Le montagne di adesso. Violentate e sporche. Invase come un supermarket, vendute come volgare merce, comperate e divorate con l’avidità di consumare tutto.
Tornano alla mente anche le parole di Bianca di Beaco – grande alpinista, ecologista ante litteram, tenace e rispettosa difenditrice dei diritti civili, persona di grandi doti intellettuali e umane – pensando a come vorrebbero devastare il meraviglioso Vallone delle Cime Bianche piazzandoci le ennesime funivie per ingrassare il business dell’industria dello sci, veramente violentando e vendendo un territorio e un paesaggio di immenso valore naturalistico e identitario «come volgare merce, comperato e divorato con l’avidità di consumalo tutto» spendendo centinaia di milioni di Euro di soldi pubblici. Così vendendo e consumando non solo l’anima del luogo ma pure quella di chi lo abita, lo vive, lo frequenta, lo ama. Un delitto nel senso più compiutamente umanistico del termine, insomma.
Per questo il Vallone delle Cime Bianche ha bisogno di essere difeso da chiunque ami le montagne, e domani mi auguro che saremo in tanti a manifestare questa volontà di tutelacon “Una Salita per il Vallone 6”: nelle immagini lì sopra vedete come lo potremo fare. Perché – lo ribadisco una volta ancora – salvaguardare le Cime Bianche significa tutelare tutte le nostre montagne e con loro noi stessi, tutti quanti.
Leggo su “AostaNews” che il comprensorio Monterosa Ski sta potenziando l’impianto di innevamento artificiale delle stazioni di Gressoney-Saint-Jean ed Estoul: quasi cinque chilometri di nuove tubazioni e 70 generatori di neve, con l’acqua necessaria che sarà captata dal lago Litteran (o Literan), un bacino naturale posto a 2.228 metri di quota in Val d’Ayas, ai piedi del Monte Bieteron nel comune di Brusson.
Innanzi tutto, io proibirei per legge la captazione di acqua per l’innevamento artificiale dai bacini naturali, ancor più se in alta quota, cosa che mi pare un vero e proprio delitto ambientale, ecologico e paesaggistico. Posto ciò, leggo nella notizia citata che «L’impianto potrà contare su una portata complessiva di 600 metri cubi d’acqua all’ora, con una capacità di trasformare in neve i circa 62.000 metri cubi d’acqua necessari all’apertura dell’intero comprensorio in circa 100 ore di produzione.»
Bene, facciamo due semplici calcoli. Il lago Litteran, dal quale l’acqua verrà captata, ha una superficie di circa 10.100 m2: i bacini alpini di questa estensione (circa 1 ettaro) situati in conche di escavazione glaciale, in base alla morfologia tipica dei piccoli bacini alpini di origine glaciale a queste altitudini, presentano solitamente una profondità media che oscilla tra i 3 e i 6 metri. Stiamo larghi: considerando i 6 metri di profondità media, si ottiene per il Litteran un volume d’acqua massimo stimato di circa 60.600 m³, dato leggermente variabile (più in difetto che in eccesso) in base agli andamenti nivo-idrologici stagionali ma sicuramente verosimile.
[Foto di Maurizio Vallenari, tratta da www.outdooractive.com.]Dunque, tirando le somme: si vuole alimentare un impianto di innevamento artificiale che consuma 62.000 metri cubi di acqua con un lago naturale che può contenere al massimo poco più di 60.000 metri cubi d’acqua.
Ecco.
Lascio a voi ogni commento al riguardo.
Nel frattempo, prepariamoci a dare l’addio ad un altro lago naturale alpino sacrificato alle vili pretese del business dell’industria dello sci.
N.B.: le immagini dei lavori sono tratte dalla pagina Facebook “Varasc.it” che fornisce altre informazioni significative, e inquietanti, sui lavori in corso.
Quando ho letto sul web la notizia di una nuova «sedutad’autore per fermarsi ad ammirare il paesaggio» installata ai 1953 metri di quota del Pian delle Masche, nei pressi della Bocchetta di Rosta tra la Valle Soana e la Valle di Ribordone (Piemonte, ai confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso), confesso di aver pensato: ecco, un nuovo segno antropico invasivo e inutile che deturpa un luogo montano! Un pensiero immediato e impulsivo, certo, ma d’altro canto motivato dalle tante, troppe opere banalissimamente turistiche piazzate qui e là sulle montagne in preda alla solita, fasulla “valorizzazione” dei luoghi perpetrata senza alcun rispetto per essi e tanto meno senso logico e gusto estetico.
Poi, continuando la lettura della notizia, ho saputo che «L’opera porta una firma illustre: è stata infatti disegnata dal Professor Arch. Antonio De Rossi, architetto del Politecnico di Torino e firma d’autore nel campo delle strutture architettoniche di montagna». De Rossi, uno dei maggiori esperti di territori e architetture montane, che firma una panchina turistica? – mi sono chiesto. No, impossibile, ci deve essere dell’altro.
Ho dunque approfondito la questione e infatti ho potuto appurare che c’era – c’è dell’altro, anche grazie ai dettagli che mi ha raccontato lo stesso Antonio De Rossi, che ho la gran fortuna di conoscere.
[Una veduta di Pian delle Masche. Immagine tratta da www.facebook.com.]L’iniziativa è nata da un’intuizione dei proprietari degli alpeggi del Vallone di Guaria, sul versante valsoanino, desiderosi di offrire ai visitatori un punto di sosta speciale per ammirare lo straordinario panorama circostante; ma in principio l’idea effettivamente mirava a un ennesimo manufatto in stile “panchina gigante”. Il luogo scelto, tuttavia, non è dei più ordinari: il Pian delle Masche, come si evince dal nome, è legato alle leggende delle streghe della tradizione piemontese, le masche o mahque in patois, che lassù – si racconta – arrivavano volando per celebrare i loro sabba notturni, ballare, preparare incantesimi e stabilire quali disgrazie portare a valle. Eppure quello stesso pianoro, alla luce del giorno, diventava un luogo di festa: già nell’Ottocento si raccontava che, in occasione della festa del sottostante santuario di Prascondù, gli abitanti salissero fin lassù per ballare e divertirsi. Altre ricostruzioni ricordano un appuntamento tradizionale alla fine di agosto. Dunque, secondo i racconti popolari, di notte al Pian delle Masche, danzavano le streghe mentre di giorno danzavano i montanari, ed è questa una delle suggestioni più affascinanti del luogo: per generazioni la gente è andata a festeggiare nelle belle giornate lì dove non avrebbe mai avuto il coraggio di passare da sola dopo il tramonto.
In un luogo così particolare, simbolico e culturalmente identitario per il territorio circostante, De Rossi, i margari e gli amministratori locali, in testa il sindaco di Ronco Canavese Lorenzo Giacomino (che per primo in loco ha rifiutato l’idea di una big bench dimostrando una volta ancora il suo notevole buon senso e la relazione autentica con la propria valle), hanno dunque ragionato su una seduta dalle dimensioni ridotte che riprende il tema ottocentesco dei piloni trigonometrici per le misurazioni cartografiche, con la suggestiva aggiunta di simboli di magia bianca che un fabbro ha interpretato alla sua maniera. Ne è venuto fuori un oggetto dimensionalmente molto contenuto, come detto, certamente originale e suggestivo: non una semplice panchina, né una ennesima, orribile “Big Bench”, ma una vera e propria opera d’arte integrata nel paesaggio, pensata per celebrare il tempo lento, la contemplazione e le leggende alpine. Un manufatto che, se da un lato invita all’attenzione, alla contemplazione e alla conoscenza delle montagne e delle valli che chi sale lassù può osservare, dall’altro fa da catalizzatore alle suggestioni popolari e alla cultura tradizionale locale, facendosi strumento di dialogo e di relazione tra genti, territori, paesaggi, storie, saperi, leggende, superstizioni e in ciò trovando senza dubbio un senso logico e una contestualizzazione compiuta con il luogo: doti che quei tanti altri manufatti banalmente turistici quasi mai presentano, diventando per ciò elementi inquinanti se non degradanti i luoghi che vorrebbero “valorizzare”.
Certo, qualcuno potrebbe continuare a pensare che, nonostante ciò che ho osservato finora, la seduta di Pian delle Masche rappresenti comunque un segno antropico inutile e invasivo. Può essere e ogni opinione consapevole e articolata al riguardo è legittima (non nego che pure a me qualche dubbio resta), ma è innegabile che alla base della sua realizzazione sia stato messo un senso, una logica e una congruità tanto con il luogo e le sue peculiarità quanto con la realtà storia di quei manufatti alpini – i segnali trigonometrici, o vertici geodetici, che sono serviti per mappare montagne e valli ovvero per riconoscere il mondo abitato e viaggiato dagli uomini – che, in modo più o meno apprezzabile aiutano da secoli a entrare in relazione con i luoghi, i paesaggi circostanti, la geografie fisiche e antropiche locali, le storie e culture che li caratterizzano. Tutte peculiarità che le “big bench” nemmeno si sognano e parimenti saprebbero manifestare!
Quasi un anno fa, d’agosto, vagabondavo per la meravigliosa regione del Giura svizzero e, tra le altre cose fatte, ho navigato sui piccoli battelli turistici del Lac des Brenets per andare ad ammirare il celebre (in loco) Saut du Doubs – vedi sopra.
Oggi, un anno dopo, il lago è così (immagini di BRK News tratte da www.tio.ch.):
In Svizzera, ripeto, paese tra i più piovosi e ricchi di acqua del continente europeo, già.
Mi ritornano nuovamente alla memoria le recenti affermazioni di quel tizio italiano, «Ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo. I Caraibi vivono da un sacco di tempo con questo clima e sopravvivono» e mi ribadisco che la crisi climatica sta causando dei gran danni non solo agli ambienti naturali ma pure nella testa di certi individui.
Invece, la notizia dei villeggianti che, in vacanza sulle montagne bergamasche, si sono lamentati del rumore dei campanacci delle mucche al pascolo l’avete letta? Qui sopra la potete leggere (cliccando sull’immagine) nella cronaca resa dal quotidiano on line “La Voce delle Valli”.
Non è la prima volta che accade, e stavolta è successo a Serina, località posta a 820 metri di quota nell’omonima valle laterale della Valle Brembana, tra le Prealpi bergamasche appunto, dove alcuni villeggianti si sono lamentati per – a loro dire – la troppa rumorosità dei campanacci delle mucche presenti in paese. «Impossibile fare le vacanze a Serina! Campanacci delle mucche a meno di dieci metri dal condominio, giorno e notte. Alcuni villeggianti sono tornati a casa. È veramente difficile restare!» hanno scritto sui social. Il sindaco del paese ha poi risposto a tali rimostranze nel modo ironicamente intelligente che vedete qui accanto e in ogni caso, come detto, di storie simili se ne sono lette già altre volte in passato: vacanzieri di città e di aree metropolitane, cioè provenienti da luoghi non esattamente privi di frastuoni dissonanti, che salgono sui monti e si lamentano dei “rumori” del posto: i campanacci delle mucche, i cani che abbaiano, gli asini che ragliano o i galli che cantano alle prime luci dell’alba, eccetera. [1]
Posta la bagattella che il fatto rappresenta – nel bene e nel male: nel bene perché è cosa da poco, nel male perché sono da poco anche quelli che l’hanno generata – mi pare tuttavia che, dopo che i villeggianti hanno detto la loro e dopo che i locali e il sindaco di Serina hanno risposto, manca l’opinione al riguardo di altri soggetti fondamentali: le mucche. Che sono animali ben più intelligenti e sensibili di quanto si creda nonostante il loro fare placido e un po’ svagato, e che se fossero interpellate sulla vicenda – come ha suggerito di fare l’amico Giulio, lettore abituale del blog, con una mail per la quale lo ringrazio molto – mi viene da pensare che risponderebbero qualcosa del genere:
Cari umani, ma che problemi avete? Sul serio, ci preoccupate sempre di più!
I campanacci ce li avete messi proprio voi almeno due millenni fa se non di più; certo, a volte avete un po’ esagerato con il peso e il rumore che a qualcuna di noi hanno dato parecchio fastidio, ma d’altro canto il fatto che il suono delle nostre campane sia diventato così simbolico e identitario per i territori montani un po’ ci inorgoglisce, ci fa sentire un elemento importante di quel paesaggio che poi voi apprezzate al punto da volerci passare le vostre vacanze, nonostante siamo ben consce delle finalità “pratiche” per le quali ci allevate.
E comunque, dopo millenni di scampanate per gli alpeggi d’ogni dove montano, oggi voi, che vivete nel mondo e nel momento storico più rumoroso che ci sia mai stato, dite che i nostri campanacci vi danno fastidio? Vogliamo parlare invece delle vostre auto, delle moto, degli schiamazzi che tanti di voi fanno anche sui monti per non dire del baccano infernale che caratterizza le vostre città e che riesce a giungere persino quassù, a decine di chilometri di distanza, come un perenne, fastidioso rumore bianco? E poi venite qui a blaterare di “disturbo” e “silenzio”? Sul serio, ci siete o ci fate? Non è che il rumore della civiltà nella quale vivete si è talmente rappreso nella vostra mente e nell’animo che, ora, ogni paesaggio sonoro che non sia quello urbano o non vi assomigli in qualche modo vi dà fastidio? Non è che pure voi siete diventati rumore? Visto come pensate di “disturbare” – voi – la nostra esistenza sui monti, ci verrebbe da supporlo!
Ma non preoccupatevi, non siamo così malpensanti, anche perché sennò il latte che vi diamo si inacidisce e poi vi lamentate pure di quello. Piuttosto, se volete venire a passare le vostre vacanze in montagna, e a noi fa certamente piacere, veniteci veramente: non solo con la vostra auto e con il corpo ma pure con la mente, con il cuore, con l’animo, con lo spirito giusto di chi vuole veramente vivere la montagna anche solo per qualche giorno. Altrimenti rischiate solo di sprecare le vostre vacanze e il tempo ad esse dedicato! Pensateci, per il vostro bene! E nostro anche, e delle montagne soprattutto!
[1] Permettetemi una noterella autobiografica: avendo passato tutte le mie estati dagli 1 ai 20 e più anni in alta Valchiavenna, in una piccola borgata rurale a oltre 1700 metri di quota circondata dai pascoli la cui dimensione alpestre ha dato molta sostanza alla mia profonda relazione con le montagne, due cose come poche altre che erano e sono ancora (spero per molto) parte del suo paesaggio oggi per me “rappresentano” la montagna: una è acustica, il suono dei campanacci delle mucche al pascolo appunto; l’altra olfattiva, l’odore delle torte lasciate dalle mucche stesse sui prati. Immancabilmente, appena li percepisco e in qualsiasi località montana mi trovi, mi riportano a quegli anni giovanili e mi riconnettono immediatamente alla montagna, mi fanno (ri)sentire concretamente e compiutamente parte del suo paesaggio peculiare. Poi viene ogni altra cosa relativa, ogni altro elemento che costruisce materialmente e immaterialmente il paesaggio montano, ma quelle due sono assolutamente fondamentali.
N.B.: la veduta panoramica di Serina sotto il titolo della notizia de “La Voce delle Valli” è di Di MatthewGhera, opera propria, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.