Come mandare il buon futuro turistico di una località montana a farsi fot**re (coi soldi nostri)

Tempo fa mi hanno raccontato la storia di un tizio che, messosi alla guida della propria lussuosa auto sportiva dopo aver bevuto troppo, fatta poca strada si è schiantato contro un palo a lato della carreggiata ma, ubriaco com’era, con i poliziotti intervenuti continuava a sostenere, pure con una certa arroganza, che fosse stato il palo a venire addosso alla sua auto, non viceversa. E non ci fu verso di farlo ragionare, in quelle circostanze.

Ecco, a leggere dei 4,8 milioni di soldi pubblici con i quali Regione Lombardia vuole rilanciare la ski-area di Prato Valentino sopra Teglio, a 1600 metri di quota su un versante completamente esposto al Sole, mi è tornata in mente la storiella del tizio ubriaco che ha distrutto la propria fuoriserie convinto di non avere alcuna colpa, anzi, pretendendo di avere ragione.

In un comprensorio sciistico senza alcun futuro in forza dell’insostenibilità ambientale (vedi sopra) ed economica, nel quale i passaggi degli sciatori in dieci anni sono passati da 41mila a 13mila, dove già nel 2022 si tentò di riattivare la ski-area con un piano in project financing per il quale, guarda caso, nessun privato si presentò (ecco perché ora paga tutto la Regione, cioè noi), e proprio per tale imminente e palese fine vita sciistica si è avviato un progetto-pilota (“Prato Valentino 2050“) di riconversione turistica verso attività ben più sostenibili e logiche al luogo e alle sue caratteristiche, peraltro notevoli sia ambientalmente che paesaggisticamente, infine dove proprio per la chiusura forzata della seggiovia (fine vita tecnica e mancanza di fondi per il rinnovo) si è avuto un «incredibile» afflusso di escursionisti e gitanti attratti in loco proprio dal bello di poter esplorare la zona senza la presenza di impianti e piste di discesa, un successo che ha sorpreso gli stessi operatori turistici locali… Insomma, in un luogo dove è chiaro, indubitabile, palese quale sia il futuro turistico migliore e più gradito ai visitatori, Regione Lombardia che fa? Spende quasi 5 milioni di Euro di soldi pubblici per riattivare impianti e piste, fregandosene bellamente di tutto e tutti invece di cogliere la palla al balzo e approfittare di un’occasione così ben servita sul più classico piatto d’argento.

Ottusità? Menefreghismo? Prepotenza? Affarismo strumentalizzato? Come si può definire un atteggiamento del genere da parte dei reggenti regionali? Come l’ubriaco che si è schiantato con la propria auto dando la colpa al palo, non la vogliono proprio capire. Non che non possano farlo: potrebbero benissimo, in verità non sono così insensati come sembra, ma non vogliono. Perché buttare tutti quei soldi pubblici in un fallimento assicurato è molto più funzionale ai loro interessi e alle loro mire, che immagino annoverino anche il tentativo, in questo modo, di screditare e soffocare un progetto così interessante, concreto e lungimirante come “Prato Valentino 2050” – del quale peraltro ho parlato in loco proprio di recente, a Palazzo Besta, insieme alla professoressa Anna Giorgi dell’Unimont, uno dei soggetti che cura il progetto. No, nessuno può e deve pensare di toccare i loro affarismi, di metterli in discussione, di renderli ancora più chiaramente scriteriati di quanto già non siano. E tutti gli altri discorsi sul turismo «sostenibile», sulla salvaguardia del territorio, sulla sua “valorizzazione” lungo l’intero anno e, soprattutto, sui benefici per la comunità locale? Belle parole e basta, da mettere da parte alla svelta per lasciare spazio alle mire della Regione e ai suoi sodali locali. Ubriachi di presunzione e sfrontatezza, privi di rispetto e attenzione per il luogo e la sua comunità, capaci solo di perseguire le proprie mire delle quali potersi vantare propagandisticamente sulla stampa… ma l’auto che mandano a schiantare non è loro, è dei tellini e di tutti noi, e lo fanno coi soldi nostri, non loro o di privati!

È una cosa semplicemente vergognosa, non c’è altro da dire. Semmai c’è solo da “combattere” per avversarla e non portarla a compimento, investendo invece tutti quei soldi nel progetto “Prato Valentino 2050” e/o in cose veramente proficue e lungimiranti per Teglio, le sue montagne e per la comunità locale. E lavorando pure per evitare che in futuro amministratori pubblici così scriteriati possano di nuovo pensare ad assurdità del genere, che ne dimostrano la totale alienazione verso i nostri territori montani. Che quelli dovrebbero ben governare, non così assurdamente svendere e degradare.

Cosa ne pensate del cicloturismo in montagna?

[Immagine tratta da https://organizzazione.cai.it.]
Care amiche e cari amici: cosa ne pensate, in senso generale, del cicloturismo montano?

È un tema che di frequente emerge nei dibattiti sulla frequentazione ludico-ricreativa delle montagne, a volte anche in modo polarizzante: perché se da un lato è un’attività ormai da tempo in espansione (soprattutto grazie alla diffusione delle e-mtb) e molto sostenuta da operatori turistici e amministrazioni pubbliche, dall’altro impone un’infrastrutturazione dei territori montani relativamente importante (con le ciclovie, innanzi tutto), anche a quote alte, lasciando spesso irrisolta la questione della condivisione degli itinerari con i camminatori e della loro manutenzione. Ma, appunto, considerando ogni cosa che al riguardo ritenete importante nel bene e nel male, che ne pensate? E perché lo pensate?

Credo sia un dibattito che è ora di far maturare in maniera concreta, magari ricavandone poi iniziative specifiche come ad esempio è stato fatto in Svizzera, nel Canton Grigioni, con il progetto “FairTrail”.

Grazie di cuore da subito per le risposte che vorrete esprimere e argomentare!

Strade asfalti e parcheggi ai Piani Resinelli (?)

[Foto di Giancarlo Airoldi tratta da https://lecconotizie.com.]
I Piani Resinelli sono una delle località più belle delle Alpi lombarde, un pezzo di alta montagna che sovrasta la città di Lecco, in vista dei grattacieli di Milano e ai piedi di quella incredibile montagna che è la Grigna Meridionale, o Grignetta. Sono anche un luogo emblematico, nel bene e nel male, riguardo la frequentazione turistica delle montagne, la gestione del suo ambiente naturale, la valorizzazione delle sue peculiarità, la restanza di chi ci vuole vivere dignitosamente, senza rimanere ostaggio del sovraffollamento turistico o vittima della desertificazione di quando i turisti non ci sono. Per questo dei Resinelli ne ho scritto spesso, qui e sulla stampa, cercando di proporre buoni argomenti di riflessione in merito al presente e al futuro del luogo, anche in forza di scelte prese dalle amministrazioni pubbliche locali non sempre condivisibili.

Posto ciò, di recente il Presidente della Comunità Montana Lario Orientale-Valle San Martino, che ha in carico buona parte della gestione politico-amministrativa dei Piani Resinelli soprattutto nell’ambito del turismo, ha pubblicato questo post sulla propria pagina Facebook:

Cliccate sull’immagine per leggere il post originale.]

Come vedete, quei «strada, asfalti, parcheggi» riferiti a un luogo montano che spesso è soffocato proprio dall’eccessiva presenza di autovetture e fatica a trovare alternative più sostenibili a tale assalto motorizzato, non potevano non attrarre la mia attenzione. Tuttavia, per evitare interpretazioni troppo personali e/o eccessivamente allarmistiche, ho chiesto all’intelligenza artificiale (Google Gemini) di creare un’immagine che potesse interpretare e decodificare, per così dire, le parole del Presidente della Comunità Montana. Ecco il risultato:

Ohmmammamia!

Be’, suvvia, si sta ironizzando, non credo proprio che un’intelligenza artificiale bravissima a elaborare dati ma priva (almeno per ora) di sentimenti possa temere il peggio – il così tanto peggio – per i Resinelli!

In ogni caso, scherzi a parte (speriamo!), l’attenzione e la sensibilità sui Piani Resinelli deve assolutamente restare alta. Come ribadisco, da troppo tempo il luogo ne soffre una certa mancanza, oltre che di senso del contesto, della misura e di visione organica che sappia farne comprendere tanto le potenzialità quanto le criticità sia in ottica presente che futuro prossima, tenendo al centro la vivibilità stanziale del luogo e il supporto alla restanza della sua comunità, considerando adeguatamente l’importanza dell’economia turistica locale ma avendo cura di evitarne qualsiasi ulteriore sviluppo monoculturale, che svilirebbe e degraderebbe i Piani Resinelli in maniera definitiva. E un luogo così bello e speciale non se lo meriterebbe proprio.

Si può costruire un buon futuro per i territori montani? Quali opportunità cogliere, e quali criticità evitare? Ne parliamo domani a Teglio!

Domani (o oggi, dipende quando leggete) 21 marzo alle 14.30 sarò a Teglio, in Valtellina, nel meraviglioso contesto di Palazzo Besta, per partecipare all’incontro I territori alpini, tra grandi trasformazioni e incerte prospettive e dialogare al riguardo con Anna Maria Giorgi, direttrice del Polo UNIMONT/Università della Montagna di Edolo, sede d’eccellenza dell’Università degli Studi di Milano specializzato nella formazione, ricerca e valorizzazione dei territori montani. L’incontro sarà moderato da Silvia Biagi, direttrice di Palazzo Besta.

Parleremo e rifletteremo sulle sfide e le prospettive per i territori e le comunità alpine di fronte alle grandi trasformazioni legate al cambiamento climatico, alla ricerca di nuovi paradigmi di sviluppo e nuove forme di turismo: argomenti tanto importanti per le montagne quanto ancora poco approfonditi eppure ormai imprescindibili, posta la realtà in divenire che pone le comunità residenti nei territori montani di fronte a scelte ormai inevitabili e alle conseguenti decisioni da prendere per il proprio futuro, prossimo e più lontano. Quali adattamenti e quali resilienze attuare in forza delle trasformazioni in corso? Come conciliare economia e ecologia, entrambi elementi necessari e essenziali per le terre alte? Quali forme di turismo possono essere contemplate e quali invece è giunta l’ora di abbandonare? Di che futuro hanno bisogno le nostre montagne per poter continuare a vivere e, magari, diventare quei laboratori di innovazione sociale speso invocati ma ancora molto poco considerati?

A queste domande, e a molte altre, cercheremo di fornire delle valide risposte sulla base di argomentazioni concrete e articolate: sono veramente felice e onorato di poterlo fare con una figura di assoluto prestigio e dalle competenze impareggiabili come Anna Giorgi, e in un luogo come Palazzo Besta di Teglio, località che, proprio grazie a un articolato progetto – denominato “Prato Valentino 2050 – supportato tra gli altri dall’UNIMONT di Edolo sta cercando di ripensare il proprio futuro turistico post-sciistico e, di conseguenza, socioeconomico, ottenendo già ora un successo e un gradimento notevoli nell’ottica del turismo sostenibile e, come detto, della elaborazione di una frequentazione del proprio territorio più consona alla realtà in divenire, ai cambiamenti socioculturali in atto nonché ai bisogni e alle prospettive della comunità locale.

Dunque, se siete di/in zona e potete partecipare, speso proprio di potervi incontrare e costruire con voi una bella chiacchierata sul presente e il futuro delle nostre montagne, e ringrazio di cuore Silvia Anna Biagi, direttrice di Palazzo Besta, per l’invito a partecipare all’incontro.

Rifugiarsi nei boschi non è da tutti

[Foto di Lukasz Szmigiel su Unsplash.]

Quello del rifugiarsi nelle foreste è uno spartito che può essere eseguito solo da un numero limitato di interpreti. Gli anacoreti formano una élite. Lo scrive anche Aldo Leopold nel suo “Almanacco di un mondo semplice” che ho cominciato a rileggere stamattina, subito dopo aver acceso la stufa: «Ogni forma di protezione della vita selvaggia è fatalmente destinata a fallire. Infatti per amare abbiamo bisogno di vedere e accarezzare, ma dopo che un numero abbastanza alto di persone ha visto e accarezzato, non resta più niente da amare». Quando le moltitudini invadono le foreste, è solo per abbatterle a colpi d’ascia. La vita nei boschi non risolve il problema ecologico. E un fenomeno che contiene in sé il suo contrario. Le masse, trasferendosi nei boschi, vi porterebbero i mali a cui credevano di sfuggire abbandonando le città. Non esiste una via d’uscita.

[Sylvain TessonNelle foreste siberiane, Sellerio, 2012, pag.45. La mia recensione al libro la trovate qui.]

Non voglio essere pessimista come l’Aldo Leopold citato da Tesson, riguardo le masse nei boschi, ma lo capisco bene quel suo pensiero cupo e lo trovo legittimo. Perché è bello vedere molte persone che apprezzano il vagabondare per i boschi e i territori naturali, e meno male che sono lì e non in un centro commerciale o in altri posti similmente tristi, ma a volte, osservandole, in tutta sincerità mi chiedo se quelle persone siano veramente consapevoli di dove sono, di cosa fanno e se realmente stiano elaborando una qualche forma di relazione profonda con l’ambito silvestre nel quale vagano, tanto fisica quanto mentale. Oppure se anche lì, in quei momenti, non stiano facendo altro che autoreferenziarsi usando il bosco come strumento – diretto o indiretto – di affermazione di sé, che appunto è uno dei mali con i quali ammorbiamo la nostra pur “civile” società.

Ovvero, per dirla in breve, se nel bosco siano veramente Natura, insieme a ogni altro elemento che dà forma, sostanza, senso e vita all’ambiente silvestre, o se restino Sapiens in mezzo agli alberi. Felici di starci, sensibili alla bellezza che hanno intorno, consci di godere di uno stato di sublime benessere ma tutto ciò, e ogni altra cosa del genere, sempre e comunque in chiave egoriferita, dunque senza che si instauri un’autentica relazione consapevole la Natura d’intorno.

[In alta Val San Giacomo (Sondrio), ottobre 2025.]
E ripeto che è meglio che le persone se ne stiano nei boschi invece che nei tanti altri non luoghi di cui il nostro mondo iperantropizzato è pieno. Tuttavia, senza una reale presa di coscienza del senso di starci, nel bosco e in generale nell’ambiente naturale ovvero in qualsiasi altro contesto nel quale la presenza antropica non sia palesemente dominante e assoggettante ogni altra, l’ascia utile ad abbattere gli alberi resterà a disposizione delle moltitudini imboscate sempre affilata. Magari ben chiusa nel proprio fodero ma comunque pronta all’uso.