La più equa tolleranza

Il miglior modo di coltivare la tolleranza è quello di non tollerare gli intolleranti.

Non è affatto una contraddizione o un’incoerenza, tutt’altro, e per un logicissimo motivo: tollerare ciò che ha come obiettivo sostanziale l’eliminazione della tolleranza è, esso per primo, un paradossale esercizio di assoluta intolleranza, per giunta autoimposta. La cosa più illogica possibile, insomma, oltre che vile.

Dunque, qualsiasi sviluppo di una proficua condizione di tolleranza, individuale o collettiva, deve prima di tutto prevedere l’eliminazione di qualsiasi forma di intolleranza, e agire in tal senso con logica e ineludibile determinazione. Una realtà di segno opposto sarebbe del tutto intollerabile, appunto!

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Se l’analfabetismo funzionale ci frana addosso

È esattamente così, come si vede qui sotto, che stanno andando le cose.
Ci si prova a mettere ordine, a razionalizzare il tutto, a dargli una logica che lo renda comprensibile, in primis, e poi accessibile a tutti, al contempo sgombrando il campo dal caos, dal cumulo di disordine culturale che occlude sguardi, visioni, orizzonti, ripristinando una consona e preziosa urbanità

Ma a volte – troppo di frequente, ormai – dissonanza cognitiva e analfabetismo funzionale franano rovinosamente addosso a tutto quanto devastando il lavoro fatto e costringendo alla fuga dal quel caos che si voleva sgombrare, viceversa finendo per portare ovunque disordine culturale quando non il rischio – ancora più grave e devastante – che venga seppellita ogni cosa sotto uno strato di arida polvere la quale non permetta più ad alcun seme di cultura e di civiltà di attecchire, crescere e fiorire.
Si persevera, allora, ricominciando daccapo ovvero – se va bene – continuando nel lavoro intrapreso con ancora maggior impegno e cura. Perché chi frana in quel modo finisce prima o poi per seppellire sé stesso: dunque, bisogna cercare di restare lontani dalla smottamento, oppure fare in modo di arginarlo con opere di contenimento assai solide e robuste al fine di non esserne coinvolti.
D’altro canto, restare a rischio di seppellimento come nulla fosse e senza fare niente per prevenirlo, sottovalutandone ovvero ignorandone il pericolo, è cosa assolutamente stolta e potenzialmente letale: o lo si minimizza e azzera, un tale rischio, o vi si fugge via, appunto.

Perché c’è da aver “paura” di tutte queste fobie

È veramente sconcertante constatare come vi sia un’ampia parte di opinione pubblica – troppo ampia, sempre e comunque – che si ponga in balìa delle varie e assortire fobie sparse da certi media (e poco conta, nel principio, che tali fobie siano quasi sempre ingiustificate e false ovvero costruite ad hoc per meri fini di propaganda politico-elettorale prendendo a bersaglio soggetti, elementi, questioni adatte allo scopo). È sconcertante che chi se ne faccia voce e strumento non capisca come, piuttosto di contrastare la minaccia a cui fanno riferimento, sia per essa il miglior alleato in senso assoluto.
Eppure è (sarebbe) semplicissimo capire come vanno le cose.

Chi ha paura percepisce pericolo ovvero possibilità di sopraffazione, ergo difficilmente affronta la fonte della sua paura: più facilmente fugge via. In tal modo fa il gioco stesso di quella fonte, dal momento che lascia ad essa campo libero. Non solo: se per giunta quella fonte è presunta e non certa in quanto la stessa paura è artificiosamente indotta, alla paura si aggiunge lo smarrimento, il disorientamento, l’incapacità di capire, dunque si elimina pressoché definitivamente la possibilità di reagire e di vincere quella paura.

Se invece ci si sente più forti della (presunta o meno) fonte di paure e pericoli, viene spontaneo e naturale affrontarla se non persino ignorarla, dacché la si ritiene inabile a costituire una qualche autentica minaccia. In poche parole, non si genera alcuna paura, nessun timore, non ci si sente per nulla in pericolo: ciò anche perché il fatto di esserne più forti sarà ben sostenuto dalla certezza di possedere i più adeguati strumenti culturali per comprenderla e gestirla. Non solo: se effettivamente quella fonte di pericolo, ancorché non così paurosa, è concreta, i citati strumenti culturali sapranno indicare anche i modi migliori per controllarla, arginarla e, nel caso, annullarla.

Ecco perché le varie fobie indotte dai media verso certe realtà ritenute “ostili” in modo artificioso e sostanzialmente ingiustificato, con tutti i conseguenti atteggiamenti sociali individuali e collettivi, rappresentano (paradossalmente, ma solo all’apparenza) le migliori alleate verso quelle minacce: non soltanto, quand’esse siano effettive, agevolano loro il terreno d’azione, ma pure ne impediscono concretamente il controllo e l’annullamento, agendo esclusivamente sull’induzione del panico il quale, inutile dirlo, nulla risolve ma tutto rende caotico e incontrollato. La condizione migliore, insomma, affinché un’eventuale minaccia possa acuire illimitatamente la propria gravità.

In buona sostanza: chi per bieca e ottusa strategia spande fobie, si palesa come un autentico nemico della società civile – la stessa della quale facilmente se ne dirà invece “difensore”. Di più: si manifesta pure come una grave minaccia per la cultura alla base della società – la quale, per dirsi autenticamente “civile” non può certo esimersi dal coltivare e diffondere buona e costruttiva cultura, piuttosto di sabotarla!
Nuovamente: è una questione soprattutto culturale, appunto. O di privazione di cultura, ovvero di imbarbarimento civico: l’anticamera della fine di una società, se non si torna indietro e non si eliminano, in modo netto e definitivo, queste bieche minacce “spandifobie”. Di esse sì, semmai, ci sarebbe da avere paura.

“Emergenza” emergenze

Emergenza.

Non c’è dubbio che, da qualche tempo, questa sia una delle parole più amate dai media e da chi li ispira. L’“emergenza stupri”, è una delle più recenti (chissà che non venga rapidamente “oscurata” da una ancor più nuova “emergenza malaria”!), poi c’è l’intramontabile “emergenza sbarchi” ovvero “emergenza immigrazione”, inoltre l’“emergenza siccità” e l’“emergenza incendi” che si danno il cambio con l’“emergenza alluvioni” e l’“emergenza frane”, alla quale va aggiunta la stagionale “emergenza neve” e così via – inutile continuare, sapete bene che l’elenco potrebbe essere assai lungo e comprendere autentiche “chicche” quali, ad esempio, l’“emergenza molossi/pitbull” non qualche mese fa…

Tutto questo uso emergenziale del termine risulta piuttosto paradossale, se si considera la sua accezione originaria e primaria, sostanzialmente positiva: ne parlai giusto di questi tempi un anno fa, qui. Oggi invece, nel mondo della non informazione contemporanea dominato dal più impudico e sfrenato clickbait posto al servizio della propaganda pseudo-politica, quando si vuole attrarre attenzione e al contempo suscitare determinate sensazioni di natura allarmistica, fobica e ossessiva, et voilà: un bel titolone con dentro “emergenza” e il gioco è fatto.
Peccato che in tal modo, distorcendo l’uso del termine e, in fondo, pure il suo significato, col tempo esso finisca per agevolare pure la stortura del tema, argomento, evento o questione a cui fa riferimento. Se infatti l’accezione oggi più comune di “emergenza” è quella parecchio influenzata dall’equivalente inglese di emergency, indicante una circostanza imprevista ovvero una situazione critica di natura improvvisa e temporanea dunque qualcosa che richiede una soluzione altrettanto immediata e rapida al fine di risolverne la criticità, le presunte “emergenze” urlate spesso sguaiatamente da certi media hanno il solo senso e scopo di fare allarmismo sensazionalista, come detto, e giammai di porre l’attenzione sulla necessità di trovare una buona soluzione a un certo problema concreto. Anzi, accade il contrario, appunto: non essendoci alcuna volontà di risoluzione della sbandierata “emergenza” nonché, a ben vedere, spesso non essendoci nemmeno una reale emergenza ma soltanto un esercizio di “sensazionalizzazione mediatica” d’una questione pur critica ma di gestione altrimenti “ordinaria” o poco più (significativa in tal senso è la recente “emergenza stupri” annunciata da certi media a fronte invece della diminuzione dei relativi reati, vedi qui), l'”emergenza” da situazione temporanea diventa cronica, viene in qualche modo “normalizzata” in quanto tale e per questo accettata come tale da quella parte di opinione pubblica che crede a ciò che gli viene propinato dai media suddetti. D’altro canto è evidente: se si continua a gridare “Al lupo! Al lupo!” senza fare nulla di concreto per difendersi da tale minaccia, ben presto quelle urla d’allarme non verranno nemmeno più udite, essendo diventate “normali”.

Attenzione: ciò non significa affatto che il problema dichiarato “emergenza” non sia reale e non sia da affrontare. Tuttavia, è proprio la distorsione della sua realtà, a partire dalla stessa definizione resa pubblica (l’“emergenza” che non è emergenza, insomma), che finisce per confondere le acque e ostacola, quando non vanifica del tutto, la necessaria risoluzione – presupponendo, ribadisco, che una volontà effettiva di risoluzione vi sia e che lo scopo di tutto non sia invece e soltanto il mero clickbait sensazionalista e fobico, come pare evidente e come il più delle volte io credo.
Non solo, accade qualcosa di anche più grave. Tornando alla suddetta “emergenza stupri”, si finisce per non vedere nemmeno più il vero nocciolo del problema, il reato effettivo e realmente terribile: l’atto di violenza sulle vittime. Lo evidenzia proprio la presidente di Telefono Rosa, Maria Gabriella Carnieri Moscatelli (vedi ancora qui), affermando che «Il problema è che sta passando un messaggio tremendo di impunità, perché gli stupri in Italia sono all’ordine del giorno.» Inevitabile, appunto: si urla, si sbraita tanto ma non si fa nulla o quasi di concreto per risolvere l’“emergenza”: che rapidamente tale non è più ma un tema a cui buona parte dell’opinione pubblica non presta nemmeno attenzione. Così, la complicità e il danno di chi proclama “emergenze” ai quattro vento solo per fare allarmismo, sensazionalismo mediatico e bieco clickbait sono completi.

La “Topographie des Terrors” di Berlino e i conti con la storia della Germania (e non dell’Italia)

Se un giorno visiterete Berlino, o se ci siete già stati e vi manca quanto sto per dirvi, non potete esimervi dal visitare la Topographie des Terrors, il centro di documentazione sul terrore messo in atto e sui crimini perpetrati dalla dittatura nazista sorto proprio ove, dal 1933 al 1945, avevano sede i maggiori poteri politici e militari del nazismo, peraltro proprio di fronte a uno dei rari tratti del muro che divideva Berlino tra Ovest e Est rimasti in piedi (a sua volta altro storico esempio di follia criminale).
La visita della Topographie des Terrors (gratuita, chiaramente), con la sua esposizione interna oltre che esterna a ridosso delle rovine di quelle che erano le celle in cui la Gestapo rinchiudeva e torturava i prigionieri politici, è bellissima tanto quanto inquietante, sappiatelo, ma assolutamente necessaria, ancor più in questo nostro presente che per un drammatico paradosso pare aver già scordato la gran parte di quel periodo terrificante, preparandosi a commettere gli stessi spaventosi errori.

Ma un’altra cosa fondamentale va detta, riguardo la Topographie des Terrors: il centro dimostra come la Germania abbia saputo fare i conti con il proprio passato più oscuro (un passato di 70 anni fa, poi, mica di secoli addietro) e di averlo fatto con grande e schietto approfondimento, mettendosi di fronte allo specchio della storia, guardandosi dritto negli occhi per penetrare con lo sguardo fin nel più profondo del cuore e dell’animo e assolutamente togliendo di torno qualsiasi possibile scusante.
Un’azione culturale, politica, antropologia e sociologica fondamentale che, appunto, la Germania ha attuato e portato a compimento mentre l’Italia, con la sua coeva e altrettanto oscura storia, non ha mai veramente saputo compiere. Mai. Abbiamo preferito tralasciare, noi italiani, contando ingenuamente (ovvero stupidamente) che, come sovente accade, il tempo medicasse ogni ferita, ogni lacerazione anche ove incancrenita e non intuendo invece che “lesioni” del genere non guariscono affatto, nel giro di solo qualche decennio.

Posto ciò, non c’è affatto da sorprendersi nel leggere i dati che sanciscono l’Italia come uno dei paesi più xenofobi d’Europa, con percentuali quasi triple rispetto proprio alla Germania (cliccate sui link per accedere alle fonti dei dati suddetti). Posto ciò, non c’è ugualmente da stupirsi se la gran parte del dibattito politico, ideologico e a volte pure culturale presente nell’opinione pubblica italiana è quasi sempre basato sullo scontro e sulla più prepotente discriminazione vicendevole delle idee e quasi mai sul dialogo, sul confronto, sulla civiltà che un paese avanzato dovrebbe dimostrare di default. Di conseguenza, non è per un mero caso se la Germania, oggi e nonostante il suo terribile passato, possieda una società realmente civile, ovvero un senso di comunità nazionale, pur con tutti i distinguo del caso, che l’Italia mai ha avuto e tanto meno nel presente. Per di più con una sorte futura pressoché segnata dacché, posta tale italica situazione, ben difficilmente essa potrà migliorare. La memoria, una volta cancellata, non la si recupera più.

P.S.: cliccate sulle immagini per visitare il sito della Topographie des Terrors (in tedesco e inglese).