Dire cose affidabilisssssime

[Foto di Immanuel Giel – Own work, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10773174%5D
Ormai, certe asserzioni proferite da alcune persone (il cui numero noto in aumento, purtroppo), frasi del tipo «Te lo prometto!», «Fidati!», «Contaci pure!» e affini, hanno lo stesso valore e la stessa affidabilità di cose del genere «Ho avvistato il mostro di Loch Ness!», «Un astronave aliena è atterrata nel parcheggio dell’Ikea!» oppure «I politici italiani sono veramente onesti e capaci.»

Ci rido sopra, sì, ma in realtà non c’è affatto da ridere. Anzi.

 

Il gioco del presepe

Lo capisco bene l’appello del “Papa” ai fedeli cattolici per «fare sempre un piccolo presepe a casa».
D’altro canto la chiesa ha ormai trasformato la fede e la spiritualità cattoliche in un gioco con delle belle statuine di plastica, facili da maneggiare e da vendere, senza nemmeno bisogno di studiarci sopra troppo a come funziona, tale gioco. Anzi, per nulla.

E’ sommamente straziante nelle feste natalizie questo ridurre il tutto a dimensione di favola infantile, professata tuttavia come vera.

(Giorgio ManganelliIl presepio, Adelphi Edizioni, 1992. Sempre lui, sì. Imprescindibile, in questi giorni tanto biecamente festosi.)

Capire pochissimo

Alla fine, una delle più gravi e sconcertanti cause di ciò che ci accade intorno è ben raffigurata nella grafica qui sopra. Quasi un italiano su due – no, dico! Quasi il 50% ovvero quasi la maggioranza assoluta! – capisce pochissimo di ciò che legge, sul web, sui social, sui giornali, ovunque.

Per comprendere cosa significhi, nel dettaglio, il manifestare un livello di comprensione da 1b a 2, date un occhio a questo documento che illustra i vari gradi della cosiddetta scala di literacy – o, nella definizione più ampia, information literacy, definita (su Wikipedia) come «la capacità di identificare, individuare, valutare, organizzare, utilizzare e comunicare le informazioni.» In soldoni, vuol dire che quasi un italiano su due che legge ad esempio un articolo su un media d’informazione che spiega un certo fatto, capisce solo le parti più ovvie e facili che però poi fatica a mettere in relazione l’una con l’altra e ancor più a trarne informazioni utili e considerazioni ovvero opinioni proprie (inevitabilmente, d’altro canto, non recependo i dati con i quali formularsele); tutto il resto dell’articolo lo perde, come se fosse scritto in una lingua pressoché sconosciuta.

Posto ciò, e soprattutto posta la diffusione drammatica di questa così grave mancanza intellettiva e culturale (denunciata dagli esperti già da tanto tempo ma andata viepiù peggiorando, negli anni), viene purtroppo assai facile spiegarsi il perché di numerosi situazioni sconcertanti che la contemporaneità presenta, e come mai siano di così ostica risoluzione. Non ci si scappa, insomma, se non attraverso una monumentale opera di rieducazione culturale che, forse, è già oltre le possibilità di attuazione. Ma, ovviamente, ciò non significa che non sia comunque da avviare, se non si vuole restare ostaggi su una nave che sta per affondare urlando l’allarme per il pericolo in corso ma avendo intorno gli altri passeggeri che ti dicono di guardare quant’è bello il tramonto, però!

Gli “odiatori” sui social

Per Vincenzo Visco Comandini, professore di economia delle istituzioni all’università Tor Vergata di Roma, i discorsi di odio sono favoriti dai social network e dalla loro struttura economica. Secondo l’economista, i social network profilano i soggetti che potrebbero essere più sensibili ai discorsi di odio e li sottopongono più frequentemente a questo tipo di stimolo. “Questi tipi psicologici sono profilati dagli algoritmi a scopi elettorali, il voto viene trattato come un qualsiasi prodotto di mercato. Studi recenti dimostrano che le fake news e i discorsi di odio in rete hanno un’influenza sulle campagne elettorali”, spiega Visco Comandini.
Secondo il professore di economia, sui social network sono individuati dei tipi psicologici che sono possibili “odiatori”, ovvero elettori potenziali di chi fa determinati discorsi di odio. “Ci sono meccanismi psicologici molto noti che vengono stimolati ad arte dagli algoritmi dei social. Per esempio un meccanismo è il “bias di conferma”: ti vengono mandati messaggi che ti confermano qualcosa che tu pensi già di sapere: in questo modo diventi impermeabile ad altre opinioni”, spiega.
“Inoltre è stimolata la schadenfreude cioè un sentimento di godimento nel dolore degli altri. Questo meccanismo si attiva stimolando la delusione, la frustrazione, l’invidia, il complesso di inferiorità in soggetti particolarmente vulnerabili a questi sentimenti. Per questo tipo di individui esprimere odio è una forma di piacere. Infine ci sono altri due meccanismi: sono individuate delle persone che mancano di capacità autocritica, di metacognizione, cioè non si rendono conto che sono ignoranti o che quello che pensano non è vero; e poi c’è ‘l’effetto parità’. In rete tutti pensano di avere diritto di parlare ed esprimersi, anche su temi che non conoscono, questo ha favorito la diffusione di teorie del complotto”. Per Visco Comandini, queste tecniche di propaganda erano conosciute e usate ben prima della nascita dei social network, ma con la spinta tecnologica hanno avuto una maggiore diffusione. “Dal punto di vista linguistico si costruisce una polarizzazione fondata sul ‘noi’ e ‘voi’, la costruzione di questa contrapposizione è alla base dei discorsi di odio”.

(Tratto da Gli insulti contro Carola Rackete e i discorsi di odio in Italia, di Annalisa Camilli, pubblicato su “Internazionale” l’11 luglio 2019. Ringrazio di cuore l’amico – grande scrittore – Davide Sapienza che me l’ha segnalato.)

Promettere di aumentare le tasse

Comunque, non per parlare di politica, che è roba (per come viene intesa e professata oggi) che generalmente non mi interessa proprio, salvo rarissimi casi, ma stavo pensando che, posti gli innumerevoli politici italiani di qualsiasi schieramento i quali da decenni a questa parte hanno tra i propri slogan preferiti e continuamente reiterati ai quattro venti «Abbassiamo le tasse!», peraltro con intensità crescente, e posto che il grafico sopra pubblicato dimostra che da quasi mezzo secolo le tasse invece non fanno che aumentare, in Italia (cliccateci sopra per avere molte più esaurienti informazioni al riguardo), oso dirvi che, se un indomani dovesse saltar fuori un politico che il quale prometta pubblicamente e solennemente che aumenterà le tasse, quasi quasi io lo voto.

In fondo non sarebbe che una semplice questione di logica inversa, già.