Luigi Lorenzetti, Nelly Valsangiacomo (a cura di), “Alpi e patrimonio industriale” (Mendrisio Academy Press)

È praticamente lapalissiano affermare che, nello sviluppo della nostra parte di mondo, e intendo in primis del continente europeo, dal Settecento in poi si è avviata un’accelerazione costante e crescente che ha radicalmente rivoluzionato ogni cosa, il cui motore tutt’oggi rombante è l’industrializzazione. La nascita dell’industria moderna, basata materialmente sulle invenzioni tecnologiche e scientifiche e immaterialmente sul retaggio ideologico e culturale in gran parte influenzato dall’Illuminismo, ha modificato l’intero paesaggio del nostro mondo, ancor più di quanto avesse fatto nei secoli precedenti l’urbanizzazione residenziale e agraria: ma se tale rivoluzione è stata da subito ben visibile attorno ai centri urbani più o meno grandi, ove si è concentrata, ancor più emblematicamente si è rivelata nei territori rurali marginali, anche in quelli maggiormente “difficili”: nelle vallate delle Alpi, ad esempio. Qui, ai piedi di vette e ghiacciai, sul fondo di valli spesso anguste ma ricche di risorse naturali – acqua e minerali in primis – sono nati distretti e poli industriali sempre significativi e in certi casi assai imponenti e importanti, innescando dinamiche socioeconomiche e culturali dall’impatto ben più ingente rispetto a quanto avveniva nelle aree urbanizzate di pianura. Nelle Alpi, insomma, la rivoluzione industriale è stata oltre modo rivoluzionaria, sia nel suo periodo di crescita, sia in quello – ancora oggi in corso, in molte zone – di decadenza, in forza del quale si sono innescati processi di deindustrializzazione spesso pesanti e impattanti sui tessuti sociali delle zone interessate, per i quali – se così posso dire – la dimensione di rivoluzione di quale decennio prima è stata nuovamente rivoluzionata, ma non necessariamente al contrario, semmai verso direzioni diverse e non del tutto prevedibili.

Questa seconda “rivoluzione” – o “devoluzione”, o “antirivoluzione”, fate voi – ha tra le altre cose generato la nascita quasi improvvisa e certo ingente di un ampio patrimonio di manufatti e infrastrutture industriali, con annesso l’altrettanto ingente patrimonio socioculturale immateriale, i quali oltre agli studi e alle analisi di archeologia industriale che li stanno indagando e in qualche modo classificando, anche a favore della loro necessaria memoria storica, hanno pure avviato profonde e articolate riflessioni multidisciplinari su cosa farne, di questi manufatti deindustrializzati, e come gestire le dinamiche sociali e culturali che hanno innescato. Una materia ancora piuttosto nuova, indagata per di più in superficie ma per inevitabile “ordine dei fattori” oltre che per la mole di materiale sul quale lavorare, che col tempo necessita di approfondimenti il più possibile scientifici e strutturati. Un ottimo strumento – di studio e d’azione – in tal senso è certamente Alpi e patrimonio industriale, opera curata da Luigi Lorenzetti e Nelly Valsangiacomo pubblicata nel 2016 da Mendrisio Academy Press – realtà editoriale legata all’Accademia di Architettura di Mendrisio – sotto l’egida del Laboratorio di Storia delle Alpi dell’Università della Svizzera Italiana. Alpi e patrimonio industriale raccoglie numerosi contributi (in italiano, tedesco e francese, tre delle quattro lingue nazionali elvetiche) di grande qualità su alcuni cold cases, materiali e documentali, dell’industrializzazione alpina e, dove avvenuta, della conseguente deindustrializzazione, offrendo un panorama assolutamente significativo – stante l’ampia presenza di situazioni al riguardo, ribadisco – di ciò che sta accadendo al riguardo nelle Alpi, e di quanto scaturisce di conseguenza riguardo i fenomeni sociali e sociologici, culturali, antropologici, nonché quelli legati alla patrimonializzazione dei vari casi, un fenomeno di fondamentale importanza affinché la realtà storica dell’industria alpina continui a essere tale ovvero a produrre storia di sé stessa, piuttosto che mera memoria museificante, immobile e sterile, facilmente scivolante nell’oblio del tempo.

Certo non è facile salvaguardare e mantenere attivo il valore di opere umane non di rado poco gradite dai territori che le hanno ospitate (per impatto ambientale, inquinamento, lavoro pesante e in condizioni inique, fenomeni di degrado sociale pur a fronte – ma non sempre – di miglioramenti economici, eccetera) e, materialmente, assai ingombranti. D’altro canto l’eliminazione totale di esse, appunto, comporterebbe pure la cancellazione di una parte fondamentale della storia dei territori interessati, la stessa parte sulla quale si basa la contemporaneità e che sta ancora servendo alla costruzione del futuro, almeno di quello prossimo. Per questo i casi analizzati dai vari contributi presenti nel volume acquisiscono ancor più valore emblematico, proponendosi come esperienze preziose e illuminati sia per chi debba concretamente gestire quei casi – la politica amministrativa, in primis – sia per chi li voglia studiare per farne bagaglio culturale di grande qualità e utilità al fine di comprendere meglio l’intera storia – passata e presente – dei territori alpini, della loro cultura, della socialità e dell’identità proprie, e di comprendere meglio verso quale futuro si stanno dirigendo.

Per i lettori di lingua italiana, risultano estremamente interessanti i contributi sull’industria nella storia sociale del Trentino, su La Cogne, industria siderurgica tra le Alpi – un caso “speciale” di notevole importanza, senza dubbio – sull’industria mineraria nella zona di Macugnaga e sulla storia dello sviluppo industriale nella piemontese Val Chisone e nelle limitrofe valli valdesi, ma pure il “caso Vajont”, manufatto archeologico industriale dal simbolismo immenso e possente, come è facile immaginare. In ogni caso tutto il volume è di rara qualità e di lettura imprescindibile, per chiunque – come chi vi scrive – si interessa di Alpi, paesaggi e cultura alpina: paesaggi che l’immaginario comune rende sempre attraverso stereotipi montani e bucolici che nulla hanno a che vedere con l’industria, e che invece anche l’industria ha contribuito, e non poco, a “inventare”.