Be’, converrete che leggere insieme titoli e sottotitoli dei due articoli, pubblicati lo stesso giorno (lo scorso giovedì 16 aprile; li trovate qui e qui) da due giornali diversi, sconcerta parecchio. O fa ridere, più o meno amaramente, o magari genera irritazione, che sia l’uno o l’altro a suscitarla.
Tuttavia, il confronto fa capire bene come i pur legittimi entusiasmi dei giorni olimpici (che poi, voglio dire: fossero state un insuccesso non lo direbbero di sicuro, visti i sette miliardi e rotti spesi e tutti i disagi nei territori coinvolti) e il tema Olimpiadi in generale stiano già affondando nella palude in cui si fondono le reiterate propagande istituzionali, ormai talmente retoriche e tronfie da apparire sempre più grottesche, e le prese d’atto circa la realtà effettiva delle cose, molto meno esaltante e che si deve aggrappare a mere speranze di un futuro migliore, nel quale la tanto decantata “legacy olimpica” si manifesti realmente e non resti a sua volta una falsa promessa.
[Un altro esempio di propaganda post-olimpica retorica e autocelebrativa istituzionalmente indotta ma in realtà costruita sul nulla e che, obiettivamente, finisce per banalizzare ciò che vorrebbe strumentalmente esaltare.]Dunque, dove sta la verità tra le due visioni manifestate nei rispettivi articoli? Per quanto mi riguarda, come dice il noto motteggio popolare, potrebbe stare nel mezzo. Ma solo se da una parte la si finisca con la strumentalizzazione propagandistica (nelle parole e ancor più nei fatti) atta a nascondere lo squilibrio tra costi dei Giochi Olimpici e ricavi o vantaggi realmente conseguiti, e si prenda consapevolezza di ciò che le montagne e i territori e le loro comunità hanno realmente bisogno – e no, non sono solo strade e assolutamente non sono impianti e cannoni sparaneve ma soprattutto hanno bisogno proprio di fare comunità. Mentre dall’altra parte si prenda altrettanta consapevolezza civica, e dunque anche politica, che ogni cosa fatta ai territori è fatta alle comunità che li vivono, sia nel bene e sia soprattutto nel male, e tale consapevolezza si deve manifestare con l’interlocuzione democratica costante tra società civile e amministrazioni pubbliche. Perché la politica decide, impone, a volte sbaglia ma poi passa e va; le comunità no, restano nei territori il cui destino, la cui salvaguardia, la cui reale valorizzazione e lo sviluppo veramente benefico è quello delle comunità stessee di tutti i loro abitanti, non solo di una parte – degli impiantisti, degli albergatori, degli immobiliaristi, di questa o quella categoria specifica o di chi altro. Perché se tali squilibri dovessero permanere, e purtroppo le Olimpiadi al momento non hanno fatto nulla per rimetterli in equilibrio, la decadenza di certe nostre montagne e la loro trasformazione in non luoghi ludico-ricreativi sempre più consumati e spopolati temo continuerà inesorabile.
P.S.: d’altro canto le doppie verità sulle Olimpiadi circolavano già prima dell’inaugurazione, a riprova del clima di ambiguità che le hanno contraddistinte, vedi qui.
Una delle chiavi di lettura attraverso la quale si può visitare e apprezzare la collezione permanente dell’Accademia Carrara di Bergamo, che sono tornato a visitare di recente dopo un bel po’ che non lo facevo, è quella con cui cogliervi la comparsa del paesaggioovvero la suainvenzione.
La prima sala della collezione dell’Accademia infatti ospita opere del tardo Gotico create tra il Trecento e il Quattrocento attraverso gli stili in uso all’epoca. Nella seconda sala e quelle successive si entra nell’arte dal Cinquecento in poi e, nel passaggio tra le due sale, insieme ai visitatori “passa” anche l’invenzione del paesaggio, che da sfondo funzionale ai soggetti ritratti, quasi sempre in primo o primissimo piano, diventa soggetto autonomo o comunque caratterizzante le opere, grazie soprattutto alla produzione artistica dei pittori fiamminghi dalla fine del Quattrocento in poi e, in Italia, alle vedute prospettiche di Leonardo da Vinci. Nei dipinti esposti all’Accademia Carrara questo passaggio, questa autentica rivoluzione culturale ancor più che artistica, è assolutamente evidente e affascinante: osservandone molti, ci si rende ben conto di come le opere perderebbero parecchio del loro valore figurativo senza i paesaggi che vi si osservano, siano essi più o meno definiti, nonché del messaggio che comunicano.
Ugualmente, si può constatare come la scoperta dell’esistenza del paesaggio – che detta così, cioè che ci sia stato bisogno di scoprire il paesaggio, sembra una cosa assurda o paradossale e invece è proprio ciò che allora accadde: non si aveva idea di cosa fosse il “paesaggio”, fino al XV secolo! – abbia meravigliato e intrigato gli artisti dell’epoca, trasformando la gran parte dell’arte da raffigurazione delle persone a rappresentazione del mondo, con dentro l’uomo e la sua civiltà ma non più in qualità di protagonisti assoluti, semmai di comprimari al pari di ogni altro elemento che compone la realtà del mondo, a partire da quelli naturali che spesso diventano preponderanti in forza della loro potenza geografica e simbolica. Fino a che il Romanticismo e l’Impressionismo renderanno compiuta la visione e la concezione del paesaggio mettendo le basi della nostra attuale elaborazione culturale di esso nonché dell’immaginario con il quale lo identifichiamo.
Quello attraverso la scoperta del paesaggio è un piccolo ma affascinante viaggio nel viaggio artistico che l’Accademia Carrara permette di compiere. Non un museo tra i più grandi d’Italia ma, per molti versi, uno scrigno di bellezza artistica e di cultura umanistica di notevole pregio. Andateci a fare un giro, se siete a Bergamo: lo merita senza dubbio.
Non è vero che la montagna può vivere solo con il turismo massificato o venendo trasformata in luna park da attrazioni meramente ludico-ricreative che ne banalizzano l’anima e la condannano ad una inesorabile decadenza. La montagna è bellezza, cultura, benessere, socialità, libertà – innanzi tutto libertà da quei modelli con i quali si dice di «valorizzarla» puntando invece a sfruttarla a più non posso. Ci vuole altro, i monti meritano altro.
Ecco, ad esempio meritano un progetto come “Val CamUnica”, chenasce con l’obiettivo di valorizzare la Val Camonica (in provincia di Brescia, uno dei territori in assoluto più importanti e emblematici delle Alpi italiane) attraverso un calendario strutturato di più di40 escursioni, distribuite nel periodo da aprile a ottobre.
L’iniziativa coinvolge una rete di partner locali – tra cui accompagnatori di media montagna, strutture ricettive e produttori del territorio – creando un ecosistema collaborativo capace di offrire esperienze autentiche e di qualità.
Le attività proposte spaziano dal trekking naturalistico a brevi esperienze enogastronomiche, fino a percorsi storici e artistici, pensati per diversi livelli di preparazione e interesse. Ogni escursione è progettata per favorire un’immersione completa nel territorio, con un’attenzione particolare alla scoperta di luoghi meno conosciuti e alla valorizzazione delle tradizioni locali.
Val CamUnica promuove un modello di turismo sostenibile, attento al rispetto dell’ambiente e alla crescita delle realtà locali, incentivando pratiche responsabili e consapevoli e il coinvolgimento dei più giovani. Il progetto mira a rafforzare l’identità della valle, creando sinergie tra operatori e generando valore condiviso per la comunità.
Le esperienze saranno guidate da professionisti qualificati e arricchite da momenti esperienziali distintivi, capaci di rendere ogni uscita unica. L’iniziativa si rivolge sia a turisti che a residenti, con l’obiettivo di stimolare una nuova forma di fruizione del territorio.
Val CamUnica si propone infine come un modello replicabile di turismo integrato, basato su collaborazione, qualità e valorizzazione autentica del patrimonio locale.
Quale ulteriore valore aggiunto al progetto, la stagione 2026 delle escursioni gode anche della partnership con l’Officina Culturale ALPES, che conferisce un ulteriore marchio di indubitabile qualità all’iniziativa. E domenica prossima, 19 aprile, la stagione si apre con una giornata in cammino insieme aFranco Michieli, figura di grande prestigio internazionale da tempo parte di ALPES, che guiderà i partecipanti tra gli alpeggi di Villa Dalegno, per conoscere da vicino il progetto di recupero culturale del luogo e del suo paesaggio peculiare che circonda a nord la conca di Ponte di Legno.
Il percorso si propone, anche mediante l’app creata per la localizzazione dei toponimi, di rivisitare i luoghi del passato con la preziosa compagnia di Franco Michieli, geografo, alpinista, esploratore, divulgatore culturale e garante di Mountain Wilderness International, che i partecipanti potranno conoscere meglio nelle pause ristoratrici attraverso i suoi racconti e i preziosi aneddoti sulle sue spedizioni e i libri, con nozioni circa l’ambiente che circonda il percorso e la sua lettura e interpretazione del paesaggio.
Per informazioni sull’escursione e iscrizioni, oltre alle locandine sopra pubblicate potete dare un occhio qui, mentre in generale l’invito che vi caldeggio è quello di supportare e seguire il progetto “Val CamUnica” nonché, ovviamente, di partecipare alle iniziative proposte. Lo meritano senza alcun dubbio!
N.B.: le foto in testa al post sono tratte da https://sentiericamuni.wordpress.com (altro bellissimo sito, da visitare e frequentare) e si riferiscono al percorso dell’escursione guidata da Franco Michieli.
L’inaugurazione della mostra “C’era la neve – Immagini e racconti” e l’incontro “Abitare il cambiamento” nel quale sono intervenuto insieme a Nicola Pigazzini, domenica scorsa a Carenno presso il Museo Ca’ Martì, ha richiamato moltissima gente, ben oltre le più rosee previsioni come si dice in questi casi. Ne fa un bel resoconto sulle proprie pagine social la rivista “Orobie” (lo potete vedere cliccando lì sopra), che è media partner dell’iniziativa, nel quale rimarca come la realizzazione della mostra è stata un processo condiviso che ha coinvolto gli abitanti e i frequentatori della Val San Martino, chiamati a scovare nei propri album le fotografie degli inverni passati e a metterle a disposizione degli organizzatori. Ne è scaturito un archivio della memoria collettiva riguardo questo lembo prealpino lombardo, importante sotto molti punti di vista, dal quale i curatori della mostra Cristina Melazzi e Simone Mancini hanno elaborato un percorso affascinante e suggestivo fatto di immagini, documenti, depliant che raccontano la vita della Val San Martino quando «c’era la neve» e la peculiare storia degli sport invernali su queste montagne.
Esposti nei locali di Ca’ Martì ci sono anche una preziosa brochure d’epoca della funivia di Valcava e il commento del direttore editorialista di “Orobie” Pino Capellini, che è molto legato alla Val San Martino.
Come accennato, in occasione dell’apertura della mostra – padrone di casa il presidente dell’Associazione Gruppo Muratori e Amici di Ca’ Martì, Daniele Vanoli – si è tenuto l’incontro dal titolo “Abitare il cambiamento” nel quale con il geologo e vicesindaco di Carenno Nicola Pigazzini e con il folto pubblico presente abbiamo cercato di riflettere su come stanno cambiando – e devono cambiare – le montagne in forza della crisi climatica in divenire che non solo ha ormai reso la neve su molte montagne una cosa rara, ma sta imponendo la necessità di cambiare molti dei paradigmi attraverso i quali si è sviluppata la nostra relazione con i territori montani, sia da abitanti stanziali e sia da visitatori e turisti occasionali.
La mostra fotografica è visitabile fino al 4 ottobre – negli orari di apertura di Ca’ Martì, la domenica dalle 15 alle 17 – e peraltro resta un work in progress, nel senso che potrà essere integrata da altri materiali interessanti riguardo i temi affrontati che nel frattempo perverranno al Museo, così che l’archivio di memoria collettiva che la mostra rappresenta possa diventare sempre più significativo e emblematico non solo in ottica passata ma anche, se non soprattutto, presente e futura.
Un grazie di cuore va a “Orobie” per il prezioso supporto dedicato all’iniziativa.
[Immagine generata con Google Gemini AI.]«Che esagerazione!», «La stai facendo troppo grande!», «Mica stanno distruggendo l’intera montagna!» eccetera. A volte, quando scrivo di certe iniziative, opere, progetti che, ragionandoci sopra per quel poco che riesco cercando di coltivare il buon senso e la razionalità, a me (e non solo a me) paiono opinabili, privi di logica e/o impattanti, mi sono state rivolte affermazioni come quelle appena citate.
Be’, le capisco. Che sarà mai una ciclovia lunga un tot di chilometri e larga due o tre metri che attraversa un intero versante montano dove non c’è niente altro? O una cabinovia con la sua dozzina di pali oppure, e ancor più, un esile ponte tibetano o una passerella panoramica, roba che occupa qualche metro quadro di suolo e basta?
Già, uno zero-virgola percentuale di terreno occupato e consumato a fronte di ettari e ettari di montagna intatta, che sarà mai?
Le capisco, sì, come capisco il tizio che al bar, dopo aver bevuto già un po’, sostiene che lui l’alcol lo regge benissimo e dunque si beve ancora un bicchierino, solo uno, ma sì, l’ultimo e poi basta. Che sarà mai? Così quel bicchierino lo rende ancora più brillo e ancora meno capace di reggere l’alcol e ragionare ergo di limitarsi: si berrà un altro bicchiere, poi un altro, poi un altro… e infine collasserà, inevitabilmente. Insomma: capisco che non lo capisce, il rischio che corre e le relative conseguenze.
Di quante cose che hanno rovinato, abbruttito, degradato, distrutto un’infinita di luoghi dove prima c’era poco o nulla, si è detto «Che sarà mai?!» oppure, a chi metteva in guardia dai rischi, «Che esagerato, che catastrofista!»… si sono sminuiti i rischi, si sono sottovalutate le conseguenze a volte in buona fede o per mera “ignoranza” (cioè per non capire realmente ciò che stava accadendo) e altre volte no, in malafede, per inseguire interessi e tornaconti particolari. Fatto sta che, in un modo o nell’altro, i rischi si sono palesati, sono diventati danni e, a forza di «Che sarà mai?!», in certi casi si sono trasformati in veri e propri disastri, difficilmente sistemabili.
Ecco: sarebbe il caso di evitarli alla fonte, questi danni, di evitare quel “bicchierino del che-sarà-mai” il quale invece non è che l’inizio della fine. Magari non sarebbe così, non finirebbe in maniera così disastrosa: ma chi è disposto a correre il rischio e ad assumersene poi le responsabilità? Non è meglio semmai pensare ad altre cose da fare, meno rischiose e pericolose, e non essere così arroganti da risolvere il tutto con il solito «Che sarà mai!», con la convinzione più o meno legittima di essere sempre dalla parte della ragione, del giusto e mai dell’insensatezza e dello sbagliato?
In sociologia esistono varie teorie che descrivono e spiegano perché, spesso, soffriamo della cosiddetta “illusione di infinitezza”, cioè di come ci convinciamo di poter avere a disposizione certe cose all’infinito – dall’ambiente naturale alla sobrietà mentale – e invece no, non è affatto così. Il bicchierino di chi crede di reggere l’alcol e invece no è la ciclovia in più, il ponte tibetano dove prima non c’era nulla, la cabinovia, la strada, il parcheggio, la palazzina e tutto il resto che si piazza in una zona ancora intatta perché «Che sarà mai, tanto di spazio ce ne un sacco a disposizione!». Così realizzata, edificata, installata una prima cosa, se ne piazza un’altra al servizio della prima oppure ancora perché che-sarà-mai, poi un’altra ancora che tanto ci sono già le altre due, poi un’altra, poi un’altra… un altro bicchiere, un altro, un altro ancora fino al collasso. E finché succede all’ubriacone be’, sono affari suoi, ma quando succede alle nostre montagne, al loro ambiente naturale, al paesaggio, alla loro anima, alla relazione culturale, di chi le vive e ci abita, sono affari di tutti perché le montagne sono un patrimonio culturale collettivo, come dice la nostra Costituzione.
Dunque, ribadisco: siamo disposti a correre questi rischi e a mettere in pericolo le nostre montagne? Siamo disposti a cedere la responsabilità della loro tutela a quegli amministratori pubblici che invece accondiscendono a obiettivi e interessi così rischiosi e pericolosi come se sulle montagne non avessero alcuna responsabilità o trascurassero di averne?