Francesca Mazzucato, “Frontiera. Ventimiglia, Mentone e altri lembi o confini”

cop-frontiera-mazzucatoÈ in senso assoluto una delle voci letterarie italiane contemporanee migliori, ecco.
La rimarco sempre, questa cosa, quando mi ritrovo a disquisire di Francesca Mazzucato: rischio di divenire ripetitivo, forse, ma lo corro ben volentieri quel rischio, come è il caso di fare quando si afferma qualcosa di cui si è fermamente convinti. E non so se alla costruzione così solida di tale mia convinzione abbia contributo non tanto il primo suo libro da me letto – Romanza di Zurigo, per la cronaca – quanto il genere del libro stesso: il resoconto di viaggio, nella forma tanto particolare e originale che è offerta dalla collana dei Cahier di Viaggio di Historica, al quale ovviamente appartiene anche questo Frontiera. Ventimiglia, Mentone e altri lembi o confini (Historica Edizioni, 1a ediz. 2011).
Fin da quella mia prima lettura, appunto, ho goduto della profonda capacità di Mazzucato di cogliere l’anima dei luoghi visitati e vissuti incrociandola di continuo con i propri moti d’animo, ponendoli in dialogo costante, stretto, a volte anche contrastato ma mai interrotto. È proprio così che si vive un luogo: parlando con esso in ogni momento e d’ogni cosa, lasciando che anche il luogo, per così dire, “viva” il suo visitatore, vi entri dentro, ne esplori la mente, il cuore, l’animo, lo spirito…

47848(Leggete la recensione completa di Frontiera. Ventimiglia, Mentone e altri lembi o confini cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Editoria de profundis

zombie-libriBeh: bisogna ammettere che, se qualcuno poteva ancora generare dubbi sullo stato reale del mercato editoriale in Italia e della lettura in generale, e su che vi potessero comunque essere possibilità di ridarvi fiato e rinvigorirlo, la diatriba tra Torino e Milano sul futuro del Salone del Libro ovvero tra le parti dell’editoria nostrana coinvolte in essa (cliccate lì sotto, per sapere le ultime novità sul tema) ha dato una risposta che, io credo, è inequivocabile e definitiva: salvo casi rarissimi, il mercato del libro in Italia è morto, e i personaggi sopra citati lo stanno seppellendo una volta per tutte in una fossa parecchio profonda nella quale finirà tutto quel mercato, pure quello che apparentemente con lorsignori non ha nulla a che fare.

salone-rotturaEcco, direi che non ci sia più nulla da aggiungere al riguardo e, per quanto mi riguarda, al momento la questione si chiude qui. Mi sono rotto delle loro rotture, già!
Ah, beh, un momento: una cosa da aggiungere forse c’è… Voi “aspiranti scrittori” nostrani che ancora credete al fascino e al prestigio della letteratura edita… o imparate per bene una lingua straniera e altrove scrivete e pubblicate, oppure sappiate che l’allevamento dei suini, ad esempio, è oggi attività ben più nobile e culturale dello scrivere libri poi pubblicati dai personaggi suddetti. I quali credo che, alla fine, cosa sia realmente un libro non lo sappiano più bene. O non l’abbiano mai saputo, forse.

P.S.: quanto sopra, sia chiaro, con tutto il rispetto per i suini, che solo metaforicamente ho inteso comparare a certuni “signori” dell’editoria nazionale.

L’appello di Orhan Pamuk per la sua Turchia, un atto culturale illuminante

pamuk1Era prevedibile, che l’appello contro la soppressione dei diritti e delle libertà fondamentali in Turchia (lo potete leggere qui sotto nella sua versione originale, uscita su La Repubblica; cliccateci sopra per leggerlo in un formato più grande) ad opera del regime dittatoriale instaurato – con giochetti degni dei peggiori rais del Quarto Mondo, peraltro – dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, pur diffuso da un grande personaggio della letteratura mondiale e Premio Nobel come Orhan Pamuk, sia stato sostanzialmente ignorato dai nostri media. Prevedibile ma non per questo meno amaro e irritante: l’atteggiamento del mondo avanzato verso la Turchia – del quale mondo ormai il grande paese posto tra appello-pamukEuropa e Asia fa sempre meno parte, quando invece al netto di Erdogan avrebbe tutte le carte per esserne tra i protagonisti – è maledettamente sintomatico di come l’elemento da sempre fondamentale per il progresso e l’evoluzione umana, ovvero la cultura, madre naturale della libertà di pensiero e della prosperità intellettuale diffusa, venga tranquillamente messo in subordine, molto in subordine, rispetto ai soliti intrallazzi geopolitici internazionali, nascosti tra i quali chissà quali nefandezze di potere si conservano e che, salvo che per un qualche inopinato miracolo, la gente comune non verrà mai a sapere. E tutto ciò nonostante l’evidenza palese della deriva teocratica e illiberale che la Turchia, fino a qualche anno fa ben più avanzata di molti paesi europei, sta subendo, in molti casi con modalità psicopatiche e del tutto simili a quelle di certi stati che, qui in Occidente, si ama definire “canaglia” – si veda, ad esempio, la messa al bando nei teatri del paese delle opere di Shakespeare, Brecht, Čechov e altri grandi autori europei.

Ma, al di là delle considerazioni politiche che si possono ricavare dalla realtà turca contemporanea e dalla nostra complice, bieca accondiscendenza nei confronti del suo regime dittatoriale, trovo molto importante che una delle maggiori personalità della letteratura mondiale quale è Orhan Pamuk, e massima per il suo paese, scenda in campo con tale evidenza e forza nell’interesse del paese stesso e per la salvaguardia della sua civiltà. Quella di Pamuk non è solo e semplicemente una forte azione di difesa della libertà culturale presente in Turchia, ma è pure un’iniziativa che rimette con altrettanta forza al centro della realtà dei fatti la cultura e tutto il suo fondamentale valore sociale. Non può esistere civiltà che possa definirsi realmente tale e che non si sviluppi – anche in senso meramente economico, certo – attorno ad un solido fulcro culturale: quando ciò è accaduto, e purtroppo è accaduto più volte nel corso della storia (ma sappiamo bene che l’uomo ancora oggi non sa trarre utili insegnamenti dai propri ripetuti errori del passato), quella pseudo-civiltà è crollata rapidamente su sé stessa oppure è stata spazzata via con altrettanta rapidità. Ciò perché la cultura non garantisce solo la solidità civica ad una società ma, appunto, vi assicura pure libertà di pensiero e d’azione, spessore intellettuale, possibilità di costante evoluzione sociale e di sviluppo antropologico e molte altre doti.

Un esempio assolutamente da imitare, insomma, quello di Pamuk. Anche nelle nostre personali, piccole e apparentemente insignificanti realtà quotidiane, ogni volta vi sia qualcuno o qualcosa che in un modo o nell’altro (la casistica in merito è assai ampia, ahinoi!) cerchi di calpestare la cultura e la sua buona diffusione. Mille piccoli appelli possono formare una grossa, possente voce per altrettante inevitabili istanze di giustizia, equità, legalità, ragione. Questo ha sempre fatto, la cultura, e questo deve continuare a fare, ora e in futuro. Altrimenti la nostra civiltà ne resterà irrimediabilmente segnata, precipitando verso una probabile brutta, barbara fine.

Massimo Malpezzi: quando la Pop Art diventa nuovamente “brillante”

Pop. Quante cose sono state definite così, negli ultimi decenni… musica, arte, moda, tutto quello che è riferibile alla cosiddetta cultura di massa, come appunto recita la definizione del termine. Nell’arte, in particolare, il Pop ha rappresentato una sorta di risposta speculare, ovvero uguale/opposta, al concettualismo inaugurato da Marcel Duchamp – al quale peraltro la Pop Art piaceva parecchio. Ove col primo si postulava (riassumendo brutalmente) che “ogni cosa può essere arte” se dotata d’un messaggio di tale natura e dunque si decontestualizzava “filosoficamente” l’opera d’arte dal suo “regno” abituale e riservato a pochi, la Pop Art ha ugualmente decontestualizzato l’arte anche dal punto di vista sociale, abbassandola (di posizione, non di qualità) al livello della gente comune e della sua realtà quotidiana – quella gente comune che fino a qualche lustro prima poco o nulla sapeva del mondo dell’arte e meno ancora lo poteva frequentare.

massimo-malpezzi-brilliantrop-3Posto ciò, si potrebbe pensare che l’arte avesse e abbia raggiunto un limite estremo, non più valicabile – oltre la “massa”, anche in termini sociologici e antropologici, non c’è nulla – e dunque, in questa direzione, non possa che rimbalzare indietro oppure fermarsi lì, languendo inesorabilmente. C’è invece un modo per andare oltre questo apparente vicolo angusto, se non cieco? Considerando che tutti i vicoli angusti tendono a essere grigi e scuri, per Massimo Malpezzi il modo – semplice eppure geniale – si identifica con una parola: colore! Ovvero vivacità cromatica, luminosità, splendore brillantezza… o per dirla all’anglosassone: Brilliant Pop! Non solo il titolo della sua personale ma pure, a questo punto, una buonissima definizione per uno stile personale che passa attraverso tutta l’espressività storica della Pop Art, ne coglie l’essenza e la sostanza ed esce dalla parte opposta, caricato d’una nuova e luminosa vitalità, come detto.

14211960_1508202022538688_4811895067869752594_nAlla domanda: “ma che cosa dipingi?” mi trovo sempre in difficoltà, difficile spiegare i miei dipinti all’interno di una categoria stilistica, un po’ di grafica, astrattismo, materie sovrapposte e molto colore, sicuramente uno stile unico influenzato dalla pop art ma con una personalissima visione. Così lo stesso Malpezzi dice della propria arte, nel sito personale. Non solo luce, dunque, per ravvivare un’espressività artistica che indubbiamente affonda solide radici nella Pop Art ma che dimostra di conoscere bene un po’ tutta la produzione avanguardista novecentesca, ma anche un necessario e rinvigorente ritorno alla personalizzazione dell’arte: qualcosa che all’apparenza sembra collidere con la massa a cui – e dalla quale – la cultura di fondo di quest’arte si riferisce e scaturisce. L’insieme che ritorna singolo, la molteplicità che ridiventa unicità, la massa informe che prende una sola e certa forma, ma tutto quanto senza mai perdere di vista il senso peculiare dell’arte – che è Pop e rivendica il diritto/dovere di esserlo – nonché il verso della direzione intrapresa, giammai rivolta al passato o statica in un presente che sfiorisce rapidamente ma senza dubbio rivolta ad un futuro prossimo creativo e brillante, appunto.

14202653_1505329666159257_5694273338770458059_nOk, giunti fino a qui noterete che non ho detto nulla, nel concreto, delle opere di Massimo Malpezzi che compongono la serie di Brilliant Pop… Farò di meglio: riporterò anche l’ultima parte della citazione sopra riportata e tratta dal sito dell’artista circa i suoi quadri: “La cosa migliore? Guardarli dal vivo.
Ecco, non potevo aggiungere nulla di più efficace! – se non caldeggiare il suo stesso invito, vista l’ottima possibilità al riguardo, da domani a Milano:
Cliccate sulla locandina lì sopra per visualizzarla in un formato più grande, oppure cliccate sulle immagini nell’articolo per visitare il sito web dell’artista. Vi sorprenderà, ne sono certo.

Sulla responsabilità del narrare (special guest: Emanuela E. Abbadessa)

snoopy-scrittoreSovente pubblico qui sul blog dissertazioni – di genere vario ma obiettivo comune – sull’esercizio della scrittura letteraria, lo sa bene chi il blog lo segue con regolarità. Sono profondamente convinto che buona parte dell’attività di scrittura sia fatta dal continuo studio e dalla riflessione del senso, della forma, della sostanza e dell’essenza di essa, e ciò perché scrivere qualcosa che poi venga pubblicato rappresenta una grandissima responsabilità, non solo verso i lettori ma pure verso sé stessi autori. Questo implica che non  ci si possa mai sentire “arrivati”, nello scrivere, mai: è come percorrere una strada che può offrire panorami meravigliosi, a volte tranquilla e ampia, altre volte faticosa, piena di ostacoli e della quale non si conosce la fine, ma la cui percorrenza verso quel suo orizzonte indeterminato è fondamentale per non ritrovarsi fermi in mezzo ad essa, statici, privi di moto – qualcosa, dunque, di totalmente avulso dal senso stesso di una strada, che è appunto il viaggio su di essa. E se è vero che, sovente, la meta è proprio il viaggio, direi che ciò può valere anche nella grande avventura della scrittura letteraria, ancor più se nel corso di esso si possono incontrare altri viaggiatori con cui condividere quella strada, quei panorami, le visioni, le sensazioni, le idee.

Emanuela Ersilia Abbadessa, raffinata e arguta scrittrice (ma non solo – l’ultimo suo libro è questo) è certamente una di essi. A sua volta spesso medita sul senso dell’esercizio della scrittura, riportando poi le riflessioni elaborate in illuminanti articoli, uno dei quali voglio proporvi di seguito. Il tema principale di esso è la responsabilità dell’autore nei confronti della narrazione del “bene” e del “male” e sulla necessaria elaborazione di una consapevolezza circa l’effetto che la forma e la sostanza di questa narrazione può avere sul lettore. Tema assai importante e pesante (di argomenti e di relative possibili elucubrazioni, intendo dire), in senso letterario, ma con il quale prima o poi un autore si potrà ritrovare ad avere a che fare – se scrive autentica letteratura e non storielle da libroidi per ipermercati, certo.
Ringrazio di cuore EE per avermi concesso dal suo convento il consenso alla pubblicazione dell’articolo (che trovate in versione originale qui).
Buona lettura!

virgoletteCara amica,
qualche tempo fa, mi chiedevi se io scriva tutto ciò che mi passa per la testa e mi trovavo insieme a te a interrogarmi sulle responsabilità di chi usa la parola come mezzo di comunicazione. Naturalmente il gradiente di impegno cambia a seconda dell’uditorio che viene raggiunto e, come sai, credo che scrivere sui social o più in generale sul web, ci carichi di grossi oneri proprio per la vastità del pubblico che ipoteticamente può leggerci. Per questo detesto esprimermi su Facebook, ad esempio, su fatti di forte impatto emozionale o che, come recentemente avvenuto, coinvolgono le esistenze di molti.
emanuela-e-abbadessaLa scrittura di un romanzo offre possibilità di riflessione ancora diverse rispetto a questo argomento. Ho provato a riassumerle in un articolo apparso su “La Civetta” (anno XXI, luglio-settembre-agosto 2016) che ti riporto qui.
Devotamente
EE.

Ogni libro è un viaggio. Lo è sia per l’autore che intraprende un cammino scrivendo un incipit, sia per quanti leggeranno. I viaggi ci cambiano e leggere, dunque, è un modo per mettere in mano ad altri la possibilità di cambiarci la vita.
Ogni libro cambia la vita di chi scrive e di chi legge. E facendo scorrere gli occhi tra le righe, anche nell’illusione di tenere tra le mani un qualsiasi mezzo di intrattenimento, una parte di noi è consapevole che le singole parole, il modo di concatenarsi tra loro e i sensi del racconto, alla fine, ci renderanno persone diverse.
Non tutti i libri però danno al lettore la medesima percezione del mutamento. La cosiddetta narrazione di genere, nella rassicurante uniformità di plot che si ripetono sempre simili e nell’osservanza di regole abbastanza precise, appaiono, d’acchito, incapaci di cambiarci davvero. Con i loro buoni e i loro cattivi, sempre caratterizzati da certezze dentro le quali è quasi impossibile fare insediare margini di dubbio, i gialli, ad esempio (così come i romanzi rosa, i noir e tutto ciò che può essere ascritto a una categoria più o meno precisa), rappresentano una realtà talmente fittizia da divenire, per iperbole, rassicurante.
Ma cosa avviene invece quando, fuori dalla narrazione di genere, per dirla manzonianamente, non è possibile dividere il bene e il male con un taglio così netto che una parte dell’uno non resti nell’altro? Accade, che il lettore si trova di fronte a qualcosa in grado di scompaginare le sue convinzioni ma, nello stesso tempo, ha davanti personaggi che somigliano a lui nelle insicurezze, nelle debolezze, nel desiderio di vendetta così come nelle ambizioni, insomma, nel bene e nel male e, a volte, al di là del bene e del male. Cioè, accade che il libro narra effettivamente la vita e non la sua cristallizzazione stereotipata dentro canovacci di genere più o meno aderenti ad essa e che del vero hanno solo la pretesa ma, nei fatti, proprio in forza della divisione netta tra bene e male, consegnano al pubblico un altrove in cui l’ordine interiore rassicura perché diverso dalla vita reale.
Affrontare i grandi temi intorno ai quali l’uomo indaga da sempre – la vita, la morte, l’amore – è compito e responsabilità dello scrittore.
Nel tempo però sono mutati i gradienti di responsabilità e questi temi, non potendo più essere affrontati con i medesimi strumenti, hanno sovraccaricato il narratore di responsabilità, sia al momento dell’indagine, sia in quello della consegna al pubblico.
Se si potesse dare una data ideale al giro di boa che ha costretto chi scrive a portare sulle spalle il peso del dubbio e rappresentare personaggi più reali e al contempo più inquietanti, dovremmo provare a considerare il tempo circolare, liberarci delle gabbie cronologiche e postulare una possibile mescolanza di diacronia e sincronia.
Per il suo potere evocativo e per la larga diffusione della vicenda, poniamo come spartiacque il dubbio amletico. Esso non riguarda solo la possibilità dell’esistenza di una “giusta vendetta”, ma addirittura la totale riscrittura dei rapporti tra vita e morte e tra uomini: così, la bomba deflagra nella narrativa e pone scrittore e lettore di fronte al dubbio grazie all’introspezione o, per dirla più precisamente, alla psicanalisi.
In forza dell’idea di circolarità del tempo delle idee, un archetipo (in questo caso quello del Principe di Danimarca) non deve necessariamente venire cronologicamente dopo un’acquisizione scientifica e, dunque, poco importa l’epoca in cui Shakespeare vi pose mano se Amleto è in effetti roso da inquietudini a cui Freud avrebbe dato, vari secoli dopo, nomi assai precisi.
Ecco il punto: nel momento in cui uno scrittore “giustifica” il male narrando il pregresso di un personaggio gli concede in qualche modo delle circostanze attenuanti e le azioni stesse di un cattivo smettono di essere inchiodate a un pirandelliano teatro di cartapesta, cessano di essere abiti comodi indossati per una commedia dell’arte e diventano il risultato di un portato di traumi. Se sapessimo da Hugo che l’ispettore Javert – ostinato nel suo male e nel cieco desiderio di perseguire Jean Valjean in modo acritico, in forza di un’idea di giustizia che non ammette né espiazione né rieducazione – da bambino era stato vittima di bullismo o di abusi, molto probabilmente saremmo anche pronti a giustificare buona parte delle sue azioni. Stesso discorso può essere valido per qualsiasi personaggio a cui si associa un’idea concreta di male ma, per una curiosa specularità, di rado il pregresso di un personaggio è utilizzato per dare conto delle azioni virtuose di cui si può fregiare.
A questo punto, sia pure con qualche approssimazione, risulta che la narrativa moderna ha dovuto rinunciare alla netta divisione tra buoni e cattivi usando le armi dell’introspezione e della coscienza perché questa è responsabilità precisa dello scrittore: tenere fede al patto col lettore e fornire una narrazione verosimile. Di contro, spogliato di questa stessa responsabilità, l’autore di genere può permettersi di attenersi al realismo descrittivo di fatti e luoghi relegando di contro la vita, la morte e l’amore in uno spazio protetto in cui proprio l’estremo realismo, come in un gioco degli specchi, allontana dal vero per la carenza dello sguardo “dubbioso” sui personaggi.
Forse questo è solo un modo come un altro per esorcizzare la paura della morte e quella dell’amore capace di far compiere azioni estreme. Ma le inquietudini della vita narrate dalla letteratura, sono ben altra cosa.