Nell’anno delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina gli impianti sciistici continuano a rimanere aperti grazie all’innevamento artificiale e a significative sovvenzioni pubbliche; i ghiacciai, fondamentale riserva idrica, ma anche elementi di garanzia per la stabilità della montagna, si stanno ritirando drammaticamente; le discussioni sulla necessità di una transizione a nuovi modelli turistici, oltre che ecologici, sono frequenti ma di rado dalle parole si riesce a passare ai fatti. In tale realtà, comune a tutti i territori montani italiani, quali sono le prospettive per il futuro? Quali alternative si possono proporre per tutelare le economie della montagna e allo stesso tempo garantire la tutela degli ambienti e il rispetto delle misure di lotta al cambiamento climatico?
Ne discuteremo con il climatologo e divulgatore scientifico Luca Mercalli, Vanda Bonardo responsabile Alpi Legambiente e presidente CIPRA Italia, il responsabile Turismo di Legambiente Sebastiano Venneri e con il sottoscritto in qualità di studioso dei paesaggi montani e curatore – insieme alla stessa Bonardo e a Maurizio Dematteis, direttore dell’Associazione Dislivelli – della Carovana dell’Accoglienza Montana, un progetto in costruzione sotto l’egida di Legambiente Alpi il quale lavora sul nuovo turismo sostenibile e consapevole che si sta sviluppando un po’ ovunque sulle Alpi italiane con crescente successo.
Sarà un appuntamento che, ne sono certo, garantirà ottimi e interessanti approfondimenti sui temi citati, assolutamente fondamentali per il futuro delle nostre montagne e per l’intera Italia – un paese in gran parte proteso nel mare ma fatto quasi tutto di montagne, è bene non dimenticarlo!
Come sempre, se potrete partecipare, sarà bello incontrarci e chiacchierare insieme peraltro in un evento come “Fa’ la cosa giusta” estremamente interessante da visitare. Trovate qui tutte le info sulla fiera e su come visitarla, mentre qui potete prenotare il biglietto d’ingresso gratuito.
Dunque, ci vediamo domani – o oggi – 14 marzo a Milano!
[Veduta del bacino dell’alto Lago di Como dal Sentiero del Viandante nei pressi di Regoledo, febbraio 2026.]I numerosi escursionisti che percorrono il Sentiero del Viandante, l’affascinante e panoramico itinerario che, sospeso fra la montagna e la sponda orientale del Lago di Como, va da Lecco fino a Colico per poi proseguire in bassa Valtellina fino a raggiungere Morbegno, a una mezz’ora o poco più da Bellano attraversano un breve ponte immerso nel fitto bosco, al punto che quasi non sembra un ponte e ancor meno si accorgono di cosa scavalchi: si direbbe un corso d’acqua ma completamente in secca e dall’andamento stranamente rettilineo.
Nei pressi, un cartello metallico anch’esso non così evidente dacché corroso dal tempo rivela “l’arcano”: quello superato dal piccolo ponte era il vallo lungo il quale correva la linea della Funicolare di Regoledo, aperta in origine nel 1890 al servizio del Grand Hotel Regoledo (tra i più lussuosi dell’epoca, reso celebre dalle sue cure idroterapiche) e considerata ancora oggi un gioiello ingegneristico assoluto. Infatti immagino che anche a molti dei camminatori – almeno quelli italiani, visto che ce ne sono anche tanti stranieri – che superano il ponte senza rendersene conto, la storia dell’impianto di Regoledo sia nota, in particolare il suo ingegnoso sistema di trazione a contrappeso d’acqua: le due vetture erano dotate di serbatoi riempiti alternativamente da 3600 litri di acqua, così che, grazie a un sistema di argani, la vettura più pesante trainava verso monte quella leggera e, all’incrocio delle due (che avveniva proprio in prossimità del ponte attraversato dal Sentiero del Viandante), i passeggeri venivano trasbordati dall’una all’altra vettura e l’acqua travasata da quella superiore a quella inferiore, in modo da invertire il peso e la trazione delle cabine (per saperne di più sulle peculiarità tecniche dell’impianto potete consultare la sitografia in calce all’articolo). Purtroppo le vicende belliche legate ai due conflitti mondiali ostacolarono l’attività e il successo della Funicolare nonché del Grand Hotel di Regoledo, così che nel giugno del 1960 l’impianto venne definitivamente chiuso.
In ogni caso, al netto della sua notevole ingegneria, trovo che la Funicolare di Regoledo sia stato un impianto eccezionale, e a suo modo attualissimo, per due altri motivi che ne farebbero tutt’oggi un mezzo di trasporto all’avanguardia nonostante sia stato concepito la bellezza di 125 anni fa.
In primis, perché la Funicolare in origine era mossa da un argano elettrico ma, per eliminare alcuni inconvenienti tecnici che nel frattempo si erano manifestati, nel 1901 venne decisa la trasformazione della trazione al sistema ad acqua, poi realizzata nel 1903, che la pose tra le prime di questo genere in Italia. Dunque quello di Regoledo era un impianto totalmente a zero emissioni, “100% green” si direbbe oggi: qualcosa che è ancora parecchio difficile trovare in circolazione, anche tra i mezzi di trasporto contemporanei a trazione alternativa a quella termica la cui energia potrebbe essere prodotta in modi non completamente ecosostenibili.
Inoltre, peculiarità ancora più avanguardistica e altrettanto rara da constatare oggi, a Regoledo venne messo in atto un sistema di trasporto perfettamente integrato e, nella sua concezione, incredibilmente moderno: la stazione di partenza della Funicolare fu edificata accanto alla linea ferroviaria che da Milano portava in Valtellina e, all’uopo, si realizzò anche una fermata per i convogli in transito. Entrambe poi si trovavano a pochi metri da un apposito imbarcadero per i piroscafi che facevano servizio sul Lago di Como, dal cui attracco si saliva rapidamente alle stazioni ferroviaria e della funicolare. Così il turista che giungeva in treno da Milano o in battello da Como e dal bacino del Lago di Como poteva salire a godere i lussuosi servizi alberghieri e termali di Regoledo muovendo pochi passi e usufruendo di un efficientissimo sistema di trasporti pubblici integrato, come detto. All’epoca si trattava di una necessità, vista l’ancora scarsa diffusione delle autovetture (d’altronde appena nate) e la scomodità dei viaggi in carrozza lungo la tortuosa strada litoranea lariana; oggi sarebbe una attrazione turistica dall’appeal e dalle potenzialità enormi, proprio anche in forza della sua ecosostenibilità assolutamente consona alla sensibilità ambientale diffusa oggi. Di questi tempi, quando una mobilità pubblica così integrata sia disponibile, viene presentata come qualcosa di innovativo se non di rivoluzionario; be’, a Regoledo era la norma già più di 120 anni fa!
Ma, come detto, nel 1960 tutto finì, guarda caso negli anni in cui vennero chiuse altre infrastrutture di trasporto pubblico su rotaia (penso alle ferrovie delle valli bergamasche, per non andare troppo lontano da Regoledo) che oggi avrebbero un potenziale a favore dei territori e del turismo enorme. Ma c’era il boom economico e agli italiani viepiù “benestanti” venne imposto il dominio dell’automobile, al quale peraltro si sottoposero volentieri (ancora oggi l’Italia è il paese con il tasso di motorizzazione più alto dell’Unione Europea); anche a Regoledo si poteva salire comodamente a bordo della propria auto e ciò fece trascurare il fatto che con la soppressione di quelle opere la collettività perdeva un patrimonio tecnologico, infrastrutturale e un’attrazione turistica che oggi, lo ribadisco, per mille motivi risulterebbe quasi inestimabile.
Per tutto ciò, essendo transitato di recente lungo quella tratta del Sentiero del Viandante e, pur conoscendo la storia della Funicolare, anche io non mi sono accorto subito di averla sotto i piedi passando sul ponte citato poco fa (ho notato il cartello esplicativo, per fortuna!), mi è spiaciuto parecchio constatare lo stato di totale abbandono del vallo lungo il quale correvano i binari, diventato una discarica di alberi abbattuti, rami crollati, pietre e materiale terroso franato dalle sponde, così come del viadotto che caratterizzata un altro tratto della linea (visibile in alcune delle immagini qui presenti), oggi totalmente avvolto dalla vegetazione e in stato di crescente degrado strutturale.
Ovviamente so bene che una manutenzione conservativa della linea della Funicolare sarebbe qualcosa di tanto costoso quanto inutile, visto che non avrebbe senso pensare di ripristinarne il servizio (nonostante l’attrattività internazionale del brand “Lago di Como” ma, d’altro canto, dovendo registrare lo svanimento nel tempo del richiamo turistico di Regoledo… sarebbe una bella utopia, insomma). Tuttavia, è veramente un peccato lasciare che ciò che resta di un autentico gioiello ingegneristico, per certi aspetti unico in Italia e forse in Europa, e della sua storia così peculiare per la riva lecchese del Lago di Como oltre che per quella del turismo sui laghi alpini italiani, vada totalmente alla malora trasformandosi viepiù in una moderna rovina archeologica dimenticata da tutti, destinata nel prossimo futuro a sparire completamente. Resta solo da sperare che almeno gli escursionisti in transito lungo il Sentiero del Viandante e sul ponte sotto il quale correvano le vetture della Funicolare ne possano serbare la memoria e immaginarne il fascino, d’antan eppure così avanguardistico.
N.B.: l’articolo che avete letto è stato redatto anche grazie alla seguente sitografia:
[Foto di Elsemargriet da Pixabay.]In Italia, nonostante l’aumento delle temperature, la fusione dei ghiacciai e una neve naturale che fatica ad arrivare, il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continua a sostenere il l’industria dello sci, lasciando alla riconversione dei vecchi impianti e alla destagionalizzazione del turismo solo briciole di risorse. Nonostante ciò, su Alpi e Appennini nel 2026 sono saliti a quota 273 gli impianti sciistici dismessi e a ben 247 il numero degli “edifici sospesi” censiti sino ad oggi e in stato di inutilizzo o abbandono. Si tratta di alberghi, residence, strutture turistiche e ricettive, complessi produttivi dismessi o sottoutilizzati che, come gli impianti sciistici chiusi, raccontano una montagna invernale in transizione che da un lato viene ancora sottoposta a modelli di fruizione obsoleti, decontestuali e ormai insostenibili mentre dall’altro si trova sempre più nella necessità di innovare la propria dimensione socioeconomica anche attraverso forme di frequentazione turistica più consone alla realtà corrente e al futuro prossimo dei territori montani coinvolti nonché delle loro comunità.
[Cliccate sull’immagine per scaricare il dossier in formato pdf.]A fare il punto della situazione nella quale oggi si trova la montagna italiana è il nuovo dossier “Nevediversa 2026” di Legambiente, presentato ieri 11 marzo a Milano, un documento ormai imprescindibile per monitorare lo stato di salute (o di sofferenza) delle Alpi e degli Appennini, il quale scatta una fotografia aggiornata sul censimento delle strutture sciistiche e ricettive in quota ai tempi della crisi climatica, ma anche sul futuro in bilico dei grandi eventi invernali come le Olimpiadi. Insieme ai dati, e nell’ottica della citata, necessaria transizione a un’economia turistica più sostenibile, il dossier raccoglie una serie di proposte per il futuro delle realtà montane che Legambiente compendia nel progetto della “Carovana dell’accoglienza montana”, che mette al centro le comunità locali e l’attività delle “Bandiere Verdi” dell’arco alpino, realtà premiate in questi anni da Legambiente con il prestigioso vessillo green, le cui proposte di ospitalità turistica investono su sostenibilità e innovazione rispondendo e adattandosi tanto alla crisi climatica in corso quanto alla dimensione sociale dei territori in cui operano. Una “Carovana” il cui Manifesto ne sintetizza le linee guida in dieci punti ciascuno dei quali rappresenta una proposta di visione e innovazione, ma pure di azione, in tal senso.
Necessità di innovazione che d’altro canto, come accennato, risulta evidente all’analisi dei dati sul “sistema neve” attuale, in particolar modo circa le infrastrutture turistiche ad esso legate che in questi anni hanno dovuto gettare la spugna. Il Piemonte si conferma la regione con il più alto numero di strutture sciistiche dismesse, ne conta 76, seguita dalla Lombardia (51). Invece le regioni che contano più “edifici sospesi” censiti sull’arco alpino sono Valle D’Aosta (36), Lombardia (31), e Piemonte (20), mentre sull’Appennino Toscana (19), Abruzzo (16), Marche (15) e Sicilia (15). A questi numeri, il report Nevediversa di Legambiente affianca a livello nazionale anche quelli dei 106 impianti sciistici chiusi temporaneamente, i 98 che operano in una condizione mista di “apertura e chiusura”; e poi i 231 impianti che ad oggi sopravvivono grazie ai fondi, i cosiddetti “casi di accanimento terapeutico”. Lombardia (63), Abruzzo (47) ed Emilia-Romagna (34) le regioni con più casi. Sono invece 169 i bacini per l’innevamento artificiale censiti nella Penisola, la maggior parte si concentra in Trentino-Alto- Adige, Lombardia e Piemonte.
[Cliccate sull’immagine per scaricare il dossier in formato pdf.]D’altronde, nell’analisi del turismo montano contemporaneo le evidenze climatiche ed ecologiche vanno di pari passo con le criticità economiche: in “NeveDiversa” sono riportati i dati di Eurac Research, i quali registrano una stagione nevosa che oggi dura 22–34 giorni in meno rispetto a 50 anni fa, con una contrazione di 10–20 giorni del periodo di copertura tra il 1982 e il 2020. Inoltre, si registra un calo superiore al 30% sia della profondità del manto nevoso sia dello SWE (Snow Water Equivalent), ovvero la quantità d’acqua immagazzinata nella neve e quindi la reale riserva idrica stagionale; sugli Appennini poi la presenza di neve è sempre più instabile, in maniera anche maggiore rispetto alle Alpi. Per ciò, inevitabilmente i dati sul turismo della neve sono col segno meno, complice il rincaro dei prezzi (altra variabile economica ormai ineludibile): l’Osservatorio Italiano del Turismo Montano (JFC), ha stimato per la stagione 2025-2026 un calo del 14,5% del numero degli sciatori giornalieri e una flessione del 3,9% del numero degli italiani che soggiornano su Alpi e Appennini – anche se restano comunque tanti, per un volume economico che supera i 12 miliardi di euro, di cui circa 6 miliardi nel settore dell’ospitalità.
Intanto in quota nascono sempre più strutture “Luna park della montagna”, ossia quelle attrazioni ludiche come piste tubing, bob estivo, eccetera, spesso integrate ai comprensori sciistici oppure che nascono in sostituzione di essi, che secondo Legambiente rappresentano forme di intrattenimento artificiale e di banalizzazione delle specificità montane con impatti non sempre sostenibili sull’ambiente montano e senza generare benefici reali per le comunità locali. Sono 28 quelle censite per la prima volta e inserite come nuova categoria nel dossier in una mappatura che naturalmente continuerà nei prossimi anni; di queste, la maggior parte si concentra in Lombardia (13 strutture) e in Toscana (7).
Un altro campanello d’allarme fatto risuonare da “Nevediversa” riguarda il futuro dei grandi eventi invernali a partire dalle Olimpiadi. In meno di trent’anni, secondo gli ultimi studi scientifici, si perderà l’affidabilità climatica del 44% delle sedi olimpiche. Il dato più critico riguarda i Giochi Paralimpici: programmati solitamente a marzo, vedranno sparire il 76% delle sedi idonee: solo 22 su 93 rimarranno utilizzabili. Per Legambiente è chiaro che questi eventi rappresentano ormai un modello in cui le gare dipendono pressoché da infrastrutture artificiali, in un ambiente montano sempre più fragile e imprevedibile. Il bilancio delle stesse Olimpiadi Milano Cortina 2026 non è dei migliori: tra ritardi, costi elevati, opere faraoniche, mancate promosse, un lascito pieno di perplessità su cui l’associazione ritiene fondamentale aprire un confronto e una discussione che coinvolga tutti i soggetti interessati, dalle comunità locali, le associazioni e le organizzazioni di categoria fino agli enti regionali e nazionali per una valutazione finale condivisa e utile per un futuro che prenda atto della crisi climatica.
Durante la presentazione di Milano alcuni interventi hanno approfondito temi e argomenti particolarmente emblematici offerti dal dossier, la cui disamina generale è stata affidata a Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente di Cipra Italia: Fabio Tullio ha fatto un focus sulle Olimpiadi di Milano-Cortina e la cosiddetta “legacy olimpica”, Luca Rota ha analizzato la realtà dello sci in Lombardia, i finanziamenti pubblici ad essa elargiti e il rapporto tra i comprensori sciistici e la demografia dei comuni che li ospitano, Maurizio Dematteis ha illustrato la “Carovana dell’accoglienza montana” e i dieci punti del suo manifesto, infine Eva Martínez-Picó ha portato una testimonianza di ciò che sta accadendo sui Pirenei in tema di sci, clima e turismo invernale.
A seguire, la tavola rotonda ottimamente condotta da Marco Albino Ferrari ha messo a confronto le considerazioni e le proposte di accademici, ambientalisti e rappresentanti della politica – tra i quali anche il lecchese Giacomo Zamperini nella sua veste di Presidente della Commissione speciale Valorizzazione e tutele dei territori montani (con il quale si è accennato anche alla realtà delle montagne lecchesi) – sul presente e il futuro delle Terre alte italiane. Al netto delle differenti visioni, è condivisa da tutti la necessità di una maggiore organicità degli interventi pubblici nei territori montani al fine di sostenere concretamente tutte le economie in grado di generare valore aggiunto negli ambiti locali, uscendo dalla logica monoculturale del “sistema neve” e dall’abitudine di rispondere alla complessità della montagna e dei suoi bisogni concreti con interventi a pioggia mirati a interventi singoli e sostanzialmente privi di un’autentica strategia progettuale mirata allo sviluppo organico e articolato dei territori. Strategia che invece la montagna ha assolutamente bisogno, insieme a una visione di lungo periodo che sappia elaborare la sua complessità valorizzandone realmente le innumerevoli potenzialità che sa offrire al contempo riconferendole un’adeguata centralità politica, e la conseguente rappresentatività, nel dibattito pubblico sul futuro del paese.
[Foto di ivabalk da Pixabay.]A concludere la presentazione di Milano, il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti ha rimarcato che «Il riscaldamento globale dimostra come la riduzione della neve sulle Alpi e gli Appennini non sia un fenomeno episodico. La crisi climatica, che ha visto un 2025 segnato da temperature record, genera anche impatti diretti sulla disponibilità idrica, sugli ecosistemi montani e sulle attività umane legate alla montagna. Servono più azioni di adattamento al clima ma occorre anche orientare politiche e investimenti verso modelli di turismo più sostenibili e resilienti, capaci di ridurre la vulnerabilità dei territori montani e di garantire condizioni di vita sostenibili nel lungo periodo. Con il report annuale “Nevediversa” ci facciamo portavoce di un dibattito pubblico e un confronto coinvolgendo cittadini, amministratori e comunità locali in una lettura condivisa della montagna che cambia e che non può più basarsi solo sul “sistema neve” che ancora oggi stimiamo dreni all’incirca il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano.»
[Il Cervino visto dalla Val d’Ayas. Foto di Alessandro Cantamessa, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Mentre ci si può felicitare per la sentenza del TAR che ha stoppato il progetto di una inutile e orribile strada nel bellissimo Vallone di Sea, in Piemonte, che ne avrebbe devastato il territorio incontaminato (ne ho scritto qui), un altro Vallone incontaminato e di bellezza alpestre assoluta, quello delle Cime Bianche in Valle d’Aosta, è sempre più a rischio di devastazione per il progetto di collegamento sciistico-funiviario sostenuto dalla Regione con il quale si vorrebbero unire i due comprensori sciistici di Cervinia-Zermatt e del Monterosa Ski. Quasi dieci chilometri di nuovi impianti dei quali più di quattro in area protetta (il Vallone delle Cime Bianche è Zona di Protezione Speciale della Rete Natura 2000), 16 piloni, opere accessorie, una portata complessiva di 1.400 passeggeri l’ora e un costo che supererà i 150 milioni di Euro per distruggere uno degli ultimi territori in quota non antropizzati delle Alpi valdostane e creare un comprensorio sciistico-monstre di 580 km complessivi.
Be’, forse nemmeno il più malvagio tra i cattivi dei film di James Bond arriverebbe a concepire una tale follia!
Che senso può avere un collegamento del genere? La risposta più obiettiva è nessuno, se non quello di un assurdo gioco al «ce-l’ho-più-grosso-io!» – il comprensorio sciistico, in primis, ma pure l’ego di chi lo vorrebbe imporre.
Cervinia-Zermatt e Monterosa Ski sono già oggi due dei più grandi skirama delle Alpi italiane, il primo con 380 km di piste e il secondo con 200 km, che non hanno alcun bisogno di ampliarsi ulteriormente perché non ne hanno bisogno i loro utenti, avendo a disposizione piste da sciare a sufficienza per giorni interi. Per giunta nessuno mai, nemmeno il campione olimpico di discesa libera, potrebbe partire dall’uno per sciare in maniera estesa sull’altro: avrebbe da percorrere quasi 70 km in andata e altrettanti al ritorno, con tutti i vari trasbordi sugli impianti di risalita: impossibile e d’altro canto, se anche fosse possibile, per cosa poi? Quale divertimento autentico ne trarrebbe? In verità si tratta soltanto di un’assurda, pretenziosa manifestazione di gigantismo bulimico-turistico completamente fuori dal tempo, che imporrebbe la devastazione di un’area naturale intatta e la spesa di una montagna di soldi solo per costruirci sopra un bieco marketing e per buttare in giro la voce di essere “uno dei comprensori più grandi del mondo”. A che pro, per quale motivo, a favore di chi? Veramente si può avere il coraggio di infrastrutturare una Zona di Protezione Speciale in alta montagna solo per soddisfare tali scriteriate mire commerciali?
[Un rendering della stazione di Cime Bianche Laghi, dove i nuovi impianti si connetterebbero a quelli del comprensorio di Cervinia. Sopra, una veduta invernale del Vallone delle Cime Bianche, immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.]«La soluzione scelta dalle società è considerata la migliore per il profilo tecnico e funzionale e quella con minori interferenze su habitat e fauna» sostiene l’assessore regionale valdostano ai Trasporti, secondo il quale «nella ZPS Natura 2000 la soluzione ipotizzata avrebbe quattro piloni». Eh già, perché quei “soli” quattro piloni – ma su più di quattro km di linea funiviaria, non dimentichiamolo – sorreggono il nulla, vero? Come se i funi, le cabine in transito, l’impatto acustico, l’impatto visivo, le opere ausiliarie all’impianto (pozzetti elettrici, strade per la manutenzione, eccetera) fossero fatti di aria. Una presa per i fondelli bella e buona, a mio modo di vedere. Avessero almeno il coraggio e l’onestà di dire che a loro dell’integrità ambientale e paesaggistica del Vallone delle Cime Bianche non importa nulla e che vogliono realizzare a qualunque costo le funivie progettate, ci farebbero una figura migliore cioè meno ipocrita.
[Una veduta estiva del Vallone delle Cime Bianche. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.]Ribadisco: questo è lo sci del «ce-l’ho-più-grosso-io!», una forma di prepotenza nei confronti delle montagne inammissibile e inaccettabile, basata su un’idea di turismo obsoleta e miope. Oltre che dispendiosissima, dato che oltre ai costi per la realizzazione già oggi se ne prevedono altri, per una gestione su nove mesi l’anno di apertura dei nuovi impianti, di 2 milioni 344 mila euro. Cifra prevista oggi, appunto, che chissà negli anni futuri di quanto aumenterà. Ma dunque, per purissimo senso della logica, a fronte di tutto ciò che avete letto fin qui, non costa moooolto meno lasciare intatto il Vallone delle Cime Bianche e semmai investire tutto quel denaro nell’ottimizzazione dei comprensori attuali, già così grandi e rinomati?
Il senso della logica, già. E quello del contesto, della misura, del limite… il buon senso, insomma. Quello che lassù, su quelle Alpi valdostane, sembra sia stato ormai sepolto sotto i plinti di cemento dei piloni delle funivie, insieme al più ordinario rispetto per le montagne.
[Sempre il Vallone delle Cime Bianche, sempre immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.]N.B.: ricordo sempre che continua la lotta degli amici di Varasc.it e del Comitato “Insieme per Cime Bianche” volta alla tutela del Vallone, per la salvaguardia del suo ambiente naturale d’alta quota e contro i progetti di sfruttamento turistico. Li trovate qui: https://www.varasc.it
Per contribuire con loro alla difesa del Vallone delle Cime Bianche:
La terza raccolta fondi “Insieme per Cime Bianche”, volta a sostenerne la tutela legale: https://sostieni.link/38356
[Immagine creata con Google Gemini AI.]Lo sci, gli impianti, la crisi climatica, la neve e le temperature che aumentano, il turismo in montagna e l’overtourism, la politica e i finanziamenti pubblici, i paradigmi da cambiare, la transizione ecologica e l’accoglienza sostenibile, lo spopolamento delle montagne, i grandi eventi, la legacy olimpica e le buone pratiche, gli errori da non compiere più e le idee da attuare al più presto a favore delle comunità…
C’è tutto questo e molto di più nell’edizione 2026 del dossier “Nevediversa”, uno strumento ormai indispensabile alla conoscenza dello stato dell’arte della montagna invernale italiana, nel bene e nel male, che viene presentato oggi a Milano. Visto il prestigio e l’importanza dei relatori invitati a partecipare (tra i quali inconcepibilmente ci sono anche io), magari se siete in zona potrete passare e così partecipare a vostra volta ai dibattiti che si articoleranno nel corso della mattinata.
Trovate ogni informazione utile al riguardo sulla locandina qui sotto (se ci cliccate sopra la scaricate in pdf) e anche a questo link: https://wp.me/p1E5a2-eMG.