La “non bresaola” (e lo sci)

Premessa necessaria (forse no, ma temo di sì): la bresaola valtellinese è buonissima, prelibata, apprezzo chi la produce e la sa fare così gustosa e le auguro lunghissima vita mantenendo sempre la bontà che le è riconosciuta.

Ecco.

[Immagine tratta da www.informacibo.it, sito che a differenza di molti altri riferisce chiaramente sulla reale provenienza delle carni bovine con le quali vengono prodotte le bresaole.]
Detto ciò, la recente sospensione da parte della Commissione Europea delle importazioni di carne dal Brasile per il mancato rispetto delle norme sanitarie, in particolare riguardo l’uso di antibiotici e altre sostanze negli animali destinati alla produzione alimentare, svela in maniera ancora più lampante l’emblematico paradosso della bresaola, prodotto primariamente “identitario” per la Valtellina e tra i più “tipici” in tal senso della cucina alpina italiana, buonissimo, gustosissimo, dotato di marchio IGP ma che in realtà è prodotto in gran parte con carte di zebù, un bovino gobbuto allevato principalmente in Sud America e, appunto, in particolare nel Brasile. Il marchio IGP – Indicazione Geografica Protetta – impone che la bresaola deve essere lavorata nella provincia di Sondrio, ma non necessariamente da carni italiane: lo so, fa ridere in quanto, dal mio punto di vista per un prodotto come la bresaola, e ancor più per come ci viene presentato e narrato, si tratta di una stupidaggine sesquipedale (è un po’ come farsi scrivere un testo dall’intelligenza artificiale ma poi editarlo a casa propria spacciandolo come frutto del proprio ingegno). Una sostanziale mistificazione, insomma, ma andiamo oltre che è meglio e comunque di questa realtà ne ho già scritto più volte, si veda qui.

Be’, ora che la UE ha bloccato l’importazione delle carni, tra le quali quella di zebù, il paradosso che la bresaola porta con sé – e in sé – risulta ancora più palese di prima: non solo l’identitarissimo e tipicissimo salume della Valtellina ha nella sostanza ben poco di valtellinese, visto che il suo ingrediente fondamentale viene ricavato da bovini che pascolano a migliaia di chilometri di distanza dalle Alpi retiche e dunque mangiano erba di tutt’altra natura (in ogni senso del termine), ma si palesa pure il rischio che la bresaola, considerata pure alimento sano, genuino, autentico, al quale la cucina valtellinese lega buona parte della sua reputazione di qualità, sia stato prodotto con carni che invece di qualità non ne avevano molta che ora, e chissà per quanto, non avrà più a disposizione. È una possibilità da verificare e possibilmente smentire, sia chiaro, ma la sostanza del paradosso resta, inesorabilmente. E se l’IGP consente da un lato alla bresaola produzioni e commercializzazioni altrimenti impensabili, nel caso si utilizzasse solo la carne dei bovini valtellinesi, dall’altro ne annacqua grandemente il valore culturale e tutto ciò che ne consegue e che spesso diventa marketing promozionale territoriale, oltre che fonte di orgoglio identitario. D’altro canto sui pascoli delle Alpi valtellinesi di bovini ce ne sono troppo pochi per garantire una produzione che non sia di nicchia, ergo i salumifici sono costretti a cercare la carne altrove: ma in questo modo, come già chiedevo in passato, la bresaola può ancora essere definita un cibo tipico e identitario della Valtellina?

Be’, francamente lo è come una “tipica” maschera del Carnevale di Venezia prodotta in Cina alla quale sia applicato un fiocchetto e per questo venduta come tradizionale, ecco.

[Uno degli articoli che ha trattato la questione dal “punto di vista” della bresaola, sul quotidiano “La Provincia-UnicaTV“.
Attenzione: il problema, in superficie, non è affatto che la bresaola venga prodotta con carni provenienti dal Brasile (e tralasciamo anche la questione dell’impatto ambientale che il trasporto di carni dall’America del sud alle Alpi genera), ma che con una buona dose di ipocrisia ci venga venduta come un prodotto tipico senza specificare chiaramente cosa si voglia veramente intendere per “tipico”. È qualcosa che avviene per molti altri prodotti, gastronomici o di altro genere, altrettanto “tipici”, ma che dentro non hanno più (o quasi) l’anima autentica dei territori di cui si dichiarano un simbolo peculiare. Per essere chiari senza voler fare polemica gratuita ma tentando di riequilibrare la narrazione: lo stesso Consorzio di tutela della bresaola della Valtellina rileva che «La disponibilità limitata di bovini italiani costringe il comparto a rivolgersi a mercati europei e sudamericani, dove la filiera è tracciata e garantita. Nel 2024, circa l’80% della materia prima proviene dal Sud America (Brasile, Paraguay, Uruguay, Argentina), mentre il 20% dall’Europa (Francia, Irlanda, Austria, Germania)», ma quando poi lo stesso Consorzio dichiara che «La IGP identifica e tutela un prodotto che racchiude essenza e passione del territorio. Tutto nasce in Valtellina: tradizione, clima e maestria artigianale si fondono per creare un’eccellenza autentica», di quale “essenza”, di quale “tutto”, di quale “tradizione” e “clima” e “autenticità” mi sta parlando o sta cercando di vendermi? E per quali scopi ultimi, visto lo stato reale delle cose?

Inoltre, andando più nel profondo della questione, io ci colgo un principio, una visione, un’idea che trovo simili a quelle che stanno alla base del turismo di massa, delle sue attrattive e del suo marketing, dunque anche delle conseguenze più spiacevoli e deleterie da esso derivanti per territori particolari come quelli montani – qual è la Valtellina, guarda caso. Cioè l’aver perso di vista, da parte di chi produce e commercializza la bresaola IGP, le originali specifiche storiche, rappresentative, identitarie, reputazionali del prodotto, dunque il suo articolato valore culturale per il territorio del quali si fa “bandiera gastronomica” per inseguire – anche qui – meri obiettivi di vendite, di guadagni, di business, di consumo (e consumismo), approfittando per tale scopo anche della sovente scarsa attenzione e consapevolezza del consumatore medio per la qualità autentica dei cibi che acquista (dettata dalla spadroneggiante grande distribuzione che ormai domina ovunque, anche nei piccoli paesi, e determina il gusto enogastronomico diffuso?). Un po’ come accade nel turismo di massa montano, appunto, per il quale non conta più l’anima dei luoghi che coinvolge e trasforma in “mete” o “destinazioni” ma solo ciò che possono offrire al cliente senza più alcuna attenzione riguardo come lo offrono e con quali conseguenze, puntando unicamente ad aumentare sempre più i numeri, le presenze, gli skipass venduti, i chilometri di piste dei comprensori sciistici, la capienza degli impianti di risalita e tutto il resto di conseguenza. Alla fine, allo sciatore che acquista il pacchetto turistico per venire a sciare in Valtellina (per restare in zona), non importa veramente dove va a sciare ma i servizi che gli vengono garantiti per aver pagato un certo prezzo, la quantità anche più della qualità di essi, il godimento dell’esperienza turistica e, ovviamente, i selfie che posterà sui social. Senza nemmeno sapere dove si trova, appunto: che sia Bormio, Livigno, Cervinia, Davos o Aspen non è importante, l’“IGP” del turismo massificato non contempla realmente la tutela del luogo e le sue specificità autentiche ma la possibilità di venderlo come meta turistica e ciò che in quanto tale, ribadisco, offre al turista-cliente.

[Alcuni giovani zebù in una fattoria dello stato di San Paolo, in Brasile. Immagine di agriculturasp – Instituto de Zootecnia – Centro Bovinos de Corte, CC BY 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Tutto legittimo, nulla di abusivo e molto di – per certi versi, soprattutto “imprenditoriali” – pure comprensibile, sia chiaro: ma dove fa a finire l’anima dei territori, dei luoghi, la loro cultura peculiare, l’identità reale che li caratterizza e dà sostanza a quella di chi li abita? E poi tutta la narrazione altrettanto identitaria che da tale realtà viene ricavata e imposta, la quale d’altro canto è alla base del successo commerciale del prodotto, alla fine che senso ha e può avere in concreto? O, per meglio dire: ce l’ha, un senso, oppure si risolve in una mera recitazione retorica, teatrale, pittoresca tanto quanto piuttosto grottesca? E, in tal caso, come può generare benefici reali per il territorio dalla quale viene fatta scaturire? Dunque, per farla breve e concreta: non è che di bresaola, per essere vera “bresaola” e tutelare se stessa, ce ne dovrebbe essere in giro molta meno e molto più autentica, molto più valtellinese? Non è che un cibo alpino così peculiare e identitario è stato ormai svenduto al mercato più smaccatamente consumistico – proprio certe località di montagna divenute “destinazione turistiche” – e così ora, tra le altre cose, ne subisce le conseguenze più deleterie? Non è che i produttori valtellinesi potrebbero approfittare della situazione creatasi con il Brasile per cambiare direzione (e visione) tornando su sentieri produttivi e imprenditoriali molto più consoni al proprio contesto territoriale e alla sua cultura – anche gastronomica ma non solo – peculiare?

Viviamo in un modo nel quale molto di quello che ci viene presentato come “vero” in realtà è falso – la neve artificiale sulle piste da sci è un esempio lampante al riguardo, per restare in tema di turismo montano – o è comunque altro rispetto a quanto ci viene fatto credere. Ripeto: possiamo anche accettare una situazione del genere, fruirne, farne elemento della nostra personale confort zone, ma non possiamo affatto credere che ciò non genererà delle conseguenze, probabilmente deleterie. Nel mondo in cui tutto è falso, o poco autentico, nulla più si può definire “vero” e dunque infine vale tutto, ovvero non vale più niente. Non lamentiamoci però se domani, magari, la bresaola di Valtellina sarà considerata un prodotto tipico del territorio solo perché sulla confezione ci sta scritto «Bresaola della Valtellina», così come già oggi certo turismo di massa viene presentato come “sostenibile” solo perché nei messaggi promozionali è definito «sostenibile»: nessuno sa veramente perché lo sia ma amen, basta crederci e non farsi troppe domande.

Ciclovie montane e dissesto ambientale, come volevasi dimostrare

[La ciclovia verso il Passo del Muretto, in alta Valmalenco: a sinistra in fase di realizzazione nell’estate 2023, a destra come è ridotta un anno dopo, tra piogge intense e transiti eccessivi.]
In uno dei numerosi post che fino a oggi ho dedicato al tema delle nuove ciclovie montane, strumento con il quale molte amministrazioni pubbliche poco sensibili ai propri territori e alla loro cura li stanno turistificando, banalizzando e degradando spesso oltre ogni limite lecito, ho rimarcato l’aspetto della manutenzione di queste strade alpestri, quasi sempre mancante tanto nei progetti alla base della loro realizzazione tanto nelle parole e nei propositi degli amministratori che li deliberano.

Chiedevo, al riguardo: visto il contesto e le condizioni ambientali che lo caratterizzano, nonché i fenomeni meteo sempre più estremi causati dalla crisi climatica,

  • la manutenzione dei tracciati è stata prevista?
  • È stato elaborato un piano manutentivo ordinario dell’opera?
  • Chi sistemerà con la necessaria solerzia eventuali danni straordinari, dissesti del fondo, smottamenti, cedimenti dei cigli a valle e delle spalle a monte?
  • Sono state accantonate o preventivate risorse adeguate allo scopo?
  • E quale ente pubblico deve pensarci?

Bene (si fa per dire): il sito di informazione “Valbiandino.net” pubblica le foto di Giovanni Sanelli (le vedete qui sotto) che testimoniano lo stato di una nuova ciclovia realizzata di recente sui monti della Valsassina, in provincia di Lecco, dopo i nubifragi che hanno caratterizzato qui come altrove la seconda metà di agosto. Ciclovie, come sottolinea giustamente il sito, per la cui realizzazione vengono spesi milioni di Euro di soldi pubblici.

Converrete che non serva commentare oltre.

Però una cosa la aggiungerei. Questi inutili disastri imposti alle nostre montagne, per infrastrutture ludico-ricreative che alimentano un turismo invasivo e banalizzante senza apportare nessun vantaggio ai territori e alle loro comunità, non possono restare senza dei soggetti ai quali imputarne le inesorabili responsabilità. E non tanto (o non solo) per la qualità realizzativa dei lavori eseguiti e per l’assenza di qualsiasi previsione manutentiva, ma innanzi tutto per il danno ambientale, paesaggistico e culturale cagionato ai territori coinvolti. Perché la questione non è che «col clima di oggi vengono certe bombe d’acqua imprevedibili!», non è che i disastri a tali opere in quota sono frutto di mere fatalità, ma che spesso, se non sempre o quasi, opere del genere semplicemente non ci devono essere lì dove sono state realizzate, la loro presenza è assurda, scriteriata, priva di senso del contesto, carente di cura per i luoghi e la loro tutela nonché per la cultura attraverso la quale vanno frequentati, e perché legata a dinamiche e interessi che non c’entrano nulla con la «valorizzazione» dei territori e con altre baggianate attraverso le quali molti amministratori le giustificano.

Quegli amministratori che, ribadisco nuovamente per essere ben chiaro, devono assumersi le proprie responsabilità giuridiche, politiche, civiche, morali. E pagarne il legittimo conto, qualsiasi esso sia.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Chi invece vuole essere, o restare, un frequentatore autenticamente appassionato, sensibile, consapevole, responsabile delle montagne, sia esso un camminatore oppure, in particolar modo, un cicloescursionista, spero capisca sempre di più che opere del genere non vanno utilizzate e, per quanto possibile, devono essere osteggiate, preferibilmente prima che si aprano i cantieri per la loro esecuzione. La tutela della montagna e del benessere che ci dona nel frequentarla passa anche, forse soprattutto, da questo minimo tanto quanto fondamentale buon senso. E dal fare massa critica, tutti insieme, contro quegli amministratori locali che invece di pensare al bene delle loro montagne pensano a tutt’altro. O non pensano proprio: evenienza che in numerose località montane appare assai probabile, purtroppo.

E intanto noi paghiamo, prima per realizzare le inutili e impattanti ciclovie, poi per i dissesti causati e i relativi danni. Contenti?

La qualità del paesaggio è la qualità della vita in esso

[Foto di Marcel da Pixabay.]

I paesaggi alpini entrano in stretta connessione con la qualità della vita nei luoghi: non solo contenitori di elementi materiali e immateriali ma spazi connessi alla vivibilità del territorio per i singoli e per le comunità. In questo legame con la vivibilità «tutto fa paesaggio»: le competenze di autogoverno del territorio, le modalità di gestione delle risorse naturali, le pratiche di tutela dei patrimoni così come il costruire e l’abitare, il coltivare e l’allevare. È l’uomo a «fare paesaggio», ed è in esso che possiamo cogliere la fecondazione della natura da parte della cultura. Il governo del territorio, del paesaggio e dell’ambiente necessita di una prassi responsabile, attenta all’uso delle risorse, cosciente del valore del limite e fondata sul senso di appartenenza e sulla partecipazione come unica strada per trasformare lo spazio alpino in termini di una buona vivibilità. Così intese, qualità del paesaggio e qualità della vita appaiono oggi come questioni complementari.

[Gianluca Cipollaro e Alessandro De Bertolini, prefazione a Annibale SalsaI paesaggi delle AlpiUn viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli Editore, 2019, pag.XIII.]

Ribadisco: «Il governo del territorio, del paesaggio e dell’ambiente necessita di una prassi responsabile, attenta all’uso delle risorse, cosciente del valore del limite» eccetera. Capito, cari amministratori pubblici dei territori di montagna? Competenza e responsabilità: due doti (o due doveri), peraltro, che alcuni amministratori pensano – apparentemente almeno, per come si esprimono sui media – di detenere ma che in verità non sono e non possono essere mai sufficienti, quando si ha l’onere e l’onore di gestire territori di così grande bellezza, valore, fascino e altrettanta delicatezza e fragilità. Dunque, qual è lo strumento migliore per equilibrare tutto quanto? È proprio la coscienza del senso e del valore del limite, in relazione al paesaggio – che lo manifesta – nel quale si vive e si opera: una coscienza che dovrebbe essere il prodotto di competenze e responsabilità attive e autentiche, d’altro canto, e che non si può più trascurare.

Le nuove ciclovie montane tra “supercazzole” istituzionali, pareri autorevoli e domande ineluttabili (nonché un rifugio bellissimo!)

[La testata della Val Biandino chiusa dalla mole del Pizzo dei Tre Signori. Immagine di Daniel Nicoli tratta da www.orobie.it.]
Torno sul “caso” della nuova ciclovia in costruzione tra la Bocca di Biandino e la Bocchetta di Camisolo (2011 metri di quota), sullo spartiacque tra la Valsassina e la Val Brembana, sulle Alpi Orobie Occidentali (e di rimbalzo torno pure sulle tante altre strade simili in costruzione): un’opera che di recente ho stigmatizzato in questo articolo non solo per l’impatto che sta generando sul versante montuoso che risale ma pure per le “motivazioni” (virgolette necessarie) con le quali la si vorrebbe giustificare: «mettere a sistema le numerose peculiarità storico/identitarie, fornendo percorsi turistici dedicati al territorio e alle sue caratteristiche, coerenti con modelli sostenibili, di rispetto dell’ambiente, dei paesaggi e delle identità storico/culturali». Una “supercazzola” ampiamente forzata con la quale si tenta di nascondere (fallendo nell’intento) l’ennesima opera di turistificazione consumistica imposta alle montagne; ma, appunto, ho già detto cosa ne penso al riguardo qui.

Di recente l’amica Arianna Cecchini, accompagnatrice di media montagna iscritta al Collegio Guide Alpine Lombardia, dunque una professionista della frequentazione escursionistica sostenibile che di mestiere porta la gente in montagna, è passata da quelle parti e mi ha inviato alcune altre immagini fotografiche (le vedete qui sopra) che vanno ad aggiungersi alla serie che corredava il mio articolo precedente, a ulteriore testimonianza dello stato delle cose. Le ho chiesto un parere al riguardo e così mi ha risposto:

È un’opera turisticamente superflua. La zona è ampiamente accessibile attraverso sentieri agevoli in un contesto montano di grande bellezza che proprio a piedi si apprezza al meglio. Inoltre, nel tratto tra la Casa Alpina Pio X e la Bocchetta di Camisolo, il tracciato della ciclovia, pur più stretto rispetto alla prima parte (che è largo 2 metri, mentre il successivo dovrebbe essere da 1,20 metri – n.d.L.), va a intaccare una zona particolarmente bella, di notevole fascino alpestre (la vedete nell’immagine qui sotto – n.d.L.) che ancora di più necessità di una fruizione consona, cioè lenta e attenta, al luogo e alle sue caratteristiche, anche per la storia mineraria secolare che lo contraddistingue. Non so proprio come una banale infrastruttura turistica come questa ciclovia può rispettare l’ambiente della zona e la sua identità storica e culturale. E non capisco quale modello di frequentazione turistica del luogo vuole imporre e con quali vantaggi, se ce ne sono, oppure danni, che forse già ho visto, per il territorio.

C’è un’altra questione legata a tutte queste opere della quale non ho scritto nel precedente articolo, inevitabile ad esse eppure puntualmente trascurata se non ignorata dai loro proponenti: e la manutenzione della ciclovia? Visto il contesto e le condizioni ambientali che lo caratterizzano, nonché i fenomeni meteo sempre più estremi causati dalla crisi climatica, è stata prevista? È stato elaborato un piano di manutenzione ordinaria dell’opera? Chi sistemerà con la necessaria solerzia eventuali danni straordinari, dissesti del fondo, smottamenti, cedimenti dei cigli a valle e delle spalle a monte? Sono state accantonate o preventivate risorse adeguate allo scopo? E quale ente pubblico deve pensarci?

[Una ciclovia in Valmalenco, durante la sua realizzazione e dopo un solo anno di transiti ciclistici, piogge e nevicate.]
Sono domande (ne potrei fare molte altre simili) che sorgono inevitabilmente nel constatare lo stato di opere simili, anche solo pochi mesi dopo la loro realizzazione – magari presentata dei proponenti con la stessa pompa magna supercazzolare che accompagna i progetti, vedi sopra – e a seguito di qualche violento nubifragio o dopo la neve e le gelate invernali. Uno stato delle cose desolante e irritante per la gran parte di queste opere, dimenticate dagli stessi enti che le hanno patrocinate e sostanzialmente abbandonate a se stesse e a chi le fruisce, almeno fino a che i danni che presentano non le rendano praticamente impercorribili.

Poste queste considerazioni inevitabili, ribadisco, alle quali qualche soggetto istituzionale dovrebbe di logica rispondere, la chiosa più bella e consona al caso la trovo nel sito web del Rifugio Grassi (nelle immagini qui sopra), che si trova appena oltre la Bocchetta del Camisolo sul versante bergamasco della dorsale, è tra i più rinomati delle Alpi lombarde ed è gestito da anni da Anna e Amos, una coppia di capanàt (con figli) meravigliosa. Così scrivono nella sezione del sito dal titolo “Filosofia”:

Siamo consapevoli che l’ambiente in cui viviamo e lavoriamo è un ambiente unico, bellissimo e fragile. Per questo proviamo a rispettarlo, a far pesare il meno possibile la nostra presenza sulla montagna: le popolazioni delle Alpi prima di noi hanno vissuto per almeno 5000 anni in armonia col loro ambiente, modificandolo senza distruggerlo. Ti chiediamo di apprezzare questo nostro essere fuori dal mondo, anche se ti costerà qualche perplessità e lo sforzo di adattarti a una realtà a cui non sei abituato. Siamo certi che la meraviglia di un’alba o di un tramonto dalla Grassi, magari sul pascolo innevato, ti ripagheranno del sacrificio.

Ecco: vista la nuova strada ciclabile in costruzione e tutte le altre discutibili opere di turistificazione montana simili nella forma, nella sostanza e nei danni inferti ai paesaggi che coinvolgono, alle parole di Anna e Amos converrete che non c’è molto altro da aggiungere.