Il rispetto per le montagne vale per i turisti ma non per gli amministratori pubblici?

[Immagine tratta da www.montagna.tv.]
Riguardo i vandalismi perpetrati di recente al bivacco Bruno Ferrario sulla vetta della Grignetta, si è espresso il consigliere regionale lombardo Giacomo Zamperini, anche nella sua veste di Presidente della Commissione speciale Valorizzazione e tutele dei territori montani, e le sue parole sono importanti e assolutamente condivisibili:

«C’è ancora chi pensa che la montagna sia un set fotografico, un luna park o una passerella per i social. È invece un ambiente meraviglioso, che richiede preparazione, prudenza, rispetto e consapevolezza. […] Chi sale in montagna ha due doveri: tornare a casa in sicurezza e lasciare questi luoghi esattamente come li ha trovati, se non migliori».

Parole giustissime, ribadisco. Tuttavia, a un puntiglioso come me, balza subito la mosca al naso per come Zamperini (persona rispettabile e apprezzabile, lo rimarco) nella sua veste di esponente della Giunta regionale lombarda e della sua maggioranza politica, affermi cose che poi sulle montagne è proprio la Giunta stessa a confutare, sostenendo e finanziando di frequente opere, infrastrutture e attrazioni turistiche che perseguono esattamente il modello del luna park montano e alimentano fruizioni ludico-ricreative da «passerella per i social» – di queste opere scrivo di frequente qui sul blog, inutile dire che l’elenco è parecchio lungo.

[Foto di Lorenui, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
E perché il principio, ineccepibile, per il quale i luoghi di montagna vanno lasciati esattamente come li si trova se non migliori, dovrebbe valere per i turisti ma non per gli amministratori di quei territori e per i soggetti che vi hanno qualche potere? Si potrebbe rispondere: perché i secondi ci vivono e lavorano e i primi no. Vero, ma questo rappresenta veramente un motivo valido per realizzare opere palesemente impattanti e degradanti nei territori montani, e solo perché chi ci vive avrebbe il “diritto” di farci ciò che vuole per ricavarci un tornaconto? Quando ciò accade, risulta palese la misconoscenza e la disconnessione con quei territori oltre che l’atteggiamento puramente egoistico e predatorio riservato ad essi: proprio l’opposto di ciò che sta alla base della vita in montagna, ieri come oggi e ancor più in futuro, visti i tempi correnti e le loro criticità crescenti, e che la rende così speciale e affascinante nonostante i disagi che a volte impone.

Sinceramente, pur con tutti i distinguo del caso, non vedo molta differenza di principio tra il turista cafone che sfrutta le montagne per ricavarci un mero e banale divertimento, senza capire dove si trovi, come ci si possa comportare e dunque finendo per causare qualche danno, materiale o immateriale, e il politico (bipartisan) o l’imprenditore locale che sfrutta le montagne piazzandoci tutto ciò che possa servire ai propri tornaconti d’immagine o affaristici senza capire il portato presente e futuro delle opere realizzate e quanto realmente apportano, in senso culturale (perché la montagna è un paesaggio culturale in senso assoluto), ad esse e alle loro comunità. Sono entrambi sfruttamenti, di diversa forma, simile sostanza e identico risultato: una montagna disprezzata, svilita, rovinata, degradata.

Sia chiaro – non dovrebbe servire rimarcarlo ma invece temo di sì – tutto ciò non significa che in montagna non si possa fare nulla, ribadisco pure questo: in montagna si può fare tutto o quasi ma con buon senso, rispetto, consapevolezza, senso del contesto, coscienza di luogo. E, a mio modo di vedere, tanto gli idioti che vandalizzano un bivacco quanto i sindaci che degradano un luogo piazzandoci un mega-resort o qualche banale giostra turistica si trovano sullo stesso piano, in posizioni discoste ma allo stesso livello, proprio perché è importante per chiunque, non solo per alcuni, «lasciare questi luoghi esattamente come li ha trovati, se non migliori». Se non migliori, ecco, in quanto non si può pensare che «la montagna sia un set fotografico, un luna park o una passerella per i social». E tanto meno un luogo (come ogni altro pubblico, ma per molti versi anche di più) dove poter esternare le proprie cafonesche frustrazioni o manifestare le personali bieche ambizioni. Esattamente così.

La “querelle” tra il Parco Nazionale del Gran Paradiso e Valsavarenche: sintomatica, bizzarra, desolante, emblematica

[Panorama di Valsavarenche. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Sto seguendo, come forse molti di voi, la questione in corso sulla richiesta del comune di Valsavarenche di uscire dai confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso al fine di – semplifico molto il suo nocciolo ma coerentemente ai fatti – snellire la burocrazia alla quale l’essere parte del Parco lo sottoporrebbe. La questione è ben coperta e analizzata dal “GognaBlog”, di Alessandro Gogna, e da “Lo Scarpone”, il notiziario on line del Club Alpino Italiano, ai quali vi rimando se volete saperne di più; ulteriori approfondimenti li trovate nel sito web di Mountain Wilderness Italia.

Personalmente, allo stato attuale delle cose (che tuttavia suppongo evolveranno ancora, nei prossimi giorni), sulla questione mi vengono un paio di riflessioni che non mi sembra siano state ancora contemplate, se non marginalmente (almeno tra le testimonianze da me lette), nel dibattito in corso.

La prima: il senso autentico e compiuto di un Parco Nazionale qual è? Mi sembra che da sempre, e in modo crescente nella contemporaneità, un’area naturale protetta venga sempre e solo vista o come un dispositivo di protezione dell’ambiente ma non del paesaggio, nel senso della relativa Convenzione Europea, oppure come uno strumento molesto e vessatorio per chi ci vive dentro. Cose entrambi vere per molti versi, sia chiaro: se è fondamentale proteggere la biodiversità di un territorio montano assolutamente emblematico in tal senso, lo è anche agevolare entro i limiti più sensati la vita di chi ci vive magari da generazioni ed è a sua volta parte della biodiversità locale. Invece, mi sembra che sempre pochissimo si rifletta sulle numerose opportunità che il far parte di un Parco Nazionale per giunta così prestigioso come quello del Gran Paradiso può offrire: per il sempre più crescente turismo sostenibile, per lo sviluppo delle economie locali che proprio nelle specificità del territorio trovano il proprio valore, per la distinzione culturale e identitaria che un luogo così noto e apprezzato determina, eccetera. L’appartenenza al Parco dovrebbe essere una preziosa e luccicante medaglia da appuntarsi al petto, da parte di chi vi fa parte, viceversa viene spesso considerata una macchia da ripulire al più presto. D’altro canto, pensare di poter fare, nei confini di un’area protetta o nelle zone contigue, ciò che fanno altri territori non tutelati, spesso male e con danni notevoli che tutti constatiamo, è una insensatezza bella e buona, in sé e per quanto ho rimarcato poco sopra.

[Il gruppo del Gran Paradiso da Pian Borgnoz, Valsavarenche. Foto di Fulvio Spada, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
La seconda riflessione è legata proprio a questa insensatezza, e mi sorge leggendo – su “Lo Scarpone”, l’opinione di un “cittadino” di Valsavarenche interpellato sulla questione, il quale immagino manifesti un pensiero diffuso tra molti suoi conpaesani e dunque sia particolarmente emblematica: «Il nostro piano regolatore, in ogni caso, è approvato dalla natura. Se costruisci un metro più a monte una valanga ti porta via tutto, se lo fai un metro a valle, lo fa la prossima piena del fiume». Così ha detto il “cittadino” esprimendo a mio parere una stupidaggine sesquipedale e confondendo gli elementi politici e ancor più antropologici che determinano l’atto di abitare e vivere nei territori come quello in questione. Cosa vorrebbe dire con quelle parole, che se non ci sono pericoli di valanghe o di alluvioni si può costruire ciò che si vuole? Che si possa cementificare, asfaltare, edificare mostruosità d’ogni sorta nei fondivalle perché tanto gli stambecchi e le stelle alpine sono in alto sulle vette? È una formula differente per riaffermare il bieco slogan “La montagna è nostra e ci facciamo quel che vogliamo” che purtroppo certi montanari “sovranisti” tutt’oggi affermano, e che è stata alla base della devastazione di molti territori di montagna dal boom economico in poi, in cambio di un benessere apparente, invero infido e rapidamente svanito?

[Volume presentato dal Parco nel 1951 che attesta l’esclusione del “Budello” di Valsavarenche. Foto di Claudio Vicari tratta da https://gognablog.sherpa-gate.com.]
D’altro canto, pure un’affermazione dell’attuale Presidente del Parco Nazionale del Gran Paradiso – di nuovo riportata dai media citati – mi pare sulla stessa falsariga di fondo: «Il Parco che asfalta le comunità locali, con me, è finito» ha detto. Ora, a parte il lessico pittoresco utilizzato (ma il termine “asfalto” nel parlato su un’area naturale protetta, poi?), la questione non è, non può essere così rozzamente basata sull’asfaltare o meno le comunità locali ma, come ha giustamente denotato l’amica Mariagrazia Gavazza, Presidente della Commissione Centrale Tutela Ambiente Montano (CCTAM) del CAI, «sull’insuccesso dovuto al fatto che, fino a oggi, i due enti (cioè il Parco e il Comune di Valsavarenche nonché i soggetti pubblici ad esso superiori – n.d.L.) non sono riusciti a trovare una soluzione a una diatriba storica. Il rischio è che in un periodo in cui ci viene chiesto anche dall’Unione Europea di aumentare le aree tutelate, procedure come questa possano incentivare alcuni Comuni a procedere con la ridefinizione dei confini in altri Parchi Nazionali».

[Veduta della testata della Valsavarenche. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
E, aggiungo, non è solo e non tanto l’Unione Europea a chiedere di aumentare le tutele naturali ma lo chiede il pubblico sempre più ampio del turismo lento e consapevole nonché, e soprattutto, ce lo chiede la realtà in divenire la quale, tra le conseguenze della crisi climatica e le crescenti criticità legate alla fragilità delle aree naturali montane, appare sempre più problematica e bisognosa di una gestione politica, amministrativa e civica attenta, intelligente, coerente. Il che non significa affatto imporre catene e recinti burocratico-amministrativi agli abitanti di queste aree ma, parimenti, nemmeno pretendere che in esse le tutele più eque e sensate non debbano avere valore, come se gli abitanti stessi non volessero essere e non si sentissero parte delle loro montagne, del loro paesaggio, della sua storia, dell’identità peculiare che ne deriva e della loro biodiversità. Ma anche in montagna i “Sapiens”, siano essi ambientalisti o cementificatori, fortunatamente restano animali, per certi versi non dissimili da stambecchi, marmotte e nemmeno, in quanto organismi viventi, da stelle alpine e genziane: è bene non scordarlo, se vogliamo salvaguardare veramente e a lungo tutte le montagne, tutelate o meno che siano.

Tuttavia, come accennato, credo che la questione avrà ulteriori sviluppi. Vedremo quali.

La “legacy olimpica”? Sì, di opere inutili (che pagheranno i territori) e debiti crescenti (che pagheremo noi)

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Parliamoci chiaro: abbiamo permesso che una classe politica inadeguata e incompetente nonché arrogante, con il suo circolino di sodali pubblici e privati, organizzasse e gestisse un grande evento come le scorse Olimpiadi invernali di Milano Cortina? Be’, ora ne paghiamo le conseguenze. E sono inesorabilmente pesanti.

Come ho già segnalato qualche giorno fa nelle “Montag/News”, dalla «Parifica del Rendiconto 2025» della Corte dei Conti della Regione Veneto, presentata qualche giorno fa, emerge che la Fondazione Milano Cortina – come è stato denominato il Comitato Organizzatore delle scorse Olimpiadi invernali – ha accumulato debiti per oltre un miliardo di Euro, che si aggiungono ai 176 milioni di deficit pregresso. E siccome la Fondazione chiuderà il 31 dicembre prossimo, il Procuratore della Corte dei Conti regionale, Paolo Crea, ha chiarito che «gli oneri insoddisfatti finiranno sui bilanci dello Stato, delle due Regioni (Veneto e Lombardia, ndr) e, in parte, sugli enti locali (leggasi il Comune di Cortina e la Provincia di Belluno, ndr)». Cioè pagheremo noi tutti cittadini contribuenti. E perché dobbiamo pagare noi i disastri degli organizzatori dei Giochi? Perché con sentenza del 16 luglio scorso la Corte Costituzionale ha stabilito che la Fondazione Milano Cortina è un ente pubblico [1] ma di diritto privato, grazie al cosiddetto decreto governativo “Salva Olimpiadi” del 2024 che all’articolo 11 aveva stabilito che la Fondazione non riveste la qualifica di «organismo di diritto pubblico» e dunque non è soggetta all’applicazione delle relative norme. In parole semplici: quelli della Fondazione hanno gestito “liberamente” (come da diritto privato) le risorse pubbliche a disposizione, lo hanno fatto evidentemente male generando quella cifra abnorme di debiti che però ora tocca allo Stato cioè a noi tutti (come da diritto pubblico) appianare e pagare. Capito?

[Ve le ricordate ancora queste immagini, vero?]
Interpellata al riguardo, la Fondazione Milano Cortina ha risposto un «no comment» che dice tutto su quello che appare in maniera sempre più incontrovertibile un disastro olimpico, peraltro ampiamente previsto e annunciato da tanti (me compreso che non sono nessuno insieme a tanti altri soggetti ben più autorevoli) mesi prima che i Giochi cominciassero. D’altronde l’andazzo delle cose olimpiche era evidente da tempo, non serviva essere dei Nostradamus per prevederne lo sviluppo.

Fate conto che lo stesso Procuratore regionale della Corte dei Conti ha chiosato, al termine del suo intervento: «Beh, dire che i Giochi sono stati a costo zero…». Già: avevano detto e stradetto, i suddetti politici inadeguati e incompetenti, che quelle di Milano Cortina 2026 sarebbero state «Olimpiadi a costo zero» per la collettività. Come rimarca Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italia e forse la persona più esperta in assoluto su ciò che sono stati i Giochi (ci ha scritto sopra due libri imprescindibili, “Ombre sulla neve” e “Oro colato”):

Fra i costi buttati sulle spalle dei contribuenti, (oltre a quelli “ordinari” delle infrastrutture olimpiche, n.d.L.) ci sono quelli del servizio trasporti, della macchina sanitaria, dei lavori collaterali (parcheggi, ripristini, alloggio della protezione civile, delle forze di pubblica sicurezza, arredi degli stabili sportivi e di accoglienza). Al momento le preannunciate “Olimpiadi a costo zero” a noi cittadini costeranno oltre un miliardo di Euro (dati della Corte dei Conti). Stiamo parlando della sola gestione dell’evento. A oggi non ci è dato ancora conoscere quanto costeranno le altre 40 opere previste, nemmeno iniziate, alcune da definire nei progetti: sono le opere che riguardano SIMICO, la società, questa sì pubblica, che deve progettare, appaltare, collaudare tutte le 98 opere olimpiche. Qualche mese fa avevamo valutato il costo delle Olimpiadi invernali italiane in sette miliardi di Euro. Con certe probabilità la cifra incrementerà.

Da “Olimpiadi a costo zero” a sette e più miliardi di Euro che pagheranno tutti i contribuenti italiani di uno stato, il nostro, con il più alto debito pubblico d’Europa. Quindi? Parliamo ancora di “legacy olimpica” o, appunto, sarà decisamente meglio definire tutto ciò disastro olimpico?

[Immagine generata con Google Gemini AI a inizio febbraio 2026, prima ancora che le Olimpiadi prendessero inizio.]
[1] I soci della Fondazione, ad eccezione del CIO/Comitato Olimpico Internazionale, sono tutti enti pubblici: il Governo, le Regioni Lombardia e Veneto, le Province autonome di Trento e Bolzano, i comuni di Cortina e Milano.

Le violenze e le intimidazioni al Rifugio Gino e Massimo, e un appello a sostenere i suoi rifugisti

Vengo a sapere di alcuni fatti estremamente spiacevoli, gravi e irritanti che hanno coinvolto i gestori del Rifugio Gino e Massimo, meravigliosa piccola struttura (detta per ciò “Rifugino”) situata a 1860 metri di quota all’Alpe Grioni, in comune di Ponte in Valtellina e nel Parco delle Orobie Valtellinesi – dedicata alla memoria di due giovani valtellinesi tragicamente scomparsi, Gino Berniga e Massimo Donati.

Come racconta la rifugista Anna Savonitto,

Nell’ultimo mese una serie di spiacevoli eventi ha colpito il Rifugio.
Gli asini sono stati rinchiusi nel bivacco del rifugio e siamo stati accusati di essere stati noi, che del bivacco ci prendiamo invece cura e che abbiamo passato una settimana a ripulirlo.
Abbiamo ricevuto diversi commenti violenti relativi alla Pastasciutta Antifascista organizzata con ANPI e in programma per sabato 25 (luglio prossimo).
E infine, questa notte, la jeep del rifugio è stata vandalizzata. Tutti i vetri infranti, fanali e tergicristalli rotti, gomme bucate e carrozzeria tagliata a colpi d’ascia. Hanno tentato di spingere la jeep, che ci serve per lavorare e per portare le provviste al rifugio, giù dalla scarpata. Qualcosa che pare più un’intimidazione che un semplice dispetto.
Non sappiamo se questi episodi sono tra loro connessi e non facciamo accuse, ma pare evidente che qualcuno è infastidito dalla gestione del Rifugio. Gestione che porto e portiamo avanti con passione, entusiasmo, voglia di fare e cura delle relazioni con tutte le realtà e le persone del territorio e con chiunque passi di qui.
Non siamo disposti a tollerare questi atti violenti, vili, codardi e di una bassezza umana sconcertante.
Siamo amaraggiate e molto arrabbiate, ma l’estate è lunga e qui al rifugino c’è ancora molto da fare.

Dal Rifugino lanciano un appello, che vi invito caldamente ad accogliere, per sostenerli passando a trovarli all’Alpe Grioni oppure partecipando alla raccolta fondi su PayPal per riparare (o più probabilmente ricomprare) la jeep, qui: https://www.paypal.com/pool/9r7R5hf5DC?sr=wcco.
In alternativa, si può fare un bonifico sull’Iban IT03V3608105138253175853189 intestato a Anna Savonitto.

Trovate altri dettagli al riguardo sulle pagine Facebook e Instagram del Rifugino, oppure potete inviare una mail a rifugioginoemassimo@gmail.com

Dalla mia posizione di assoluta distanza da qualsiasi ideologia politica di parte e da ogni cosa che ne consegue, trovo veramente sconcertante constatare fatti del genere per cause evidentissime e terribilmente stupide, meschine, infantili, sicuramente non da “Sapiens”. Anche perché sono azioni che, pensando di manifestare “forza” e “ardimento”, in realtà dimostrano la vuotezza di pensiero che sta vi alla base la quale genera una gran paura in chi le compie verso quanto di buono invece sanno fare al Rifugino, altro che “forza”. E dimostrano pure il bisogno urgente di attenzione e di cura che sta sempre dietro azioni del genere: chi le compie pensa di essere forte ma invece mostra tutta la propria fragilità intellettuale, emotiva e l’emarginazione sociale che ne consegue. Che lo porta poi a “sfogarsi” in atti così ignobili e vili.

Di contro, sono certo che quanto accaduto darà a Anna e ai suoi collaboratori ancora più passione, entusiasmo, voglia di fare e cura delle relazioni nel lavoro che compiono al e per il Rifugino (così come per il territorio montano circostante), il quale ora e più di prima diventa una meta irrinunciabile per una meravigliosa escursione in un luogo di bellezza straordinaria dove poter incontrare persone altrettanto belle, di quelle che hanno veramente la montagna nella mente e nel cuore.

Viva il Rifugino, viva Anna e tutti i ragazzi che lo mantengono vivo e così vivace, e aiutiamoli: se lo meritano proprio!