La Turchia, della quale nessuno dei media dice più nulla

Credo sia opportuno ricordare – dato che i mass media pare si siano totalmente scordati della situazione in atto – che in Turchia, paese grande amico e alleato dell’Occidente (e similmente corteggiato anche dalla Russia), giornalisti, docenti, scrittori, intellettuali e uomini di cultura sgraditi alla dittatura teocratica al potere continuano a essere messi in prigione, come dimostra bene questo recente articolo di Internazionale.

Perché – lo sapete bene, no? – nel nostro mondo i “cattivi” sono sempre gli altri e comunque mai i nostri “amici” verso le cui azioni – essendo tanto “amici”, appunto – chiudiamo gli occhi per aprirli invece verso quei “cattivi” che a volte sono tali ma chissà poi perché. Ecco.

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Il DDT, o Drogato da Telefonino (Stefano Benni dixit)

Creatura recentemente apparsa ma ormai tristemente nota. Il suo dramma non è il cellulare, ma la dipendenza, cioè il non saper rinunciare al telefonino nei luoghi più improbabili e nelle situazioni più scomode. Per questa ragione è detto DDT, ovvero Drogato Da Telefonino.
Ad esempio il DDT è appena entrato nel bar e il cellulare trilla mentre sta bevendo un cappuccino. Il DDT continua a bere con la destra e risponde con la sinistra, oppure intinge il cellulare nella tazza e si attacca una brioche all’orecchio. Va alla toilette telefonando, e dentro si odono rumori molesti, sciabordio, e schianti dovuti alla difficoltà di compiere certe operazioni con una mano sola. Spesso quando esce ha il cellulare grondante e strane macchie sui pantaloni.

(Stefano Benni, Bar Sport Duemila, Feltrinelli, Milano, 1997, pag.119.)

«Be’, che c’è di strano?» vi chiederete, leggendo questo passo del libro di Benni. Niente, se non fosse che (guardate la data di pubblicazione) è stata scritta 20 anni fa, e non c’erano ancora gli smartphone, i social, whatsapp e tutto il resto ma, con tutta evidenza, già si capiva come sarebbe andata a finire.

Sul “volo” politico di Fabio Bonetti (sì, quello lì!)

Siccome qualcuno mi ha chiesto cosa ne pensassi del recente “attivismo politico bipartisan” (!) di Fabio Bonetti (lo scrivo così per non incorrere in censure peraltro comprensibili), e avendone poi letto qui e là in ogni senso, dirò che la mia opinione è molto semplice: nulla può vietare a chicchessia di manifestare pubblicamente i propri pensieri quand’essi non ledano diritti altrui, nemmeno lo scrivere e il pubblicare con pervicacia “libri” di m**da.
Che, tanto, tali restano e soprattutto in quanto editi in modo letterariamente acritico e acquistati in maniera decerebrata ma i quali, ribadisco, non vietano affatto la libertà d’opinione e d’espressione di Fabio Bonetti, tanto meno l’eventuale consenso a quanto da egli pubblicamente dichiarato e neppure operazioni di marketing editoriale tanto palesemente demenziali ma evidentemente, per lo stato in cui siamo messi, efficaci.

Ah, la foto in testa al post è la sola decente che ho trovato del Bonetti. Almeno per me, ovvio.

Quelli di una parte e quelli dell’altra parte, ovvero: definizioni politiche inequivocabili

Siccome io ritengo la politica una delle discipline filosofiche umane più nobili e fondamentali, me ne sto il più lontano possibile da ciò che oggi viene ipocritamente definito “politica” – e guai a chiunque tenti di diminuire tale distanza d’un solo micron. Ma siccome a quella pseudo-politica, o non politica, sfortunatamente tocca riferirsi, ogni tanto, fosse solo per rimarcarne nuovamente tutta la sua infima realtà, e siccome qui in ItaGlia tale non politica, in tutte le sue numerose e articolate sfaccettature, fa sostanzialmente riferimento a due presunti schieramenti, quello di una parte e quello dell’altra parte, nonché siccome persino alcune cose serie e rispettabili di cui disquisisco qui sul blog devono gioco forza avere a che fare (quasi sempre loro malgrado) con tutto ciò, ho deciso che non eviterò di fare riferimento diretto, ove lo riterrò necessario, a quei due schieramenti non politici, tuttavia identificandoli con altrettante rispettive definizioni acronimiche, ovvero:

  • quelli di una parte come Partito Idioti Rissosi Laidi Assoluti;
  • quelli dell’altra parte come Partito Inetti Reprobi Lestofanti Assoluti.

Cosa dite? Che le due sigle – Pi, Erre, I, Elle, A, giusto – sono identiche e che così non si capisce la differenza tra i due schieramenti?
Ecco, appunto, esattamente così. Bravi, avete già capito molto di quanto vi sto dicendo, e di ciò a cui fa riferimento.

Ovviamente questo non vieta affatto che voi non possiate scegliere e identificare a quale delle due parti non politiche voglia fare riferimento: vi lascio la più assoluta libertà, in questo eventuale esercizio di identificazione. Il quale tuttavia, come intenderete fin da ora, non cambia di una virgola l’essenza e la sostanza di quanto scriverò.

Tenetene conto, ecco.

“Le Nostre Montagne”, un grande successo: e i monti della Val San Martino tornano a risplendere e sorprendere!

Il grande Walter Bonatti, in un celebre passaggio di uno dei suoi libri, affermò che “Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi” riassumendo in poche ed efficaci parole il senso del particolare legame che unisce la montagna con le genti che la vivono e abitano. E se salire sui monti ha rappresentato negli ultimi 150 anni una pratica soprattutto ludico-ricreativa, da secoli l’ascendere le montagne è stata per gli uomini un’attività di scoperta, di sussistenza, di sopravvivenza, di godimento delle risorse naturali ma anche di connessione culturale, a volte di matrice spirituale, con quelle terre che si elevavano al di sopra delle pianure in senso tanto orografico quanto metaforico.
Tutto ciò ha assunto un particolare valore per un territorio montuoso proteso come pochi altri verso le pianure iperantropizzate e le loro grandi città ma al contempo capace di offrire ampi spazi di “montanità” genuina, a volte pure selvaggia: le montagne della Val San Martino, una valle aperta verso il piano di Brianza, del milanese e della bergamasca eppure assolutamente montana: non solo per l’altitudine dei suoi territori, anche per la cultura peculiare, le tradizioni, i saperi storici e, appunto, per il legame identitario delle sue genti con i propri monti.

Della storia delle montagne di questa porzione prealpina lombarda narra il nuovo quaderno edito dall’Ecomuseo Val San Martino, firmato di Ruggero Meles e significativamente intitolato Le Nostre Montagne, proprio a segnalare fin dal titolo quel secolare e profondo legame culturale al quale prima si è fatto cenno.
Il quaderno è stato presentato sabato 2 dicembre presso il Monastero di Santa Maria del Lavello, a Calolziocorte (Lecco), nell’ambito di un convegno dal titolo omonimo dedicato all’approfondimento ulteriore delle tematiche culturali (e turistiche) relative ai monti valsanmartinesi riportate da Meles nel volume, il quale ha visto un notevole e per certi versi sorprendente successo di pubblico, con la sala conferenze del Monastero gremita e numerosi presenti costretti a restare in piedi. Successo sorprendente e assai gratificante: certamente per gli organizzatori dell’evento e per i relatori ma, viene da dire, pure per le stesse montagne della Val San Martino, le quali hanno dimostrato (e dimostrano) in tal modo tutto il loro fascino, l’attrattiva e il potenziale valore turistico che possiedono.

Fabio Bonaiti, coordinatore dell’Ecomuseo Val San Martino, ha aperto il convegno introducendo il pubblico alla conoscenza della “forma” e della “sostanza” dell’istituzione supportata dalla Comunità Montana Lario Orientale Val San Martino: istituzione forse non ancora così ben conosciuta e compiutamente compresa da molti eppure di importanza a dir poco fondamentale, oggi, in quanto unico soggetto deputato allo studio, alla salvaguardia e alla conoscenza delle numerose emergenze della valle, buona parte delle quali situate proprio nella fascia montana, e per questo riferimento ideale di ogni attività materiale e immateriale che operi a favore della valorizzazione turistico-culturale del territorio valsanmartinese nonché della particolare identità della valle, storicamente “aperta” in qualità di terra di confine da secoli e di contro assai radicata ai suoi monti e al grande patrimonio culturale che custodiscono, in certi casi di eccezionale peculiarità.

Quindi Ruggero Meles ha – per così dire – “raccontato il suo racconto” dei monti della Val San Martino presente in Le Nostre Montagne, il quaderno ecomuseale principale protagonista del convegno nella sua prima uscita pubblica del quale è l’autore. Un racconto ampio, poliedrico, dinamico nello spazio e lungo il tempo durante il quale si è intessuto il profondo legame delle genti valsanmartinesi con le loro montagne; e un racconto che senza dubbio potrebbe occupare, se steso con la massima profusione narrativa, numerosi tomi, ma che Meles ha saputo mirabilmente compendiare nel quaderno senza tuttavia non togliere nulla alla messe di dettagli, alle storie, ai personaggi e alle relative vicende umane, alle nozioni geografiche e culturali, alle suggestioni turistiche nonché alla narrazione della grande bellezza di queste montagne, così ricche di tesori d’ogni sorta e così meritevoli di massima conoscenza da parte del più vasto pubblico: una conoscenza che indubbiamente il nuovo quaderno contribuirà ad accrescere e ad approfondire. Senza dimenticare, peraltro, che i monti di Val San Martino rappresentano la parte meridionale della spettacolare DOL, la Dorsale Orobica Lecchese, percorsa dall’ultimo Viaggio sulle Orobie organizzato dalla rivista Orobie e coordinato proprio da Meles, ulteriore momento fondamentale alla riscoperta e alla valorizzazione di questi monti e dei loro meravigliosi itinerari in quota.

Il nuovo quaderno ecomuseale, nel suo compito di narrazione delle montagne della Val San Martino, si affianca ad altri importanti ausili di conoscenza culturale che negli anni scorsi hanno ritratto l’intero territorio della valle: le carte dei sentieri realizzate da un attivissimo gruppo di lavoro composto da appassionati ed esperti dei monti in questione e supportato da Ingenia Cartoguide, uno dei più importanti editori cartografici italiani. Patrizio Rigodanza, patron di Ingenia, ha esposto ai presenti l’evoluzione storica delle mappe geografiche, dai primi graffiti preistorici raffiguranti i territori di caccia degli uomini del tempo fino alle tecnologie satellitari contemporanee, evidenziando tuttavia come ancora oggi, nonostante il web, le mappe on line, i navigatori e ogni altra meraviglia (o diavoleria) digitale, pure l’uomo del XXI secolo non possa rinunciare alle prerogative di lettura del territorio che solo una carta geografica può fornire, fornendo essa al contempo i riferimenti più immediati e importanti per permetterci di “ritrovarci” nel mondo che ci circonda: in fondo, dalla geografia scaturisce pure l’antropologia, e una buona carta – pur se avente scopi escursionistici e turistici: quelle prodotte da Ingenia, per inciso, sono considerate tra le migliori sul mercato in senso assoluto – tale correlazione la può dimostrare perfettamente.

Luca Rota, (ri)partendo dagli interventi precedenti e seguendo un “sentiero” dissertatorio assolutamente logico e costantemente riferito alla realtà montana valsanmartinese, ha raccontato al pubblico come grazie al quaderno ecomuseale e alle carte dei sentieri, nonché alle molteplici iniziative di valorizzazione del territorio, si possa – anzi, si debba – non solo riattivare (o rinnovare) la conoscenza culturale del territorio stesso ma pure conseguire una approfondita coscienza di luogo: una consapevolezza strutturata che partendo dalla conoscenza geografica (la rappresentazione cartografica) e dalla cognizione della sua storia e delle peculiarità fondamentali (la narrazione scritta del quaderno), possa rinvigorire l’identità culturale del territorio facendone il motore della più redditizia valorizzazione turistica, da un lato, e della salvaguardia della sua bellezza dall’altro. La montagna vive quando l’uomo vive su di essa e la rende vitale attraverso un’adeguata gestione e una sostenibile valorizzazione: per questo il quaderno ecomuseale, insieme alle carte geografiche, rappresenta un ausilio culturale fondamentale per il turista ma pure, se non soprattutto, per i locali, i quali devono essere i primi a conoscere le proprie montagne al fine di custodirle e promuoverle al meglio.

L’intervento finale del convegno, ma certo bisogna dire l’ultimo ma non ultimo per il suo significato materiale, è stato condotto da Demetrio Perucchini, il quale ha introdotto i presenti alla conoscenza di uno dei più significativi interventi di concreta riscoperta dei monti della Val San Martino, e peraltro di una delle zone di essi meno conosciuta: la costiera Ocone-Camozzera. Qui da qualche mese sono stati aperti due nuovi itinerari di salita alla vetta del Monte Ocone: un sentiero attrezzato, per escursionisti esperti ma accessibile ai più, e una via ferrata tanto ostica quanto spettacolare, che hanno veramente attivato l’attenzione di un vasto pubblico di appassionati di montagna su un versante montuoso apparentemente privo di interesse ma che invece si è rivelato ricco di potenzialità e di selvaggia bellezza, oltre che di panorami e di visuali sulle montagne orobiche e lecchesi a dir poco sensazionali. Un esempio di concreta valorizzazione del territorio, appunto, realizzato in modo per nulla invasivo e totalmente ecosostenibile, attorno al quale si è sviluppata una “sotto-zona” escursionistica che ha pure riportato alla luce (letteralmente) la secolare presenza dell’uomo pure su tali versanti così apparentemente “difficili”, ad esempio con la riscoperta dell’antica mulattiera che dal Passo del Pertüs (o degli Spagnoli) scendeva verso Valsecca in Valle Imagna, della quale si era persa traccia per lungo tempo.

A dare ancor maggiore lustro al convegno è stata la presenza di Paolo Confalonieri, neodirettore di Orobie alla sua prima uscita pubblica con tale incarico, il quale ha rimarcato il grande e proficuo fervore attorno alla DOL scaturito dal citato ultimo Viaggio sulle Orobie nonché la costante attenzione e il supporto della rivista riguardo i monti della Val San Martino, la loro bellezza, le meravigliose peculiarità paesaggistiche e culturali che offrono e le tante affascinanti storie che sanno narrare e offrire al pubblico – dei lettori e, ovviamente ancor più, dei turisti e degli escursionisti.

Gli “onori di casa” finali sono stati espressi da Carlo Greppi, Presidente della Comunità Montana Lario Orientale Val San Martino, che ha sottolineato il grande valore del convegno e il successo del suo compito primario: ridare il giusto valore alle montagne locali, piccolo/grande paradiso prealpino di rara bellezza e insuperabile fascino che merita di essere conosciuto da chiunque – anche perché chiunque transiti da questa zona d’Italia basta che sollevi gli occhi verso l’alto e, inevitabilmente, scorgerà il profilo dei monti di Val San Martino. Da tale semplice azione visiva al dare nuovo valore a quell’affermazione di Walter Bonatti, con cui si è aperto il presente scritto, ci vuole veramente poco: basta la voglia di sorprendersi, ovvero di conoscere un territorio montano straordinario, tra i più belli dell’intera cerchia alpina. Da oggi, grazie a Le Nostre Montagne, sarà una (ri)scoperta ancora più semplice e affascinante.

(Le foto del convegno sono © Giorgio Toneatto.)