I selfie di nessuno

[Immagine generata con Google Gemini AI.]

Oltre che reiterare ancora una volta il processo di marchiatura, il selfie esprime un insopportabile bisogno di confermare la propria esistenza, di lasciare un documento di sé, una traccia del proprio heideggeriano esserci nel mondo (esserci alla piramide di Cheope, al Taj Mahal), un’ansia di rassicurarci sul fatto che la nostra esistenza non è una bufala, una fola di vento, ma che siamo davvero.

In questo significativo brano tratto dal suo fondamentale libro Il selfie dei mondo (Feltrinelli, 2017; il brano è a pagina 46), Marco d’Eramo esplica una realtà o un “principio” che, se ci pensate un attimo, può essere ben applicato a molte attrazioni che oggi “agghindano” gli ambiti della frequentazione turistica massificata. Penso ad esempio alle panchine giganti, ai ponti tibetani, alle passerelle panoramiche “mozzafiato” e alle altre similari amenità – peraltro tutte cose fatte apposta per i selfie, e viceversa (ma, per aspetti non così dissimili, penso anche a cabinovie, ciclovie, rifugi-gourmet, eccetera): elementi creati appositamente per farci esistere attraverso le “emozioni” che devono (devono, necessariamente) generare e che possiamo (dobbiamo) testimoniare con il nostro telefonino, per “essere” veramente e così sopperire alla crescente incapacità di relazionarci culturalmente con i luoghi nei quali siamo (voce del verbo “essere” e del verbo “stare”, guarda caso), di entrare a far parte del paesaggio locale in quanto mix di elementi naturali, presenza umana e reciproca interrelazione [1]. E se è del tutto naturale e legittimo il nostro costante tentativo di affermare di “esistere”, di “esserci” nel mondo, farlo in questo modo rischia di renderci vittime dell’effetto opposto.

In pratica, tra l’atto immateriale del selfie e le suddette opere ludico-ricreative nella sostanza non c’è differenza: sono entrambi manifestazioni di egoriferimento e di autoreferenza per le quali non conta l’immagine in sé (nel primo caso) o l’attrazione nel secondo, ma conta che ci consentano di palesarci, di affermare «Ehi, ci sono anche io!», di poterci credere veramente “esistenti” e, ribadisco, non attraverso le emozioni vissute ma la loro testimonianza socialmediatica. Infatti, ne ha scritto Marco d’Eramo nel suo libro, come nell’immagine contemporanea in forma di selfie non conta il luogo che si riprende ma noi che ce lo scattiamo, parimenti ai fruitori di panchine giganti, ponti tibetani, passerelle panoramiche eccetera non interessa veramente il paesaggio circostante ma essere sull’attrazione e testimoniarlo. Anche perché quei manufatti non servono affatto a mostrare e/o a rendere più comprensibile i paesaggi nei quali sono stati piazzati, che si coglierebbero e comprenderebbero benissimo anche senza di essi, anzi meglio dacché la visione non verrebbe disturbata dall’installazione metallica e da chi la fruisce in modi sovente futili (ma ciò perché è la stessa attrazione a richiederlo, non perché futili siano le persone che la fruiscono).

Ecco. Poi, da qui a far che il principio dissertato diventi valido anche per cose più grandi – cabinovie, ciclovie eccetera ma pure certe mete turistificate, i “borghi”, le «location»… – non ci passa molta strada. Nel turismo massificato che fa del selfie una delle sue ragioni d’essere fondamentali, tutto ciò che ha un quid di “spettacolare” o che giustifica (anche senza una logica) l’appellativo di “mozzafiato” o altri simili diventa funzionale al riguardo. Tuttavia, quando ciò accade, se tutto può servire a farci credere di essere vivi, probabilmente nulla riesce veramente a conseguire tale scopo. Alla fine crediamo di “essere” ma in realtà non siamo più nessuno.

[1] Convenzione Europea del Paesaggio: https://premiopaesaggio.cultura.gov.it/convenzione-europea-del-paesaggio/

 

Le funivie per “turisti” di una volta, le funivie per “clienti” di oggi

[Una delle cabine della funivia Campodolcino-Alpe Motta (Valle Spluga, Sondrio), attiva dal dicembre 1952 a metà anni Novanta. Portata: 140 persone all’ora. Foto mia, estate 2022.]
Ah, i “bei tempi andati” nei quali le funivie servivano per portare in cima alle montagne turisti e villeggianti, non clienti e consumatori come oggi! – penso nell’osservare queste due fotografie scattate qualche tempo fa.

Era meglio allora? No, non è detto – niente passatismi, ci mancherebbe. A quei tempi (che sono comunque “andati”, appunto) non c’era la tecnologia per fare di più: se ci fosse stata non è detto che sarebbero state realizzate funivie ben più capienti. Parimenti, il seme della massificazione turistica poi sviluppatasi grazie al boom economico dal dopoguerra in poi c’era già, in quella frequentazione montana d’antan che andava meccanizzandosi viepiù. Era piantato e stava germogliando, abbisognava solo di un poco ancora di “fertilizzante”, ecco.

Tuttavia, mi viene da ritenere, c’era ancora il contesto, allora. C’era la montagna in quanto tale, luogo geografico e culturale differente dalle città dunque da scoprire grazie a quelle prime funivie e, per questo, pagare un biglietto per goderne; oggi invece l’impressione frequente è che la montagna ci sia, nel turismo, in quanto bene da vendere all’ingrosso e, per ciò, pagare per consumarne il più possibile.

[La cabina superstite della funivia Torre de’ Busi-Valcava (Val San Martino, Bergamo) attiva tra il 1925 e il 1977, una delle prime d’Italia. Portata: 80 persone all’ora. Foto mia, dicembre 2022.]
Un dato fondamentale negli ski resort contemporanei, e puntualmente vantato dai loro gestori, è quello della portata oraria degli impianti di risalita, usato poi per giustificare l’ammontare in km delle piste e viceversa: mi pare la stessa logica dei sempre più grandi centri commerciali, per i quali la quantità di negozi ne giustifica l’estensione sempre maggiore, e viceversa – più metri quadrati a disposizione, più negozi per più clienti/consumatori. Più impianti e piste, più sciatori. E più skipass venduti: per i gestori dei comprensori una necessità inesorabile, visti i costi che devono sostenere. Ma le montagne sono ancora quelle delle funivie del secolo scorso da poche persone per cabina, non è che col tempo i loro versanti si siano ampliati: più se ne utilizza, della loro superficie, più ne appare evidente il consumo sia materiale – la parte assoggettata a piste e a terreno occupato dagli impianti, che immateriale, nell’ideale di sfruttamento alla base di tutto ciò. Anche questo è un aspetto da considerare inesorabile?

Non credo, per quanto mi riguarda. Vi è anche parecchio consumo di logica, non solo di suolo montano.

[Nell’immagine sopra: la funivia “Vanoise Express”, l’impianto di risalita sciistico più grande del mondo, con cabine a due piani da 200 persone. Foto di Florian Pépellin, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte  commons.wikimedia.org. Nell’immagine sotto: la nuova cabinovia trifune Alpe d’Huez-Les Deux Alpes, in funzione dal 2024 con una portata di 5.000 persone all’ora. Fonte dell’immagine: remontees-mecaniques.net.]
Già, forse non era meglio allora, quando per arrivare sulle piste, con le piccole cabine delle funivie a disposizione, ci si metteva ore per salire e ore per scendere, era una cosa normale – se oggi fosse così molti darebbero di matto. Ma probabilmente, temo, non va meglio oggi, quando salire a bordo di un mega impianto di risalita odierno e giungere sulle piste assomiglia sempre di più a utilizzare la metropolitana e arrivare in centro città, con tutto ciò che ne consegue. A due o tremila e più metri di quota. Cui prodest?