Ladini: chi sono costoro? Breve storia culturale di una comunità profondamente “alpina”

[La bandiera ladina sullo sfondo del Gruppo del Sassolungo, sopra la Val Gardena.]
Qualcuno che avrà letto e saputo della questione del toponimo ladino “Plan de Corones” eliminato dal logo della celebre comprensorio sciistico altoatesino/sudtirolese – che ora è “Kronplatz Dolomites” (ne ho scritto qui) -, forse avrà pensato: «Be’, in fondo è solo un nome, che sarà mai? Se è per sviluppare meglio il turismo, alla fine anche i ladini ci guadagneranno, no?»

Come al solito, la questione è più complessa di quanto sembra, anche perché non è meramente commerciale e/o turistica, ma innanzi tutto profondamente culturale. E non solo rispetto alla comunità ladina ma, in senso generale, nei riguardi di tutta la cultura delle Alpi e delle genti che le abitano. Che non si capisce perché debbano dare fastidio (e accade di frequente) alla grande industria turistica, quella che spesso e volentieri decanta nelle proprie pubblicità superpatinate “identità” e “tradizioni” dei territori nei quali opera ma, evidentemente, lo fa solo a parole mentre nei fatti trova quegli elementi inopportuni, fors’anche sconvenienti o irritanti, alle proprie strategie commerciali. Al punto da toglierli di mezzo appena può.

A questo punto, per farvi capire meglio il portato ben più pesante e grave di quanto potrebbe apparire di quel “Plan de Corones” cancellato dal logo del comprensorio sciistico, è bene conoscere meglio le vittime “di rimbalzo” di quanto accaduto: i ladins, o ladini.

Nelle valli tra Trentino, Alto Adige/Südtirol e Veneto, incorniciate dalle incredibili cime, guglie, torri e pareti che hanno reso le Dolomiti montagne tra le più famose del mondo, i ladini rappresentano una delle presenze antropiche più antiche dell’intera regione alpina. Spinte da esigenze di sopravvivenza e da una straordinaria capacità di adattamento all’ambiente montano, queste genti hanno saputo plasmare un paesaggio alpestre pressoché unico che in quelle valli più che altrove porta impressa la loro anima identitaria e la storia della relazione che le lega alle montagne sotto cui vivono. I curatissimi masi, prati ordinati, il tradizionale grembiule blu dei contadini e le specialità culinarie come lo speck e lo strüdel sono simboli tangibili di una quotidianità radicata nei secoli. Nonostante le difficoltà imposte dal territorio e dall’ambiente montani, i Ladini hanno garantito la cura e la conservazione di un ecosistema arrivato quasi intatto fino a noi, dove l’intervento dell’uomo, quando non è stato assoggettato a modelli variamente decontestuali come quelli del turismo di massa, è rimasto in costante equilibrio con la maestosità delle montagne d’intorno e con il loro grande valore simbolico e culturale.

[Immagine tratta dalla pagina Facebook de “La Usc di Ladins“.]
Le tracce della presenza umana nell’area dolomitica risalgono a epoche antecedenti l’Età del Bronzo, testimoniando una continuità culturale profondamente radicata al territorio. Sebbene manchino documenti scritti risalenti all’antichità, l’archeologia attesta che le Dolomiti erano abitate sin dal Mesolitico, inizialmente in modo stagionale da cacciatori che utilizzavano ripari in quota come Plan de Frea, in Val Gardena, e Mondeval de Sora, nel Cadore. I primi insediamenti stabili risalgono invece alla media Età del Bronzo, con il sito di Sotćiastel in Val Badia – nel quale si stima vivessero attorno ai 240-300 abitanti già alla fine del XIII secolo a.C. – mentre all’Età del Ferro, risale la presenza umana attestata dagli scavi di Ortisei. Nella seconda età del Ferro (500-15 a.C.), una parte dell’odierna area ladina apparteneva alla cultura di “Fritzens-Sanzeno”, riconducibile ai Reti, popolazioni alpine che abitavano i territori poi confluiti nel Tirolo. I Reti utilizzavano una scrittura simile a quella etrusca, sebbene la classificazione precisa della loro lingua rimanga complessa.

La svolta storica avvenne con l’espansione di Roma: dopo le campagne militari culminate nella vittoria del 15 a.C. alla confluenze tra l’Isarco e l’Adige, i Romani introdussero strade, commercio, diritto e, a partire dal IV secolo d.C., la religione cristiana. Da questo incontro profondo tra il latino volgare e le parlate autoctone (celtiche e retiche) nacque la lingua ladina. In quell’epoca il retoromanzo raggiunse la sua massima espansione geografica, estendendosi dal lago di Costanza fino all’Istria e al Danubio. Con il crollo dell’Impero Romano e le successive migrazioni di popoli germanici e slavi, il latino alpino fu progressivamente ridotto a enclavi montane isolate, gettando le basi della moderna identità ladina (peraltro già in formazione fin dal V secolo a.C.) che poi si consolidò nel corso dei secoli successivi come cultura autonoma.

[Aratori ladini negli anni Sessanta del Novecento a La Val, in Val Badia. Immagine di family photograph, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, le valli ladine furono occupate dai Longobardi e poi dai Bavaresi, entrando nell’Impero Carolingio alla fine dell’VIII secolo con l’introduzione del sistema feudale e delle contee. Dal punto di vista amministrativo, un ruolo chiave fu svolto dai principati vescovili: nel 1027 l’Imperatore nominò il vescovo di Bressanone Signore dei distretti dell’Inn e dell’Isarco, a cui si aggiunse nel 1091 la Val Pusteria e parte della Val Badia. Quest’ultima fu divisa tra la Signoria di Tor (legata al vescovo) e la gestione delle monache benedettine di Sonnenburg (Ćiastel Badia). Nel 1363 l’intero Tirolo, compresi i principati di Bressanone e Trento, fu assegnato all’Impero asburgico, e nel 1511 anche l’Ampezzo passò sotto il controllo austriaco. Da quel momento, e fino al 1918, tutte le valli ladine condivisero un destino comune all’interno del Tirolo austriaco, sviluppando una solida rete di relazioni politiche, culturali ed economiche.

L’età moderna, e il XX secolo in particolar modo, ha segnato profondamente e spesso in maniera drammatica il tessuto sociale delle comunità ladine. Durante le guerre napoleoniche, la regione fu teatro di conflitti e passaggi territoriali tra la Baviera, l’Impero d’Austria e il Regno d’Italia di Napoleone (1810), per poi fare ritorno all’Austria nel 1813. Ancora più devastante fu la Prima Guerra Mondiale, poiché il fronte dolomitico correva proprio attraverso il cuore delle valli ladine. Oltre un migliaio di ladini perse la vita e interi villaggi, in particolare nei dintorni di Livinallongo del Col di Lana, furono rasi al suolo. Con la fine del conflitto e il passaggio al Regno d’Italia, la Ladinia fu smembrata amministrativamente e, con l’avvento del fascismo nel 1922, sottomessa a una rigida politica di italianizzazione forzata che dichiarava il ladino un semplice “dialetto”. Il territorio fu ulteriormente diviso tra tre province: Bolzano (Val Badia e Val Gardena), Belluno (Livinallongo e Ampezzo) e Trento (Val di Fassa).

[Immagine tratta dalla pagina Facebook de “La Usc di Ladins“.]
Negli anni della Seconda guerra mondiale, la popolazione si trovò stretta tra il fascismo e le pressioni del nazismo, concretizzatesi nell’accordo delle “Opzioni” del 1939: una presunta strategia per risolvere i problemi delle minoranze (ladini e popolazione sudtirolese di lingua tedesca) per la quale alla parte non italiana dell’Alto Adige fu chiesto di spostarsi nel Reich tedesco e, quindi, lasciare le proprie case, oppure di accettare ed esercitare l’italianizzazione del Tirolo. L’attuazione dell’Opzione fu poi limitata dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e, dall’Armistizio tra Italia e Forze Alleate dell’8 settembre 1943, quando tutte e tre le province nelle quali viveva la comunità ladina furono controllate dalla Germania nazista, completamente abbandonata. Dopo la resa questi territori tornarono sotto il dominio italiano.

Il 1946 vide un momento cruciale di mobilitazione: circa 3.000 ladini si riunirono al Passo Sella per protestare contro la divisione amministrativa in tre province ereditata dal fascismo e chiedere l’autodeterminazione. Nonostante le richieste iniziali non fossero state accolte, un primo riconoscimento formale arrivò con il primo Statuto d’autonomia del Trentino-Alto Adige (1948), seguito dalla svolta fondamentale del secondo Statuto d’autonomia del 1972, grazie al quale i ladini delle province di Bolzano e Trento hanno ottenuto il riconoscimento ufficiale del gruppo etnico, l’insegnamento scolastico nella lingua madre, la tutela della toponomastica ladina e spazi dedicati nei media radiotelevisivi. Nonostante tali conquiste trentine e altoatesine, in Veneto le comunità di Ampezzo, Livinallongo e Colle Santa Lucia attendono ancora un analogo percorso di piena valorizzazione territoriale e culturale.

Oggi la comunità ladina conta circa 30.000 parlanti residenti in cinque valli principali disposte a raggiera attorno al massiccio del Sella: la Val Badia: considerata il cuore della lingua, con le varianti badiot, ladin de mesaval e marou; la Val Gardena (Gherdëina); la Val di Fassa (Fascia) con le varianti cazet, brach e moenat; il Livinallongo del Col di Lana (Fodom), che include anche Colle Santa Lucia, infine la conca d’Ampezzo, con la variante ampezan.

[Valli e comuni ladini tra Trentino, Alto Adige/Südtirol e Veneto. Immagine di Hanno, Ilario, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Il ladino appartiene alla famiglia retoromanza, che comprende anche il romancio dei Grigioni (Svizzera) e il friulano. La vitalità della lingua, assolutamente presente e orgogliosamente tutelata, si manifesta normalmente nell’uso quotidiano, nella segnaletica trilingue (ladino, tedesco e italiano) diffusa in Alto Adige, e nella produzione culturale e mediatica (radio, televisioni locali e testate giornalistiche come “La Usc di Ladins”), oltre a essere ufficialmente riconosciuta dalle istituzioni altoatesine e quindi legittimamente utilizzata nelle interlocuzioni con gli enti pubblici locali.

Tutto questo lo si deve all’azione che, tra il XIX e il XX secolo, un movimento di intellettuali e studiosi intraprese per gettare le basi della riscoperta e la codifica della cultura ladina. Tra i pionieri spicca Micurà de Rü, pseudonimo di Nicolò o Nikolaus Bacher, un presbitero e linguista austriaco di madrelingua ladina, nato in Val Badia, che nel 1833 pubblicò la prima grammatica tedesco-ladina nell’ottica di unificare i diversi dialetti delle varie vallate; Micurà de Rü fu poi seguito nella propria opera di riscoperta culturale ladina da altre figure importanti della comunità, autori, scienziati e storici come Jan Batista Alton, Angelo Trebo, Hugo de Rossi e Vijo Vittur. Già nel 1905 nacque l’Union Ladina a Innsbruck, mentre nel corso del Novecento sono state fondate importanti istituzioni di tutela e ricerca, come l’Istitut Ladin “Micurà de Rü”, il Museum Ladin Ćiastel de Tor in Badia, il Museo Ladin de Fascia e l’Associazione Union Generela di Ladins dla Dolomites.

Oggi la Ladinia rappresenta un crocevia straordinario dove il mondo germanico incontra quello latino, e l’Europa continentale dialoga con quella mediterranea. Custodendo un patrimonio millenario fatto di leggende, tradizioni e senso di appartenenza, i Ladini continuano a rappresentare un ponte vivace e saldo tra passato e futuro, una delle genti che più si fa custode insostituibile dell’identità alpina autentica e testimone dell’anima originaria che unisce e caratterizza le popolazioni delle Alpi.

Capite ora perché è tanto grave cancellare un pur semplice toponimo dall’immagine internazionale di un luogo certamente importante nella geografia fisica e umana ladina? Di nuovo, la brandizzazione mercificante della montagna turistificata viene fatta trionfare, in maniera del tutto prepotente, sul luogo, sul suo paesaggio, sulla comunità che lo abita, sulla cultura che lo caratterizza e lo rende a suo modo unico, sulla sua identità e sull’anima, sul suo futuro. «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi» ha scritto Paolo Rumiz: e finche ci saranno i luoghi, ci saranno le genti che li abitano e ci sarà una cultura che li rende vivi. Altrimenti, temo, non è che l’inizio della fine, di quel luogo e non solo.

 Non so voi, ma io trovo questa cosa totalmente inaccettabile, e mi auguro che i ladini, e le altre genti alpine al loro fianco, protestino fin quando possibile e per quanto lecito contro questa vera e propria sopraffazione.

Sitografia utilizzata per redigere l’articolo:

Estrarre uranio dalle Alpi per il ritorno del nucleare in Italia: un piano strategico sensato o una pretesa pericolosa e scriteriata?

[Panoramica della Val Vedello. Immagine tratta da https://valvedello.it/.]
Da qualche mese settimana tiene banco, come saprete, la questione del paventato ritorno dell’Italia alla produzione di energia nucleare, seppur per ora di concreto si sia fatto ben poco – solo una “legge delega” con il quale il Parlamento attribuisce al Governo la facoltà di legiferare su una materia attraverso uno o più decreti legislativi. Ma ancor più l’eventuale ritorno del nucleare italiano tiene banco nel dibattito sulle Alpi lombarde, in particolar modo sulle Orobie tra le valli bergamasche e la Valtellina dove si trovano i principali giacimenti di uranio, il minerale che fa da combustibile principale nelle centrali nucleari per produrre energia elettrica tramite il processo di fissione nucleare.

La potenzialità estrattiva di tali giacimenti alpino-orobici venne già indagata decenni fa, poi non se ne fece più nulla per problemi vari e per l’opposizione delle comunità locali, anche a seguito del referendum del 1987 che fermò la produzione di energia nucleare in Italia. Ora alcuni soggetti industriali sono tornati a chiedere i permessi per indagare le prospettive di sfruttamento dei giacimenti in questione. Si tratta di un’opportunità importante per i territori coinvolti e possibilità di grande valore strategico per il nostro paese, oppure di un rischio che sotto diversi punti di vista appare insostenibile e inammissibile?

Vado con ordine e provo a elencare alcuni degli aspetti più significativi della questione, che in certi casi non ho ancora visto mettere in evidenza dalla stampa che finora se ne è occupata.

Come accennavo, i principali e più significativi giacimenti di uranio italiani si trovano nelle Alpi Orobie, divisi tra le province di Bergamo e Sondrio, e insieme costituiscono la più grande riserva stimata nel Paese. Due sono i siti d’interesse strategico per un eventuale ritorno all’energia nucleare: uno è quello di Novazza, nel comune di Valgoglio, in Alta Val Seriana, provincia di Bergamo, che è il giacimento storicamente più noto (venne scoperto nel 1959) e contiene una riserva stimata di circa 1.000 tonnellate di uranio metallico, a una quota di circa 1100 metri. L’altro è quello della Val Vedello, territorio che è parte del bacino idrografico della Val Caronno (laterale della Valtellina) in comune di Piateda, provincia di Sondrio: si tratta del giacimento quantitativamente più importante d’Italia, con riserve stimate per circa 6.000 tonnellate poste tra i 1900 e i 2300 metri di quota.

[La posizione dei due giacimenti, sopra quello valtellinese e sotto quello bergamasco.]

Nel resto del territorio nazionale (come in Sardegna, Lazio o Trentino) sono state individuate nel tempo solo altre piccole mineralizzazioni uranifere che ammontano complessivamente a poche centinaia di tonnellate, considerate dunque poco strategiche e prive di reale valore industriale.

Entrambi i giacimenti sulle Orobie non sono mai entrate nella fase di effettiva produzione commerciale, per le oggettive difficoltà logistiche – presenti soprattutto in Val Vedello, vista la geografia del territorio – per il venir meno dei finanziamenti comunitari, l’opposizione delle comunità locali e, come detto, anche in forza del referendum sul nucleare del 1987, stravinto dal “NO” al nucleare se pur certamente condizionato dal disastro di Černóbyl’, che avvenne proprio l’anno prima.

Tuttavia, con il recente e ufficiale riavvio italiano del percorso per il ritorno alla produzione di energia nucleare, deciso – a dire delle istituzioni – «nel rispetto degli obblighi europei e internazionali e si inserisce nel quadro delle politiche comunitarie indirizzate al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione al 2050, con l’obiettivo di rafforzare sicurezza e indipendenza energetica, contenendo i costi dei consumi», la società canadese Zenith Energy, tramite la controllata Futuro Energetico Italiano, ha depositato istanze di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per avviare permessi di ricerca ed esplorazione nei giacimenti orobici con l’obiettivo di mappare con precisione la reale consistenza ed economicità del giacimento. Ciò ha subitamente attivato una mobilitazione popolare critica nei confronti di tale eventualità (ci arrivo tra poco), in particolar modo sul versante valtellinese: la Val Vedello è uno dei territori più suggestivamente aspri e selvaggi e per ciò affascinanti della catena alpina orobica, inclusa nel territorio tutelato dal Parco delle Orobie Valtellinesi e all’interno dei siti protetti della Rete Natura 2000 – specificamente nella Zona Speciale di Conservazione “Val Venina” e nella ZPS del Parco stesso. Una valle di grande bellezza alpestre e parimenti di notevole delicatezza ambientale, dunque.

Apro una parentesi: le società Zenith Energy e Futuro Energetico Italiano sono parte di una piccola ma già complessa rete di imprese e di intrecci imprenditoriali e finanziari che ricorda un po’ il sistema delle scatole cinesi:

Peraltro vengono rilevate alcune criticità inquietanti su tale rete di società, come la capacità tecnico-economica dichiarata che si riferisce a concessioni di idrocarburi e non al settore uranifero, il capitale sociale di Futuro Energetico Italiano di 750.000 Euro troppo esiguo a fronte dell’ammontare complessivo dell’investimento minerario, l’assenza di una chiara previsione di spesa e i pochi dipendenti di Zenith Energy, che nel frattempo contro ha in corso alcuni contenziosi internazionali con la Tunisia. Di una delle società della rete suddetta, la Reveille Resources, lo scorso ottobre è stato nominato presidente Mike Pompeo, ex direttore della CIA ed ex Segretario di Stato degli Stati Uniti durante la prima presidenza Trump. La carica ufficiale è di presidente non esecutivo del consiglio di amministrazione per un mandato iniziale di tre anni, efficace dopo le verifiche regolamentari. Nel comunicato di nomina, Pompeo definisce l’uranio un metallo strategico e afferma che la società non promette una produzione immediata ma «un’esplorazione responsabile».

Chiudo la parentesi.

Dunque, riassumendo fino a questo punto, per tornare a produrre energia nucleare in Italia si vuole estrarre uranio dalle montagne orobiche, affrontando numerose criticità che chiunque è già in grado di immaginare e prevedere. Quindi i vantaggi potenziali da tale attività mineraria alpestre sono maggiori di quelle criticità?

La risposta è no. Dal punto di vista energetico, le sole riserve di Novazza potrebbero alimentare una singola centrale nucleare standard per circa 6 anni. Nel complesso, anche sfruttando sia Novazza che la Val Vedello, le risorse nazionali rimangono modeste su scala globale: ciò significa che qualora l’Italia decidesse di riavviare un piano energetico basato sul nucleare, la produzione interna coprirebbe solo una minima frazione del fabbisogno, costringendo comunque il paese a importare quasi tutto l’uranio dall’estero, ad esempio dai maggiori produttori globali come Kazakistan, Canada o Australia. Non solo, l’uranio che verrebbe estratto non potrebbe essere utilizzato direttamente nei reattori, ma andrebbe “arricchito”: si tratta di un processo complesso e molto costoso per il quale servono impianti che l’Italia non possiede, e questo comporta che il nostro paese dovrebbe in ogni caso far trasformare l’uranio all’estero. Dunque, realizzare e possedere centrali nucleari per l’Italia non significa automaticamente raggiungere l’indipendenza energetica, come invece si legge di frequente sulla stampa in forza delle dichiarazioni di alcuni politici.

[Veduta della Val Vedello nella quale, a destra, si notano la strada di accesso e l’imbocco delle vecchie gallerie uranifere. Immagine tratta da www.paesidivaltellina.eu.]
Più in dettaglio, il bilancio economico relativo all’eventuale attività di coltivazione mineraria dei giacimenti dell’uranio si divide nettamente tra la fase attuale di studio che si vorrebbe avviare e quella ipotetica di estrazione commerciale. I costi per l’esplorazione iniziale sarebbero effettivamente bassi: le gallerie e i portali sotterranei in entrambi i siti esistono già, realizzati nelle precedenti esplorazioni degli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Poiché l’infrastruttura logistica di base è già tracciata ed è accessibile ai mezzi, la prima fase di mappatura 3D, i carotaggi e i campionamenti avrebbero un costo operativo ridotto per la società mineraria.

Di contro, i veri costi esploderebbero successivamente in caso di estrazione, proprio perché, come accennato, l’Italia non possiede impianti per la raffinazione dell’uranio né tantomeno per l’arricchimento del combustibile necessario ai reattori nucleari. Costruire siti per il trattamento chimico in loco (per produrre il cosiddetto yellowcake) richiederebbe investimenti miliardari, difficilmente ammortizzabili con le sole 7000 tonnellate complessive stimate nei due giacimenti orobici. L’alternativa, appunto sarebbe spedire il materiale grezzo all’estero, con altrettanto enormi costi di logistica e sicurezza che inevitabilmente si rifletterebbero nelle bollette di noi consumatori, oltre a un’impronta ambientale che annullerebbe qualsivoglia vantaggio in tema di sostenibilità ambientale.

Ecco, a tal proposito: l’impatto ambientale e sanitario. Che è ovviamente, lapalissianamente, inesorabilmente criticissimo. A metterlo bene in evidenza è il gruppo consiliare di minoranza “SiAmo Piateda” – che opera nell’omonimo comune valtellinese; è anche l’autore dei simpatici e giustamente provocatori video che vedete nell’articolo, dei quali ne trovate molti altri sulla loro pagina YouTube – che lo scorso 26 ottobre ha depositato al Ministero dell’Ambiente un dossier con 34 osservazioni critiche in opposizione al progetto di ricerca mineraria e uranifera, contestando l’affermazione che il progetto sia privo di rischi significativi, come invece sostengono Zenith Energy e Futuro Energetico Italiano chiedendone il rigetto o la sospensione per tutelare la salute pubblica e il patrimonio naturale locale.

In particolar modo il gruppo segnala la presenza di rischi radiologici e ambientali, presenza di uranio, arsenico nelle acque potabili, concentrazioni anomale di radon e rifiuti pericolosi (NORM); rimarca le lacune tecniche del progetto, tra cui le carenze nelle indagini preliminari, nei bilanci di massa e nelle modellazioni idrogeologiche; tocca il tema della sicurezza e della viabilità nella valle e soprattutto in quota, per l’inadeguatezza della strada di accesso al transito dei mezzi pesanti e l’inevitabile conflitto con la frequentazione turistica; infine pone l’accento fondamentale sulla tutela del territorio, sulle criticità legate all’uso di gallerie storiche non censite e ferme da decenni, sul rischio di dissesto idrogeologico, sull’impatto sull’ecosistema tutelato dal Parco delle Orobie Valtellinesi e dalla Rete Natura 2000, che ne mette a rischio le specie e gli habitat.

[L’ingresso, ora murato, delle vecchie gallerie minerarie. Immagine tratta da www.laprovinciaunicatv.it.]
Molto significativo sulla questione è anche il documento di osservazioni redatto dall’amica Anna Maria Bonettini, biologa del Parco Adamello (in passato già direttrice dell’ente) e grande esperta degli ecosistemi alpini lombardi, con il quale, dopo aver argomentato in maniera approfondita le varie criticità del progetto minerario, esprime il proprio Parere Negativo di Compatibilità Ambientale, in virtù del principio di precauzione previsto dal diritto dell’Unione Europea che consente (e in alcuni casi impone) di adottare misure di protezione e gestione del rischio quando vi è un potenziale pericolo per la salute umana, animale o per l’ambiente, ma manca una certezza scientifica assoluta sull’entità o sulla probabilità del danno. Bonettini inoltre chiede inoltre di vincolare il proseguimento di ogni valutazione all’acquisizione di un parere formale, autonomo e vincolante da parte degli enti tecnici territoriali di controllo, di disporre una campagna di monitoraggio radiometrico ante-operam per determinare il fondo naturale di radiazioni e di gas Radon indoor/outdoor, a totale carico del proponente ma strettamente vigilata dagli enti pubblici territoriali competenti, e di subordinare l’eventuale rilascio del permesso di ricerca al deposito preventivo di congrue garanzie fideiussorie assicurative da parte del soggetto proponente, a totale copertura delle potenziali passività ambientali e dei costi di eventuale bonifica radiologica d’urgenza. Trovate il documento in calce a questo articolo.

Ecco, questo è quanto. O meglio: ci sarebbe molto altro da poter rimarcare sulla questione, ma lo potete facilmente trovare sui già numerosi articoli di stampa usciti e sul web nonché nei link che vi indico alla fine di questa mia lunga dissertazione.

Per quanto mi riguarda, dopo aver firmato con altri un comunicato stampa – nella mia consueta e ferma indipendenza da qualsivoglia parte politica, ci tengo a rimarcarlo – che chiede ben più chiarezza e garanzia di interlocuzione con le comunità locali, ho maturato la netta convinzione che l’eventuale riavvio dell’estrazione uranifera sulle Alpi Orobie espone a rischi che, a fronte delle citate potenzialità dei giacimenti, non possono in alcun modo essere ammessi e tollerati dai territori e dalle comunità coinvolte. Mi sembra che ancora una volta, per dar seguito a un’iniziativa che, al netto della propaganda politico istituzionale – e della sua effettiva bontà: qui non è in discussione se sia giusto o no tornare al nucleare – i territori montani vengano considerati come meri depositi di risorse da sfruttare senza troppi scrupoli, ambiti di valore inferiore rispetto ad altri e dunque usufruibili in maniera disinteressata senza realmente porsi domande sul senso del contesto, del limite, della misura. Devastare intere zone montane, in certi casi poste oltre i 2000 metri di quota, in contesti di altissimo pregio naturalistico e ambientale – nonché di bellezza alpestre ormai rara – per ottenere meri profitti economico-industriali senza conseguire vantaggi significativi per la collettività – posta l’esiguità dei giacimenti orobici – sostanzialmente non ha senso né logica se non per qualcuno che ci voglia ricavare un proprio tornaconto, appunto.

Di nuovo la vicenda dell’uranio nelle Alpi Orobie mette in evidenza l’inquietante antinomia tra “economia” e “ecologia”, due parole, idee, concetti nati insieme dalla stessa radice (l’ho già ribadito tante volte, mi scuso per la monotonia) per operare a supporto reciproco per il bene del mondo e di noi che abitiamo, e che invece sono state rese contrapposte, con la prima che diventa sinonimo di finanza e di “turbocapitalismo” che punta unicamente a fare profitti a favore dei pochi che lo governano, a totale discapito della seconda, dunque dei territori, degli ambienti, dei paesaggi e di chi li vive.

E ancora, la questione rimarca come troppo spesso, in montagna, vengono progettate e realizzate iniziative senza prima porsi alcuni fondamentali domande al riguardo: il gioco vale la candela? Siamo disposti a devastare interi versanti montani per ricavarne una mera convenienza economica? Le comunità locali non dovrebbero essere le prime a esprimersi, ma prima – scusate il gioco di parole – di qualsiasi iniziativa e progetto? Quanto possiamo e vogliamo mettere in gioco, ovvero a rischio, i nostri paesaggi montani ancora più di quanto è già stato fatto fino a oggi? E per chi, per cosa, per quali benefici concreti?

Ecco. nuovamente, come detto, si sta correndo il rischio che qualcuno si riservi il diritto di fornire risposte a lui convenienti a domande importanti che tuttavia sono state poste dopo. E, per come ho cercato di spiegarvi fino a qui nonché per ciò che evidenziano i vari documenti sulla questione, in ogni caso non sembrano affatto buone risposte.

[Il Pizzo del Salto, alto 2665 metri, la cui mole domina la testata della Val Vedello. Alla base permangono i rimasugli di quello che era uno dei ghiacciai alla quota più bassa delle Alpi lombarde, la cui fronte ancora in anni recenti si posizionava a circa 2000 metri. Immagine di Daniela Marina, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Per saperne di più, approfondire la questione e attivarsi al riguardo:

Infine, ultima ma non ultima, la petizione da firmare su “Change.org”: https://www.change.org/p/blocchiamo-le-esplorazioni-minerarie-per-l-uranio-in-val-vedello-provincia-di-sondrio?recruiter=1432567723&recruited_by_id=fdad5e80-c945-11f1-bfa5-05e071a2dab9&utm_source=share_petition&utm_campaign=petition_dashboard&utm_medium=copylink&share_id=rZW4tvMWfq

“Kronplatz” e non più “Plan de Corones”: quando per mero business si cancella l’identità storica di un territorio

Nella tanto discussa eliminazione del nome ladino “Plan de Corones” dal nuovo logo del celebre comprensorio sciistico dell’Alto Adige/Südtirol – che dunque ora resta solo “Kronplatz Dolomites” – per esigenze di marketing e per «valorizzare ulteriormente le altre componenti della propria offerta turistica», scelta che ha fatto incazzare (inutile usare termini più gentili ma che sarebbero meno eloquenti) l’intera comunità ladina, io ci vedo nuovamente la prepotente imposizione dell’economia sull’ecologia ai danni della montagna e delle sue comunità, ancora una volta assoggettate alle leggi del mercato consumistico senza avere alcuna possibilità di esprimere la propria posizione.

È anche un caso evidente, se pur particolare, di turismo estrattivo, nel quale il valore estratto dal territorio senza alcun vantaggio per lo stesso, anzi, con uno svilimento assoluto, è quello prettamente culturale, che richiama direttamente l’anima del territorio, il suo Genius Loci.

Giova ricordare che «economia» e «ecologia» sono parole sorelle nate dalla stessa radice greca οίκος, oikos, cioè “casa” o anche “ambiente”: sarebbero l’una di supporto all’altra, ma troppe volte nel nostro mondo la prima s’impone perché funzionale a generare profitti e soffoca la seconda, che invece sarebbe necessaria a non causare disastri. Che invece puntualmente accadono, appunto.

E di nuovo, purtroppo non casualmente, a commettere tale atto di grande prepotenza è l’industria dello sci, pervicacemente impegnata a conseguire numeri, record, tornaconti e sempre meno attenta e sensibile ai territori e ai paesaggi che coinvolge nel proprio business, non più solo per quanto riguarda l’ambiente ma pure riguardo le comunità residenti e l’identità culturale dei luoghi. Fa specie che proprio chi dovrebbe essere tra i massimi difensori delle peculiarità ambientali e identitarie del territorio in cui lavora, e che “vende” ai turisti di tutto il mondo per farci il proprio legittimo profitto, si prenda con tale leggerezza la libertà di cancellarne la referenza principale, il toponimo, insieme a tutto il patrimonio storico-culturale che in esso si rapprende.

[La cronistoria del logo di Kronplatz/Plan de Corones.]
Dunque giova pure ricordare, stavolta ai gestori del comprensorio sciistico, che il nome autentico della montagna è Plaung de Curunes, forma storicamente ladina profondamente legata alla cultura locale, poi foneticamente allineata in Plan de Corones. Come si legge negli archivi della Città di Brunico, i “Curunes” sono spiriti della montagna della tradizione ladina e “plaung” (o “plang”) deriva dalla parola latina planus (“piano”, “liscio”), quindi il nome può significare «piano/area senza bosco» e in passato veniva considerato un «luogo da ballo» per gli spiriti che abitavano la montagna. Il nome tedesco Kronplatz è invece di uso recente ed è la semplice traslitterazione del toponimo ladino.

Per cui, posto quanto avete letto, può anche essere legittimo il rebrandig del comprensorio sciistico al fine di venderlo più facilmente sul mercato del turismo internazionale: ma fino a che punto una scelta del genere, puramente commerciale, può trascurare e ignorare l’identità culturale territoriale e comunitaria al punto da considerarla – evidentemente – incongrua, persino irritante, e per questo eliminarla dal logo della località? Veramente nella pretesa irrefrenabile di conseguire risultati commerciali sempre maggiori non ci si può porre alcun limite, nemmeno di attenzione e rispetto nei confronti delle comunità locali? E sul serio si può essere così presuntuosi, o così ingenui, da non pensare che un’azione del genere faccia inalberare quelle comunità, molti dei cui membri fieri della propria cultura sicuramente lavorano per il comprensorio sciistico?

[La sommità di Plan de Corones/Kronplatz in estate. Immagine tratta da www.winklerhotels.com.]
A mio parere, una vicenda del genere, apparentemente minima dacché in origine meramente lessicale, ma in realtà profondamente emblematica dell’atteggiamento della grande industria turistica nei confronti dei territori e delle comunità, evidenzia nuovamente e impone l’elaborazione di un’articolata e compiuta ecologia del turismo, cioè di un corpus di strumenti che permetta l’analisi delle relazioni complesse e delle interazioni reciproche che si stabiliscono tra il fenomeno turistico e l’ambiente geografico, naturale e socio-culturale nel quale esso si sviluppa. Una strategia dunque che permetta non solo di pianificare al meglio la presenza turistica nel territorio rendendola consona e sostenibile alle specificità locali, ma che sappia tenere sempre in conto e manifestare piena consapevolezza anche delle peculiarità immateriali, innanzi tutto quelle culturali, che identificano un territorio e il paesaggio che lo caratterizza, dunque anche la sua componente antropica e umanistica.

[La sommità di Plan de Corones/Kronplatz in veste invernale. Immagine tratta da www.kranebitterhof.it.]
Quindi, che ritorni al più presto il nome “Plan de Corones” nel logo del comprensorio sciistico e in ogni altra forma di branding correlata! Anche perché, a dirla tutta: perché nel nuovo logo dal quale è stato eliminato il toponimo ladino si trova “Kronplatz”, il nome tedesco, e “Dolomites” cioè il nome delle Dolomiti nella forma ladina (quella tedesca è “Dolomiten”)? Che incoerente pasticcio linguistico è mai questo? O forse è solo il maldestro tentativo, da parte del comprensorio sciistico, di non generare troppa irritazione tra le comunità locali, nella consapevolezza di avere la coda di paglia?

La rediviva Santanchè, ovvero: chi non muore si rivede e (stra)parla di montagna

Daniela Santanchè.

Proprio lei, giuro. La pittoresca ex Ministra del Turismo che in quanto tale tutti ricordiamo per i disastri combinati alla guida del dicastero, imprenditrice pluri-indagata per numerosi gravi illeciti finanziari, dimessasi dal Governo in carica a furor del suo stesso popolo politico che non sapeva più come disfarsene, è ricomparsa vispa e giuliva a Milano a dissertare (volevo scrivere sproloquiare ma, come vedete, sono stato cortese) di montagne e turismo alla recente assemblea dell’ANEF, l’associazione degli impiantisti italiani, accanto (tra gli altri) alla meno pittoresca ma per molti versi più inquietante Presidente (delle cui suggestive trovate ho di nuovo scritto proprio ieri), e pure a quell’altro Ministro, lui ancora in carica, sempre convinto di aver fatto una grande “Legge sulla Montagna” i cui effetti positivi si stanno vedendo forse nel metaverso, perché nella realtà ordinaria al momento no.

Dunque ricompare come nulla fosse accaduto, la senatrice Santanchè, e dal palco ANEF – allestito nell’ambito del “Milano Mountain Show”, un evento che più strumentalizzato (dall’industria dello sci) non si può, il quale «porta la montagna nel cuore della città» probabilmente per (ri)portare poi la città nel cuore delle montagne, visto ciò che propone: legittimamente, sia chiaro, visti i suoi patrocinatori, ma a questo punto sarebbe utile sapere di che «mountain show» stiamo parlando – dicevo, la Santanchè, dal palco ANEF, rimarca di aver (parole sue) «ribadito l’importanza di creare un sistema montagna. Imprenditori e istituzioni uniti con l’obiettivo di far vivere 12 mesi l’anno questi territori, dalle Alpi agli Appennini.»

Pensieri proprio originalissimi, eh!

Nei quali al solito le comunità di montagna, con i loro bisogni e le criticità crescenti che devono quotidianamente affrontare, risultano non pervenute. Ma tu guarda che strano!

E io mi chiedo se veramente il pubblico presente l’abbia applaudita, al suo ingresso in platea e alla fine del discorso proferito, e se proprio nessuno-nessuno di quelli in sala si sia chiesto non tanto cosa ci facesse lì – liberissima di esserci e di esprimere il proprio pensiero, ovviamente – ma in base a quale ordinario buon senso. Me lo auguro, che qualcuno dei presenti abbia saputo conservare e manifestare un tal minimo sindacale di dignità.

Fatto sta che tale recente circostanza milanese prova in modo chiaro almeno due cose: una, la qualità dell’attuale dirigenza ANEF che evidentemente affida la propria visione della montagna a siffatte ideologhe (e pari ideologi) – quella visione che poi si rileva di frequente nelle dichiarazioni pubbliche dei vertici ANEF, che raggiungono livelli di opinabilità da Guinness World Record; l’altra, purtroppo, la fine inesorabilmente infausta che farà l’industria dello sci pervicacemente legata ad un mondo politico che produce personaggi e idee di tal risma sulla montagna e sul suo futuro, alle spalle delle comunità che la abitano e nell’indifferenza riguardo la realtà effettiva delle cose.

Le quali, è bene ricordarlo ai suddetti, non tutte sono assoggettate alla monocultura industriale dello sci e sovente vorrebbero svincolarsene, vista la realtà climatica, ambientale e economica in divenire che rende già segnata la sorte di buona parte delle località sciistiche italiane. Purtroppo, ribadisco, perché è una situazione che coinvolge tutti e tutti insieme dovremmo affrontare: innanzi tutto cambiando finalmente certe idee e visioni che invece ancora si vogliono imporre a forza ai territori montani per meri interessi di parte, in forza di una ostinazione deleteria per chiunque. Anche perché la montagna è già altrove, con buona pace (pure) della senatrice Santanchè e delle sue celebri mise da montagna invernale come quella sotto rimembrata (con la costante solidarietà al povero cane).

«Un territorio dove non va nessuno forse va bene agli ambientalisti!»

[Il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta, uno degli ultimi territori pressoché privi di antropizzazione in questo settore delle Alpi e zona sottoposta a rigidi vincoli di tutela ambientale, che tuttavia la Regione Autonoma vorrebbe rendere sede di un nuovo grande impianto funiviario ad uso sciistico, con opere annesse e connesse. Foto di ©Varasc.it]
La frase che ho reso il titolo di questo articolo, e che da tempo e di frequente viene proferita (con diverse forma ma uguale sostanza) in certe circostanze pubbliche o alla stampa quando il tema è il turismo montano, sembra compendiare una delle “strategie” più in voga e concordate tra quei sostenitori della turistificazione “no limits” delle montagne – in particolar modo impiantisti, associazioni di categoria, certi grandi operatori turistici, certa politica. Ad esempio le parole sopra citate sono (vedi sotto) della Presidente di ANEF, l’associazione dei gestori degli impianti a fune, tra le più attive nel dare contro a chi si impegna nella tutela delle Terre Alte, definito genericamente e strumentalmente “ambientalista”, a volte con riferimento al solito “salotto” (d’altro canto la propaganda strumentale si basa di parole semplicistiche, altrimenti non verrebbe compresa) e per cercare di imporre l’idea secondo la quale chi difende i territori e gli ambienti montani vorrebbe che restassero vuoti e abbandonati da tutti perché così la Natura resterebbe incontaminata – immagino sia questo a cui pensino.

[Ho già commentato i contenuti di questo articolo, e le dichiarazioni della Presidente ANEF, qui.]
Posto che si tratta di una stupidaggine sesquipedale che loro stessi sanno essere falsa, come già dimostra quel «forse», proferita da chi evidentemente non ha argomenti migliori per cercare di difendere i propri interessi (legittimi peraltro, fino a che non diventino dannosi per i territori coinvolti e deleteri per le loro comunità), nelle affermazioni di questo genere risultano sconcertanti, e non di meno inquietanti, la citata semplificazione estrema, la banalizzazione degli argomenti e dei contesti, anzi, l’assenza totale del senso dei contesti, l’evidente tentativo di polarizzazione delle posizioni perché quando non si hanno argomenti validi da sostenere si ha bisogno di un nemico da attaccare – proprio come fa la miserevole politica contemporanea. Il tutto sulla “pelle” delle montagne, totalmente assenti (fateci caso) nelle affermazioni suddette se non attraverso trite e ritrite frasi fatte nonché concepite unicamente come spazi invariabilmente da sfruttare e dai quali ricavare tornaconti, e parimenti con l’assenza delle comunità, che devono solo chinare il capo e assoggettarsi ai progetti imposti da chi verso di esse probabilmente si crede superiore, dunque indiscutibile e meritorio della più ampia gratitudine.

In verità non serve dire che di progetti e iniziative di sviluppo e sostegno di una frequentazione turistica delle montagne ben più consapevole, responsabile e ambientalmente sostenibile di quella proposta dai soggetti sopra citati ce ne sono a centinaia, altro che montagne abbandonate dove non va nessuno! Dai Villaggi degli alpinisti – Bergsteigerdörfer ai Villaggi Montani Certificati del CAI, agli innumerevoli progetti di rigenerazione territoriale sviluppati nelle Alpi e in Appennino, alla “Carovana dell’Accoglienza Montana”, parte della “Carovana delle Alpi” di Legambiente, che per di più si è data l’obiettivo di misurare il “Valore Aggiunto Comunitario” generato dal turismo sostenibile. Cioè quello che, tutelando fattivamente i territori, sostiene realmente le comunità valorizzando in modo veramente benefico la montagna, contro chi invece la vuole solo “mettere a valore” (l’accezione con la quale quelli utilizzano così spesso il termine «valorizzazione») piazzando funivie e infrastrutture d’ogni sorta per appicciargli un prezzo e venderla sul mercato turistico, esattamente come una località balneare o un parco divertimenti. Perché «Se non avessimo gli impianti, l’alta quota resterebbe a uso esclusivo di chi può raggiungerla con le proprie gambe» (sempre parole – deliranti, dal mio punto di vista – della Presidente di ANEF). Eh già, perché in montagna mica ci si può andare a piedi, quando mai! A questo punto riempiamo il mare di piattaforme galleggianti e passerelle pedonali, sennò resta a uso esclusivo di chi sa nuotare!

[In questa rappresentazione generata con l’AI, ecco come forse certi soggetti preferirebbero trasformare il Vallone delle Cime Bianche nonostante sia uno degli ultimi territori privi di turistificazioni in Valle d’Aosta e le rigide norme di tutela ambientale che in forza di ciò lo proteggono, nel quale peraltro ci vanno molti escursionisti appassionati, siano essi ambientalisti o no. Quale delle due versioni preferite voi?
Be’, inesorabilmente la pochezza di pensiero prima o poi finisce per cadere nel ridicolo: bisogna ammettere che certi soggetti sanno benissimo minare la propria credibilità da soli, senza bisogno di aiuti esterni. E a pensare che costoro hanno in mano una certa parte delle sorti delle montagne un po’ di brividi vengono! Di contro la suddetta pochezza di pensiero delinea pure, da un lato, la grande debolezza generale delle azioni che ne derivano (da me a da altri già dimostrata con dati oggettivi varie volte), e dall’altro lato la certezza che la sua manifestazione mediatica non identifica affatto tutti gli operatori turistici, i quali poi, spentasi l’eco di quella propaganda strumentale, si ritrovano a sostenere le innumerevoli crescenti criticità che il turismo montano oggi presenta, e non solo nella stagione invernale.

Fatto sta che qui, palesemente, l’unico territorio vuoto e abbandonato è quello del buon senso, della decenza, del rispetto verso le montagne, del senso del limite e della misura, e non certo dagli “ambientalisti” (chi sono costoro, poi? Ne ho scritto qui) ma dai soggetti che in forza dei propri interessi pretendono di spadroneggiare economicamente (e non solo) i territori montani, insieme ai loro sodali pubblici e privati. Peccato, perché se tali soggetti fossero ben più sensati e responsabili nelle proprie idee e nelle azioni messe in atto, chiunque ne ricaverebbe benefici concreti: loro stessi, le montagne, le comunità, gli ambientalisti, i turisti e i gitanti. Invece, un atteggiamento così bieco e gretto, ampiamente basato su superficialità e falsità, strumentalizzato, polarizzato e funzionale a scopi che nulla hanno a che fare con la realtà delle nostre montagne, genera solo danni a tutti. Inevitabilmente.