Uomini, nei boschi comportatevi da bestie!

Nei boschi le bestie non sporcano ma gli uomini sì.
Si prega di comportarsi come le bestie.

(Anonimo, letta sulla pagina facebook di Sweet Mountains.)

Eh già. Quante volte si “glorificano” – giustamente e comprensibilmente, certo – quelli che vanno in montagna, che stanno all’aria aperta e non al chiuso dei centri commerciali, che apprezzano le bellezze naturali e paesaggistiche… Ma poi, andando per strade, mulattiere e sentieri in ambiente, è un frequente veder sul terreno carte, cartacce, fazzoletti, mozziconi di sigarette, rifiuti vari e assortiti

C’è qualcosa che non quadra, o sbaglio?

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René Magritte, MASI, Lugano

Maneggiare un pilastro assoluto e irrinunciabile dell’arte moderna come René Magritte, per qualsiasi centro espositivo, può essere tanto bello quanto pericoloso. Bello perché Magritte ha concepito opere tra le più affascinanti e popolari del Novecento, pericoloso perché, proprio per tale evidenza, cadere nel luogocomunismo delle solite mostre “block buster” è facilissimo.

Il MASI – Museo d’Arte della Svizzera Italiana di Lugano riesce nell’intento non semplice di offrire una mostra intrigante ma poco o nulla “solita”: vuoi per la sua stessa struttura museale e la relativa mission culturale, vuoi perché in questi anni l’istituzione svizzera si è contraddistinta per l’offerta di esposizioni mai banali e sempre basate su riflessioni “alternative” circa gli artisti proposti (si veda qui, ad esempio). Per Magritte il punto di partenza è una conferenza del 1938 che dà anche il titolo alla mostra luganese, La Ligne de vie, una delle poche occasioni pubbliche nella quale l’artista parlò di sé stesso e della propria ricerca artistica: da qui viene generato un percorso espositivo non basato sui capolavori “nazional-popolari” di Magritte (qualche lavoro dei più celebri è comunque presente) ma sull’intero sviluppo del suo lavoro artistico e della produzione conseguente, con le prime opere influenzate dal futurismo e dalla metafisica, quelle dei periodi fauvista e vache, alcuni bozzetti delle opere surrealiste più note (immancabile quello, in due versioni, per La Trahison des images, ovvero la celeberrima pipa con la scritta “Ceci n’est pas une pipe”) nonché – ed è forse la parte più insolita e interessante – molti lavori grafici che Magritte produsse per la pubblicità, il cinema, l’editoria. Lavori che lo stesso artista quasi rinnegò, in seguito, ma che oggi risultano estremamente interessanti per quanto riguarda la connessione e il dialogo del pensiero surrealista formulato da Magritte (messo in luce nei suoi punti cardine da alcune frasi/citazioni scritte lungo i muri dello spazio espositivo) con ambiti assai più reali o realisti, apparentemente assai meno nobili dell’arte, come appunto quelli legato al commercio e alla pubblicità. Una produzione “alternativa” e tuttavia ben in grado, similmente alle opere più famose, di comprovare la grandezza di uno dei più grandi e geniali artisti della storia recente.

Esposizione originale, insomma, ben corredata da un’ottima audioguida e capace nel complesso di soddisfare sia i fan più sfegatati di Magritte che gli appassionati di arte in cerca di cose meno ovvie e più “ragionate”. Plauso ennesimo al MASI, che si conferma luogo per l’arte tra i migliori a Sud delle Alpi ed ennesima eccellenza svizzera assolutamente fruibile dal pubblico italiano.

Il mondo di oggi nella matita appuntita (e pungente) di Quino

Joaquín Salvador Lavado Tejón, in arte Quino, è conosciuto ovunque e da tutti per essere il “padre” di Mafalda. Meno conosciute invece, proprio perché nascoste, per così dire, dalla grande popolarità della ragazzina terribile – e terribilmente sagace -, sono le tante altre sue tavole che in poche vignette, con pungentissimo humor e illuminante chiarezza (per di più senza nemmeno aver bisogno di dialoghi) riescono a illustrare alcune delle più controverse verità del mondo in cui viviamo.

Come la tavola qui sopra, dedicata al rapporto o, meglio, all’antinomia tra libertà e potere, o quella sottostante, che ancor meno abbisogna di commenti. Lavori, peraltro, anche di qualche lustro fa eppure sempre attualissimi. Drammaticamente attuali, per questo di gran valore e meritori di massima conoscenza, quella che nel mio piccolo sto cercando di agevolare ora, qui.

Sono solo “canzonette” (e sempre più!)

Sarà che sto diventando vecchio dunque acido (lo so, è una scusa sempre buona questa, un po’ come lo stress col quale giustificare tutto, dall’unghia rotta all’infarto fulminante), ma ogni volta che mi capita di fare zapping sui canali radio (si usa “zapping” anche per essi, poi?) imbattendomi in emittenti che trasmettono musica italiana, resto veramente basito dalla pochezza assoluta – artistica, tecnica, tematica e, oltre a ciò, culturale – di così tanti brani nostrani da classifica. Mi sembrano le canzoncine che un tempo si presentavano ai saggi scolastici delle medie o alle gare canore oratoriali, solo (e ovviamente) meglio arrangiate; tuttavia siamo a questi livelli, all’involuzione costante della già da tempo degradata “canzonetta” sanremese – il che è tutto dire. Il confronto con la musica commerciale straniera, che a sua volta spesso non eccelle in qualità artistica, è duro e deprimente: il brano italiano lo si riconosce fin dai primi secondi per la sua già palese (e palesata) banalità e se almeno, in molti casi, non partisse il cantato, forse si salverebbe pure… invece no, il cantato parte, e la suddetta banalità vira rapidamente in sconfinata insulsaggine. E il bello è che nel frattempo hanno pure inventato i “talent”! Se il risultato di cotanto talent è questo, beh… aridatece lo Zecchino d’Oro!

Insomma, che dire? Forse che, come ogni popolo ha i governanti che si merita, si merita pure certi cantanti? Evidentemente…

P.S.: certo, lo so bene che di artisti musicali di alta e altissima qualità ce ne sono parecchi, in Italia… Zu, Calibro 35, Aucan, Argine, Port-royal, Morkobot, Jennifer Gentle – solo per fare qualche nome. Ma, chissà come mai, spesso sono famosi più all’estero che qui. Al solito: nemo propheta in patria, e amen!