Il “teatro di guerra” dell’Ucraina

Sbaglierò (come sbaglierebbero in tanti, d’altronde), ma credo che non vi sarà alcuna guerra in Ucraina tra Russia e Occidente, perché è un conflitto che, nonostante le dichiarazioni bellicose di entrambe le parti, non conviene a nessuno. Quelli in corso sono soltanto dei “capricci”, con l’aggiunta di un po’ di bullaggine – soprattutto da parte russa – tra “leader” fautori di una geopolitica superficialmente infantile la cui base concreta è invece fatta da ben altro, in primis da equilibri economici che nessuno mai, oggi, si sognerebbe di infrangere con una guerra. Anzi: credo che il livello di tensione raggiunto negli ultimi giorni sia proprio la dimostrazione che nessuna delle parti pensi seriamente alla guerra, e ciò permette ad esse di spingere molto sulla messinscena bellicosa che tuttavia tale resta, senza andare oltre il palcoscenico delimitato da quegli equilibri citati, appunto.


Una guerra non conviene in primis proprio a chi sembra che la voglia più di altri, ovvero alla Russia e a Putin, nonostante la sua ossessione per l’Ucraina e per la rinascita dell’imperialismo geopolitico russo. La Russia resta cronicamente un colosso dai piedi d’argilla capitanata da un leader molto meno forte di quanto appaia (e venga creduto da molti suoi “fan” occidentali), e entrambi hanno bisogno di un’Europa il più possibile collaborativa ben più di quanto la Russia abbia bisogno della Cina, potenza assolutisticamente egocentrica anche nei rapporti con i suoi “alleati” più importanti e per questo del tutto inaffidabile in un ottica di coalizione nel senso più pieno del termine. D’altro canto non conviene nemmeno all’Occidente uno scontro bellico con la Russia, per giunta sul suolo europeo, e infatti ancor meno converrebbe all’Unione Europea, che a sua volta ha bisogno della Russia e delle sue forniture energetiche (ma pure d’una certa spalla geopolitica per molte delle attività comunitarie). Inoltre una guerra in Ucraina per conquistare il paese dall’una o dall’altra parte non sarebbe logica nemmeno dal punto di vista delle strategie geopolitiche, storicizzate su modus operandi che valgono da secoli e oggi parimenti: basta dare un occhio alla mappa politica del continente europeo per comprendere come l’Ucraina sia in una posizione perfetta per fare da cuscinetto tra i due blocchi, una condizione ideale per entrambi al fine di avere un territorio che separi i due confini evitando così attriti che in futuro, ma con ben altre condizioni, potrebbero sì generare problematiche belliche.

[Fonte dell’immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Stati_europei.png. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Anche il territorio della Bielorussia ha la stessa funzione di cuscinetto – e infatti la sua vicinanza politica con Mosca è molto meno solida di quanto appaia (solo un paio d’anni fa il potere di Minks era più filoeuropeo che filorusso – mentre le piccole repubbliche baltiche, pur poste in una similare posizione geografica e nonostante siano entrate da tempo nella NATO, risultano meno importanti e necessarie al riguardo, avendo peraltro anche l’affaccio sul Mar Baltico che ne riduce l’importanza strategica. A tal proposito, non è un caso che la Finlandia, paese senza dubbio legato all’Occidente e da sempre piuttosto ostile (soprattutto culturalmente e ciò per motivazioni storiche) nei confronti della Russia, non sia nella NATO stessa, a suo modo “accettando” di rappresentare un ulteriore territorio-cuscinetto tra le due parti.

[I paesi NATO con le date di adesione all’alleanza. Immagine di Patrickneil, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4794601.]
E come non pensare poi che Putin, personaggio debole ma ambiguo e circondato da consiglieri certamente ben più scaltri, non stia pungolando l’Occidente e soprattutto gli USA proprio minacciando quell’Ucraina con la quale la famiglia Biden ha intessuto rapporti d’affari e che ha già dato qualche grattacapo – d’immagine, più che altro, ma certamente fastidiosi – al suo entourage? D’altro canto la dimostrazione di forza russa serve anche a Putin per sviare l’attenzione della stampa dai numerosi problemi interni e da un malcontento diffuso che deriva dalla carenza cronica di consenso di cui soffre da tempo – palesata anche dai precari risultati della gestione dell’emergenza Covid nel paese, secondo molti una conseguenza, tra altre cose, dalla scarsa fiducia nel potere da parte di tanti russi.

Infine: quando mai s’è vista un’invasione militare di un paese straniero, ovvero un’azione che basa molto della sua riuscita sulla sorpresa e sulla rapidità d’intervento, che da settimane viene preparata sotto gli occhi del mondo intero? Sembra il classico caso dell’aspirante suicida che in verità non si vuole affatto ammazzare e dal cornicione del palazzo sul quale è salito si mette a urlare per ore «Mi butto! Ehi, avete capito? Mi sto buttando! Ora lo faccio! Ehi, laggiù, mi avete capito? Conto fino a tre… no, magari a dieci, ehm…» finché qualcuno gli dà l’attenzione che desidera e lo fa scendere soddisfatto. Ciò che è accaduto nel Donbass è stata solo una “scaramuccia” regionale, che ha cagionato molti danni in loco ma praticamente nessun effetto altrove e, risaputamente, per “conquistare” un paese oggi esistono pure altri metodi, che non contemplano l’uso di armi da fuoco ma d’altro tipo, mediatico e d’intelligence ad esempio, che sovente risultano assai più efficaci, molto meno palesi (dunque più difficili da controbattere) e senza dubbio meno dispendiose.

Insomma: si alzano le voci, si lanciano proclami “duri”, si mostrano i muscoli ma ciascuno, ribadisco, stando fermo sui propri palcoscenici ben illuminati dai media, mentre al di fuori dei riflettori la giostra continua come prima, senza sostanziali cambiamenti. La geopolitica contemporanea è questo, in effetti, soprattutto in quelle parti del mondo ove siano attivi e sostanzialmente consolidati equilibri e assetti economico-strategici la cui rottura creerebbe macerie ben più terribili di quelle generate da bombe e proiettili. Dunque per ora l’Europa non ha granché da temere, al riguardo: può osservare con sguardo un po’ bieco ma pure svagato i “grandi leader” giocare coi propri soldatini, come bambinoni gradassi che continueranno così fino al prossimo divertente (per loro) wargame.

Erna, l’utopia della “città dello sci” ai piedi del Resegone

Sopra la città di Lecco, sostenuta dalle bastionate calcaree dell’omonimo Pizzo e ai piedi delle creste sommitali del Monte Resegone, si trova la bellissima località dei Piani d’Erna, frequentatissima in tutte le stagioni grazie alla facilità di accesso su sentiero e, ancor più, per la presenza di una funivia che la raggiunge partendo dai sobborghi collinari di Lecco. In verità di “piano” i Piani d’Erna non hanno molto, presentandosi come un’ampia conca prativa circondata da boschi i cui pendii in passato, stante proprio la vicinanza alla città, hanno rappresentato i campi sciistici per eccellenza dei lecchesi: bastava un breve viaggio in auto o coi mezzi pubblici, la rapida salita in funivia e in una manciata di minuti dal centro cittadino si era sulla neve, sci ai piedi.

[I Piani d’Erna oggi. Immagine tratta da www.orobie.it.]
[Un’altra immagine dei Piani d’Erna oggi, tratta da www.eccolecco.it.]
Queste caratteristiche particolari hanno fatto sì che tempo fa ai Piani d’Erna non si mirasse solo a creare una “normale” stazione sciistica: negli anni Sessanta del secolo scorso – periodo, inutile rimarcarlo, nel quale il boom economico e industriale faceva pensare che nulla fosse impossibile – qualcuno pensò un progetto tanto grandioso quanto utopico e assurdo ma del tutto emblematico riguardo i meccanismi di pensiero e d’azione che hanno sviluppato il turismo sciistico dalla seconda metà del Novecento in poi. Meccanismi che poi il tempo e la realtà (non solo quella climatica) hanno spesso rivelato come fallimentari e deleteri per la montagna, ma che incredibilmente ancora oggi, e non di rado, in certi luoghi si vorrebbe riproporre e perseguire: come se il mondo fosse ancora quello, come se il tempo si fosse fermato o se non si volesse capire (consapevolmente o no) come stanno realmente le cose, nel presente e ancor più nel prossimo futuro.

[La funivia per i Piani d’Erna in un’immagine di fine anni Sessanta.]
La storia del folle progetto sciistico dei Piani d’Erna l’ho rapidamente riassunta in un capitoletto dedicato sul libro Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone che ho scritto e curato nel 2015 per la Sezione CAI di Calolziocorte. Ve lo propongo di seguito, aggiungendo che nel giugno 2020 i rottami degli skilift che erano stati installati sui pendii dei Piani d’Erna, chiusi fin dal 2005, sono stati smantellati e riportati a valle, donando nuovamente al luogo la bellezza e il fascino originari e così preziosi.

L’apertura della funivia che collega Versasio ai Piani d’Erna, nel 1965, nonché gli skilift che per qualche decennio hanno lassù animato i mesi invernali, sono in verità solo una parte di un progetto ben più grande, e francamente utopico, che formularono intorno al 1960 alcuni imprenditori lecchesi, con in testa Angelo Beretta, proprietario della nota ditta di caldaie, e l’ingegner Riva. In effetti Erna era molto frequentata dai lecchesi già prima della Seconda Guerra Mondiale, poi il conflitto e il difficile periodo susseguente fece scemare parecchio quella frequentazione. Beretta e Riva, insieme ad altri professionisti lecchesi, decisero di rilanciare la località e di farlo alla grande seppur con intendimenti in qualche modo avanzati, di sentore contemporaneo: rifiutarono ad esempio la costruzione di una strada carrozzabile, troppo costosa e, soprattutto, tremendamente impattante per quell’angolo montano così piacevolmente integro. Optarono dunque per la funivia, mezzo di trasporto sicuramente più ecologico; in teoria il progetto prevedeva un ulteriore tratto che giungesse fino alla vetta del Resegone, per la cui mancata realizzazione probabilmente oggi non possiamo che essere felici. Ma c’era molto di più: nelle idee della SPER, la società che venne costituita ad hoc per la gestione dei vari interventi, Erna doveva diventare una vera e propria città satellite di Lecco in quota, al fine di attirare il maggior numero possibile di turisti anche da lontano. L’architetto milanese Gianfranco Gelatti Mach de Palmstein venne incaricato di stendere un piano urbanistico per l’edificazione sui terreni, nel frattempo lottizzati di case, alcuni alberghi, una scuola, attrezzature sportive varie, una chiesa, un eliporto e addirittura un piccolo ospedale. Nel complesso la città satellite di Erna avrebbe dovuto constare di sei piccoli quartieri: Funivia, Bocchetta, Romini, Laghetto, Teggia e Ospitale, collegati da un’arteria principale e da una fitta rete di percorsi pedonali. Era un progetto che sotto certi aspetti ricorda nel principio quello di Consonno, scaturente da una visione del progresso urbano tipica di quegli anni di intenso boom economico nei quali pareva che pure le idee più difficili potessero divenire realtà.
Ma le prime difficoltà di realizzazione sorsero presto; solo alcune case vennero edificate (facilmente riconoscibili dal fatto di essere quelle dal disegno architettonico più moderno, lassù) insieme a qualche semplice struttura sportiva, poi nel 1993 la SPER fallì e ci si misero pure i cambiamenti climatici, che resero la neve a Erna una cosa assai rara. Così, il visionario progetto di Erna, la città dello sci a pochi minuti dal centro di Lecco, tornò nel fumoso regno delle utopie irrealizzate. Giudicate voi se sia stato meglio così, oppure no. Di certo l’amenità dei Piani d’Erna, con quel meraviglioso e imponente sfondo delle punte del Resegone appena al di sopra dei suoi verdi prati, resta comunque grande.

Porto Piccolo, danno grande

Navigando sul web mi sono causalmente imbattuto nelle immagini di Porto Piccolo, lussuoso resort turistico di recentissima edificazione nella baia di Sistiana vicino Duino, Trieste. Qui sopra e di seguito potete osservare qualche immagine di tale “neo-località”.

Ne ho letto un po’ in giro, al riguardo: va bene che l’intervento edilizio ha recuperato una vecchia cava di marmo abbandonata da tempo, va bene che, a quanto se ne scrive, è stato realizzato con particolare attenzione all’ecosostenibilità o che ogni punto del “borgo” è pienamente accessibile da chiunque… fatto sta che, tali doti a parte, a me pare esteticamente e paesaggisticamente terribile.

Terribile, sì.

Una compatta colata di cemento che dal bordo superiore della conca scende fino al mare, composta da edifici in finto-rustico tradizionale i quali, come purtroppo spesso accade in questi casi, più che riprendere lo stile architettonico autoctono paiono scimmiottarlo, uniti ad altri dal design di una sciattezza sconcertante, il tutto nell’intento di creare «un elegante connubio tra moderno e tradizionale in simbiosi con la natura che lo circonda» che invece a me sembra solo la creazione di un ennesimo e banalizzante nonluogo.

Per giunta proprio accanto a una riserva naturale – quella regionale delle Falesie di Duino, «il gioiello del Golfo di Trieste», come riporta il sito della riserva, accanto alle cui meravigliose scogliere di calcare vecchio di 100 milioni di anni, ricche di fenomeni carsici, ora compare un’antropica “costa” di cemento ricca invece di attualissima, sconcertante insensibilità paesaggistica.

D’altro canto è ormai risaputo che del paesaggio – quello “vero”, cioè inteso nell’accezione corretta del termine – sovente interessa poco o nulla proprio a coloro i quali dovrebbe interessare di più: ed è una “punizione”, questa, ingiustificatamente imposta al territorio italiano ormai da troppo tempo che sarebbe da eliminare al più presto, parimenti all’incuria culturale che ne è fonte.

 

Mollino in vetta, comunque

[Immagine tratta da sbandiu.com. Cliccateci sopra per leggere Carlo Mollino, il ragazzaccio, di Luigi Prestinenza Puglisi, da artribune.com.]
Carlo Mollino è tra le figure più leggendarie e iconiche – seppur non così conosciute dal grandissimo pubblico – del Novecento italiano, tant’è che le sue attività di architetto, designer, fotografo, aviatore, sciatore (e molto altro) sono oggetto di frequenti e multiformi omaggi: l’ultimo, peraltro molto originale e evocativo, è Mollino/Insides, la cui esposizione chiuderà proprio domani, 4 luglio, alla Collezione Maramotti di Modena.

In particolare, sul Mollino architetto ha dissertato il bellissimo libro di Luciano Bolzoni, Carlo Mollino. Architetto, del quale ho scritto qui sul blog; in esso tra le tante cose sul tema viene messo in evidenza come, a fronte della gran mole di progetti sovente innovativi prodotta e altrettanto spesso lodata, relativamente pochi sono poi stati gli edifici effettivamente realizzati.

D’altro canto quando si è al cospetto di certi grandi creativi, la loro importanza, la genialità e la visionarietà, cioè la dote di vedere, immaginare e inventare cose invisibili per quasi tutti gli altri nel proprio tempo, prima o poi tornano a manifestarsi, in modi più o meno diretti. Ecco dunque che uno dei progetti di Mollino non realizzati, la stazione di arrivo dell’arditissima funivia del Furggen sulla vetta dell’omonima montagna, sopra Cervinia – che senza dubbio sarebbe stato il più spettacolare non solo dei suoi progetti ma per l’intera architettura/ingegneria di quegli anni (siamo ad inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso) e del quale venne edificato il solo basamento in cemento armato per consentire il servizio della funivia…

[Immagini/rendering tratte da carlomollinofurggen.blogspot.com.]
…lo si può ampiamente ritrovare oggi, a sessant’anni dal progetto molliniano, nella realizzazione della stazione di arrivo di un’altra ardita funivia, quella che raggiunge la vetta della Zugspitze, massima elevazione della Germania:

È parecchio sorprendente, in effetti, constatare la grande somiglianza concettuale, progettuale e realizzativa in generale dei due edifici, e viene difficile non pensare che i progettisti dell’opera sulla Zugspitze non conoscessero i disegni del Furggen di Mollino e non se ne siano fatti ispirare, a loro modo mettendo in pratica – anche grazie alla tecnologia odierna che Mollino non ebbe a disposizione – l’idea geniale e l’intraprendenza futuristica (che appare tale ancora oggi, a ben vedere) dell’architetto torinese.

Come sostenevo poc’anzi, l’autentica genialità supera il tempo e le cose terrene, facendosi retaggio culturale anche senza l’originale compimento per come il proprio concetto di fondo sia talmente potente e illuminante. E parimenti facendosi omaggio e celebrazione – indiretto ma nemmeno così tanto, ribadisco – di un personaggio così perennemente stimolante come Carlo Mollino. Un’icona intramontabile, senza dubbio.

Land (&) Art #3

Sopra: Lucio Fontana, Concetto Spaziale. Attese, 1965. Fonte: immagine presente in molti siti web.

Sotto: Furgggletscher, Canton Vallese, Svizzera. Fonte: Google Maps.

Per saperne e capirne di più, su queste immagini che vi propongo, cliccate qui.