Lo studio e la tutela del “buon senso”, prima di ogni altra cosa

[Panorama dell’Alpe di Siusi/Seiser Alm. Foto di Simone Cappellari da Pixabay.]
Quando qui e sui social pubblico articoli contenenti osservazioni variamente critiche su “cose” che si fanno e/o vengono proposte nei territori montani, ricevo spesso – inevitabilmente – commenti di segno opposto da parte di chi sostiene quelle cose: e ci sta, va benissimo, anzi, bene che vada così.

Tuttavia, quasi tutti quei commenti considerano un contesto meramente ambientalista, pro- o anti- che siano i loro contenuti: se anche questa cosa è inevitabile, dato che è quello il terreno di scontro principale quando si discuta delle opere suddette in forza del loro impatto, le mie osservazioni non fanno riferimento a quel contesto, che io considero sempre ma del quale non intendo occuparmi direttamente.

Quando io critico (uso questo termine per rapidità espressiva anche se non è del tutto consono) certe cose che si fanno in montagna, opere manufatti infrastrutture turistificazioni eccetera, innanzi tutto mi occupo di buon senso. Cioè rifletto, e chiedo conto al riguardo, su quanto ne manifestino, se considerino il senso del contesto, se rispettino il senso del limite e della misura, se siano compiutamente logici e contestuali oppure no.

Ove, per definizione dizionaristica, il «buon senso» è la capacità naturale e istintiva di giudicare in modo retto, equilibrato e saggio, adattando il proprio comportamento alle necessità pratiche della vita quotidiana, le cose che si fanno in montagna manifestano buon senso quando presentino naturalmente e istintivamente la dote di mostrarsi rette e equilibrate con il luogo e il contesto, e vi si adattino in maniera pratica e funzionale dimostrando un’utilità efficace al luogo stesso.

Di frequente, io rilevo in maniera pressoché incontrovertibile che molte “cose” progettate e realizzate in montagna, molto semplicemente, non dimostrino buon senso. Poi hanno/possono palesare criticità di altro genere, ambientali in primis, ma trovo che la mancanza di buon senso sia la loro colpa fondamentale. È il buon senso sul quale in montagna ancor più che altrove dovrebbe essere costruita la presenza umana e la relazione con il territorio e il paesaggio, perché rappresenta la garanzia primaria affinché l’uomo viva al meglio in quota e la montagna benefici il più possibile della presenza e dell’opera umana.

[Paesaggio terrazzato della Valtellina. Immagine tratta da qui.]
Quel buon senso che, quando si trova al cospetto delle grandi montagne, tanto della loro geografia maestosa e imponente nonché della forza della Natura in quota quanto della loro bellezza e della delicatezza e fragilità ambientale, biologica, ecosistemica, qualsiasi uomo dotato di senno dovrebbe di default manifestare, in ogni espressione materiale o immateriale della propria presenza lassù e della relazione elaborata con le montagne. Come è stato ampiamente nel passato, pur nelle diverse circostanze, e come dovrebbe essere nel presente e nel futuro contestualmente ai tempi e alle contingenze relative.

Ecco, questo conta più di ogni altra cosa, per me e per le mie considerazioni al riguardo. Studio il paesaggio, dunque mi occupo anche di ambiente e sua tutela, indago culture e saperi delle genti che abitano le Terre Alte e le realtà che le contraddistinguono ma, appunto, forse più e prima di ogni altra cosa io studio il buon senso.

Il buon senso che sulle montagne c’è ma – parafrasando Manzoni ne I Promessi Sposi -, ancora troppo di frequente, se ne sta nascosto per paura di un senso comune deviato, distorto, incoerente, sovente irrazionale e non di rado ipocrita, che finisce spesso per fare o per “giustificare” dei grandi e insensatissimi disastri.

Montespluga, turismo sostenibile in mezzo alle motoslitte (?!)

[Foto di Martina Mainetti da Unsplash.]
Qualche giorno fa a Milano sono stati presentati i risultati e le prossime tappe del progetto Interreg “Spluga Bianco”, che dal marzo 2025 ha eletto la località di Montespluga, in alta Valchiavenna, come sede di «Un nuovo modello di turismo incentrato su sostenibilità, sicurezza e cooperazione. Si parla di sci alpinismo e freeride in un contesto dove sono assenti gli impianti di risalita. […] Il progetto intende integrare l’offerta invernale tradizionale con un ecosistema di esperienze outdoor: scialpinismo, splitboard, ciaspolate e attività guidate. L’obiettivo è quello di intercettare nuovi flussi di visitatori proponendo una fruizione lenta e consapevole dell’ambiente montano». Un progetto ovviamente importante e rimarchevole in un luogo, Montespluga, che è tra i più belli e affascinanti di tutte le Alpi, sia dal punto di vista paesaggistico e ambientale che da quello culturale – luogo che conosco come le mie tasche e del quale ho scritto qui.

Ecco. Peccato che la zona da decenni sia infestata dalle motoslitte.

[Motoslitte a Montespluga. Immagine tratta da http://www.teamadventuremadesimo.it.]
Già la presenza di un tracciato escursionistico per i mezzi cingolati che da Madesimo sale a Montespluga non si accorda affatto con gli intenti di «sostenibilità» e di «una fruizione lenta e consapevole dell’ambiente montano» che il progetto “Spluga Bianco” vuole conseguire. Ma pur ammettendo tale tracciato in quanto autorizzato, il problema autentico è la regolare infrazione della sua percorribilità e delle disposizioni che la regolano da parte di innumerevoli motoslittisti che, in barba a ogni divieto e a qualsiasi norma di sicurezza e responsabilità, scorrazzano in campo aperto generando rumore costante, inquinamento, deterioramento del manto nevoso e pericoli oggettivi tanto per gli altri frequentatori del luogo quanto per essi stessi, come hanno tragicamente dimostrato i fatti dello scorso inverno presso il Lago Nero, sopra Montespluga – ultimo episodio di altri simili accaduti in passato.

Dunque, se veramente il progetto “Spluga Bianco” e quello di “Homeland” ad esso collegato vogliono conseguire un senso compiuto, e Montespluga presentarsi autenticamente come una meta ideale alla fruizione lenta e consapevole dell’ambiente montano, si deve eliminare il traffico di motoslitte e perseguire in maniera inflessibile chiunque contravvenga alle regole di utilizzo dei tracciati presenti nell’intero contesto dell’alta Valchiavenna. Anche perché, come detto, è un problema che lassù si manifesta da decenni e sul quale nessuna autorità locale ha mai voluto intervenire come era suo dovere fare, per vari motivi comunque mai ammissibili. E, assurdamente, nemmeno tragedie come quella citata hanno saputo cambiare questa situazione.

[Un’escursione del progetto “Homeland”. Immagine tratta da https://homeland-explore.it.]
Quindi, Montespluga può realmente rappresentare una meta per il turismo montano lento, consapevole e sostenibile, come ha tutte le possibilità di essere, solo se elimina alla radice quel problema. Altrimenti tutte le suggestive parole espresse circa il progetto “Spluga Bianco”, nonostante le belle e lodevoli iniziative messe in atto, resteranno vane speranze iscritte sulla neve al Sole, che rapidamente fonde e svanisce senza lasciare traccia.

Montagne “YES LIMITS”!

Ricercare costantemente nuovi obiettivi e andare sempre oltre qualsiasi limite. Oppure riconoscere che in certi casi il limite non debba essere superato e che l’obiettivo è una questione di misura.

A quale delle due condizioni, secondo voi, può essere meglio associato il concetto di libertà?

Siamo liberi quando tendiamo a superare senza sosta i limiti, o siamo liberi quando possiamo e sappiamo stabilire dei limiti da non superare e rispettare? Oppure, per dirla in altro modo: superare costantemente i limiti o saperne stabilire di insuperabili, quale delle due cose rappresenta di più una libera scelta?

Forse, non c’è una risposta univoca e del tutto soddisfacente. L’uomo si è fatto Sapiens e ha creato la propria civiltà proprio perché ha saputo costantemente superare i limiti suoi e del mondo che ha intorno; di contro, molti dei danni cagionati al mondo stesso sono stato causati dall’aver superato limiti insuperabili che, da Sapiens qual è, l’uomo doveva saper percepire, comprendere e rispettare.

Di conseguenza, se in certi casi superare i limiti è nella natura stessa dell’uomo e fa parte della sua evoluzione, in altri casi funziona all’opposto e l’evoluzione della natura umana deve – dovrebbe – saperci far capire quando sia il caso di non andare oltre, di rispettare il limite, di avere il senso della misura – lo dicevano già i Greci duemilacinquecento anni fa.

Quindi, tornando alle domande iniziali, abbiamo l’impressione di sentirci liberi quando possiamo superare costantemente i limiti perché intendiamo il “limite” come fosse un recinto che ci imprigiona e l’andarci oltre come una conseguente “liberazione”. Ma una volta superato un limite, ce ne sarà un altro da superare, poi un altro ancora e uno successivo e così via: la libertà di cui pensiamo di godere si rivela essere una ossessione, un assillo, dunque, a ben vedere, una sostanziale privazione di libertà che ci imprigiona in un meccanismo incalzante e opprimente dal quale uscirne è parecchio difficile. A volte una tale ossessione può anche avere risvolti positivi: il caso classico è quello della costante ricerca del superamento dei record sportivi – che comunque non è mai stata esente da lati oscuri, come sappiamo bene – oppure dei “limiti” scientifici e tecnologici che hanno permesso il progresso umano – ma anche in tal caso le ombre sono tante, basti solo pensare alla questione dell’intelligenza artificiale.

Viceversa, in molti casi appare una scelta molto più libera saper definire dei limiti da non superare, e obiettivamente anche più coraggiosa. La libertà intellettuale di comprendere il limite, di stabilirne la misura e di scegliere consapevolmente di non superarla.

[Foto di Mrexentric da Pixabay.]
Manifestare uno stato di libertà attraverso una limitazione può sembrare qualcosa di controintuitivo e per certi versi paradossale, invece in molti ambiti e per tante situazioni è la cosa più liberamente razionale che ci sia nonché la più necessaria da mettere in atto, che permette di sottrarsi sia dall’ossessione del “no-limits” tanto suggestiva quanto pericolosa, sia da quella evidente perdita del senso del limite – dunque della misura – che caratterizza troppo di frequente la civiltà di noi Sapiens, totalmente centrata sul superamento di qualsiasi limite pur di conseguire risultati e generare profitti nel disinteresse pressoché assoluto delle conseguenze derivanti.

Come ha scritto di recente su “La Stampa” l’amico Daniele Cat Berro, climatologo e divulgatore scientifico, in riferimento al progetto “Monveso di Forzo. Montagna Sacra” che si basa proprio sul concetto di “limite” soprattutto in relazione all’invasività umana negli ambienti naturali,

C’è un nesso tra la perdita della cultura del limite da parte dell’umanità (e soprattutto della civiltà capitalistica e iper-consumistica) e la crisi climatica e ambientale che stiamo vivendo. Una relazione spesso ignorata, tuttavia elemento-chiave per comprendere e affrontare la più grande sfida che, creata da noi stessi, abbiamo di fronte. […] Il nostro porsi sempre al centro e al di sopra di tutto – in un termine, il nostro atteggiamento antropocentrico – è alla base del grave deterioramento degli ecosistemi e in generale del sistema terrestre da cui dipendiamo, situazione studiata e accertata da migliaia di ricercatori delle più diverse discipline. Tra tutte, la scienza dei limiti planetari (planetary boundaries) ideata dallo scienziato ambientale svedese Johan Rockström, secondo cui sette dei nove limiti definiti dal mondo scientifico come cruciali nel mantenere la stabilità del sistema terrestre (cambiamento climatico, integrità della biosfera, modifica dei flussi biogeochimici, consumo di suolo, utilizzo di acqua dolce, nuovi inquinanti, acidificazione degli oceani) sono ormai pericolosamente superati e lampeggiano in rosso nel cruscotto dell’astronave-Terra.

Quante volte, leggendo le notizie dai media d’informazione o magari constatando i fatti di persona, ci troviamo di fronte a palesi superamenti di limiti, soprattutto nel nostro “fare cose” sulle montagne e negli ambienti naturali? E quante altre volte ci siamo trovati a ritenere quei superamenti così eccessivi da sembrare frutto di una vera e propria ossessione, di un bias cognitivo e comunque di una totale mancanza del senso della misura? Evidentemente, in tutte quelle volte, qualcuno ha preteso per sé la “libertà” di fare risultati, di conseguire obiettivi e profitti, ma così assoggettandosi a un meccanismo che di “libero” non ha nulla perché è dettato da modelli e dinamiche ben determinate e imposte. Senza contare poi che se siano arrivati i risultati e i profitti presunti e pretesi è una questione tutta da verificare. Inoltre, quella libertà singolare imposta a territori, luoghi e comunità quanta libertà collettiva ha impedito?

È il caso delle tante località sottoposte a sovraturismo – l’ormai arcinoto overtourism – nelle quali, per “libera” ingordigia imprenditoriale degli operatori turistici e per incapacità di pianificazione e di gestione degli amministratori pubblici, dunque di determinazione e imposizione di limiti, i residenti subiscono notevoli disagi e privazioni della propria libertà, a partire dall’essere liberi di poter vivere tranquillamente nella propria località di residenza.

Quante volte, invece, la vera libertà – di mente, di coscienza, di spirito – consiste nel comprendere e determinare limiti e misure da non superare, così come il vero coraggio sta nel saperli rispettare? Per tornare al progetto della “Montagna Sacra” – «sacra» nell’accezione universale di sacro come “diverso da noi” – che chiede simbolicamente a chiunque di non salire sulla vetta del Monveso di Forzo: è più libero chi pretende di poter salire qualsiasi vetta, andare ovunque e farci qualsivoglia cosa, o chi sceglie liberamente di non salire una montagna per manifestare il proprio rispetto del senso del limite? Ed è più coraggioso il primo nelle sue pretese ossessive o il secondo nella sua rinuncia consapevole?

Come dice bene Michil Costa, rispettare il limite non significa rinunciare a qualcosa ma darsi una forma, cioè determinarsi. Proprio come le montagne, che per moltissimi frequentatori sono sinonimo di “libertà” e per tanti di essi anche di limiti da superare – vette da salire, altitudini da raggiungere, pareti da superare, eccetera – ma che in verità sono ovunque fatte di «limiti»: innanzi tutto proprio la vetta, sommità massima oltre la quale non si può andare, e poi limiti morfologici, geografici, naturali, ambientali. Se non ci fossero limiti non ci sarebbero forme, e questo vale anche per noi Sapiens: saremmo indeterminati, privi di “contorni” intellettuali, emotivi, morali, etici, mere “macchine prestazionali” alle quali viene imposto di correre sempre più veloce oltre ogni limite. Che in effetti è ciò che molti elementi della nostra società contemporanea ci vorrebbero imporre di fare, perché funzionale al loro continuo inseguire e superare limiti, obiettivi, record, profitti. Un circolo vizioso senza fine, inesorabilmente deleterio per tutti – anche per chi pensasse di poterci guadagnare.

[Il Monveso di Forzo, la “Montagna Sacra” della Valle Soana.]
Dunque, ribadisco: il valore autentico della libertà sta anche nell’essere liberi di rispettare i limiti, ben più che nell’imporsi di superarli senza sosta. Come accennavo prima, i Greci lo avevano capito già duemilacinquecento anni fa elaborando il concetto filosofico di Métron (μέτρον), “misura”, per il quale bisognava vivere katà métron (κατὰ μέτρον), ovvero “secondo misura”: significava avere equilibrio, autocontrollo, conoscere i propri limiti e non cadere mai nell’eccesso (cioè nell’hybris, l’arroganza di superare i limiti umani). Mantenere il métron per un cittadino della Grecia classica era l’unico modo per raggiungere la vera armonia e felicità, dunque per sentirsi libero e affrancato da qualsiasi imposizione, ossessione, diktat oppressivo.

Un concetto vecchio di millenni ma che, visti i tempi e i rischi che corriamo, sarebbe quanto mai valido e necessario anche oggi, forse più di allora.

Finalmente un progetto di rilancio turistico innovativo e oculato per l’alta Valsassina! Evviva!

Dobbiamo di nuovo ringraziare di cuore Regione Lombardia, il Ministero del Turismo e i soggetti istituzionali ad essi afferenti, per gli interventi finanziati in alta Valsassina, tra l’Alpe di Paglio e l’Alpe Giumello in comune di Casargo e il Pian delle Betulle in comune di Margno, dei quali stanno dando notizia i media locali.

Già, perché invece di finanziare degli inutili progetti articolati di rilancio organico della socioeconomia locale strutturati sul lungo termine e a beneficio dell’intera comunità residente, che d’altro canto abbisognerebbero di capacità e competenze evidentemente assenti e poi chissà quanto ci vorrebbe per metterli in atto, ha scelto di spendere d’emblée almeno 3,35 milioni di Euro di soldi pubblici – stando ai suddetti media – per rilanciare il comprensorio sciistico locale (con una “nuova” seggiovia, sistemazioni delle piste da discesa e innevamento artificiale oltre a opere accessorie) posto interamente sotto i 1800 metri di quota, dunque in un ambito geografico e climatico nel quale già oggi, e nel prossimo futuro ancora di più, la pratica dello sci è insostenibile sia ambientalmente che economicamente.

Ma sono solo dettagli, questi. Che poi è tutto da vedere se il cambiamento climatico esiste veramente e non sia un’invenzione di certa scienza al soldo dei “poteri forti”! D’altro canto sarà sicuramente pronto un piano adeguato per l’ammortamento e la copertura dei debiti generati dall’investimento in questione in modo che non vadano a carico della collettività – magari con garanzia personale degli amministratori locali coinvolti, i quali di certo crederanno fermamente nel successo dell’investimento e per ciò saranno ben disposti a concederla.

[Andamento della quota dello zero termico medio invernale nel contesto dell’alta Valsassina negli ultimi trent’anni; dati ARPA Lombardia. Come si nota, la quota massima degli impianti del comprensorio di Paglio-Betulle (Cima Laghetto, 1770 m) è già superata da quella dello zero termico medio invernale, ormai prossimo ai 2000 metri.]
Dunque grazie, veramente grazie per questa ennesima, grandissima attenzione verso il territorio, per il consapevole senso del contesto dimostrato, per l’impegno nell’elaborazione di una strategia turistica tanto originale e al passo con i tempi, per spendere così oculatamente ingenti risorse pubbliche (giustamente tolte ad altre iniziative per il territorio troppo elaborate e poco utili a fare propaganda) e, soprattutto, per aver manifestato una tale vicinanza alla comunità locale e alle sue esigenze di restanza nel territorio oltre a una visione del futuro così responsabile e finalmente consona alla realtà in divenire dell’alta Valsassina.

Grazie, di nuovo. Con questa vostra attenta e innovativa azione politica nelle Terre alte, a Casargo e altrove, le nostre montagne e i loro abitanti sicuramente godranno di un futuro luminoso e prospero, altro che regresso, abbandono e spopolamento! Evviva!

Ladini: chi sono costoro? Breve storia culturale di una comunità profondamente “alpina”

[La bandiera ladina sullo sfondo del Gruppo del Sassolungo, sopra la Val Gardena.]
Qualcuno che avrà letto e saputo della questione del toponimo ladino “Plan de Corones” eliminato dal logo della celebre comprensorio sciistico altoatesino/sudtirolese – che ora è “Kronplatz Dolomites” (ne ho scritto qui) -, forse avrà pensato: «Be’, in fondo è solo un nome, che sarà mai? Se è per sviluppare meglio il turismo, alla fine anche i ladini ci guadagneranno, no?»

Come al solito, la questione è più complessa di quanto sembra, anche perché non è meramente commerciale e/o turistica, ma innanzi tutto profondamente culturale. E non solo rispetto alla comunità ladina ma, in senso generale, nei riguardi di tutta la cultura delle Alpi e delle genti che le abitano. Che non si capisce perché debbano dare fastidio (e accade di frequente) alla grande industria turistica, quella che spesso e volentieri decanta nelle proprie pubblicità superpatinate “identità” e “tradizioni” dei territori nei quali opera ma, evidentemente, lo fa solo a parole mentre nei fatti trova quegli elementi inopportuni, fors’anche sconvenienti o irritanti, alle proprie strategie commerciali. Al punto da toglierli di mezzo appena può.

A questo punto, per farvi capire meglio il portato ben più pesante e grave di quanto potrebbe apparire di quel “Plan de Corones” cancellato dal logo del comprensorio sciistico, è bene conoscere meglio le vittime “di rimbalzo” di quanto accaduto: i ladins, o ladini.

Nelle valli tra Trentino, Alto Adige/Südtirol e Veneto, incorniciate dalle incredibili cime, guglie, torri e pareti che hanno reso le Dolomiti montagne tra le più famose del mondo, i ladini rappresentano una delle presenze antropiche più antiche dell’intera regione alpina. Spinte da esigenze di sopravvivenza e da una straordinaria capacità di adattamento all’ambiente montano, queste genti hanno saputo plasmare un paesaggio alpestre pressoché unico che in quelle valli più che altrove porta impressa la loro anima identitaria e la storia della relazione che le lega alle montagne sotto cui vivono. I curatissimi masi, prati ordinati, il tradizionale grembiule blu dei contadini e le specialità culinarie come lo speck e lo strüdel sono simboli tangibili di una quotidianità radicata nei secoli. Nonostante le difficoltà imposte dal territorio e dall’ambiente montani, i Ladini hanno garantito la cura e la conservazione di un ecosistema arrivato quasi intatto fino a noi, dove l’intervento dell’uomo, quando non è stato assoggettato a modelli variamente decontestuali come quelli del turismo di massa, è rimasto in costante equilibrio con la maestosità delle montagne d’intorno e con il loro grande valore simbolico e culturale.

[Immagine tratta dalla pagina Facebook de “La Usc di Ladins“.]
Le tracce della presenza umana nell’area dolomitica risalgono a epoche antecedenti l’Età del Bronzo, testimoniando una continuità culturale profondamente radicata al territorio. Sebbene manchino documenti scritti risalenti all’antichità, l’archeologia attesta che le Dolomiti erano abitate sin dal Mesolitico, inizialmente in modo stagionale da cacciatori che utilizzavano ripari in quota come Plan de Frea, in Val Gardena, e Mondeval de Sora, nel Cadore. I primi insediamenti stabili risalgono invece alla media Età del Bronzo, con il sito di Sotćiastel in Val Badia – nel quale si stima vivessero attorno ai 240-300 abitanti già alla fine del XIII secolo a.C. – mentre all’Età del Ferro, risale la presenza umana attestata dagli scavi di Ortisei. Nella seconda età del Ferro (500-15 a.C.), una parte dell’odierna area ladina apparteneva alla cultura di “Fritzens-Sanzeno”, riconducibile ai Reti, popolazioni alpine che abitavano i territori poi confluiti nel Tirolo. I Reti utilizzavano una scrittura simile a quella etrusca, sebbene la classificazione precisa della loro lingua rimanga complessa.

La svolta storica avvenne con l’espansione di Roma: dopo le campagne militari culminate nella vittoria del 15 a.C. alla confluenze tra l’Isarco e l’Adige, i Romani introdussero strade, commercio, diritto e, a partire dal IV secolo d.C., la religione cristiana. Da questo incontro profondo tra il latino volgare e le parlate autoctone (celtiche e retiche) nacque la lingua ladina. In quell’epoca il retoromanzo raggiunse la sua massima espansione geografica, estendendosi dal lago di Costanza fino all’Istria e al Danubio. Con il crollo dell’Impero Romano e le successive migrazioni di popoli germanici e slavi, il latino alpino fu progressivamente ridotto a enclavi montane isolate, gettando le basi della moderna identità ladina (peraltro già in formazione fin dal V secolo a.C.) che poi si consolidò nel corso dei secoli successivi come cultura autonoma.

[Aratori ladini negli anni Sessanta del Novecento a La Val, in Val Badia. Immagine di family photograph, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, le valli ladine furono occupate dai Longobardi e poi dai Bavaresi, entrando nell’Impero Carolingio alla fine dell’VIII secolo con l’introduzione del sistema feudale e delle contee. Dal punto di vista amministrativo, un ruolo chiave fu svolto dai principati vescovili: nel 1027 l’Imperatore nominò il vescovo di Bressanone Signore dei distretti dell’Inn e dell’Isarco, a cui si aggiunse nel 1091 la Val Pusteria e parte della Val Badia. Quest’ultima fu divisa tra la Signoria di Tor (legata al vescovo) e la gestione delle monache benedettine di Sonnenburg (Ćiastel Badia). Nel 1363 l’intero Tirolo, compresi i principati di Bressanone e Trento, fu assegnato all’Impero asburgico, e nel 1511 anche l’Ampezzo passò sotto il controllo austriaco. Da quel momento, e fino al 1918, tutte le valli ladine condivisero un destino comune all’interno del Tirolo austriaco, sviluppando una solida rete di relazioni politiche, culturali ed economiche.

L’età moderna, e il XX secolo in particolar modo, ha segnato profondamente e spesso in maniera drammatica il tessuto sociale delle comunità ladine. Durante le guerre napoleoniche, la regione fu teatro di conflitti e passaggi territoriali tra la Baviera, l’Impero d’Austria e il Regno d’Italia di Napoleone (1810), per poi fare ritorno all’Austria nel 1813. Ancora più devastante fu la Prima Guerra Mondiale, poiché il fronte dolomitico correva proprio attraverso il cuore delle valli ladine. Oltre un migliaio di ladini perse la vita e interi villaggi, in particolare nei dintorni di Livinallongo del Col di Lana, furono rasi al suolo. Con la fine del conflitto e il passaggio al Regno d’Italia, la Ladinia fu smembrata amministrativamente e, con l’avvento del fascismo nel 1922, sottomessa a una rigida politica di italianizzazione forzata che dichiarava il ladino un semplice “dialetto”. Il territorio fu ulteriormente diviso tra tre province: Bolzano (Val Badia e Val Gardena), Belluno (Livinallongo e Ampezzo) e Trento (Val di Fassa).

[Immagine tratta dalla pagina Facebook de “La Usc di Ladins“.]
Negli anni della Seconda guerra mondiale, la popolazione si trovò stretta tra il fascismo e le pressioni del nazismo, concretizzatesi nell’accordo delle “Opzioni” del 1939: una presunta strategia per risolvere i problemi delle minoranze (ladini e popolazione sudtirolese di lingua tedesca) per la quale alla parte non italiana dell’Alto Adige fu chiesto di spostarsi nel Reich tedesco e, quindi, lasciare le proprie case, oppure di accettare ed esercitare l’italianizzazione del Tirolo. L’attuazione dell’Opzione fu poi limitata dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e, dall’Armistizio tra Italia e Forze Alleate dell’8 settembre 1943, quando tutte e tre le province nelle quali viveva la comunità ladina furono controllate dalla Germania nazista, completamente abbandonata. Dopo la resa questi territori tornarono sotto il dominio italiano.

Il 1946 vide un momento cruciale di mobilitazione: circa 3.000 ladini si riunirono al Passo Sella per protestare contro la divisione amministrativa in tre province ereditata dal fascismo e chiedere l’autodeterminazione. Nonostante le richieste iniziali non fossero state accolte, un primo riconoscimento formale arrivò con il primo Statuto d’autonomia del Trentino-Alto Adige (1948), seguito dalla svolta fondamentale del secondo Statuto d’autonomia del 1972, grazie al quale i ladini delle province di Bolzano e Trento hanno ottenuto il riconoscimento ufficiale del gruppo etnico, l’insegnamento scolastico nella lingua madre, la tutela della toponomastica ladina e spazi dedicati nei media radiotelevisivi. Nonostante tali conquiste trentine e altoatesine, in Veneto le comunità di Ampezzo, Livinallongo e Colle Santa Lucia attendono ancora un analogo percorso di piena valorizzazione territoriale e culturale.

Oggi la comunità ladina conta circa 30.000 parlanti residenti in cinque valli principali disposte a raggiera attorno al massiccio del Sella: la Val Badia: considerata il cuore della lingua, con le varianti badiot, ladin de mesaval e marou; la Val Gardena (Gherdëina); la Val di Fassa (Fascia) con le varianti cazet, brach e moenat; il Livinallongo del Col di Lana (Fodom), che include anche Colle Santa Lucia, infine la conca d’Ampezzo, con la variante ampezan.

[Valli e comuni ladini tra Trentino, Alto Adige/Südtirol e Veneto. Immagine di Hanno, Ilario, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Il ladino appartiene alla famiglia retoromanza, che comprende anche il romancio dei Grigioni (Svizzera) e il friulano. La vitalità della lingua, assolutamente presente e orgogliosamente tutelata, si manifesta normalmente nell’uso quotidiano, nella segnaletica trilingue (ladino, tedesco e italiano) diffusa in Alto Adige, e nella produzione culturale e mediatica (radio, televisioni locali e testate giornalistiche come “La Usc di Ladins”), oltre a essere ufficialmente riconosciuta dalle istituzioni altoatesine e quindi legittimamente utilizzata nelle interlocuzioni con gli enti pubblici locali.

Tutto questo lo si deve all’azione che, tra il XIX e il XX secolo, un movimento di intellettuali e studiosi intraprese per gettare le basi della riscoperta e la codifica della cultura ladina. Tra i pionieri spicca Micurà de Rü, pseudonimo di Nicolò o Nikolaus Bacher, un presbitero e linguista austriaco di madrelingua ladina, nato in Val Badia, che nel 1833 pubblicò la prima grammatica tedesco-ladina nell’ottica di unificare i diversi dialetti delle varie vallate; Micurà de Rü fu poi seguito nella propria opera di riscoperta culturale ladina da altre figure importanti della comunità, autori, scienziati e storici come Jan Batista Alton, Angelo Trebo, Hugo de Rossi e Vijo Vittur. Già nel 1905 nacque l’Union Ladina a Innsbruck, mentre nel corso del Novecento sono state fondate importanti istituzioni di tutela e ricerca, come l’Istitut Ladin “Micurà de Rü”, il Museum Ladin Ćiastel de Tor in Badia, il Museo Ladin de Fascia e l’Associazione Union Generela di Ladins dla Dolomites.

Oggi la Ladinia rappresenta un crocevia straordinario dove il mondo germanico incontra quello latino, e l’Europa continentale dialoga con quella mediterranea. Custodendo un patrimonio millenario fatto di leggende, tradizioni e senso di appartenenza, i Ladini continuano a rappresentare un ponte vivace e saldo tra passato e futuro, una delle genti che più si fa custode insostituibile dell’identità alpina autentica e testimone dell’anima originaria che unisce e caratterizza le popolazioni delle Alpi.

Capite ora perché è tanto grave cancellare un pur semplice toponimo dall’immagine internazionale di un luogo certamente importante nella geografia fisica e umana ladina? Di nuovo, la brandizzazione mercificante della montagna turistificata viene fatta trionfare, in maniera del tutto prepotente, sul luogo, sul suo paesaggio, sulla comunità che lo abita, sulla cultura che lo caratterizza e lo rende a suo modo unico, sulla sua identità e sull’anima, sul suo futuro. «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi» ha scritto Paolo Rumiz: e finche ci saranno i luoghi, ci saranno le genti che li abitano e ci sarà una cultura che li rende vivi. Altrimenti, temo, non è che l’inizio della fine, di quel luogo e non solo.

 Non so voi, ma io trovo questa cosa totalmente inaccettabile, e mi auguro che i ladini, e le altre genti alpine al loro fianco, protestino fin quando possibile e per quanto lecito contro questa vera e propria sopraffazione.

Sitografia utilizzata per redigere l’articolo: