contro, che consente rinascite, resurrezioni da vite precedenti troppo brutte per poter essere ancora vissute, che rappresenta una “meta” fondamentale senza esserlo quasi mai, anzi sovvertendo il senso stesso del termine, del concetto di “viaggio” e del “confine” che rappresenta. Un confine che laggiù è naufragato esso stesso, insieme a e anche più dei barconi che troppe volte s’inabissano nelle acque prossime all’isola. E insieme alla dignità di un mondo tanto agiato quanto meschino, ahinoi.
Ciò che invece non potrà mai naufragare è quella “storia inscritta sul luogo” di cui l’isola è ormai protagonista suo malgrado da venticinque anni, e dunque non può e non deve mai naufragare la narrazione che scaturisce continua, imponente, irrefrenabile dalla sua dimensione vitale quotidiana: lo ha compreso bene Davide Enia, forte della propria grande e poliedrica sensibilità autorale, che decide – da fiero siciliano, dunque “figlio” della stessa acqua che bagna la sua isola natale e, poco più a Sud, Lampedusa – di dare una voce, scritta e non solo, ovvero uno strumento letterario a quella narrazione, peraltro così “umana” da non poter non penetrare rapidamente nei corpi, nelle menti e nell’animo di chiunque la intercetti, nelle vite, nella quotidianità, nella propria esistenza ordinaria anche quando apparentemente lontana da ciò che accade sull’isola. Tutto questo è Appunti per un naufragio (Sellerio Editore, 2017), un romanzo che non è un “vero romanzo” per come non abbia una trama convenzionale (nel senso che a ben vedere non ce l’ha proprio), una sorta di diario che tuttavia non mette in fila giorni e settimane ma visioni, emozioni e suggestioni, un quaderno di appunti solo apparentemente disordinati dacché in realtà profondamente logici per come sappia indicare, illuminare, palesare i tanti significati che, oggi, danno corpo al Genius Loci di Lampedusa, certamente tra i più tormentati eppure frementi di questa parte di mondo []

(Leggete la recensione completa di Appunti per un naufragio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

I continui “incidenti stradali” di Lampedusa

Quello che sta accadendo a Lampedusa, e che accade ormai da venticinque anni, è come un incidente stradale che continua a ripetersi. Ci sono i superstiti, i morti e i feriti e io che abito nel condominio che dà sulla strada dell’incidente mi trovo i giornalisti che mi bussano alla porta e mi fanno le domande. Ma sono le persone che hanno subito l’incidente che andrebbero intervistate, sono loro i soggetti da ascoltare, io abito in questa casa solo per caso, loro hanno compiuto vere e proprie avventure per giungere fino a qui. Noi possiamo offrire i primi soccorsi, dei biscotti, dell’acqua, del thè caldo e farci in quattro per capire come aiutarli a proseguire il viaggio. E invece loro, i veri soggetti di questa storia, quelli che andrebbero ascoltati per comprendere i tanti perché di questo esodo di massa, ecco, vengono rinchiusi nei Centri e zittiti nei loro diritti e nelle loro ragioni.

(Davide Enia, Appunti per un naufragio, Sellerio Editore, 2017 pag.145.)

Proteggersi e aiutare, istinti opposti ma uguali

Esistono due istinti, solo che uno precede l’altro: il proteggersi e l’aiutare il prossimo, perché anche quello di aiutare è un istinto. La paura del diverso, di quello che non conosci, qualunque cosa essa sia, umano, animale, naturale, è normale. E se la superi la prima volta, probabilmente non ti si ripresenterà più. O, almeno, ogni volta che ti ripresenterà, avrai tempi di reazione sempre minori per superarla.

(Davide Enia, Appunti per un naufragio, Sellerio Editore, 2017 pag.37.)

Cosa possono essere, gli xenofobi e i razzisti

Si può essere di destra o di sinistra o di qualsiasi altra parte, si può essere nazionalisti, sovranisti, conservatori, populisti, liberali, democratici, socialisti, comunisti… sciovinisti o internazionalisti, credenti, agnostici oppure atei, socievoli o misantropi, ottimisti o pessimisti, alti bassi belli brutti… si può essere ogni cosa, insomma, basta esserlo con buon senso. Proprio per questo anche gli xenofobi e i razzisti di qualsiasi parte possono essere qualcosa: sì, carcerati.
Sic et simpliciter, già.

Con una pena esemplare, intendo, senza esagerare, tipo un 15/20 anni di lavori socialmente utili, ecco. Potrebbero bastare.