Igiene personale

Nonostante mi sembra di poter constatare (sperando non sia una pia illusione, la mia, o che ignaro soffra di qualche disfunzione olfattiva alterante i relativi sentori) che la situazione sia migliorata, rispetto a qualche tempo fa, devo comunque rilevare che un certo numero di persone evidentemente non capisce ancora che quanto ritratto nell’immagine qui sopra non è: un panetto di burro aromatizzato, un particolare laterizio, un soprammobile minimalista, un telecomando senza tasti, uno spessore per mobili difettati, un mattoncino per costruzioni simil-Lego, un disco da hockey uscito male, una sciolina per sci da discesa, un cellulare a comando vocale, un oggetto di possibile provenienza aliena ovvero, nella sua versione liquida, non è del combustibile accendi fuoco per camini, un condimento per piatti esotici, un lubrificante per ingranaggi, una sciolina liquida per sci da discesa, una cera per pavimenti, una colla in confezione maxi o un sigillante per serramenti e nemmeno della pasta gommosa colorata utilizzata per creare palloncini soffiando in un cannello.

No: in entrambi i casi si tratta di sapone. Da usare per l’igiene personale con una certa assiduità durante l’intero anno, non solo nei periodi di maggior calura e sudorazione (pratica peraltro già fondamentale da compiere seppur, ribadisco, giammai da ritenersi solo temporanea). Ecco.

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Inge Schönthal Feltrinelli (1930-2018)


Il viaggio da New York a L’Avana era stato scomodo e avventuroso, quindi entusiasmante per una ragazza come Inge Schoenthal, fotoreporter tedesca molto giovane, molto carina, senza un soldo, senza timidezze, senza paure, con poca ambizione professionale ma molta voglia di conoscere il mondo e di incontrare persone intelligenti, colte, importanti.
Andava a conoscere Ernest Hemingway che allora, nel 1953, a cinquantaquattro anni, aveva già scritto tutti i suoi capolavori ed era una delle massime celebrità letterarie mondiali. La ragazza dalla vita sottile e dal sorriso felice arrivava con una raccomandazione importante, quella dell’editore tedesco Rowohlt, che aveva pubblicato i suoi romanzi. Heinrich Maria Ledig-Rowohlt le aveva dato anche un difficile incarico diplomatico: cercare di convincere Hemingway a cambiare la traduttrice che lavorava con lo scrittore dagli anni trenta e il cui linguaggio era invecchiato con lei. Finora non c’era riuscito nessuno durante i suoi rari viaggi a Berlino prima della Seconda guerra, quando si rifugiava nei caffé letterari mentre Rowohlt faceva il giro dei librai per trovare i soldi che gli doveva.
Chissà se ci sarebbe riuscita questa intraprendente ragazza che non aveva certo un aspetto teutonico: era bruna, sottile e leggiadra, assomigliava un po’ a Leslie Caron e un po’ a Audrey Hepburn e avrebbe potuto essere francese o lappone o anche napoletana. Davanti al suo sorriso deciso, si aprivano, è vero, molte porte. Lei le spalancava su tutto il mondo che voleva conoscere, e gli uomini, ma anche le donne, facevano di tutto per aiutarla. “Erano tempi in cui era possibile essere amici, camerati, star bene insieme, ma senza andare a letto. Non ci veniva neppure in mente: le ragazze non lo facevano e gli uomini avevano paura di chiederlo.” […]

(Natalia Aspesi su Inge Feltrinelli nella presentazioni di Inge fotoreporter, Sipiel/Biblioteca Europea Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2000.)

Ir-razionalismo lombardo

Condivido totalmente, qui, lo sdegno dell’amico e stimato gallerista bergamasco Cristiano Calori nel segnalare l’abbattimento, a Bergamo, del piccolo stabile in stile razionalista lombardo (costruito nel 1938) di via Baschenis, adibito a distributore di benzina fino a qualche tempo fa e poi abbandonato. Un piccolo gioiellino architettonico demolito con «un atto di ignoranza colossale al netto di ogni questione burocratica», come ben sentenzia Calori (e preventivamente non solo lui), peraltro per farci una banale rotonda (probabilmente compatibile con la presenza del piccolo edificio, come qualcuno ha fatto notare), mentre le nuove destinazioni ipotizzabili e nobili, magari in ambito pubblico culturale (biblioteca di quartiere, caffè letterario, piccolo centro culturale, sala civica per incontri ed eventi vari, spazio espositivo per giovani artisti, eccetera), sarebbero state innumerevoli e avrebbero consentito la permanenza di questo affascinante edificio storico nel paesaggio urbano bergamasco.

Il comune di Bergamo (sia chiaro: questo mio post non ha nulla a che fare con qualsivoglia strumentalizzazione politica – chi mi legge abitualmente sa bene come la penso) si giustifica sostenendo che i costi per la bonifica dell’area sarebbero stati troppo alti rispetto ai benefici legati alla permanenza dello stabile. Per ribattere a ciò riprendo di nuovo le parole di Cristiano, perfetta risposta alla quale non c’è da aggiungere nulla: «Ragionare (solo) in termini di costi/benefici penalizza la visione del futuro delle nostre città. Se vogliamo trasmettere la cultura e la bellezza alle generazioni future ci si può anche rimettere qualche soldo ogni tanto. Se ne buttano già tanti!» Già, evidenza ineluttabile: quanti soldi l’Italia spreca nel distruggere il proprio patrimonio di bellezze d’ogni sorta, e quanti altri ne spende per costruire opere spesso brutte, sovente inutili e qualche volta, ahinoi, pure malferme? E quanto, agendo così, smarrisce sempre più la visione progettuale del proprio futuro minandone da subito qualsiasi potenziale convenienza?

No, non c’è proprio verso: l’Italia contemporanea continua pervicacemente a tirarsi le più vigorose zappate sui piedi, infangando la propria bellezza in modi via via più insensati. Va bene che ne ha a disposizione parecchia, di tale bellezza, ma di questo passo inesorabilmente il Bel Paese diverrà sempre più brutto. E più irrecuperabile, disperso in abissi di bruttezza e di degrado infiniti.

Di teste che non le mangiano neanche i maiali

Paolo Nori è uno scrittore (lui sì, lo è) che io trovo sempre assai piacevole e spesso illuminante leggere, sia che legga i suoi libri, gli articoli che produce per la stampa o i post nel suo blog.
Tra i più recenti, dei suoi post, ce n’è uno che fa parte di una piccola serie dedicata ai social network e che trovo se possibile di lettura ancor più piacevole e illuminante, forse perché mi ci ritrovo in modo particolare. Vi riproduco qui l’incipit e l’explicit; il post completo lo trovate qui.

Io faccio una vita piuttosto ordinaria e devo dire che nella mia quotidianità, ormai, i social network hanno sostituito il bar. Negli anni 80 del 900 la maggior parte dei miei pomeriggi li passavo al bar, negli anni 10 di questo secolo nuovo la passo sui social network. Ho aperto un blog tanti anni fa, dieci, forse, e da allora metto su quel blog un paio di cose tutti i giorni, non solo cose che ho scritto io, anche cose scritte da altri, prevalentemente da russi, visto che la letteratura russa è quella che conosco meglio e l’unica che ho studiato con una certa costanza per un periodo di tempo non breve (fa un po’ impressione, dirlo, ma sono trent’anni, ormai). Gli unici giorni, in questi anni, in cui non ho aggiornato il mio blog, son state due settimane che ero in ospedale, cinque anni fa, per un trauma cranico, e i lettori del blog, mi hanno raccontato poi dopo, si erano accorti che era successo qualcosa perché non aggiornavo il blog.
[…]
Intanto, finisco dicendo che la gente, sui social, a me un po’ fa paura, perché certa gente, quando scrive quello che pensa, ti accorgi che han delle teste che non le mangiano neanche i maiali, come dicono a Parma. Solo che, a pensarci, anche certa gente nei bar, a Parma, negli anni ’80, mi faceva un po’ paura perché mi sembrava che avessero delle teste che non le mangiavano neanche i maiali, quindi, dopotutto, niente di nuovo.

Ciò per dire che, a mio parere, dovreste leggere il più possibile Paolo Nori, se già non lo fate. Perché merita di essere letto, ben più – mi permetto di dire – di molti altri. A meno che non abbiate una testa che non la mangerebbero neanche i maiali, ovvio.

INTERVALLO – Birmingham (Gran Bretagna), New Public Library

Nove piani, 31.000 metri quadri, 230 milioni di Euro di costo, oltre 2 milioni di volumi (tra i quali le prime edizioni di alcune opere di William Shakespeare), capacità di accogliere fino a 10.000 persone al giorno. Questi alcuni dei numeri della Nuova Biblioteca Pubblica di Birmingham, inaugurata nel settembre 2013, tra le più grandi in Europa. Edificio dall’architettura avanzata, iconico, ecosostenibile, nonché vero e proprio fulcro di un distretto culturale con monumenti storici, teatri, auditori pubblici, musei e gallerie d’arte, che caratterizza il rinnovato aspetto urbanistico della città inglese ponendovi al centro la cultura, in senso sia materiale che immateriale.

Cliccate sulle immagini per visitare il sito web della Biblioteca, oppure qui per leggere un articolo ad essa dedicato dalla rivista di architettura Domus.