E niente, siamo sempre alle solite: certi soggetti istituzionali considerano i cittadini che da escursionisti frequentano le montagne dei poveri idioti, al punto da non essere capaci di ammirare e godere un panorama senza qualcosa di artificiale messo lì a tale scopo.
Il “Cinema sul Garda” (sic!) sul monte Creino (1291 metri), voluta dal Comune di Ronzo-Chienis, tra le montagne dell’alto Garda trentino, è l’ennesima installazione panoramica piazzata in un luogo dove il panorama c’è già e non serve nulla per poterlo ammirare se non la più ordinaria, spontanea sensibilità verso il paesaggio e il suo valore culturale. Dunque è come se i suoi promotori attraverso di essa ci stessero dicendo, appunto: «Siccome siete scemi e incapaci di vedere il panorama che c’è lassù, vi mettiamo noi una terrazza attrezzata di cemento, legno e metallo per osservarlo. Per cui ringraziateci che ve l’abbiamo piazzata lì!»
Ma sono seri?
Ovviamente, in mancanza di motivazioni realmente sostenibili a giustificazione dell’opera e dei soldi pubblici spesi (anche se la cifra non è nota), ecco che si tira fuori il solito discorso della «valorizzazione» ma, sapendolo ormai vacuo e abusato, la si butta sul patetico sostenendo, grazie all’opera, di «poter permettere anche a chi ha difficoltà a camminare di raggiungere questo luogo». In questo modo, chiunque ha da dire qualcosa contro l’opera passa pure per un senza cuore e nel frattempo si scarica la responsabilità sugli stessi potenziali fruitori con difficoltà motorie. Tuttavia, come è chiaro da subito, anche queste presunte motivazioni non stanno in piedi e, nello specifico caso, non possono essere nemmeno considerate ammissibili.
Sinceramente, a me la terrazza del Monte Creino sembra solo l’ennesima inutile turistificazione di un luogo naturale montano ad uso per lo più agricolo, per la quale a colpi di ruspa si piazza un’infrastruttura fuori luogo e autoreferenziale in base a un modello di fruizione turistica insulso e banalizzante.
D’altro canto – mi viene da pensare – l’hanno chiamata “Cinema sul Garda” non a caso: il cinema, inteso come luogo fisico, è il posto nel quale si vanno a vedere i film cioè opere di finzione ovvero, tecnicamente, illusioni ottiche. Forse è così che i promotori della nuova terrazza considerano anche l’ambiente naturale e i suoi panorami? Cioè, una illusione da poter “vendere” e consumare come prodotto turistico, a discapito del senso vero del luogo e della relazione autentica che vi si dovrebbe intrattenere per godere consapevolmente della sua bellezza ?
Chissà.
P.S.: le immagini qui presenti sono di Gianni Cassisa, Sindaco di Ronzo-Chienis, e di Marco Cassisa, membro di Europa Verde, e le ho tratte da www.loscarpone.cai.it.
[L’Aletschgletscher, il più grande ghiacciaio delle Alpi. Foto di Ernst Bürki su Unsplash.]Con la fine della stagione calda dell’anno, e dunque del periodo di fusione dei ghiacci sulle nostre Alpi, arrivano puntuali i vari report su come siano andate le cose per i ghiacciai e sul loro stato. Inutile rimarcare che, dopo l’estate rovente appena conclusa, la situazione sia «catastrofica», con decine di metri di sviluppo e spessore di ghiaccio persi in poche settimane, milioni di metri cubi fusi, miliardi di litri d’acqua potabile dissipati. Una situazione talmente inquietante e rabbrividente da… scivolare via come nulla fosse, nei discorsi dell’opinione pubblica e nei nostri pensieri: in grado tutt’al più di suscitare qualche attimo di angoscia che rapidamente svanisce per far posto ad altro, nella nostra mente.
In effetti anche quest’anno i report sullo stato dei ghiacciai ribadiscono una situazione che dura da decenni: ormai lo sanno anche i sassi che i ghiacciai stanno fondendo e svanendo dalle nostre montagne. Così, quei report tanto angoscianti quanto ripetitivi sono diventati “normali” ovvero monotoni, al punto che, ritenendoli ovvi e risaputi, ci lasciano sostanzialmente indifferenti, come accade inevitabilmente per qualsiasi cosa detta e ridetta infinite volte: ci entra da un orecchio e ci esce subito dall’altro, con la mente che riesce a trattenere sempre meno del messaggio comunicato e, anche quando lo trattenga, lo consideri ben poco.
Questo è, risaputamente, il grande problema della comunicazione scientifica. In fondo è da più di mezzo secolo che la scienza ci sta mettendo in guardia dai cambiamenti climatici e dalle conseguenze che ne subiremo, ma con il passare del tempo, invece di acquisire sempre più cognizione responsabile sulla questione proporzionalmente alla crescita in quantità e qualità dei dati che ne attestano la realtà, ne siamo sì tanto più consapevoli (si veda l’infografica sottostante) quanto meno consci, attenti, sensibili. Diventa sempre più probabile che la crisi climatica, nel suo divenire, si trasformi in una vera e propria catastrofe ambientale ma noi, pur essendone informati, facciamo sostanzialmente finta di nulla. Certo, ricicliamo la plastica, mettiamo i pannelli solari sui tetti, acquistiamo auto elettriche: ma la nostra mente, il nostro pensiero, il modus vivendi sul quale basiamo la nostra quotidianità sta veramente cambiando per come la scienza, i dati, i report climatici ci chiedono con sempre più insistenza di fare? Siamo in grado, come società, di desiderare veramente la conversione ecologica – per citare Alex Langer – necessaria al contrasto concreto degli effetti del cambiamento climatico? Oppure quei dati scientifici che attestano la gravità della crisi climatica ci inquietano sì per qualche istante ma poi troviamo ancora conveniente ignorarli perché troppo scomodi, troppo angoscianti in una quotidianità che di motivi di angoscia ne offre già fin troppi, perché non vogliamo elaborare la volontà di comprenderli veramente oppure, come detto, perché ormai ci danno noia e parecchio fastidio e poi «tanto non si può fare nulla» o «tanto che ci posso fare io»?
Siamo tutti quanti a bordo di un “Titanic” che si sta avvicinando sempre più al gigantesco iceberg che potrebbe affondarlo, ma continuiamo a ballare e far festa ovvero a pensare ad altro. Almeno sul Titanic – quello vero, partito dal porto di Southampton nell’aprile 1912 – avevano la nebbia come “scusante” per la fine tragica che poi hanno fatto, noi invece l’iceberg lo vediamo benissimo. Ma balliamo e facciamo altro. Magari alla fine l’iceberg devierà e ci risparmierà… magari qualcuno troverà il modo di salvare capra e cavoli e alla fine «andrà tutto bene».
O magari no.
È il grande, grosso, grave problema della comunicazione scientifica, ribadisco. Leggiamo i suoi report, capiamo ciò che riportano ma non li comprendiamo veramente, non ne ricaviamo consapevolezza, conoscenza e cultura. D’altro canto i ghiacciai fondono e spariscono, non avremo più a disposizione il loro fondamentale serbatoio idrico ma, per ora, l’acqua dai rubinetti di casa esce; le temperature continuano a aumentare e d’estate sfiorano ormai i 50° ma possiamo accendere il condizionatore e amen; i fenomeni meteo si fanno sempre più estremi e distruttivi, ma se il lunotto dell’auto viene distrutto da chicchi di grandine grossi come mele ci penserà l’assicurazione, e avanti così.
È una dinamica già nota e denominata, con espressione anglosassone, climate fatigue (in italiano porrebbe essere “stanchezza climatica”; ne ho scritto in altri termini anche qui), cioè una risposta psicologica e sociale molto complessa che si manifesta nell’opinione pubblica quando il flusso costante di informazioni allarmanti sul cambiamento climatico supera la capacità degli individui di elaborarle, assimilarle e agire di conseguenza, generando di contro dissonanza cognitiva, senso di impotenza, apatia, sovente cinismo – quello dei negazionisti in primis, i quali sanno benissimo quale sia la realtà dei fatti ma la negano per una cinica convenienza di parte.
Così, alla fine, il gigantesco iceberg cozza contro il Titanic ma tanto hanno detto e crediamo e siamo convinti che è “inaffondabile”, no? Dunque, cari orchestranti, andate pure avanti a suonare che noi continuiamo a ballare e a divertirci!
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Be’, mi viene da pensare che la scienza, oltre a diffondere con chiarezza e comprensibilità inequivocabili i propri report con tutti i dati possibili e immaginabili su ciò che sta accadendo al clima, dovrebbe diffondere con altrettanta forza comunicativa dei report con dati oggettivi su ciò che riguardo il clima non sta accadendo a noi, alla nostra società, alla nostra (presunta) civiltà, così tecnologicamente avanzata eppure, a volte, così inopinatamente ottusa e cieca. Ma servirebbero pure altri report su quanto invece si sta facendo e sta funzionando contro il cambiamento climatico, e su cosa succede di positivo quando le persone vengono incluse come parti attive nei processi decisionali comunitari, dove l’impatto locale delle azioni collettive diventa visibile e misurabile.
Spesso la persona che vive lontana dalle montagne viene indotta a pensare che se lassù uno o più ghiacciai spariscono, ad essa non possa importare più di tanto, che la sua vita andrà avanti comunque senza troppi problemi. Forse, io credo, a non essere pienamente compresi non sono tanto i dati scientifici, che attestano l’effetto concreto di un fenomeno reale e in divenire come il cambiamento climatico, ma – per così dire – l’effetto dell’effetto: cosa succede, concretamente, se sulle montagne non ci sono più ghiacciai? E dove succede, chi coinvolge e con quali conseguenze pratiche? Viceversa cosa sta funzionando efficacemente per contrastare quegli effetti, e come si può partecipare attivamente a tali “soluzioni”?
[La Konkordiahütte, rifugio posto sopra il ghiacciaio dell’Aletsch, con la lunga scala metallica che oggi bisogna percorrerre per scendere sulla superficie glaciale. In origine il rifugio era posto ai margini del ghiacciaio, oggi la sua superficie è oltre 300 metri più in basso. Foto di Rebecca Cresch/Stefan Gafner tratta da www.sac-cas.ch.]Di sicuro, tornando ad Alex Langer, per rendere veramente desiderabile la conversione ecologica, e dunque per salvaguardare efficacemente il nostro mondo dalle conseguenze della crisi climatica, la prima cosa da fare è pensare quel desiderio, concepirlo, elaborarlo e farne un’idea e un principio. Ci manca la capacità – anzi: dimentichiamo di avere la capacità di saper sviluppare questo desiderio (forse anche perché stiamo via via smarrendo la capacità di pensare, che demandiamo ad altri per conto nostro), un po’ come molti passeggeri che erano a bordo del Titanic non hanno saputo desiderare di voler concludere il loro viaggio sani e salvi – perché sana e salva sarebbe giunta la grande e meravigliosa nave a New York, il porto d’attivo del suo viaggio.
Le inchieste che vennero svolte dopo il naufragio del Titanic stabilirono che la mancanza di preparativi per le emergenze aveva fatto sì che i passeggeri e l’equipaggio del Titanic fossero stati colti alla sprovvista, che l’equipaggio non era stato adeguatamente addestrato, che i tanti avvisi di iceberg ricevuti dalla nave vennero regolarmente sottovalutati, che vennero trascurate anche le richieste di aiuto della nave in difficoltà. Ecco: traslate e contestualizzate questa metafora alla situazione del nostro mondo e di noi che lo abitiamo nei confronti della crisi climatica in atto e converrete che ci sta praticamente a pennello. Con una sola differenza: i passeggeri e l’equipaggio del Titanic furono colti alla sprovvista, noi no. Siamo così annoiati, apatici, insensibili, indaffarati ogni giorno in mille altre cose (ma quante di esse sono veramente utili alla nostra esistenza quotidiana?) da non vedere l’iceberg che ci si staglia davanti sempre più vicino o da osservarlo e pensare che tutto sommato sia anche bello, così luccicante com’è, oppure da negare che ci sia, che sia un miraggio o una falsa prospettiva alla quale solo gli stupidi possono credere.
Il tema delle ciclovie montane, che stanno spuntando un po’ ovunque e sulle montagne lombarde in modo particolare, si fa sempre più emblematico. Alla crescente evidenza dell’invasività di tali tracciati, aperti a colpi di ruspe e bulldozer tra i boschi e su pendii spesso critici, fa il paio l’altrettanto crescente dissenso proprio della comunità dei mountain bikers, che per primi si dicono contrari a ciclovie del genere peraltro pensate per un cicloturismo molto ludico e poco tecnico. In tale situazione, gli amministratori pubblici che promuovono e sostengono le ciclovie sulle proprie montagne, per le quali hanno speso ingenti somme di denaro pubblico, da un lato sono sempre più in difficoltà nei tentativi di giustificare i nuovi tracciati e dall’altro continuano a non fornire risposte sulla questione della manutenzione, non tanto dei tracciati quanto dei versanti coinvolti. Forse perché non ne hanno da dare, così come non hanno essi stessi certezze reali riguardo quelle giustificazioni così traballanti addotte a sostegno di opere sempre più palesemente insostenibili.
Di recente sul tema si è espresso anche il Coordinamento “Difendiamo la Montagna”di Lecco, sulle cui montagne – tra le più frequentate delle Alpi stante la vicinanza con Milano e il suo hinterland – la proliferazione di nuove ciclovie è particolarmente intensa e altrettanto particolarmente insensata. Lo ha fatto con un comunicato chiaro e efficace che vi propongo di seguito – vi ho aggiunto alcune precisazioni per chi non conosce la zona – e alcune immagini eloquenti, il tutto ripreso dagli organi di stampa locali. Il testo è contestualizzato alla situazione delle montagne lecchesi, appunto, ma sono certo che i suoi contenuti sono validi per qualsiasi altro territorio montano sottoposto a simili turistificazioni, che siano cicloviarie o di altra natura.
Spett.le Redazione,
vogliamo tornare sulla questione delle nuove ciclovie montane, in special modo quelle che si stanno realizzano sulle montagne lecchesi in base al progetto della “Transorobica” (itinerario cicloescursionistico in quota sulle montagne tra il lecchese e la bergamasca – n.d.L.): sia perché riteniamo che resti troppo sottovalutata e considerata in modo superficiale, nonostante i numerosi rischi concreti che comporta per i territori che ne restano coinvolti, e sia perché le testimonianze che di continuo raccogliamo sul campo palesano giorno dopo giorno il notevole impatto dei nuovi tracciati e la loro evidente discutibilità, che crediamo non possa sfuggire a nessun frequentatore attento delle nostre montagne.
Osservando ad esempio i lunghi tratti cementati che caratterizzano il nuovo percorso tra Sant’Egidio, sopra Bonacina, e Ballabio (località sui monti sopra la città di Lecco – n.d.L.), non possiamo non chiedere: è questo che i promotori delle ciclovie intendono con «recupero e alla valorizzazione di antiche vie di collegamento»? Del cemento sparso a profusione su terreno naturale tra i boschi dopo aver devastato il precedente storico itinerario escursionistico?
Inoltre, constatando le immagini riprese con un drone e pubblicate dalla pagina Instagram “Valsassina Xplore”, parimenti chiediamo: è questo che i promotori delle ciclovie intendono con «valorizzazione del territorio» e «salvaguardia e tutela dell’ambiente»? Uno sfregio serpeggiante lungo l’intero versante che adduce al Passo del Toro (noto e frequentato punto di passaggio escursionistico – n.d.L.) il quale assomiglia ben più a una vera e propria strada piuttosto che a un itinerario escursionistico, visibile anche a grande distanza, che pure qui ha cancellato il precedente sentiero, certamente bisognoso di manutenzione ma non certo di tale devastazione?
Insieme a queste domande, ne restano aperte molte altre alle quali non ci pare che i promotori delle nuove ciclovie stiano rispondendo: quale modello di turismo viene imposto da queste opere? Quale cultura della frequentazione montana si vuole sostenere? In generale, quale “idea” di montagna vorrebbero comunicare queste opere? Inoltre, la manutenzione di questi tracciati: è stata programmata? Chi se ne sobbarcherà l’onere? Con quali risorse? Quali garanzie autentiche circa i rischi da dissesto idrogeologico sono state contemplate?
Ovviamente, la lista delle “domande spontanee” che sorgono di fronte a tali opere potrebbe essere ben più lunga.
D’altro canto, è assolutamente significativo che tra le voci più critiche verso queste nuove ciclovie ci siano proprio quelle della comunità dei bikers di montagna nella sua stragrande maggioranza e con in prima fila le guide di MTB, che a loro volta hanno più volte rimarcato sulla stampa che nessuno della loro comunità ha mai richiesto tutti questi nuovi tracciati e che la loro realizzazione, per come si è concretizzata, rappresenta non solo un degrado ambientale dei territori montani coinvolti ma anche uno svilimento della pratica cicloescursionistica autentica, che come ogni altra montana si basa su una grande consapevolezza culturale di ciò che è la montagna e sulla conseguente sensibilità nei confronti dell’ambiente e del paesaggio delle Terre alte.
In conclusione, il nostro Coordinamento intende ribadire di nuovo la propria posizione: non sono opere del genere, così tanto impattanti in senso ambientale e paesaggistico e così poco basate sulla cura dei territori coinvolti e sull’interlocuzione con le loro comunità, a poter generare un autentico sviluppo e una valorizzazione virtuosa delle nostre montagne. La loro realizzazione, per come si sta attuando, non può essere accettabile e ammissibile, e l’eventuale esecuzione di nuovi tratti della “Transorobica” va sospesa e per quanto possibile fermata.
Cogliamo l’occasione di invitare tutti i frequentatori delle montagne lecchesi a inviare le immagini fotografiche eventualmente scattate al cospetto delle nuove ciclovie all’indirizzo email del nostro Coordinamento, info@difendiamolamontagna.it.
Come detto, la questione non è affatto da sottovalutare e considerare con troppa leggerezza: è in gioco il destino delle nostre montagne e, per molti versi, anche di noi che le abitiamo e frequentiamo.
Credo che non esista in alcun territorio montano un angolo che, per sue caratteristiche, peculiarità, prerogative geomorfologiche, naturali, ambientali o paesaggistiche, non sia a suo modo speciale. Anche quelli dove la presenza umana si è fatta fin troppo invasiva e pesante restano tali. D’altro canto le cose degli uomini prima o poi decadono, si consumano, magari spariscono, mentre la montagna resta e in ogni luogo dal quale sia stata “scacciata” vi ritorna proprio scaturendo nuovamente da quella sua anima peculiare speciale.
Tuttavia ci sono dei luoghi che, per vari motivi, acquisiscono se possibile ulteriori valenze specifiche e si fanno soglia tra un di qui più umano e un di là più naturale, più selvatico e, per così dire, primordiale. Attraversandoli si ha proprio la sensazione di entrare in una dimensione differente da quella cui si proviene, anche se all’apparenza le due non siano geomorfologicamente così diverse e l’una sia conseguenza naturale dell’altra. Ma si supera quella soglia e, appunto, qualcosa cambia, a volte tutto cambia e spesso questa sensazione non è tanto la mente che ce la fornisce ma l’animo, non i sensi ma l’intuito, una sensibilità superiore che a sua volta sembra attivarsi proprio nel momento in cui si varca tale soglia.
Una di queste “soglie” la trovo sempre in alta Valle del Bitto di Gerola, quando il sentiero che sale verso gli alpeggi di Trona e l’omonima bocchetta supera la spalla nordorientale che scende dal Pizzo Mellasc, uscendo dal solco della Val Vedrano con una svolta netta verso meridione e ritrovandosi improvvisamente di fronte la testata dell’alta Valle della Pietra: uno dei paesaggi più potenti di tutte le Orobie valtellinesi, con le sue numerose vette che più sembrano imponenti e sovrastanti di quanto la quota non eccezionale farebbe pensare, le articolate creste a volte nette e affilate e altre variamente turrite, le convalli e le vallecole che vi si infilano, le fitte abetaie, le giogaie e i pascoli che le inframezzano i quali danno respiro ad un fondovalle profondo e ombroso… Il tutto distribuito con armonie e prospettive tanto morfologicamente rudi e selvaticamente alpestri quanto sublimi e a modo loro proporzionate, a creare una quinta montana che più ideale al luogo non potrebbe essere.
In essa, come dicevo, ci si affaccia quasi all’improvviso con quella svolta netta a meridione: si varca la soglia in corrispondenza del crinale superato e la sorpresa e l’emozione sono immediate, intense e invariabili – io le avrò vissute decine e decine di volte e ciascuna è come fosse sempre una prima assoluta, a riprova di come in montagna il paesaggio non sia mai lo stesso, anche quello visitato e ammirato migliaia di volte. La sensazione è proprio quella di un ingresso in una dimensione altra, differente, e questo non perché sia incontaminata e priva di segni umani – che ci sono e anche ben visibili, dalle due dighe agli alpeggi, le baite, le strade al loro servizio, gli elettrodotti, i tradizionali bàrèch e i calécc per la lavorazione del latte in altura, i sentieri… – ma che anzi, nonostante tali segni della presenza umana, sappia conservare un peculiare carattere selvatico, primigenio, indomato, assolutamente consono alla presenza leggendaria dell’Homo Salvadego che proprio quassù si palesava ai montanari d’una volta.
Ma attenzione: questo svelamento dimensionale che la soglia della Valle della Pietra concede non è per tutti. Lo può percepire e comprendere chi sa entrare in sintonia con il luogo, chi sa rendere il paesaggio esteriore quello interiore, chi apre mente, cuore e animo alla dimensione sublime e li fa sensibili al valore autentico e profondo del luogo, che non è affatto quello che la mera frequentazione ludico-ricreativa di esso potrebbe offrire. Bisogna (ri)diventare a propria volta un po’ Homo Salvadego, ripensarci nel luogo e nella sua Natura come parte di essa – pensare come la montagna del posto, per dirla con Aldo Leopold – e non semplicemente come visitatori e fruitori: soggetti in un soggetto e non in un oggetto, Natura consapevole noi come Natura autorevole è ciò che lassù si ha intorno. In teoria semplicissimo per chiunque, in pratica difficile per molti, forse impossibile.
Di soglie così ce ne sono a bizzeffe ovunque, sulle montagne: sono certo che anche voi ne avete attraversate e me ne potete citare molte. Anche noi possiamo essere “soglia”, quando siamo in montagna, punto di contatto e di passaggio, di circolazione tra la nostra natura umana e quella naturale, primordiale, congenita. Esattamente come lo sono tutte le montagne che non dividono ma uniscono, mettono in contatto, invitano al varco, al passaggio, all’andare al di là e tornare al di qua.
La relazione che possiamo – e dobbiamo – intrattenere con le montagne, ovvero ciò che ci fa comprendere pienamente la loro bellezza e il valore che hanno per noi, è questo in fondo: contatto, congiunzione, unione, varco noi sulla montagna e varco la montagna sulla quale noi stiamo, varchiamo noi le loro soglie morfologiche e geodimensionali e “varcano” loro le nostre geosofiche, della mente, del cuore e dell’animo.
P.S.: ringrazio di cuore Alessandra e Simone, i gestori del Rifugio Trona Soliva che si trova oltre la soglia che ho raccontato qui, per avermi aiutato nella stesura dell’articolo (senza sapere come l’abbiano fatto ma tant’è: la volta prossima glielo spiegherò!)
Funivie sempre più capienti e veloci, biciclette elettriche sempre più potenti, sci d’alpinismo con cingoli e ora persino esoscheletri per salire in vetta più veloci e correre più a lungo… per la montagna tutto questo significa “sviluppo” oppure degrado?
Attenzione: la domanda non sottintende che si debba essere contro la tecnologia e la sua evoluzione, anzi. Ma che si debba necessariamente mettere in dubbio quella tecnologia che disumanizza noi e il mondo nel quale viviamo, soprattutto quello del quale riconosciamo (se non siamo del tutto scemi) il valore peculiare. Come le montagne, appunto.
Già le Terre alte, ambito “naturale” per eccellenza, le abbiamo ampiamente artefatte fino a renderle un simulacro di “montagna” spesso grottesco – basti pensare alla piste da sci di neve artificiale stese tra i prati. Ora, evidentemente, pensiamo di rendere sempre più artificiale anche la nostra frequentazione dei territori montani, forse perché stiamo parimenti perdendo la capacità di comprendere il loro valore e il senso profondo del frequentarli e del godere delle loro bellezze. Di viverle veramente, insomma.
Rifiutiamo la loro natura senza capire che così rifiutiamo noi stessi che siamo Natura. Pensiamo alle montagne come a un mero contenitore funzionale al nostro piacere ludico-ricreativo, uno strumento da utilizzare che, in quanto tale, va fruito con altri strumenti sempre meno contestuali e razionali ma più comodi ai nostri scopi, appunto. Comodi soprattutto se ci fanno ottenere lo scopo facilmente e senza troppa fatica: ecco dunque le biciclette a pedalata assistita, gli sci con i cingoli, l’esoscheletro da indossare… tutte cose vantaggiose, certo, ma fino a che punto pure lecite?
È più furbo chi le utilizza o è più scemo chi ne fa a meno? E tra i due chi può dire di stare veramente in montagna, chi ci si diverte realmente di più?
[Alcuni escursionisti che camminano senza – poveri scemi! – utlizzare esoscheletri o altre cose simili. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Valtellina Trekking“.]Be’, per quanto mi riguarda, tali domande sono del tutto retoriche. A questo punto, tanto vale restarsene a casa a camminare su un tapis roulant oppure a pedalare su una bici da spinning indossando un visore per la realtà virtuale che ci faccia “salire” su tutte le montagne che vogliamo! Otterremo formalmente lo stesso risultato ludico-ricreativo, lo stesso divertimento e appagamento, senza muoverci dalle nostre città e alla fine spendendo meno soldi. Non solo: potremo pure vantarci di essere dei “difensori dell’ambiente”, salvaguardando le montagne dall’inquinamento turistico, dalla banalizzazione culturale eccessiva nonché, bisogna dirlo, da una presenza oltre modo tragicomica e assurda che i monti non meritano affatto.