Pregevole architettura alpina contemporanea (anzi no!)

È una pregevole e significativa opera di architettura contemporanea, il granaio della Valle Aurina (provincia di Bolzano) che vedete nell’immagine qui sopra: separato dal terreno per evitarne l’umidità e i ristagni di acqua areando al contempo il pavimento, con il primo piano sporgente per proteggere le parte del piano rialzato e ugualmente con il tetto sporgente per proteggere le pareti del primo piano. Un ottimo esempio di design innovativo (non ricorda ad esempio quello, ovviamente su scala diversa, della Torre Velasca di Milano?) oltre che di efficienza sia esterna che interna, per giunta realizzato con materiali locali senza uso di cemento.

Già, anche perché nel 1495 il cemento non esisteva ancora! Risale infatti a quella data il granaio dell’immagine, eppure sembra veramente un’opera di architettura contemporanea, originale, modernissima… ma è già tradizionale da secoli.

Dice quel famoso aforisma attribuito a Oscar Wilde che «La tradizione è un’innovazione ben riuscita»: niente di più vero, e quando ciò non accade è probabilmente perché l’innovazione proposta non è l’evoluzione coerente di una tradizione ma ne ignora la narrazione e l’insegnamento. Questo non significa che non si possa creare qualcosa di totalmente nuovo, anzi: ma, nei temi del paesaggio, senza alcun dubbio qualsiasi opera che voglia dialogare, relazionarsi e armonizzarsi con il luogo in cui viene realizzata non può non seguire la “lezione” di ciò che nel luogo è già presente e, magari, conserva un retaggio di lungo periodo che fa di quella lezione un’autentica e convalidata dichiarazione di identità culturale del territorio, ovvero di elemento fondativo e referenziale del suo paesaggio. Ciò comporta, questo sì, che se tale lezione viene ignorata l’opera in questione facilmente apparrà avulsa da luogo, incoerente, fuori contesto, fosse anche esteticamente pregevole o tecnologicamente all’avanguardia: ma non c’entrerà comunque nulla con quanto ha intorno e, dunque, facilmente, vi apparirà inopportuna.

Quindi, certe volte più che “innovare” può essere sufficiente (ma è già tanta roba!) rinnovare la tradizione, adattandola al tempo corrente e alla realtà in divenire ma salvaguardandone il messaggio culturale trasmesso, che è la manifestazione dell’identità del luogo. Ciò implica la necessaria conoscenza ovvero lo studio, materiale e immateriale, del luogo in cui si interviene: ma, a tal proposito, si torna al principio fondamentale della conoscenza necessaria del territorio quale garanzia di cose fatte bene in esso o, viceversa, di cose fatte male per contrastante ignoranza. Un principio che si potrebbe pensare pressoché ovvio per chiunque si debba occupare in ogni modo di territorio e di paesaggio e invece no, “ovvio” non lo è affatto, purtroppo. E i risultati, pienamente “contemporanei” si vedono un po’ ovunque, già.

P.S.: per questo post devo ringraziare Giorgio Azzoni, che me lo ha “indirettamente” ma distintamente ispirato.

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Una “Montagna sacra” per rendere libere tutte le altre

La presentazione del progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso” svoltasi sabato presso la Sala degli Stemmi del Museo Nazionale della Montagna di Torino è andata benissimo, anche oltre le più rosee previsioni in primis per quanto ha riguardato l’affluenza, soprattutto se rapportata al carattere particolare del progetto e alla sua proposta altamente simbolica seppur potente ma senza dubbio non immediata, da meditare e comprendere e d’altro canto ricchissima di potenziali concretizzazioni sul campo, con il Monveso di Forzo “Montagna Sacra” quale icona alpestre e egida per una nuova e paradigmatica consapevolezza nei confronti dell’ambiente naturale e della sua salvaguardia che va ben oltre la mera localizzazione geografica della vetta prescelta, legata al centenario del Parco Nazionale del Gran Paradiso.

I relatori intervenuti alla presentazione hanno proposto contributi ottimi, intriganti e illuminanti, con i quali hanno saputo fortificare ancor più il concetto e il messaggio fondamentale del progetto riconnettendone la carica simbolica originaria a una concretezza scientifica e umanistica solida e inconfutabile: credo che grazie a ciò i presenti a Torino abbiano ben capito la notevole sostanza culturale che sta alla base del progetto e sciolto qualsiasi dubbio o perplessità magari prima formulati. Importanti sono stati anche gli interventi dei relatori esterni al comitato promotore del progetto: il presidente del Comitato Direttivo del CAI Piemonte, il Direttore del Parco Gran Paradiso, il sindaco di Ronco Canavese (nel cui territorio si trova il Monveso di Forzo) e il rappresentante di “Fridays for Future” Torino, la cui presenza ha mostrato la forza aggregativa e manifestato la condivisione dell’idea del progetto, due peculiarità fondamentali per la sua diffusione e per la comprensione consapevole del messaggio basilare.

Poi, alla fine della mattinata, alcuni dei presenti con cui ho potuto conferire mi hanno chiesto: «E ora?» Be’, ora, io credo, bisogna essere consci che la giornata di sabato non è stata una meta (se non a livello pratico per noi del comitato promotore) ma un importante e responsabilizzante punto di partenza: come qualcuno ha fatto ben notare, il progetto de “La Montagna Sacra” deve essere raccontato il più possibile e con crescente diffusione, stante la sua potente valenza emblematica e le innumerevoli possibili e proficue ricadute concrete nei territori montani in merito alla loro salvaguardia – potenzialmente in ogni territorio che subisca “turistificazioni” aggressive e invasive, ed è inutile rimarcare quanti ve ne siano un po’ ovunque, soggiogati a tali pratiche degeneranti non solo dal punto di vista ambientale. Il progetto, come ho già denotato, ha tutti i crismi per diventare “iconico” e rappresentare un “nuovo” o differente modus operandi certamente concettuale nella forma originaria ma, appunto, facilmente applicabile con la sua filosofia pragmatica alla sostanza della gestione (politica e non solo) dei territori naturali di pregio e alla necessaria ricostruzione di una cultura ambientale consapevole e neoparadigmatica, base indispensabile per qualsiasi buon sviluppo futuro delle montagne e non solo.

Dunque, il lavoro a favore della “Montagna Sacra” non finisce affatto qui e semmai qui comincia, attraverso iniziative future delle quali sarà data notizia a tempo debito e ancor più, ribadisco, per concretizzare la forza simbolica del progetto in un’azione culturale concreta, sensibile, costantemente aperta a qualsiasi contributo, diffusa e mirata, per quanto possibile, alla generazione un nuovo (e quanto mai necessario) immaginario nei confronti della frequentazione antropica dei territori di montagna. Un immaginario forte della rigenerata cultura ambientale sopra citata e per il quale la consapevolezza del limite e la libertà (perché di questo si tratta in confronto alla soggiogante prepotenza del “no limits”) di sapercisi adeguare in base alle proprie capacità, senza nulla togliere al godimento pieno e consapevole delle bellezze della montagna, rappresentano la base per un piccolo ma prezioso atto rivoluzionario che ciascuno di noi può manifestare e praticare. Sperando sia concretamente utile, per le montagne e per chiunque le voglia frequentare.

P.S.: le foto in testa al post sono mie e sono inesorabilmente mediocri ma in modo inversamente proporzionale al loro valore testimoniale riguardo l’evento di sabato. Sono riconoscibili alcuni dei relatori durante i loro interventi: Alessandro Gogna, Guido Dalla Casa, Riccardo Carnovalini e il sindaco di Ronco Canavese Lorenzo Giacomino.

Ennesime colate di fango, di ipocrisia, di vergogna

Occupandomi di relazione tra uomo e paesaggio, francamente a me l’ennesimo dibattito in corso dopo la tragedia di Ischia mi risulta ipocrita, vergognoso, vomitevole. È sufficiente che una perturbazione più violenta del solito – ovvero di quel “solito” che era una volta e che è ormai diventato la normalità di oggi – colpisca qualsiasi territorio italiano ed è praticamente certo: qualche disgrazia più o meno grave accadrà. Da decenni va così, e da decenni si sentono le istituzioni blaterare sui media di “tragedia annunciata”, di “emergenza”, di “fermare l’abusivismo”, di “vicinanza alle persone coinvolte”, di fare questa cosa, quella e quell’altra… blablabla. In concreto niente, tutto nella sostanza resta come prima se non peggio, con gran compiacenza di tutti – pubblico e privato, sia chiaro. Tutto cambia a parole e nulla cambia nei fatti, siamo sempre gattopardianamente fermi lì, è una delle norme “fondative” del paese Italia: l’avessero messa nella Costituzione, non risulterebbe così ben rispettata. Finché arriva il successivo nubifragio e si ricomincia daccapo: copione invariato, tragicommedia assicurata.

È ormai un assodato modus operandi italiano, quello delle “emergenze” (ne ho scritto più volte al riguardo, ad esempio qui): contate quante cose vengono definite “emergenze” da un sacco di anni, quando il termine dovrebbe indicare una situazione temporanea e tale fino al suo necessario rimedio. L’emergenza maltempo, l’emergenza femminicidi, l’emergenza immigrazione… Funziona così: non si è capaci di risolvere un problema? Benissimo, lo si proclama “emergenza”, così se ne può parlare a iosa dando l’impressione di fare qualcosa al riguardo e, grazie ai media compiacenti, confondendo l’opinione pubblica, parimenti evitando di risolvere realmente il problema in questione (per incompetenza, lassismo, menefreghismo o perché il problema è funzionale a certi “interessi” in vigore), anzi, magari trovando il modo di ricavarci qualche buon tornaconto. E le persone che perdono la vita? Be’, un po’ di cordoglio mediatico e amen, d’altro canto di qualcosa bisogna pur morire prima o poi, no?

Ecco. Qualcuno di voi crede sul serio che quest’ultima tragedia avvierà la risoluzione del problema relativo alla gestione – politica, innanzi tutto – del territorio italiano, soprattutto di quello più delicato e potenzialmente soggetto a dissesti idrogeologici? Se c’è qualcuno che lo crede, gli faccio i miei più sentiti auguri. A tutti gli altri, chiedo di cominciare il conto alla rovescia per il prossimo nubifragio, la successiva tragedia, gli ennesimi morti. E di tirare le conclusioni politiche relative, una volta per tutte.

Un coordinamento per salvare il Monte San Primo

[Il Monte San Primo dall’Alpe di Terrabiotta. Immagine tratta da trekkinglecco.com.]
Nelle scorse settimane ho già scritto più volte, qui sul blog, della vicenda che coinvolge il Monte San Primo, massima vetta del Triangolo Lariano, ovvero del progetto di “sviluppo turistico” che la locale Comunità Montana e il Comune di Bellagio vorrebbero realizzare, un progetto che appare tra i più dissennati visti nei tempi recenti (e l’elenco al riguardo si sta facendo assai lungo, purtroppo). In primis così appare per la volontà di riportare sulla montagna lo sci su pista, con relative infrastrutture e l’inevitabile innevamento artificiale, a quote nivologicamente ridicole, (siamo a 1100 m!) che rendono qualsiasi investimento al riguardo fallimentare ancor prima di nascere, dunque uno spreco di denaro pubblico. Ma il progetto si “distingue” anche per rappresentare un ottimo esempio di certo contemporaneo interventismo per la “turistificazione” dei monti portato avanti da amministrazioni locali palesemente prive di idee, di logiche territoriali, di visione imprenditoriale, di cognizione ambientale e ecologica – che significa anche economica -, di capacità progettuali sistemiche e, in generale, di autentica conoscenza del territorio sul quale intervengono. Si propongono così un tot di cose, le si titola “progetto” facendole credere in grado di sviluppare l’offerta turistica del luogo e pretendendo che in esse vi si debba riscontrare una logica – magari attaccandoci sopra i soliti slogan del caso, quelli con dentro i termini “sviluppo”, “opportunità”, “rilancio”, “sostenibilità”, eccetera. Ma la sensazione che se ne ricava è invece quella di un po’ di carte da gioco pescate a caso da un mazzo e buttate altrettanto casualmente sul tavolo sostenendo che tale modo di giocare sia ragionato: ovvero, un copia-incolla generale di cose ritenute valide solo perché già fatte altrove che viceversa appaiono decontestuali, prive di logica territoriale e di conformità al luogo e alle sue peculiarità, senza nessuna autentica progettualità, nessuna visione di medio-lungo termine, nessuna considerazione culturale del luogo e una sterilità intellettuale complessiva che non lascia prevedere nulla di proficuo per il futuro ma appare come un voler ottenere tornaconti immediati e immediatamente spendibili (in chiave politica o in altro modo). Circostanze che purtroppo, come detto, si riscontrano in molti pretesi progetti di sviluppo turistico sostenuti da certe amministrazioni locali e che nel complesso evidenziano una diffusa mancanza di competenze su tali temi (ovvero un’inopinata obsolescenza di esse, come se si riferissero a realtà di cinquant’anni fa) che, per carità, nessuno pretende che chiunque possegga, anzi, ma che non per questo possono giustificare interventi confusi, raffazzonati e fatti tanto per fare – e per dire di aver fatto.

Tuttavia, come dicevo, il progetto del San Primo è talmente squinternato da essere stato immediatamente giudicato da molti come un’autentica follia, qualcosa privo di alcun buon senso sotto ogni punto di vista. Di contro, qualche rappresentante delle istituzioni locali sostenitrici del progetto ha ritenuto di bollare tali osservazioni formulate da più parti come «intellettualmente disoneste» (ovviamente, dal suo punto di vista, non potendo fare molto altro nel tentativo di giustificare le proprie scelte a fronte della loro generale illogicità). Ma se l’individuo onesto è colui che «agisce con lealtà, rettitudine, sincerità, in base a principî morali ritenuti universalmente validi, astenendosi da azioni riprovevoli nei confronti del prossimo, sia in modo assoluto, sia in rapporto alla propria condizione, alla professione che esercita, all’ambiente in cui vive» (voce “onesto”, vocabolario Treccani), una analisi appena più approfondita del progetto del Monte San Primo porta inesorabilmente a ritenere che la “disonestà” non stia certo in chi cerca di mettere in evidenza le palesi problematicità degli interventi ipotizzati in relazione al luogo e alle sue caratteristiche ambientali: un luogo di meraviglioso valore alpestre che veramente certifica alcuni di quegli interventi come «azioni riprovevoli» e certamente lontano da quei «principi morali» che in territori come il Monte San Primo dovrebbero mirare innanzi tutto alla salvaguardia ambientale e alla valorizzazione culturale di esso e della sua bellezza, un patrimonio dall’enorme potenzialità “turistica” ma nell’accezione virtuosa del termine, non certo in quella banalizzante che il progetto per molti versi tende a alimentare se non proprio che ricerca esplicitamente.

Quindi è una bella e nobile iniziativa quella che ha determinato la costituzione del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, unendo sotto tale egida ben 19 associazioni di vario genere, non solo specificatamente ambientaliste, che agiscono sia nell’ambito locale che in quello regionale e nazionale, oltre che un gran numero di persone che stanno pubblicamente manifestando la loro netta opposizione al progetto, magari anche inviando messaggi al riguardo agli enti locali coinvolti (si veda qui sotto). Il primo atto del Coordinamento è stata la diffusione di un “appello pubblico” nel quale sono riportati i principi cardine dell’azione dei soggetti che vi partecipano, le richieste al riguardo agli enti pubblici locali e alcune proposte alternative di immediata realizzazione atte a riequilibrare il progetto e soprattutto il suo impatto sul luogo.

Trovo che la nascita del Coordinamento rappresenti una bella dimostrazione di attenzione e di sensibilità – oltre che di affetto – verso il San Primo, anche per come la sua attività rimetta nel giusto equilibrio la relazione civica e politica che la comunità sociale deve intessere con i territori in cui vive e che gestisce, e che non possono essere soggetti a interventi incoerenti ad essi imposti in modo univoco, calandoli dall’alto dunque senza un’analisi condivisa e strutturata della loro portata sul territorio. Giustamente il Coordinamento chiede un incontro sollecito alle amministrazioni pubbliche coinvolte, per discutere intorno alle maggiori criticità del progetto: dovrebbe avvenire il contrario ma, ahinoi, la politica contemporanea dimentica sempre più spesso la propria natura originaria e gli scopi in base ai quali è delegata ad agire. In ogni caso è assolutamente augurabile che un confronto ci sia e che risulti effettivamente costruttivo; il Coordinamento poi non si ferma qui e anzi da questi punti iniziali intende partire per sviluppare un’articolata azione non solo di sorveglianza intorno al progetto ma pure di sviluppo di idee alternative e di una presa di coscienza culturale sulla realtà del Monte San Primo, sulle sue valenze ambientali e sull’importanza di valorizzare un luogo così bello e speciale in modo consono e coerente alle sue caratteristiche geografiche, storiche, ambientali, culturali. È ciò che un luogo come il San Primo merita, ed è qualcosa che farebbe del San Primo un modello emblematicamente virtuoso, da seguire e nei suoi principi da imitare. E che darebbe anche molto lustro agli amministratori pubblici che in tal senso agissero: basterebbe che con un pizzico di onestà intellettuale (appunto, si veda sopra) capissero l’importanza e la valenza di un modello del genere. In fondo a volte basta poco per fare grandi e nobili cose, no?

Strade militari, incisioni rupestri, streghe e impiccati

[Lo zigzagante tracciato della strada militare del Legnone nel tratto sovrastante l’Alpe Campo e il Rifugio Griera. Foto di Ricky Testa, tratta da www.orobie.it.]

Nella Val Varrone degli inizi del Novecento esisteva unicamente il tratto di strada carrozzabile che da Casargo portava al ponte di Premana, il cui abitato solo nel 1913 venne finalmente raggiunto da una strada. Pochi anni dopo, i timori del generale Luigi Cadorna sulla possibilità che truppe nemiche potessero attaccare la Lombardia passando dalla Svizzera e confluendo nella Valtellina o nelle vallate bergamasche lo spinsero alla costruzione della linea di difesa montana poi intitolata a suo nome, della quale ti abbiamo già detto. La guerra è guerra, con le sue strategie e i diktat patriottici: per tali esigenze militari si costruì in fretta e furia una strada che collegava Dervio, sulle rive del Lago di Como, con i paesi della Val Varrone che sino ad allora erano rimasti isolati.
In un paio d’anni (1915-1916) la strada venne realizzata e i paesi della Val Varrone videro cambiare la loro vita. Dopo aver superato i villaggi di Tremenico ed Avano, nei pressi della località Gallino a 980 m di quota, un gran numero di soldati, prigionieri, operai della zona assoldati per l’impresa e donne di Pagnona che facevano da collegamento si staccarono dal nutrito gruppo di lavoratori che proseguì la costruzione della strada in direzione Pagnona e puntò in alto, realizzando un tracciato carrozzabile atto a giungere quasi in vetta al Legnone e poi scendere in Valtellina. Puoi immaginare la gran confusione e i cambiamenti, a pieno titolo “epocali”, che sconvolsero l’intera Val Varrone: tutti gli uomini abili al lavoro vennero assunti come sterratori o muratori, la strada che hai appena incrociato si arrampicò sempre di più sullo scosceso versante sudoccidentale della grande montagna assumendo via via le sembianze di un autentico capolavoro ingegneristico, fino a conquistare i 2395 m di quota della Bocchetta del Legnone, traversare sino alle citate gallerie scavate nella montagna, scollinare sul versante valtellinese e scendere per la Val Lesina fino a Delebio. In tutto vennero tracciati 44 tornanti e a ciascuno venne dato un nome legato ad una storia particolare. Il cammino della DOL intercetta la strada militare al primo di essi, il “Tornant de Galiin”, che prende il nome dal lööch di Gallino; sappi inoltre che il quinto è il “Tornant dól Termen” dove si trovano i “sas dai cöor”, delle pietre ricche di incisioni in verità non molto antiche, come invece sembrerebbero essere coppelle ed incisioni rinvenute su altri massi nelle vicinanze, ad esempio in località Piöde dal Croos e in altri contesti della valle, facendo supporre, con il supporto di ritrovamenti risalenti all’età del bronzo presso Pagnona, ad una frequentazione antichissima di questi luoghi. Accanto a denominazioni oggettive e pratiche come “Tornant dal Fòo Gros” (del grande faggio), ve ne sono altre ben più inquietanti come per il tredicesimo tornante, che riferisce di un impiccato, mentre altri ancora raccontano di luoghi adatti ai ritrovi delle streghe. L’ultimo è il “Tornant dól Mocc”, dedicato ad uno sterratore di cognome Maglia che aveva scavato una piccola grotta in cui si sistemava per passare la notte.

Questo è un brano dalla guida Dol dei Tre Signori, il volume del quale sono autore insieme a Sara Invernizzi e Ruggero Meles dedicato alla Dorsale Orobica Lecchese, uno dei territori prealpini più spettacolari in assoluto, e al trekking che la percorre interamente da Bergamo fino a Morbegno. La strada militare del Monte Legnone è realmente un capolavoro ingegneristico assoluto, e come tutte le opere così ardite abbisogna di cura e attenzione da parte di chi la percorre e di manutenzioni pressoché costanti. Per questa seconda necessità, di recente dovrebbero essere stati appaltati dei lavori al riguardo, che mi auguro siano portati a compimento nel migliore dei modi; per la prima, ugualmente l’augurio è che i viandanti sulla strada ne riconoscano il valore molteplice e l’importanza della sua permanenza nel tempo, prezioso e emblematico esempio di antropizzazione montana – nonché patrimonio di noi tutti – che dà lustro ai numerosi tesori culturali che il territorio in questione sa offrire.
Per saperne di più sulla guida, cliccate sull’immagine del libro lì sopra e… buone camminate lungo la Dol dei Tre Signori!