Cosa vuol dire essere “ambientalista”? (Ospite speciale: Fabio Balocco)

Occupandomi di montagne e paesaggi mi occupo anche (nel mio piccolo e per quel poco che posso fare) di tutela dell’ambiente montano, ma non riesco a dirmi un «ambientalista». Nel senso che non penso di fare così tanto per meritarmi questo titolo e perché cosa sia, possa, debba essere un “ambientalista” me lo domando spesso senza trovare risposte così soddisfacenti. Credo che esserlo in senso veramente compiuto sia estremamente difficile, un percorso di costante impegno civico e politico (al netto di qualsiasi parte), di rigore morale, di estrema coerenza, una missione quasi “ascetica” non tanto perché debba contemplare la rinuncia agli agi contemporanei o alla tecnologia (anzi, questa oggi in molti casi aiuta tantissimo a ridurre la propria impronta ambientale) quanto nel carattere altamente ideale che l’essere ambientalista deve manifestare. Poi, ovviamente, chiunque può sentirsi tale nel modo che preferisce e ritiene può consono al proprio spirito, quotidianità e visione del mondo, non è certo una questione di graduatorie di merito: l’importante, dal mio punto di vista, è fare del bene al mondo in cui viviamo sapendo che significa fare del bene a se stessi.

Detto ciò, se dovessi pensare a una persona da poter definire in maniera compiuta e esemplare “ambientalista”, rapidamente il primo pensiero e la conseguente citazione sarebbe per Fabio Balocco, scrittore in campo ambientale e sociale, opinionista su “Il Fatto Quotidiano”, appassionato frequentatore di montagne. Ancor più dopo aver letto il suo più recente libro “Bianco, benestante, ambientalista”, un’opera il cui tema del quale ho scritto nelle prime righe viene dipanato, approfondito e meditato sulla base della notevole e emblematica esperienza personale dell’autore.

Una sorta di (passatemi la definizione) autobiografia estroversa in chiave ambientalista (Balocco invece indica il neologismo «biosaggio»), per quanto nelle narrazioni personali di Balocco molti si possano facilmente ritrovare, per consonanze di vita e di pensiero, o per come da esse si possano sviluppare innumerevoli considerazioni sul tema principale e sugli altrettanto innumerevoli sottotemi possibili.

Al fine di presentare al meglio un libro così particolare, nel quale veramente la barriera tra autore e lettore tende a rompersi di frequente se non a svanire, ne ho chiesto direttamente conto a Balocco. Ecco ciò che è scaturito dalla chiacchierata.

Ti faccio subito “la” domanda: cos’è oggi un “ambientalista”? Cosa di dovrebbe intendere con questo termine, e cosa invece ritieni che la cosiddetta “opinione pubblica” intenda?

Ambientalista è sicuramente chi si attiva in concreto per difendere l’ambiente, ed io l’ho fatto per circa trent’anni. Ma di ambientalisti ne esistono due ben distinte categorie: quelli di pancia e quelli di testa. Ossia: difendo l’ambiente perché mi sento di farne parte. Oppure: difendo l’ambiente perché l’ambiente serve a me uomo per vivere. La prima è una visione olistica, La seconda antropocentrica. Io mi sento di appartenere alla prima. Quanto all’opinione pubblica credo non faccia differenza fra le due categorie e in buona parte associ, come molti uomini politici, l’ambientalista al salotto: quello che disquisisce senza conoscere.

Bianco, benestante, ambientalista” è un titolo tanto obiettivo quanto provocatorio; inizialmente, scrivi a pagina 10, il titolo doveva essere “Gli animali, le piante e qualche uomo”, di tono e senso apparente piuttosto diversi. Come mai lo hai cambiato?

L’ho cambiato perché ritenevo necessario sottolineare nel titolo il dramma in cui sono immerso (e che ritengo comune a molti che difendono l’ambiente): da buon borghese, vivendo in questa società, e posto che in tanti anni di battaglie non ne ho mai, dico mai, vinto una, alla resa dei conti non fa una grande differenza tra essere ambientalista e non esserlo. Quanto ho contribuito a migliorare il mondo? Zero.

[Foto di Chris LeBoutillier su Unsplash.]
Un’altra cosa che metti in chiaro fin dalle prime pagine ci accomuna, visto che da sempre la pratico anche io: scrivere “Natura” con la N maiuscola. Se si può discutere a lungo su cosa sia un ambientalista, ci ritroviamo palesemente a non aver capito bene, noi “Sapiens”, cosa sia la Natura, visto ciò che le cagioniamo. Come può essere?

Credo che solo l’uomo cacciatore e raccoglitore sia stato e sia (non dimentichiamoci che esiste ancora) in armonia con la Natura. Da quando è diventato stanziale, le cose sono cambiate parecchio e ancor di più con l’avvento della rivoluzione (o involuzione?) industriale: è iniziato il dominio e lo sfruttamento intensivo dell’ambiente naturale. Spesso perciò mi ritrovo ad affermare che siamo uno scherzo della Natura.

Nel corso della tua vita da attivista, di azioni e di pensieri, come hai visto cambiare la considerazione diffusa verso l’ambiente naturale e la sua tutela? E parimenti come trovi si sia sviluppato l’ambientalismo, dalla sua nascita (in fondo recente) a oggi?

Tocchi un punto molto dolente. A livello sociale e politico, per lo meno in Italia, la difesa dell’ambiente ha avuto un proprio apice negli anni Ottanta/Novanta. Era un periodo di relativo benessere (o presunto tale) e il tema ambientale era particolarmente sentito. Il legislatore ad esempio promulgò la legge quadro sulle aree protette. Anche le associazioni ambientaliste erano relativamente floride e facevano sentire la loro voce. Poi è iniziato il loro declino, complice un modo di operare obsoleto ma soprattutto a causa della disattenzione della gente (erano e sono altri i temi importanti secondo l’uomo della strada) e la conseguente “crisi delle vocazioni”. Oggi le associazioni vivono in un tunnel di cui non si vede l’uscita.

A pagina 32 apri il capitolo con una bella citazione di Peppino Impastato: «Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà.» Paradossalmente, molto del senso che diamo al termine e all’idea di “bellezza” scaturisce dal paesaggio naturale e lo stesso concetto di paesaggio nasce dalla considerazione culturale della Natura, eppure ci impegniamo a fondo nel distruggere continuamente ciò che definiamo “bello” alla massima potenza. Che ne pensi?

Il concetto di bello è diverso da persona a persona. Io credo fermamente che l’isola di Manhattan fosse bella senza grattacieli, ma la stragrande maggioranza delle persone ritiene invece che sia magnifica così. Legambiente, ad esempio ha edito una guida turistica nei “parchi eolici” (notare anche la distorsione del termine “parco”). A me piace di più un crinale appenninico senza pale. Evidentemente a loro no, o è indifferente. Del resto, a questo proposito, non ti sarà sfuggita la nuova formulazione dell’art.9 della Costituzione. Introducendo il concetto di ambiente (che peraltro esisteva già nelle pronunce della Corte Costituzionale) e di interesse per le future generazioni, a tutta evidenza si sono volute promuovere le energie “verdi” a scapito del paesaggio. E quindi, a mio modo di vedere, della bellezza.

[Ambientalismo ante litteram su un numero della rivista del Touring Club Italiano del 1913. Fonte: https://it.wikipedia.org.]
Tornando all’essere (e al fare gli) ambientalisti oggi, un’altra cosa che metti subito in chiaro nel libro, fin dal risvolto della copertina, è l’antitesi, da bianchi e benestanti – occidentali, aggiungo per ulteriore chiarezza – quali (salvo rare eccezioni) siamo, tra l’avere cura per l’ambiente naturale e l’impronta del nostro stare in quell’ambiente e al mondo, inevitabilmente pesante. Si può cercare di riequilibrare questa evidente contraddizione di fatto, e se sì come?

Come detto, io vivo come drammatica la mia vita, meglio, il mio tenore di vita, che consuma l’ambiente, visto che ad esempio guido un’automobile e ho una dieta alimentare varia. Esattamente come chi ambientalista non è. Come giustamente afferma il filosofo statunitense Timothy Morton, noi viviamo immersi dentro degli iperoggetti, e non vediamo neppure esattamente i danni che, sia pure involontariamente, causiamo all’ambiente naturale. E ai nostri simili, certo.

Tu sei savonese di origine ma vivi da tempo in Val di Susa, dunque a stretto contatto con la questione TAV e tutto quanto l’ha determinata nel tempo fino a oggi – vi dedichi molte pagine nel libro. Posto che chiaramente la TAV è anche legata ai temi alla tutela ambientale del territorio coinvolto, quanto la tua esperienza da residente valsusino è entrata anche nelle riflessioni ambientaliste e le ha determinate, definite, magari cambiate?

Ho vissuto parecchi anni in Valle, ora vivo a Torino, ma continuo a seguire le problematiche connesse con la TAV. La TAV mi ha purtroppo fatto crescere nella conoscenza della nostra classe politica, di “sinistra” come di destra, tutta tesa a concepire e giustificare l’opera inutile per eccellenza, pur di favorire il solito partito delle costruzioni, quello che detta legge nel campo delle grandi opere come nell’urbanistica nel nostro paese. Nessuna proiezione di traffico giustificava l’opera un tempo né la giustifica oggi, ma tant’è si continua a bucare e a sconvolgere il territorio. La mia simpatia è tutta per i cosiddetti “antagonisti”, tra i quali io mi metto a pieno titolo. Del resto, come avvocato No TAV ero presente quando lo Stato con le sue forze di polizia fece irruzione nel sito della Maddalena a Chiomonte, con manganelli e lacrimogeni.

Invece, trovi che i temi della tutela ambientale e quella dei diritti sociali siano non solo in qualche modo legate – come peraltro è evidente su scala globale – ma forse persino dipendenti l’una dall’altra, magari anche nelle nostre realtà locali?

Ogni lotta per un ambiente integro, ogni lotta per i beni comuni – acqua, aria, suolo – è una lotta di vera civiltà e di non asservimento al potere economico. Questo è anche il vero progresso, che poi è l’esatto contrario dello sviluppo, oggi definito dal sistema “sostenibile”: un chiaro ossimoro. Ti dirò di più, occorre sfatare il mito negativo della sindrome di Nimby: è sacrosanto che una comunità locale lotti con tutte le sue forze per tutelare il proprio territorio.

[Una recente azione di Mountain Wilderness Italia contro le vie ferrate in montagna.]
A pagina 89, cercando di spiegarti la crisi ambientale, scrivi che «Forse la spiegazione più consona e che l’uomo ha dei limiti, come qualsiasi altra specie animale o vegetale. E non dovrebbe superare questi limiti. Se li supera commette hybrys, come dice la tragedia greca, e all’hybris segue inevitabilmente la punizione degli dei, che è in realtà la punizione della Natura stessa, che si trasforma da vittima in carnefice». Al tempo dei greci la credenza negli dei rappresentava un efficace metodo di rispetto dei limiti nelle cose umane; oggi invece il progresso tecnologico e, per certi versi, l’evoluzione “culturale” fa credere a noi stessi di essere degli dei, onnipotenti e intoccabili, e qualsiasi senso del limite (o quasi) se ne va a farsi benedire. Pensi – al netto del tuo pessimismo – che si possa uscire da una tale situazione oppure no?

Non sono pessimista, sono realista. Il che è peggio, nel senso che il pessimista comunque in fondo nutre un minimo di speranza. Io invece, proprio perché analizzo la realtà che ci circonda e vedo le cause del disastro, non ho speranze per il futuro. Infatti dico sempre che la speranza è degli sciocchi. Comunque, sì, è vero l’uomo odierno anche a causa della tecnologia e della mancanza assoluta di un qualsivoglia anelito religioso, crede di potersi permettere ogni cosa/nefandezza, anche di massacrare i propri simili, come i genocidi del recente passato e quelli che stiamo vivendo oggi dimostrano. Quando invece un’ipotetica salvezza risiederebbe in un sentimento panico, olistico. E non antropocentrico.

Per chiudere ti sottopongo una provocazione. Nell’epilogo al libro scrivi di non ritrovarti «nel mondo di oggi», di provare «un senso di straniamento come altri amici della mia epoca». E scrivi che il libro è la testimonianza di un’epoca che «sta portando la nostra specie all’estinzione». Posti i danni che l’umanità ha perpetrato alla Terra e alla Natura e dato che se pure l’uomo si estinguerà la Natura probabilmente gli sopravvivrà nonostante i danni subiti, il vero ambientalista, quello più coerente, che più ama la Terra e la Natura, è forse quello che in fondo ambisce a che l’estinzione del genere umano avvenga sicuramente e magari prima possibile?

Premesso che purtroppo è accertato che l’uomo sta causando la sesta estinzione di massa (“istruttivo” in proposito il saggio di Elizabeth Kolbert), un vero ambientalista, e cioè un ambientalista di pancia, non può che vedere la scomparsa dell’uomo come auspicabile ed ineluttabile, transitando peraltro prima all’interno di una fase di decrescita infelice a causa della depredazione inarrestabile delle risorse. Solo allora si avrà la resurrezione della Natura, che peraltro ha capacità di resilienza già oggi visibili per chi vuol vedere. Perciò prima avverrà la nostra scomparsa e meglio sarà per la Natura. Del resto, tendiamo a dimenticare che prima dell’homo sapiens altre specie umane in passato sono già scomparse ed erano decisamente molto meno invasive di questa.

Dunque, che facciamo con il turismo di montagna?

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Siamo a settembre, si sta concludendo un’ennesima “bella stagione” turistica montana fatta di code, assembramenti, sovraffollamenti, funivie e bus turistici presi d’assalto, parcheggi ingolfati, krapfen virali (quelli del Rifugio Friedrich August in Val di Fassa, divenuti il simbolo dell’overtourism alpino di quest’estate: ne avrete quasi certamente letto in giro) e altre amenità ormai consuete e prevedibili, al pari delle conseguenti e inesorabili discussioni, dei dibattiti, delle polemiche al riguardo che ormai sono diventate cronaca quotidiana anche sui maggiori media d’informazione, a riprova di quanto il tema sia ormai presente nella cosiddetta “opinione pubblica” – ma non di come venga bene o male disquisito, sia chiaro.

Tutte cose ampiamente previste, ripeto, e al proposito il 7 maggio scorso, dunque ben prima dell’inizio ufficiale dell’estate turistica, così scrivevo qui sul blog: «Alla fine della bella stagione che sta per iniziare, tutto – ma proprio tutto quanto – sarà rimasto come prima, come all’inizio della stagione, come l’anno prima, come cinque anni prima che però non c’era tutta questa gente nonostante fossimo appena usciti dal Covid. Scommettiamo?»

Come scrivevo allora, speravo e spero di perderla una tale scommessa: ad esempio, secondo “Il Post”, uno dei media nazionali più importanti che ha dato spesso conto della stagione in corso, gli albergatori delle Dolomiti – territorio montano come sempre emblematico forse più di ogni altro sul tema, almeno per le Alpi italiane – inizierebbero a rivalutare le scelte di questi anni:

È come se le code avessero fatto scattare qualcosa: una consapevolezza nuova della necessità di limiti che nessuno aveva mai stabilito, come se ci si fosse accorti all’improvviso che il modello turistico delle Dolomiti sia sfuggito di mano e che forse serve darsi una regolata.

D’altro canto nello stesso articolo de “Il Post” si osserva che

È illusorio pensare che i turisti possano diventare velocemente più responsabili: è un’evoluzione culturale troppo lenta rispetto a quella infrastrutturale e commerciale che sulle Dolomiti ha spinto e continua a spingere nella direzione del consumo, del non luogo.

Ma non sono le orde di turisti il “problema” vero, ovvero non quello principale: certa fruizione discutibili e in concreto deleteria dei territori montani non nasce per caso, e il turista che sale a oltre 2000 metri di quota per mangiarsi un krapfen formalmente uguale a quelli che già mangia in città (non è detto che questi siano meno buoni!) e del quale ha solamente letto sui social ma non si guarda nemmeno intorno se non per scattarsi il selfie di rito e dunque non capisce con adeguata consapevolezza dove si trova e come interagisce con il luogo è a sua volta una vittima di tale dinamica, non il sicario e tanto meno il mandante. La sola sua pecca è (perdonatemi la franchezza) di non riaccendere il cervello almeno per qualche attimo e comprendere il senso reale di ciò che sta facendo; ma quanti metterebbero la mano sul fuoco garantendo di non comportarsi allo stesso modo, se si ritrovassero in circostanze similari? E chi è sicuro che alcuni di quelli che si sono messi in coda per il krapfen del rifugio della Val di Fassa non siano in altri ambiti dei turisti più consapevoli e responsabili di tanti altri che altrove si vantano di esserlo?

[I krapfen del Rifugio Friedrich August. Immagine tratta dalla pagina Facebook del rifugio.]
Di contro, le montagne non sono state turistificate in pochi anni o solo dal Covid in poi, come qualcuno pensa: il loro successo turistico e commerciale (o il disastro che stanno subendo, se si osserva la realtà dalla parte opposta) è frutto di decenni di infrastrutturazione poco o nulla pianificata – in senso politico, innanzi tutto – e ancor più di narrazioni che puntavano proprio a ottenere ciò che oggi constatiamo concretamente. In altre parole, e per tornare alle osservazioni de “Il Post”, la zappa sui piedi se la sono tirata da soli gli stessi operatori turistici, sulle Dolomiti e altrove, puntando per anni a massimizzare i propri introiti e quindi a gonfiare a più non posso la propria filiera turistica, ingigantendo parimenti la turistificazione delle proprie montagne. La politica, spesso incompetente e come sempre inadeguata (salvo rarissimi casi), invece di elaborare una pianificazione organica e strategica a lungo termine dello sviluppo socioeconomico dei territori amministrati, nel quale il turismo rappresentasse una parte certo importantissima ma non preponderante e soffocante ogni altra, ha pensato e pensa ancora solo (o quasi) a come sfruttare la turistificazione crescente a proprio vantaggio propagandistico, alimentandola con cifre spropositate di denaro pubblico ovviamente prelevato al sostegno finanziario di ogni altro elemento necessario a quella pianificazione organica e strategica tanto necessaria quanto (funzionalmente) assente.

Ora, uscire da una realtà del genere è parecchio difficile. Anzi, non lo sarebbe così tanto se vi fosse una volontà condivisa nel ripensarla veramente, la realtà corrente, nel cambiare i suoi paradigmi, nel riacquisire quel buon senso che si pensa(va) genetico innanzi tutto nelle genti di montagna fino a che pure tra le vette il “dio soldo” non ha sostituito ogni altro nume tutelare – a partire dal loro Genius Loci, dalla loro anima originale e peculiare – e alimentato quella che l’amico e Presidente di Mountain Wilderness Italia Luigi Casanova chiama «l’imprenditoria degli affamati». Io la definirei più un’imprenditoria dei bulimici, perché mi pare che la fame degli “affamati” in questione sia chiaramente – in molti casi – un’autentica voracità economica patologica veramente assimilabile a un disturbo psicogeno: d’altro canto, quando pur di fare sempre più soldi si arriva a degradare e rovinare il motivo principale per il quale si fanno – il paesaggio montano – come si può non pensare a un vero e proprio disagio cognitivo-comportamentale? E ha ragione Casanova a sostenere che

Chi abita in montagna ha la responsabilità storica di aver sostenuto questo modello economico improntato all’eccesso, al consumo di suolo montano, preferendo il profitto immediato alla tutela del bene comune e dell’ambiente.

In effetti non mi pare che in passato siano giunti sulle Alpi grandi tour operator, o altri soggetti simili, che abbiano imposto i propri modelli turistici massificati ai locali e alle loro piccole pensioni familiari imponendo loro di trasformarle in resort da centinaia di posti letto, o di sostituire forzatamente piccoli skilift e spartane seggiovie con mega cabinovie da portate orarie di migliaia di persone. Ci sono arrivati certamente sulle Alpi, quei soggetti industriali, ma anche perché “sollecitati” dai locali che, intuendo (legittimamente) guadagni fino a prima impossibili e insperabili e per ciò gettando al vento (molto meno legittimamente) ogni relazione culturale e qualsiasi senso del contesto con le proprie montagne – ovvero assoggettandosi a quei fenomeni di spaesamento, alienazione e disagio esistenziale già identificati anni fa ad esempio da Annibale Salsa -, hanno deciso di farsi discepoli integralisti del suddetto “dio soldo” e amen.

[Una delle due immagini qui sopra è vera, l’altra è generata con l’IA. Ma non c’è molta differenza tra le due, vero?]
Infine, c’è un ulteriore elemento fondamentale che è parte integrante e invero protagonista assoluto del tema del turismo montano, ma che ancora resta parecchio ai margini dei dibattiti conseguenti: le comunità locali, e intendo soprattutto quella parte di comunità che non è coinvolta nelle attività della filiera turistica locale e per ciò ne subisce in modo ancora più significativo le eventuali conseguenze negative. Fateci caso: i locali “non turistificati” vengono citati (ma non per questo realmente considerati) solo quando cominciano a lamentarsi in maniera plateale degli eccessi della presenza turistica nei propri territori, altrimenti sembra quasi che non esistano ovvero che siano un contorno secondario alle realtà in questione. Ma, come ricordo sempre, il turista più o meno cafone o consapevole a fine vacanza se ne torna a casa, l’abitante della meta turistica e del luogo che così è identificato ci resta, e se a fine stagione turistica non subisce più il disturbo e il disagio dell’eccesiva presenza di turisti spesso ne subisce altri che si crede che il turismo possa contrastare e risolvere e invece no: il degrado della qualità dei servizi di base, la chiusura di scuole e ambulatori (qui un esempio emblematico al riguardo), il taglio nei trasporti pubblici e quelle tante altre evenienze delle quali spesso si dà notizia, che non di rado fanno decidere a molti di andarsene dai propri paesi montani così pesantemente turistificati, banalizzati, non luoghizzati. Ecco, trascurare le comunità locali in qualsivoglia dibattito più o meno valido sul turismo in montagna, per quanto ho appena osservato e per mille altri validissimi motivi, è sempre una cosa deprecabile, insensata e ipocrita.

[Un servizio RAI del 17 agosto scorso sul Lago di Braies, altra meta ovetouristificata delle Dolomiti. Cliccate sull’immagine per vederlo.]
Dunque, per tornare alla domanda che fa da titolo a questo articolo: posto tutto quanto avete letto fino qui e il resto che dà sostanza alla questione, che facciamo, concretamente, con il turismo di montagna?

Le risposte valide possono essere diverse, soprattutto quando non vengano dalla politica attuale (lo so, è un’affermazione populista, ma smentitemela se ci riuscite). Secondo me, proprio per ciò che avete letto fino a qui, diventa sempre più importante e necessario lavorare nei contesti locali con le comunità, tanto con chi ne fa parte che lavora nel turismo quanto con chi non ne fa parte e abita stabilmente e attivamente in loco. Se è vero che risulta illusorio pensare che i turisti possano diventare velocemente più responsabili, è altrettanto vero che i locali, per motivi evidenti, sono molto più velocemente responsabilizzabili ma non attraverso l’imposizione di normative e regolamenti (a volte utili ma spesso visti con insofferenza, inutile osservarlo), semmai con l’interlocuzione costante, la partecipazione attiva ai processi decisionali locali, la politica “dal basso”, la coltivazione di una massa critica edotta e consapevole e dunque, prima di tutto, con una riattivazione della relazione culturale – sociologica, antropologica, identitaria ma, per compendio, scrivo culturale – tra i luoghi e chi li abita, quella relazione che dà forma e sostanza ai paesaggi locali «il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni», come rimarca la relativa Convenzione Europea. Ciò determina che se si gestisce male il paesaggio – il territorio, gli ambienti naturali, i luoghi, i beni comuni che possiede, le “risorse” che offre, eccetera – si gestisce male l’umanità che lo vive e vi interagisce, dunque non solo l’abitante stanziale ma pure il visitatore occasionale. Le comunità locali devono avere ben chiare queste nozioni: su di esse, sui doveri e sulle responsabilità che impongono (alla tutela ambientale e dei beni comuni, ad esempio) così come sui diritti e sui benefici che vi scaturiscono (di godere del benessere che offre un paesaggio gestito con equilibrio, per dirne uno), si deve innanzi tutto costruire, o nel caso ri-costruire, la relazione culturale profonda tra di esse e le loro montagne.

[Le code di turisti per accaparrarsi i krapfen al rifugio Friedrich August. Immagine tratta da “Today.it“.
Peraltro, da tali dinamiche di (ri)presa di coscienza attiva e consapevole da elaborare e alimentare presso le comunità, può e deve derivare un altro obiettivo estremamente importante: la rigenerazione della rappresentatività politico-sociale dei territori montani e della conseguente rappresentanza individuata (in modi liberamente stabiliti) nelle comunità stesse, che facciano tornare i territori stessi ad avere voce forte, chiara e ben ascoltata presso i consessi amministrativi ai livelli locali e a quelli superiori. Ancora oggi, troppe volte, la montagna subisce iniziative elaborate e decretate in sedi ben lontane dai monti da soggetti privi delle competenze – tecniche, scientifiche, umanistiche – necessarie alla buona gestione politico-amministrativa di essi: è una realtà che viene ribadita da lustri senza che tuttavia nulla venga formulato al fine di cambiare, anche qui, il paradigma di fondo, legato a mere logiche di potere e di influenza politica. Be’, anche qui, appunto, è ora di cambiare strada, di ritornare a muoverci verso il futuro invece di rimanere a girondolare in un presente sempre più stantio, sempre più obsoleto e ammuffente.

Credo che ogni soggetto che intenda operare a vario titolo per il bene dei territori e delle comunità della montagna italiana – il bene ambientale, ecologico, sociale, economico, culturale, turistico, eccetera –  debba sempre più impegnarsi su questo fronte e in tali azioni comunitarie concrete, e altresì sono certo che la migliore pianificazione possibile della frequentazione turistica delle montagne debba inevitabilmente contemplare la presenza attiva, edotta e consapevole, dunque decisionale, delle comunità locali – sia che operino nelle filiere turistiche e sia che non ne facciano parte, ribadisco di nuovo – oltre ai soggetti che sappiano fornire le più adeguate competenze tecniche, scientifiche, umanistiche (ce ne sono molti in Italia e parecchio validi, dalle università agli istituti di ricerca alle organizzazioni, associazioni e reti multidisciplinari). La politica, il cui potere di rappresentanza si è ampiamente smarrito nel tempo, come ho anche indirettamente spiegato fino a qui, dovrà infine fornire gli strumenti istituzionali per mettere a terra quanto elaborato e strutturato in sede locale, facendo di ogni cosa realizzata un’opera compiutamente condivisa e comunitaria.

Ecco, questa, secondo me, è una buona risposta (e spero anche valida) alla domanda sopra suggerita. Sicuramente mi auguro lo sia per me che, nei prossimi mesi, mi impegnerò sempre più in quella dimensiona comunitaria montana nel solco qui sopra delineato. Ripeto, ce ne possono ovviamente essere tante altre di risposte buone e valide: l’importante è che ci siano, che vengano formulate, discusse, elaborate e poi quanto più possibile messe in atto.

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Viceversa, la sorte delle nostre montagne temo non sarà così fausta. Imporremo loro una decadenza viepiù inarrestabile e, per giunta, oltre modo folle, come quella dei passeggeri di una nave che sta affondando e, con l’acqua ormai alle caviglie, invece di pensare a come salvare l’imbarcazione restano ancora lì a litigare su chi abbia commesso l’errore che ne cagionerà l’inabissamento.

La “non bresaola” (e lo sci)

Premessa necessaria (forse no, ma temo di sì): la bresaola valtellinese è buonissima, prelibata, apprezzo chi la produce e la sa fare così gustosa e le auguro lunghissima vita mantenendo sempre la bontà che le è riconosciuta.

Ecco.

[Immagine tratta da www.informacibo.it, sito che a differenza di molti altri riferisce chiaramente sulla reale provenienza delle carni bovine con le quali vengono prodotte le bresaole.]
Detto ciò, la recente sospensione da parte della Commissione Europea delle importazioni di carne dal Brasile per il mancato rispetto delle norme sanitarie, in particolare riguardo l’uso di antibiotici e altre sostanze negli animali destinati alla produzione alimentare, svela in maniera ancora più lampante l’emblematico paradosso della bresaola, prodotto primariamente “identitario” per la Valtellina e tra i più “tipici” in tal senso della cucina alpina italiana, buonissimo, gustosissimo, dotato di marchio IGP ma che in realtà è prodotto in gran parte con carte di zebù, un bovino gobbuto allevato principalmente in Sud America e, appunto, in particolare nel Brasile. Il marchio IGP – Indicazione Geografica Protetta – impone che la bresaola deve essere lavorata nella provincia di Sondrio, ma non necessariamente da carni italiane: lo so, fa ridere in quanto, dal mio punto di vista per un prodotto come la bresaola, e ancor più per come ci viene presentato e narrato, si tratta di una stupidaggine sesquipedale (è un po’ come farsi scrivere un testo dall’intelligenza artificiale ma poi editarlo a casa propria spacciandolo come frutto del proprio ingegno). Una sostanziale mistificazione, insomma, ma andiamo oltre che è meglio e comunque di questa realtà ne ho già scritto più volte, si veda qui.

Be’, ora che la UE ha bloccato l’importazione delle carni, tra le quali quella di zebù, il paradosso che la bresaola porta con sé – e in sé – risulta ancora più palese di prima: non solo l’identitarissimo e tipicissimo salume della Valtellina ha nella sostanza ben poco di valtellinese, visto che il suo ingrediente fondamentale viene ricavato da bovini che pascolano a migliaia di chilometri di distanza dalle Alpi retiche e dunque mangiano erba di tutt’altra natura (in ogni senso del termine), ma si palesa pure il rischio che la bresaola, considerata pure alimento sano, genuino, autentico, al quale la cucina valtellinese lega buona parte della sua reputazione di qualità, sia stato prodotto con carni che invece di qualità non ne avevano molta che ora, e chissà per quanto, non avrà più a disposizione. È una possibilità da verificare e possibilmente smentire, sia chiaro, ma la sostanza del paradosso resta, inesorabilmente. E se l’IGP consente da un lato alla bresaola produzioni e commercializzazioni altrimenti impensabili, nel caso si utilizzasse solo la carne dei bovini valtellinesi, dall’altro ne annacqua grandemente il valore culturale e tutto ciò che ne consegue e che spesso diventa marketing promozionale territoriale, oltre che fonte di orgoglio identitario. D’altro canto sui pascoli delle Alpi valtellinesi di bovini ce ne sono troppo pochi per garantire una produzione che non sia di nicchia, ergo i salumifici sono costretti a cercare la carne altrove: ma in questo modo, come già chiedevo in passato, la bresaola può ancora essere definita un cibo tipico e identitario della Valtellina?

Be’, francamente lo è come una “tipica” maschera del Carnevale di Venezia prodotta in Cina alla quale sia applicato un fiocchetto e per questo venduta come tradizionale, ecco.

[Uno degli articoli che ha trattato la questione dal “punto di vista” della bresaola, sul quotidiano “La Provincia-UnicaTV“.
Attenzione: il problema, in superficie, non è affatto che la bresaola venga prodotta con carni provenienti dal Brasile (e tralasciamo anche la questione dell’impatto ambientale che il trasporto di carni dall’America del sud alle Alpi genera), ma che con una buona dose di ipocrisia ci venga venduta come un prodotto tipico senza specificare chiaramente cosa si voglia veramente intendere per “tipico”. È qualcosa che avviene per molti altri prodotti, gastronomici o di altro genere, altrettanto “tipici”, ma che dentro non hanno più (o quasi) l’anima autentica dei territori di cui si dichiarano un simbolo peculiare. Per essere chiari senza voler fare polemica gratuita ma tentando di riequilibrare la narrazione: lo stesso Consorzio di tutela della bresaola della Valtellina rileva che «La disponibilità limitata di bovini italiani costringe il comparto a rivolgersi a mercati europei e sudamericani, dove la filiera è tracciata e garantita. Nel 2024, circa l’80% della materia prima proviene dal Sud America (Brasile, Paraguay, Uruguay, Argentina), mentre il 20% dall’Europa (Francia, Irlanda, Austria, Germania)», ma quando poi lo stesso Consorzio dichiara che «La IGP identifica e tutela un prodotto che racchiude essenza e passione del territorio. Tutto nasce in Valtellina: tradizione, clima e maestria artigianale si fondono per creare un’eccellenza autentica», di quale “essenza”, di quale “tutto”, di quale “tradizione” e “clima” e “autenticità” mi sta parlando o sta cercando di vendermi? E per quali scopi ultimi, visto lo stato reale delle cose?

Inoltre, andando più nel profondo della questione, io ci colgo un principio, una visione, un’idea che trovo simili a quelle che stanno alla base del turismo di massa, delle sue attrattive e del suo marketing, dunque anche delle conseguenze più spiacevoli e deleterie da esso derivanti per territori particolari come quelli montani – qual è la Valtellina, guarda caso. Cioè l’aver perso di vista, da parte di chi produce e commercializza la bresaola IGP, le originali specifiche storiche, rappresentative, identitarie, reputazionali del prodotto, dunque il suo articolato valore culturale per il territorio del quali si fa “bandiera gastronomica” per inseguire – anche qui – meri obiettivi di vendite, di guadagni, di business, di consumo (e consumismo), approfittando per tale scopo anche della sovente scarsa attenzione e consapevolezza del consumatore medio per la qualità autentica dei cibi che acquista (dettata dalla spadroneggiante grande distribuzione che ormai domina ovunque, anche nei piccoli paesi, e determina il gusto enogastronomico diffuso?). Un po’ come accade nel turismo di massa montano, appunto, per il quale non conta più l’anima dei luoghi che coinvolge e trasforma in “mete” o “destinazioni” ma solo ciò che possono offrire al cliente senza più alcuna attenzione riguardo come lo offrono e con quali conseguenze, puntando unicamente ad aumentare sempre più i numeri, le presenze, gli skipass venduti, i chilometri di piste dei comprensori sciistici, la capienza degli impianti di risalita e tutto il resto di conseguenza. Alla fine, allo sciatore che acquista il pacchetto turistico per venire a sciare in Valtellina (per restare in zona), non importa veramente dove va a sciare ma i servizi che gli vengono garantiti per aver pagato un certo prezzo, la quantità anche più della qualità di essi, il godimento dell’esperienza turistica e, ovviamente, i selfie che posterà sui social. Senza nemmeno sapere dove si trova, appunto: che sia Bormio, Livigno, Cervinia, Davos o Aspen non è importante, l’“IGP” del turismo massificato non contempla realmente la tutela del luogo e le sue specificità autentiche ma la possibilità di venderlo come meta turistica e ciò che in quanto tale, ribadisco, offre al turista-cliente.

[Alcuni giovani zebù in una fattoria dello stato di San Paolo, in Brasile. Immagine di agriculturasp – Instituto de Zootecnia – Centro Bovinos de Corte, CC BY 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Tutto legittimo, nulla di abusivo e molto di – per certi versi, soprattutto “imprenditoriali” – pure comprensibile, sia chiaro: ma dove fa a finire l’anima dei territori, dei luoghi, la loro cultura peculiare, l’identità reale che li caratterizza e dà sostanza a quella di chi li abita? E poi tutta la narrazione altrettanto identitaria che da tale realtà viene ricavata e imposta, la quale d’altro canto è alla base del successo commerciale del prodotto, alla fine che senso ha e può avere in concreto? O, per meglio dire: ce l’ha, un senso, oppure si risolve in una mera recitazione retorica, teatrale, pittoresca tanto quanto piuttosto grottesca? E, in tal caso, come può generare benefici reali per il territorio dalla quale viene fatta scaturire? Dunque, per farla breve e concreta: non è che di bresaola, per essere vera “bresaola” e tutelare se stessa, ce ne dovrebbe essere in giro molta meno e molto più autentica, molto più valtellinese? Non è che un cibo alpino così peculiare e identitario è stato ormai svenduto al mercato più smaccatamente consumistico – proprio certe località di montagna divenute “destinazione turistiche” – e così ora, tra le altre cose, ne subisce le conseguenze più deleterie? Non è che i produttori valtellinesi potrebbero approfittare della situazione creatasi con il Brasile per cambiare direzione (e visione) tornando su sentieri produttivi e imprenditoriali molto più consoni al proprio contesto territoriale e alla sua cultura – anche gastronomica ma non solo – peculiare?

Viviamo in un modo nel quale molto di quello che ci viene presentato come “vero” in realtà è falso – la neve artificiale sulle piste da sci è un esempio lampante al riguardo, per restare in tema di turismo montano – o è comunque altro rispetto a quanto ci viene fatto credere. Ripeto: possiamo anche accettare una situazione del genere, fruirne, farne elemento della nostra personale confort zone, ma non possiamo affatto credere che ciò non genererà delle conseguenze, probabilmente deleterie. Nel mondo in cui tutto è falso, o poco autentico, nulla più si può definire “vero” e dunque infine vale tutto, ovvero non vale più niente. Non lamentiamoci però se domani, magari, la bresaola di Valtellina sarà considerata un prodotto tipico del territorio solo perché sulla confezione ci sta scritto «Bresaola della Valtellina», così come già oggi certo turismo di massa viene presentato come “sostenibile” solo perché nei messaggi promozionali è definito «sostenibile»: nessuno sa veramente perché lo sia ma amen, basta crederci e non farsi troppe domande.

Ciclovie montane e dissesto ambientale, come volevasi dimostrare

[La ciclovia verso il Passo del Muretto, in alta Valmalenco: a sinistra in fase di realizzazione nell’estate 2023, a destra come è ridotta un anno dopo, tra piogge intense e transiti eccessivi.]
In uno dei numerosi post che fino a oggi ho dedicato al tema delle nuove ciclovie montane, strumento con il quale molte amministrazioni pubbliche poco sensibili ai propri territori e alla loro cura li stanno turistificando, banalizzando e degradando spesso oltre ogni limite lecito, ho rimarcato l’aspetto della manutenzione di queste strade alpestri, quasi sempre mancante tanto nei progetti alla base della loro realizzazione tanto nelle parole e nei propositi degli amministratori che li deliberano.

Chiedevo, al riguardo: visto il contesto e le condizioni ambientali che lo caratterizzano, nonché i fenomeni meteo sempre più estremi causati dalla crisi climatica,

  • la manutenzione dei tracciati è stata prevista?
  • È stato elaborato un piano manutentivo ordinario dell’opera?
  • Chi sistemerà con la necessaria solerzia eventuali danni straordinari, dissesti del fondo, smottamenti, cedimenti dei cigli a valle e delle spalle a monte?
  • Sono state accantonate o preventivate risorse adeguate allo scopo?
  • E quale ente pubblico deve pensarci?

Bene (si fa per dire): il sito di informazione “Valbiandino.net” pubblica le foto di Giovanni Sanelli (le vedete qui sotto) che testimoniano lo stato di una nuova ciclovia realizzata di recente sui monti della Valsassina, in provincia di Lecco, dopo i nubifragi che hanno caratterizzato qui come altrove la seconda metà di agosto. Ciclovie, come sottolinea giustamente il sito, per la cui realizzazione vengono spesi milioni di Euro di soldi pubblici.

Converrete che non serva commentare oltre.

Però una cosa la aggiungerei. Questi inutili disastri imposti alle nostre montagne, per infrastrutture ludico-ricreative che alimentano un turismo invasivo e banalizzante senza apportare nessun vantaggio ai territori e alle loro comunità, non possono restare senza dei soggetti ai quali imputarne le inesorabili responsabilità. E non tanto (o non solo) per la qualità realizzativa dei lavori eseguiti e per l’assenza di qualsiasi previsione manutentiva, ma innanzi tutto per il danno ambientale, paesaggistico e culturale cagionato ai territori coinvolti. Perché la questione non è che «col clima di oggi vengono certe bombe d’acqua imprevedibili!», non è che i disastri a tali opere in quota sono frutto di mere fatalità, ma che spesso, se non sempre o quasi, opere del genere semplicemente non ci devono essere lì dove sono state realizzate, la loro presenza è assurda, scriteriata, priva di senso del contesto, carente di cura per i luoghi e la loro tutela nonché per la cultura attraverso la quale vanno frequentati, e perché legata a dinamiche e interessi che non c’entrano nulla con la «valorizzazione» dei territori e con altre baggianate attraverso le quali molti amministratori le giustificano.

Quegli amministratori che, ribadisco nuovamente per essere ben chiaro, devono assumersi le proprie responsabilità giuridiche, politiche, civiche, morali. E pagarne il legittimo conto, qualsiasi esso sia.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Chi invece vuole essere, o restare, un frequentatore autenticamente appassionato, sensibile, consapevole, responsabile delle montagne, sia esso un camminatore oppure, in particolar modo, un cicloescursionista, spero capisca sempre di più che opere del genere non vanno utilizzate e, per quanto possibile, devono essere osteggiate, preferibilmente prima che si aprano i cantieri per la loro esecuzione. La tutela della montagna e del benessere che ci dona nel frequentarla passa anche, forse soprattutto, da questo minimo tanto quanto fondamentale buon senso. E dal fare massa critica, tutti insieme, contro quegli amministratori locali che invece di pensare al bene delle loro montagne pensano a tutt’altro. O non pensano proprio: evenienza che in numerose località montane appare assai probabile, purtroppo.

E intanto noi paghiamo, prima per realizzare le inutili e impattanti ciclovie, poi per i dissesti causati e i relativi danni. Contenti?

Domani sera vi raccontiamo la “DOL dei Tre Signori”, uno dei trekking più belli delle Alpi lombarde

Per le amiche e gli amici comaschi, lecchesi, lariani (e magari non solo per loro): domani sera, 4 settembre, avrò l’onore e il piacere di essere ospite, insieme all’amico e collega di penna Ruggero Meles, della Biblioteca di Oliveto Lario presso la sala dell’Oratorio di Limonta, in bella vista del ramo lecchese del Lago di Como e delle sue montagne, per presentare la «DOL DEI TRE SIGNORI», il meraviglioso itinerario che percorre la Dorsale Orobica Lecchese, da Bergamo fino a Morbegno.

Un cammino e un territorio di rara bellezza, ricco di tesori naturalistici, storici, artistici, culturali, sospeso prima sulla grande pianura lombarda e poi sui versanti tra il Lago di Como, le valli bergamasche e la Valtellina, con il Pizzo dei Tre Signori a fare da fulcro fondamentale e simbolo referenziale, che nel 2021 io, Ruggero e Sara Invernizzi abbiamo raccontato nell’omonima guida pubblicata da Moma Edizioni per il magazine “OROBIEcon uno stile tanto letterario quanto confidenziale, accompagnando il lettore/viandante alla scoperta delle innumerevoli emozionanti peculiarità che queste montagne sanno offrire.

D’altronde, a ben vedere, non appare affatto esagerato definire la DOL DEI TRE SIGNORI uno degli itinerari escursionistici più spettacolari delle Alpi italiane, non solo di quelle lombarde: per la varietà e la particolarità di ambienti, territori, paesaggi e valenze naturalistiche, poi per la ricchezza dei tesori artistici, culturali, storici che offre, per l’insuperabile gamma di panorami e orizzonti che regala e non ultimo, per il piacere e il divertimento che dona il suo tracciato vario e sempre agevole, mai troppo difficile o pericoloso, in alcuni tratti percorribile anche nei mesi invernali. Ed è un patrimonio che chi abita l’alta Lombardia ha la gran fortuna di ritrovarsi poco lontano dalla porta di casa: per tutto ciò la DOL DEI TRE SIGNORI merita di essere scoperta, conosciuta, apprezzata in tutto il suo valore oltre che, naturalmente, camminata a piacimento!

Dunque, appuntamento venerdì a Limonta, alle ore 21; l’ingresso è gratuito. Se siete della zona o nei paraggi, non mancate: sarà una serata che, me lo auguro, vi affascinerà profondamente.