Un “luogo”, in forza di processi di variegato degrado materiale e immateriale, può diventare un non luogo – come da tempo ha ben spiegato Marc Augé – ovvero uno spazio abitato/vissuto ma privo, o privato, della sua identità peculiare. A volte prima diventa iper luogo, sovraccaricandosi di significati via via meno consoni ed emblematici che ne intaccano lo spirito, fino al punto di implodere nella propria negazione. Di contro un non luogo può essere recuperato e tornare a essere luogo, a volte addirittura neo luogo, con una propria rivitalizzata identità.
Ma allo spazio che è “luogo” eppure, per varie motivazioni, non viene più riconosciuto come tale oppure viene frequentato in forme e modi banali e convenzionali, dunque del quale si può dire che non è non luogo ma non ancora neo luogo, che potrebbe succedere? Quali processi di identificazione e definizione lo possono condizionare, dunque definire? E come poterli attivare, con quali strumenti e progettualità che possano rendere virtuosi quei processi e non invece svilenti, come invece non di rado (e pur con tutta l’eventuale buona fede del caso) avviene?
Ne parleremo mercoledì 22 aprile, alle ore 17, nella classroom che avrò l’onore di tenere su Zoom per il ciclo Alpes@Home curata da Alpes, intitolata Ricercare e identificare il Genius Loci. L’importanzadell’identità nei progetti culturali. Cliccate sull’immagine in testa al post per avere ogni informazione utile al riguardo, oppure qui. Vi aspetto!
È praticamente lapalissiano affermare che, nello sviluppo della nostra parte di mondo, e intendo in primis del continente europeo, dal Settecento in poi si è avviata un’accelerazione costante e crescente che ha radicalmente rivoluzionato ogni cosa, il cui motore tutt’oggi rombante è l’industrializzazione. La nascita dell’industria moderna, basata materialmente sulle invenzioni tecnologiche e scientifiche e immaterialmente sul retaggio ideologico e culturale in gran parte influenzato dall’Illuminismo, ha modificato l’intero paesaggio del nostro mondo, ancor più di quanto avesse fatto nei secoli precedenti l’urbanizzazione residenziale e agraria: ma se tale rivoluzione è stata da subito ben visibile attorno ai centri urbani più o meno grandi, ove si è concentrata, ancor più emblematicamente si è rivelata nei territori rurali marginali, anche in quelli maggiormente “difficili”: nelle vallate delle Alpi, ad esempio. Qui, ai piedi di vette e ghiacciai, sul fondo di valli spesso anguste ma ricche di risorse naturali – acqua e minerali in primis – sono nati distretti e poli industriali sempre significativi e in certi casi assai imponenti e importanti, innescando dinamiche socioeconomiche e culturali dall’impatto ben più ingente rispetto a quanto avveniva nelle aree urbanizzate di pianura. Nelle Alpi, insomma, la rivoluzione industriale è stata oltre modo rivoluzionaria, sia nel suo periodo di crescita, sia in quello – ancora oggi in corso, in molte zone – di decadenza, in forza del quale si sono innescati processi di deindustrializzazione spesso pesanti e impattanti sui tessuti sociali delle zone interessate, per i quali – se così posso dire – la dimensione di rivoluzione di quale decennio prima è stata nuovamente rivoluzionata, ma non necessariamente al contrario, semmai verso direzioni diverse e non del tutto prevedibili.
Questa seconda “rivoluzione” – o “devoluzione”, o “antirivoluzione”, fate voi – ha tra le altre cose generato la nascita quasi improvvisa e certo ingente di un ampio patrimonio di manufatti e infrastrutture industriali, con annesso l’altrettanto ingente patrimonio socioculturale immateriale, i quali oltre agli studi e alle analisi di archeologia industriale che li stanno indagando e in qualche modo classificando, anche a favore della loro necessaria memoria storica, hanno pure avviato profonde e articolate riflessioni multidisciplinari su cosa farne, di questi manufatti deindustrializzati, e come gestire le dinamiche sociali e culturali che hanno innescato. Una materia ancora piuttosto nuova, indagata per di più in superficie ma per inevitabile “ordine dei fattori” oltre che per la mole di materiale sul quale lavorare, che col tempo necessita di approfondimenti il più possibile scientifici e strutturati. Un ottimo strumento – di studio e d’azione – in tal senso è certamente Alpi e patrimonio industriale, opera curata da Luigi Lorenzetti e Nelly Valsangiacomo pubblicata nel 2016 da Mendrisio Academy Press – realtà editoriale legata all’Accademia di Architettura di Mendrisio – sotto l’egida del Laboratorio di Storia delle Alpi dell’Università della Svizzera Italiana […]
In questi giorni, nel “Diario” del suo sito “Stile Alpino”, Michele Comi – mirabile guida alpina valtellinese o, meglio, malenca (della Valmalenco), del quale vi ho già parlato altre volte, qui – si sta impegnando in un lavoro di «restituzione della memoria al dialetto. Indagheremo modi di dire, tempo meteorologico, credenze, toponimi, detti sapienti, espressioni genuine…» e lo fa traendo spunti preziosi dal volume del 2011 Il volgar eloquio – dialetto malenco di Silvio Gaggi, rinomato artigiano/artista della pietra ollare di Valmalenco. Perle di saggezza vernacolare che, come sovente accade con la cultura e i saperi della montagna, nascono tra le vette ma possiedono un valore spaziale e temporale illimitato.
Potete leggere i vari contributi, aggiornati quotidianamente, qui. Ora io ne traggo uno, pubblicato giovedì 19 marzo, che trovo particolarmente affascinante per la sua matrice geo-topografica, che dimostra bene da cosa possa scaturire un senso identitario culturale realmente virtuoso in relazione ai territori abitati e giammai ottusamente ideologico – come oggi capita spesso in tema di “identità”.
E leggete quanto più potete le cose di Michele Comi, che sono sempre interessanti e illuminanti!
L’Alpe Son (Sun, nel dialetto locale), uno degli alpeggi di Torre di Santa Maria, in Valmalenco. Immagine tratta da qui.
Nella comunicazione verbale il nome di un sito è sempre accompagnato e preceduto da un avverbio di luogo che lo colloca in un preciso ambito territoriale.
Mentre quando si parla in italiano si dice a Sondrio, a Morbegno, in Valmalenco, il dialetto dice sö a ciapanìc, fö a cagnulèt, int a löna, ué ai crestìn, giò a turnadö…
Il dialetto organizza lo spazio partendo mentalmente da un punto che corrisponde al centro del paese, al campanile della chiesa principale. Da qui parte tutto il sistema d’orientamento generale del territorio, attraverso un meccanismo di relazioni geografiche riconoscibili nel linguaggio. Per mezzo della grammatica del dialetto è quindi possibile riconoscere l’appartenenza ad una comunità.
In altre parole, un abitante di Torre di Santa Maria anche quando si trova a Milano continua ad identificare come punto di osservazione il centro del paese, precedendo i nomi dei luoghi con: sö, fö, int, ué, giò... (Voce: Attilio Mitta, Torre di Santa Maria.)
Arrivo forse ultimo a segnalare quanto è successo, ma mi auguro giammai ultimo a rimarcare il valore profondo di ciò che è avvenuto domenica scorsa in Lessinia, quando migliaia di persone hanno camminato per il bellissimo territorio del Parco Naturale, educatamente, compostamente e nel silenzio più adatto a far parlare la voce dei monti al fine di opporsi alla scellerata – ma, ribadisco, la definirei pure criminale – iniziativa della Giunta regionale veneta con cui si vorrebbe ridurre la superficie protetta del parco, come ho raccontato in questo mio precedente post. Trovate numerose cronache sulla giornata di domenica nella pagina facebook “Lessinia Futura”.
È stato qualcosa di bellissimo, sì, che ha reso ancor più palesemente brutti la volontà, l’iniziativa e l’atteggiamento messi in atto dalla Giunta Regionale contro un territorio e un paesaggio che solo dei dementi potrebbero pensare di sottrarre alla più giusta, equa e naturale salvaguardia. Poi, lo si sa bene purtroppo, molto spesso la politica dimostra di agire in base a demenze piuttosto che in forza di buon senso e razionale civismo. Speriamo che lassù, sugli splendidi altipiani lessini, stavolta vincano questi ultimi e non la solita, bieca, ipocrita, strumentale, italica scelleratezza politica. È una speranza di civiltà, in fondo.
[Cliccate sulle immagini per vederle nel formato più grande e completo.]
Devo ringraziare di cuore Davide Sapienza, grande scrittore e prezioso amico, per avermi edotto su una vicenda di cui avevo sentito parlare ma che ora, grazie a lui, ho cercato di approfondire, una vicenda veramente sconcertante che non fatico a definire – vista l‘emergenza climatica planetaria che solo gli stolti e i mascalzoni non vogliono riconoscere – un autentico crimine ambientale e culturale, perpetrato in una delle più belle zone prealpine italiane, la Lessinia, nel Veneto – per inciso, una regione che protegge solo il 5% (!) del suo territorio.
[Foto di Adert – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=79976364 ]Qui, con la proposta di legge regionale n.451 presentata dai consiglieri Stefano Valdegamberi, Alessandro Montagnoli ed Enrico Corsi, la maggioranza al potere in Regione Veneto (ma sia chiaro da subito: dal mio punto di vista gli schieramenti politici in gioco non mi interessano affatto, qualsiasi essi siano) intende tagliare più di 1.700 ettari di area protetta del Parco Naturale Regionale della Lessinia, nelle province di Verona e Vicenza, una delle aree protette più importanti e preziose di tutto il Nord Italia. Ciò – come si legge sulla lettera redatta lo scorso dicembre da una sorta di comitato spontaneo formato da ben 115 associazioni che subito si è mosso per cercare di opporsi a tale scellerata decisione – «senza i necessari approfondimenti sulle esigenze e le motivazioni che la giustifichino, senza adeguata documentazione a supporto, con poche e generiche righe di illustrazione, si vorrebbe stravolgere la legge istitutiva del Parco della Lessinia aprendo a scenari difficilmente prevedibili che destano grande preoccupazione per la salvaguardia dell’area protetta.
In assoluta controtendenza rispetto agli altri paesi europei e a una sensibilità diffusa a livello mondiale, la proposta di legge in oggetto comporta, una restrizione dell’area protetta di circa il 20% del territorio del Parco. Si tratterebbe del primo caso in Europa. Oltre alle criticità esposte di seguito, il danno di immagine e di credibilità si ripercuoterebbe in termini negativi su tutta l’attività promozionale, ricettiva e turistica della Lessinia che fa della unicità ambientale del territorio uno dei suoi punti di forza» – cliccate qui per leggere la lettera nella sua interezza. Una roba di una insensatezza assoluta, insomma.
Così scrive Davide Sapienza al riguardo:
«La decisione presa dal consiglio regionale veneto settimana scorsa ha dell’incredibile. Vero è che da molti anni ci sono gruppi di interesse, ben rappresentati dai governi lombardo-veneti di questi ultimi (troppi) anni, che come sentono parlare di “aree protette” hanno difficoltà cognitive a comprenderne il senso (ad esempio, il futuro dei propri figli e dei territori, invece del continuo saccheggio). Ma arrivare a ridurre un Parco Regionale di 1700 ettari, questa ci mancava. In rappresentanza di oltre 120 associazioni (tra le quali il CAI Nazionale), che sono la voce di quasi mezzo milione di associati in tutta Italia, domenica 26 gennaio da Roverè a Bosco Chiesanuova ci sarà un cammino per malghe durante il quale, esperti con argomenti per dare conoscenza e motivazioni sull’esistenza del Parco, spiegheranno molte cose. Questo perché “la politica”, ai cittadini, argomentazioni (scientifiche o economiche o naturalistiche), non ne ha date, a parte qualche sparata tipica dell’attuale clima “politico” nel quale i processi cognitivi sono in letargo da lungo tempo. Nel frattempo, vi consiglio vivamente di visitare la Lessinia e di farvi un’idea: i Vaj, che verranno esclusi dal parco, ne costituiscono un tratto geomorfologico e culturale – geopoetico, dico io – fondamentale.
Giovedì 30 gennaio 2020, il Parco Regionale compie 30 anni. Un triste compleanno, che si spera di trasformare in un compleanno di diverse opportunità e di apertura di un confronto serio. Sperando, un giorno, nell’arrivo della rivoluzione giuridica chiamata wild law, “Diritti della Natura”.»
È stata appositamente creata una pagina facebook, “Lessinia Futura”, per tenere informato chiunque sia interessato alla vicenda sui suoi sviluppi, nella quale potete trovare ulteriori ragguagli in merito; sono stati inoltre programmati alcuni eventi di sensibilizzazione, tra i quali quello la cui locandina vedete qui sotto:
Ecco. Ribadisco: mi pare una vicenda d’un gravità sconcertante, che necessita d’una presa di coscienza civica e culturale degna di un paese realmente avanzato e civile, contro iniziative meramente politiche – nel senso peggiore e più triviale del termine, quello in uso in Italia, insomma – che sono invece manifestazione di un paese in costante imbarbarimento e indegno del tempo in cui viviamo.