274 persone in un giorno sull’Everest, a milioni sulle nostre montagne

[Coda di alpinisti sull’Everest. Immagine tratta da www.mountlive.com.]
Avrete forse visto le immagini di qualche giorno fa delle code di “alpinisti” sull’Everest, sulla cui vetta, a 8848 metri di quota, il 20 maggio scorso sono giunte ben 274 persone (!), un record assoluto.

Cioè, dico: l’Everest, la cima più alta della Terra, la “Madre dell’universo” (Chomolungma) dei tibetani, il “Dio del cielo” (Sagaramāthā) del nepalesi, un luogo inevitabilmente “assoluto” per tutti e non solo per ragioni geografiche, ormai diventato una meta turistica per persone danarose che spesso nemmeno sanno cosa sia l’alpinismo ma, pagando un certo prezzo, pretendono di usufruire del servizio offerto. Cioè la salita alla vetta più alta del mondo, appunto. Come fosse una qualsiasi altra attrazione della quale poi vantarsi.

È una situazione denunciata ormai da anni, ma che evidentemente nessuno pensa veramente di risolvere – il governo nepalese ci prova da anni, senza ottenere risultati concreti. Anzi, pure sugli altri Ottomila la situazione sta degenerando: come riporta un articolo sul tema pubblicato sulla “Rivista del Club Alpino Italiano” lo scorso marzo, sul ben più difficile e pericoloso K2 (8611 metri, la seconda vetta più alta della Terra), dal 2021 al 2025 sono arrivate in vetta 400 persone, tante quante quelle dei precedenti 66 anni dalla prima ascensione.

[Coda di escursionisti sulle Dolomiti. Immagine tratta da www.lavocedibolzano.it.]
Ora, io che cerco sempre di provare a capire, per quel che riesco, il mondo in cui viviamo, inevitabilmente mi chiedo: ma se noi tutti in quanto genere umano, civiltà “più avanzata” del pianeta, “Sapiens”, non sappiamo tutelare uno dei luoghi più simbolicamente assoluti del mondo e pure quello lo svendiamo facendone una fonte di guadagni senza limiti, senza ritegno, senza rispetto e cura per il luogo e per ciò che rappresenta, come possiamo pensare e credere di salvaguardare ogni altro luogo “meno importante” ma, a suo modo, altrettanto fondamentale per la propria parte di mondo? Come possiamo ad esempio salvaguardare le nostre Alpi e gli Appennini, già così antropizzate e vicine alla “civiltà”, se non sappiamo nemmeno tutelare le vette himalayane così selvagge e lontane da tutto? È perché “accettiamo” che sulla montagna più alta del mondo ci possano salire centinaia di persone al giorno che proporzionalmente acconsentiamo pure che sulle cime delle nostre montagne ci possano arrivare in milioni?

Quando si sciava a un passo da Milano. Storia di Valcava e del turismo invernale di cent’anni fa, venerdì 29 maggio a Calolziocorte (Lecco)

[Foto tratta da www.milanofoto.it.]
Dal centro di Milano, e ancor più dal suo hinterland, Valcava la si riconosce subito, in forza della presenza dei numerosi grandi ripetitori radiotelevisivi che caratterizzano la dorsale dell’Albenza nei pressi della località. C’è dunque un legame visivo pressoché immediato tra la grande città e la montagna orobica, ma in concreto è forse quello meno “congiungente”: in verità per Milano e per buona parte della Lombardia pedemontana, la relazione con Valcava è stata (ed è) antica, poliedrica, per molti aspetti speciale se non unica e non soltanto perché è la montagna di una certa altezza – cioè ben oltre i 1000 metri –  in assoluto più vicina al centro del capoluogo lombardo. Fino a che i vasti prati dell’Albenza sotto il passo (oggi meta ambitissima per tutti i ciclisti) negli anni Venti del secolo scorso sono diventati una delle prime e più rinomate stazioni sciistiche prealpine, grazie alla costruzione dell’ardita funivia – a sua volta tra le prime delle Alpi – che portò lassù il turismo in forme e modi allora innovativi e sorprendenti, precursori per diversi aspetti del turismo sostenibile contemporaneo.

Insomma, è una località emblematica e affascinante, Valcava, che vi racconterò insieme ad altri prestigiosi relatori venerdì prossimo 29 maggio, nella sala conferenze del Monastero di Santa Maria del Lavello a Calolziocorte (Lecco) in “Sciare in Valcava. Il primo sci a un passo da Milano, un evento promosso dalla Comunità Montana Lario Orientale-Valle San Martino e dall’Ecomuseo Val San Martino nell’ambito della rassegna “ConoSCIamo. Storie di sci e montagna”.

Vi racconteremo tutto il fascino particolare di Valcava e del primo sci turistico sulle montagne tra Lecco e le valli bergamasche anche grazie a filmati, foto d’epoca, testimonianze dirette, aneddoti e narrazioni suggestive. Saranno ospiti dell’evento Federico Pellizzari, atleta paralimpico vincitore di una medaglia d’argento nella combinata alpina maschile categoria standing alle recenti Olimpiadi di Milano Cortina, e altri atleti delle discipline invernali.

Dunque, se siete della zona o in zona vi invito caldamente a partecipare alla serata: andremo a ri-scoprire insieme un luogo da secoli speciale e ancora oggi assolutamente affascinante, anzi, nella realtà in divenire forse più capace di un tempo di manifestare una relazione tra uomini e montagne equilibrata e vantaggiosa per tutti.

Trovate tutte le informazioni sulla serata nella locandina lì sopra, oppure potete scrivere a cultura.turismo@comunitamontana.lc.it. Ci vediamo venerdì 29 a Calolziocorte!

Il “bias dello status quo sciistico”

[Immagine creata con Google Gemini AI.]

Perché molti di noi preferiscono spendere di più quando potremmo risparmiare, facendo per giunta qualcosa di buono per l’ambiente? Dal punto di vista economico, la risposta non c’è. Ma dal punto di vista psicologico sì: si chiama bias dello status quo. Un errore sistematico che ci spinge a privilegiare ciò che è familiare, stabile e rassicurante, anche quando esistono alternative chiaramente migliori. Si tratta di un pregiudizio radicato e spesso inconsapevole, che può limitare significativamente la nostra capacità di cambiare e adattarci alle nuove circostanze.

[Matteo MotterliniScongeliamo i cervelli, non i ghiacciai (Solferino, 2025, pag.93.]

Questo passaggio dell’imprescindibile libro di Motterlini (da leggere assolutamente!) il quale, da stimato scienziato e professore ordinario di logica e filosofia della scienza, vi ha analizzato la questione della crisi climatica dal punto di vista psico-cognitivo, sembra scritto apposta per l’industria dello sci contemporanea, che perseverando le proprie attività anche dove le condizioni climatiche e ambientali per sciare non ci sono più e con ciò spendendo cifre esorbitanti (si pensi solo ai costi della neve artificiale: in media tra i 3 e i 7 Euro al metro cubo e circa 45.000 Euro a stagione per ogni chilometro di pista innevato), manifesta come pochi altri soggetti il bias dello status quo descritto da Motterlini. Con ciò limitando fortemente la propria capacità di cambiare e adattarsi alle nuove circostanze che la crisi climatica in corso e le contingenze economiche attuali ovvero, per dirla con parole più semplici, scavandosi da sola la fossa sotto i piedi.

Il problema è che, nella fossa, presto potrebbero finirci non solo i comprensori sciistici ma pure le montagne e le comunità che li ospitano e che, in vari modi, ne sono assoggettati. Se accadesse sarebbe un errore con conseguenze fatali, non serve rimarcarlo.

Questa sera ad Aosta, per abitare fin da oggi il cambiamento sulle montagne del futuro tutelandone la Natura e le comunità

Questa sera alle ore 20.30, la Sala Conferenze BCC di Via Garibaldi 3 ad Aosta ospita un incontro pubblico assolutamente importante e un dialogo aperto sul domani delle nostre Alpi dal significativo titolo “La Montagna del futuro: abitare il cambiamento”.

A dialogare sono Nicola Pech, vicepresidente di Mountain Wilderness Italia, autorevole voce del panorama nazionale della montagna, attivista e professionista della comunicazione con una lunga esperienza nella conservazione del patrimonio naturale e culturale delle montagne, e il sottoscritto, con mio grande onore e privilegio di poter contribuire attivamente – e fattivamente, spero – alla causa in difesa del meraviglioso Vallone delle Cime Bianche, una delle basi sulle quali è stato costruito l’incontro, delle cui peculiarità uniche ho scritto proprio di recente qui. A moderare la serata è Annamaria Gremmo, medico chirurgo, fotografa e conservazionista, impegnata da anni nella difesa del Vallone e vincitrice nel 2023 del Premio Marcello Meroni per la sezione Ambiente – la vedete anche lì sotto in un video di presentazione della serata. Tutti insieme ci auguriamo che anche il pubblico presente vorrà partecipare al dialogo con le proprie considerazioni, opinioni e domande sul tema principale dell’incontro, compendiato nel titolo, e sui tanti argomenti correlati.

[La testata del Vallone delle Cime Bianche con il Grand Lac. Immagine tratta dalla pagina facebook.com/varasc.]

Il cambiamento climatico e la crescente pressione antropica stanno imponendo sfide senza precedenti all’arco alpino. Troppo spesso la “risposta” consiste in mega-progetti costosi e altamente impattanti, che colpiscono aree finora incontaminate. In Valle d’Aosta, i progetti di collegamento funiviari nel Vallone delle Cime Bianche e il collegamento Pila-Cogne sono diventati simboli di questa visione miope e obsoleta, basata sul mero sfruttamento della montagna peraltro governato da pochi soggetti economici del comparto turistico, senza alcuna cura per i territori coinvolti né ricadute benefiche effettive a favore delle comunità locali.

[Un rendering della stazione di Cime Bianche Laghi.]

Posta tale realtà, riferita alla Valle d’Aosta ma comune a molti altri territori montani italiani, è ancora possibile immaginare uno sviluppo che non sia mera “messa a reddito” del territorio, come spesso sembra evidenziare l’accezione del termine “valorizzazione”? I modelli di sviluppo di matrice economica spesso presentati e imposti ai territori montani quali risultati concreti stanno ottenendo? Come si può rispondere alle sfide di oggi per evitare lo spopolamento della montagna, sostenerne la vitalità socio-economica e al contempo tutelarne ambienti e paesaggi? Quale futuro ha bisogno la montagna e deve determinare per le genti che vogliono continuare a viverla?

[Panorama di Cogne. Immagine tratta da https://alpaddict.com.]

Questa sera proviamo ad andare oltre i numerosi stereotipi che caratterizzano la realtà delle nostre montagne, così reiterati e variamente dannosi, in un confronto aperto a tutti per il quale ogni voce è importante. Per questo l’invito rivolto a chiunque a partecipare è quanto mai caloroso.

L’evento nasce dalla sinergia tra il Progetto fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” e il Comitato “Insieme per Cime Bianche”, fondato nel 2023 con il supporto dell’Avvocato Emanuela Beacco del Foro di Monza per la tutela legale del Vallone.

Le due realtà hanno già portato la propria voce al Parlamento Europeo e in audizione al Consiglio Regionale valdostano, mentre il Progetto fotografico ha organizzato ormai 33 serate pubbliche in tutta Italia e avviato una petizione internazionale che ha superato le 21.000 firme.

Dunque vi aspettiamo questa sera ad Aosta: sarà sicuramente una serata importante nonché, ci contiamo, illuminante. E lunga vita al Vallone delle Cime Bianche!

Per contribuire alla difesa del Vallone delle Cime Bianche:

Tutte le foto che vedete in questo articolo sono tratte dalla pagina facebook.com/varasc.

Carlo Petrini

Noi italiani pensiamo che la “sostenibilità” sia sinonimo di sostenere l’ambiente e di un’attività sostenibile finanziariamente. Bene, non è così, “sostenibile” significa “durevole”. I nostri prodotti devono “durare di più”; si deve non incrementare la crescita del Pil, ma la qualità delle produzioni, la loro etica, una loro giusta politica di prezzo. Le vecchie società contadine avevano nel loro Dna il non spreco, il saggio utilizzo delle risorse. Ora siamo giunti alla produzione intensa, dannosa per l’ambiente e per la biodiversità, che è sostenuta da un consumismo nevrotico.

[Dall’intervento a “In Italy 2022”, Università per Stranieri di Perugia, 27 maggio 2022; citato in “Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, a Perugia: «La gastronomia non è intrattenimento, basta sciocchi in tv»”, “Umbria24.it”, 28 maggio 2022.]

Io penso che Carlo Petrini non sia stato un “rivoluzionario” – spesso lo si definisce in questo modo, lecito ma parecchio retorico. Semmai sono stati tutti gli altri a non esserlo, facendo diventare Petrini così. È stato colui che ha saputo riscoprire – come nessun altro aveva avuto la capacità di fare prima – la storia gastronomica italiana in contrapposizione al fenomeno contemporaneo dei fast food, la salvaguardia della biodiversità, le tecniche agricole non invasive e abitudini come il rispetto dei tempi naturali, dell’ambiente e della salute dei consumatori. Non ha scoperto nulla, formalmente, viceversa ha riscoperto tutto, r-innovando la tradizione – senza la deviante enfasi che sovraccarica il termine – del cibo italiano rivitalizzandone l’anima culturale, sociale, antropologica, e l’energia necessaria a farla muovere verso il futuro evitando di tenerla ancorata a un passato tanto glorioso e altrettanto fangoso.

Quanta distanza e quanta altezza, nel suo pensiero, dalle cose odierne che vi si ispirano (anche senza ammetterlo o senza rendersene conto), la “sovranità alimentare”, la cucina italiana “Patrimonio Unesco”, le Dop e le Igp spesso ipocrite, eccetera. E quanto fondamentale è stata la sua presenza anche per le montagne italiane, sulle quali si trovano molti dei presidi “Slow Food” (alcuni di essi li ho conosciuti bene) a fronteggiare pure lassù l’inquietante mutazione delle “tradizioni” in produzioni industriali travestite da “prodotti tipici” che sviliscono culture e identità locali svendendole al consumismo!

È una grande perdita, quella di Petrini, molto più – temo – di quanto possiamo pensare. Ma resta viva la speranza che la sua presenza, il suo pensiero, il lavoro che ne è derivato, abbiano lasciato buoni semi nel terreno del presente per preziosi raccolti dei quali poter godere a lungo nel futuro. Perché, come disse egli stesso,

Chi semina utopia raccoglie realtà.

RIP.