“Le Nostre Montagne”, un grande successo: e i monti della Val San Martino tornano a risplendere e sorprendere!

Il grande Walter Bonatti, in un celebre passaggio di uno dei suoi libri, affermò che “Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi” riassumendo in poche ed efficaci parole il senso del particolare legame che unisce la montagna con le genti che la vivono e abitano. E se salire sui monti ha rappresentato negli ultimi 150 anni una pratica soprattutto ludico-ricreativa, da secoli l’ascendere le montagne è stata per gli uomini un’attività di scoperta, di sussistenza, di sopravvivenza, di godimento delle risorse naturali ma anche di connessione culturale, a volte di matrice spirituale, con quelle terre che si elevavano al di sopra delle pianure in senso tanto orografico quanto metaforico.
Tutto ciò ha assunto un particolare valore per un territorio montuoso proteso come pochi altri verso le pianure iperantropizzate e le loro grandi città ma al contempo capace di offrire ampi spazi di “montanità” genuina, a volte pure selvaggia: le montagne della Val San Martino, una valle aperta verso il piano di Brianza, del milanese e della bergamasca eppure assolutamente montana: non solo per l’altitudine dei suoi territori, anche per la cultura peculiare, le tradizioni, i saperi storici e, appunto, per il legame identitario delle sue genti con i propri monti.

Della storia delle montagne di questa porzione prealpina lombarda narra il nuovo quaderno edito dall’Ecomuseo Val San Martino, firmato di Ruggero Meles e significativamente intitolato Le Nostre Montagne, proprio a segnalare fin dal titolo quel secolare e profondo legame culturale al quale prima si è fatto cenno.
Il quaderno è stato presentato sabato 2 dicembre presso il Monastero di Santa Maria del Lavello, a Calolziocorte (Lecco), nell’ambito di un convegno dal titolo omonimo dedicato all’approfondimento ulteriore delle tematiche culturali (e turistiche) relative ai monti valsanmartinesi riportate da Meles nel volume, il quale ha visto un notevole e per certi versi sorprendente successo di pubblico, con la sala conferenze del Monastero gremita e numerosi presenti costretti a restare in piedi. Successo sorprendente e assai gratificante: certamente per gli organizzatori dell’evento e per i relatori ma, viene da dire, pure per le stesse montagne della Val San Martino, le quali hanno dimostrato (e dimostrano) in tal modo tutto il loro fascino, l’attrattiva e il potenziale valore turistico che possiedono.

Fabio Bonaiti, coordinatore dell’Ecomuseo Val San Martino, ha aperto il convegno introducendo il pubblico alla conoscenza della “forma” e della “sostanza” dell’istituzione supportata dalla Comunità Montana Lario Orientale Val San Martino: istituzione forse non ancora così ben conosciuta e compiutamente compresa da molti eppure di importanza a dir poco fondamentale, oggi, in quanto unico soggetto deputato allo studio, alla salvaguardia e alla conoscenza delle numerose emergenze della valle, buona parte delle quali situate proprio nella fascia montana, e per questo riferimento ideale di ogni attività materiale e immateriale che operi a favore della valorizzazione turistico-culturale del territorio valsanmartinese nonché della particolare identità della valle, storicamente “aperta” in qualità di terra di confine da secoli e di contro assai radicata ai suoi monti e al grande patrimonio culturale che custodiscono, in certi casi di eccezionale peculiarità.

Quindi Ruggero Meles ha – per così dire – “raccontato il suo racconto” dei monti della Val San Martino presente in Le Nostre Montagne, il quaderno ecomuseale principale protagonista del convegno nella sua prima uscita pubblica del quale è l’autore. Un racconto ampio, poliedrico, dinamico nello spazio e lungo il tempo durante il quale si è intessuto il profondo legame delle genti valsanmartinesi con le loro montagne; e un racconto che senza dubbio potrebbe occupare, se steso con la massima profusione narrativa, numerosi tomi, ma che Meles ha saputo mirabilmente compendiare nel quaderno senza tuttavia non togliere nulla alla messe di dettagli, alle storie, ai personaggi e alle relative vicende umane, alle nozioni geografiche e culturali, alle suggestioni turistiche nonché alla narrazione della grande bellezza di queste montagne, così ricche di tesori d’ogni sorta e così meritevoli di massima conoscenza da parte del più vasto pubblico: una conoscenza che indubbiamente il nuovo quaderno contribuirà ad accrescere e ad approfondire. Senza dimenticare, peraltro, che i monti di Val San Martino rappresentano la parte meridionale della spettacolare DOL, la Dorsale Orobica Lecchese, percorsa dall’ultimo Viaggio sulle Orobie organizzato dalla rivista Orobie e coordinato proprio da Meles, ulteriore momento fondamentale alla riscoperta e alla valorizzazione di questi monti e dei loro meravigliosi itinerari in quota.

Il nuovo quaderno ecomuseale, nel suo compito di narrazione delle montagne della Val San Martino, si affianca ad altri importanti ausili di conoscenza culturale che negli anni scorsi hanno ritratto l’intero territorio della valle: le carte dei sentieri realizzate da un attivissimo gruppo di lavoro composto da appassionati ed esperti dei monti in questione e supportato da Ingenia Cartoguide, uno dei più importanti editori cartografici italiani. Patrizio Rigodanza, patron di Ingenia, ha esposto ai presenti l’evoluzione storica delle mappe geografiche, dai primi graffiti preistorici raffiguranti i territori di caccia degli uomini del tempo fino alle tecnologie satellitari contemporanee, evidenziando tuttavia come ancora oggi, nonostante il web, le mappe on line, i navigatori e ogni altra meraviglia (o diavoleria) digitale, pure l’uomo del XXI secolo non possa rinunciare alle prerogative di lettura del territorio che solo una carta geografica può fornire, fornendo essa al contempo i riferimenti più immediati e importanti per permetterci di “ritrovarci” nel mondo che ci circonda: in fondo, dalla geografia scaturisce pure l’antropologia, e una buona carta – pur se avente scopi escursionistici e turistici: quelle prodotte da Ingenia, per inciso, sono considerate tra le migliori sul mercato in senso assoluto – tale correlazione la può dimostrare perfettamente.

Luca Rota, (ri)partendo dagli interventi precedenti e seguendo un “sentiero” dissertatorio assolutamente logico e costantemente riferito alla realtà montana valsanmartinese, ha raccontato al pubblico come grazie al quaderno ecomuseale e alle carte dei sentieri, nonché alle molteplici iniziative di valorizzazione del territorio, si possa – anzi, si debba – non solo riattivare (o rinnovare) la conoscenza culturale del territorio stesso ma pure conseguire una approfondita coscienza di luogo: una consapevolezza strutturata che partendo dalla conoscenza geografica (la rappresentazione cartografica) e dalla cognizione della sua storia e delle peculiarità fondamentali (la narrazione scritta del quaderno), possa rinvigorire l’identità culturale del territorio facendone il motore della più redditizia valorizzazione turistica, da un lato, e della salvaguardia della sua bellezza dall’altro. La montagna vive quando l’uomo vive su di essa e la rende vitale attraverso un’adeguata gestione e una sostenibile valorizzazione: per questo il quaderno ecomuseale, insieme alle carte geografiche, rappresenta un ausilio culturale fondamentale per il turista ma pure, se non soprattutto, per i locali, i quali devono essere i primi a conoscere le proprie montagne al fine di custodirle e promuoverle al meglio.

L’intervento finale del convegno, ma certo bisogna dire l’ultimo ma non ultimo per il suo significato materiale, è stato condotto da Demetrio Perucchini, il quale ha introdotto i presenti alla conoscenza di uno dei più significativi interventi di concreta riscoperta dei monti della Val San Martino, e peraltro di una delle zone di essi meno conosciuta: la costiera Ocone-Camozzera. Qui da qualche mese sono stati aperti due nuovi itinerari di salita alla vetta del Monte Ocone: un sentiero attrezzato, per escursionisti esperti ma accessibile ai più, e una via ferrata tanto ostica quanto spettacolare, che hanno veramente attivato l’attenzione di un vasto pubblico di appassionati di montagna su un versante montuoso apparentemente privo di interesse ma che invece si è rivelato ricco di potenzialità e di selvaggia bellezza, oltre che di panorami e di visuali sulle montagne orobiche e lecchesi a dir poco sensazionali. Un esempio di concreta valorizzazione del territorio, appunto, realizzato in modo per nulla invasivo e totalmente ecosostenibile, attorno al quale si è sviluppata una “sotto-zona” escursionistica che ha pure riportato alla luce (letteralmente) la secolare presenza dell’uomo pure su tali versanti così apparentemente “difficili”, ad esempio con la riscoperta dell’antica mulattiera che dal Passo del Pertüs (o degli Spagnoli) scendeva verso Valsecca in Valle Imagna, della quale si era persa traccia per lungo tempo.

A dare ancor maggiore lustro al convegno è stata la presenza di Paolo Confalonieri, neodirettore di Orobie alla sua prima uscita pubblica con tale incarico, il quale ha rimarcato il grande e proficuo fervore attorno alla DOL scaturito dal citato ultimo Viaggio sulle Orobie nonché la costante attenzione e il supporto della rivista riguardo i monti della Val San Martino, la loro bellezza, le meravigliose peculiarità paesaggistiche e culturali che offrono e le tante affascinanti storie che sanno narrare e offrire al pubblico – dei lettori e, ovviamente ancor più, dei turisti e degli escursionisti.

Gli “onori di casa” finali sono stati espressi da Carlo Greppi, Presidente della Comunità Montana Lario Orientale Val San Martino, che ha sottolineato il grande valore del convegno e il successo del suo compito primario: ridare il giusto valore alle montagne locali, piccolo/grande paradiso prealpino di rara bellezza e insuperabile fascino che merita di essere conosciuto da chiunque – anche perché chiunque transiti da questa zona d’Italia basta che sollevi gli occhi verso l’alto e, inevitabilmente, scorgerà il profilo dei monti di Val San Martino. Da tale semplice azione visiva al dare nuovo valore a quell’affermazione di Walter Bonatti, con cui si è aperto il presente scritto, ci vuole veramente poco: basta la voglia di sorprendersi, ovvero di conoscere un territorio montano straordinario, tra i più belli dell’intera cerchia alpina. Da oggi, grazie a Le Nostre Montagne, sarà una (ri)scoperta ancora più semplice e affascinante.

(Le foto del convegno sono © Giorgio Toneatto.)

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Se sul futuro della montagna i bambini imparano mentre gli adulti vaneggiano…

(Articolo pubblicato su altavita.com il 20/11/2017):

In tempi di sempre più profondi cambiamenti climatici, di imminente estinzione dei ghiacciai alpini (la principale riserva di acqua potabile a nostra disposizione, è bene ricordarlo), di palesi gravi problemi di siccità, e posto lo stato di fatto del mercato turistico invernale attuale, credere di poter rilanciare stazioni sciistiche (in passato già fallite, peraltro) attraverso nuovi impianti di innevamento artificiale è un po’ come affannarsi a nuotare in una piscina priva di acqua sperando di riuscire ad arrivare dalla parte opposta prima di sfinirsi inevitabilmente per l’inutile sforzo. La prova di una dissennatezza profonda nonché d’una grande mancanza di cultura, insomma.

Veramente c’è da riporre ben poca fiducia in siffatti amministratori pubblici, membri di una fin troppo numerosa fazione alla quale evidentemente nulla interessa del proprio territorio e della sua autentica salvaguardia e tutto interessa di propri personali tornaconti – ovvero, in alternativa a ciò, ai quali amministratori pubblici la testa non deve più tanto funzionare bene da parecchio tempo, ormai.

E veramente, di contro, c’è da porre la massima fiducia (e l’altrettanta speranza) in una nuova generazione di cittadini-montanari civicamente consapevoli dell’importanza, del valore e delle potenzialità dei propri monti sui quali, sia chiaro, si potrà pure praticare lo sci su pista ma solo in modo totalmente sostenibile, sia ambientalmente che economicamente, ma in primis ove possano finalmente nascere nuove (o rinnovate) forme di turismo in virtuosa armonia con l’ambiente montano le quali, se ben concepite e messe in atto, saranno senza alcun dubbio ben più remunerative di quelle fino ad oggi praticate e stoltamente perseverate. Con l’aggiunta di avere una montagna nuovamente e veramente viva, vitale, salvaguardata e valorizzata al meglio, e non il solito, vile e dannoso divertimentificio alpino: quello che la montagna la svilisce, la soffoca e, inesorabilmente, la uccide.

P.S.: ennesimo grazie a Michele Comi, che sulla propria pagina facebook ha pubblicato i due articoli ripresi nell’immagine in testa al presente post, rimarcandone la sconcertante contraddizione.

Lo “sciatore” cadaverico e i “dottori” killer

(Articolo pubblicato il 04/11/17 su altavita.com)

Escavazione di nuove piste sciistiche a Caspoggio (Valmalenco, Sondrio), poco oltre i 1.000 metri di quota.

“Il salvataggio dello sci agonizzante (in questo caso morto e sepolto) può passare attraverso la realizzazione di nuove piste poco sopra i 1000 metri di quota?”

Così si chiede Michele Comi, guida alpina valtellinese tra le più preparate e sensibili in senso generale sulla montagna, sulla propria pagina facebook. Per chiunque abbia buon senso, tale domanda è ovviamente retorica e la risposta scontata. Purtroppo non è così per ancora troppi politici e amministratori locali: una nuova pioggia di soldi pubblici arriva dalla Regione Lombardia sulle imprese dello sci su pista (per gran parte in situazione di default imminente e inevitabile) in spregio a qualsiasi valutazione sulla realtà climatica ed economica attuale della montagna nonché, appunto, di qualsiasi buon senso, e senza alcun cenno ad una volontà di ripensare il settore (se non con vaghi accenni evidentemente funzionali a fare da specchietto delle allodole per i più ingenui), proprio per salvare il salvabile, ove sia ragionevole, e modificare le strategie per tutto il resto. Non è una questione di “criminalizzare” le imprese dello sci su pista, sia chiaro, ma di mera (e fondamentale) comprensione della realtà e di minima visione del futuro basata sulla più ordinaria e assennata logica. Qualcosa di assolutamente “normale” in una situazione (climatica ed economica) sempre più anormale, mentre si continua a pretendere di imporre soluzioni totalmente anormali spacciandole come fossero la normalità. Con soldi pubblici a vantaggio di privati, peraltro: altra evidente anormalità.

In questo modo, io credo, la montagna non la si aiuta affatto, anzi: semmai così la si sfinisce ancor più subdolamente e letalmente.

Ma quanto sono alte veramente, le montagne? (Un mio articolo su “Orobie” di settembre)

L’altimetria, ovvero la determinazione della corretta altitudine delle vette montuose, è una disciplina che fin dalle sue origini ha suscitato tanto interesse quanto discussioni e controversie. Nata per esigenze politico-militari, la scienza altimetrica si è evoluta di paro passo con lo sviluppo della topografia, e le vette alpine hanno rappresentato un ambito ideale per le relative sperimentazioni, anche in forza della visione scientifica di matrice illuministica che sovente ispirava i primi conquistatori delle cime delle Alpi. Le misurazioni originarie, compiute con i sistemi ottici, trigonometrici e barometrici concepiti allo scopo e inesorabilmente soggette a numerose variabili ambientali, dunque a risultati controvertibili o errati, confluirono poi nella cartografia dell’Istituto Geografico Militare, che dalla metà dell’Ottocento ha unificato i precedenti rilievi topografici diventando il cartiglio geografico nazionale di riferimento, tuttavia in tal modo “ufficializzando” pure alcune rilevazioni altimetriche (e tonopomastiche) inesatte le quali, dunque, si trascinano fino ai giorni nostri […]

Sul numero 324 – settembre 2017 della rivista Orobie, nelle pagine dedicate al bellissimo itinerario che percorre la cresta Sud del Resegone, potete leggere un mio articolo (breve ma spero suggestivo) in tema di altimetria e quote dei monti, al quale il testo che avete appena letto fa da incipit: una questione all’apparenza di poco conto, anche per gli stessi appassionati di montagna e alpinismo, ma la cui storia rivela episodi sovente singolari e curiosi. In effetti ancora oggi, nel nostro mondo iper-tecnologico nel quale sembra che ogni cosa possa essere svelata e conosciuta fin nei minimi termini, un dato tutto sommato macroscopico come la quota dei monti – per motivi vari ai quali rapidamente accenno nell’articolo – non è così scontato…

Orobie ovviamente la trovate in tutte le edicole, se già non ne siete abbonati. Cliccate sull’immagine della copertina, lì sopra, per saperne di più… e buona lettura!

P.S.: ringrazio di cuore la redazione della rivista e in particolare Massimo Sonzogni per avermi concesso questa preziosa opportunità.

Summer Rewind #9 – Come inutili soprammobili. Gli assessorati alla cultura, qualcosa di cui la politica sembra spesso farebbe anche a meno

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine il 14 agosto 2015.)

factotum3_10-09Non c’è ovviamente bisogno di rimarcare in quale stato versi la cultura (e la sua cura) nel nostro paese – non sarebbe nemmeno nato Cultora se non fossimo così messi male, d’altronde! Ugualmente, non c’è bisogno di ricercare esempi concreti che dimostrino tale situazione, per quanti innumerevoli ve ne siano. Alcune evidenze tuttavia, magari meno lampanti ma nella sostanza più emblematiche, forse palesano meglio di tante altre come l’incuria della cultura in Italia sia una cosa che mi viene da definire strategica – ma io penso sempre male… – ovvero, se preferite, paradossalmente legata a una cronica incapacità di comprendere l’importanza dell’elemento culturale nella formazione e nell’andamento quotidiano di una buona ed equilibrata società civile.
Una di esse, ad esempio, è la questione degli assessorati alla cultura e delle relative nomine, che si è ben svelata in occasione delle ultime elezioni regionali dello scorso maggio. Uno sguardo a quanto è stato deciso nel merito dalle sette regioni andate al voto è infatti parecchio indicativo di come dalle nostre parti l’ambito culturale – fondamentale, non mi stancherò mai di dirlo, per poterci definire civiltà nel senso migliore del termine – sia considerato dalla “politica” (o da quanto in Italia viene definito come tale) qualcosa di secondario, di trascurabile se non – a volte pare proprio – di fastidioso, qualcosa con cui tocca avere a che fare ma non si sa bene come maneggiare, come un soprammobile ereditato che tocca mettere da qualche parte in casa perché nasconderlo è brutto e dunque alla fine lo si mette sullo scaffale più in alto e più nascosto, e se si riempie di polvere amen. Invece, l’assessorato alla cultura è (dovrebbe essere) uno di quelli principali per qualsiasi amministrazione pubblica: primo perché siamo in Italia, paese culla di grande parte della cultura mondiale ed europea in particolare; secondo, perché paese avente la fortuna di possedere uno dei più ricchi patrimoni culturali (in senso generale, dunque artistici, architettonici, storici, archeologici, tematici, eccetera), terzo perché, appunto, la cultura è conoscenza imprescindibile per chiunque voglia definirsi buon cittadino e persona intellettualmente attiva, quarto – ultimo ma niente affatto ultimo! – perché a differenza di certe opinioni rilasciate guarda caso proprio da importanti esponenti di governi passati, la cultura e l’economia derivante renderebbe l’Italia un paese ben più florido e benestante di quanto sia. E scusate se è poco! Per tutto ciò, un valido assessore alla cultura, a mio modo di vedere, dovrebbe essere un personaggio proveniente proprio dall’ambito culturale, possibilmente con specializzazione accademica relativa (non necessaria ma utile), dotato di ampia esperienza o di comprovate capacità organizzative, in grado di comprendere la materia e di maneggiarla in modo consono e magari niente affatto legato all’ambiente politico-partitico, visto che la cultura non è certo cosa di destra o di sinistra, affine a intrallazzi di potere e/o a maneggiamenti di sorta ed altro del genere.
Dunque, le sette regioni andate al voto, dicevo – precisando da subito che, ovviamente, non mi permetterò di entrare nel merito delle capacità degli assessori nominati. La Toscana è tra le poche regioni ad avere scelto un assessore “concorde” pescandolo dal mondo universitario, conferendogli anche la delega per ricerca e università. E ci sta. Idem per le Marche, il cui assessorato alla cultura si occupa anche di turismo, valorizzazione dei beni culturali, promozione e organizzazione delle attività culturali, musei, biblioteche, grandi eventi e spettacoli. Parecchia roba, non c’è che dire, ma almeno abbastanza uniforme. La contigua Umbria, invece, ha un assessorato (e relativo assessore) che si dovrà occupare al contempo di cultura, agricoltura, ambiente e grandi manifestazioni. Giudicate da voi! Anche la Liguria ha un dicastero piuttosto multiforme, con deleghe, oltre che alla cultura, a comunicazione, sport e politiche giovanili – ambiti apparentemente affini ma sotto diversi aspetti antitetici, a ben pensarci. In Veneto la nomina dell’assessore alla cultura è stata invece puramente politica ovvero di campo, per un dicastero che si deve occupare di (udite udite) territorio, cultura, sicurezza, pianificazione territoriale e urbanistica, beni ambientali, culturali e tutela del paesaggio, parchi e aree protette, polizia locale, spettacolo, sport, edilizia sportiva, identità veneta. Mancano i viaggi spaziali, e poi c’è tutto! Anche la nuova amministrazione regionale della Puglia ha attuato una scelta meramente politica, ma per deleghe quanto meno limitate e consone: industria culturale e turismo. Infine la Campania, regione nella quale ufficialmente nemmeno esiste un “assessorato alla cultura” (si veda il sito istituzionale) e nella cui giunta le deleghe relative sono state trattenute direttamente dal presidente del consiglio regionale: nulla di male, sia chiaro, tuttavia non si può non denotare che in tal modo, oltre a dover fare il presidente, lo stesso deve far fronte alle deleghe a trasporti, agricoltura e sanità. Ammonticchiare di ambiti totalmente avulsi l’uno dall’altro che, una volta ancora, lascia parecchio perplessi.
Ribadisco, per concludere: non si vuole affatto mettere in dubbio le capacità e le valenze di assessorati e assessori, ne tanto meno la liceità delle decisione prese dalle varie amministrazioni regionali. I dubbi però montano e permangono assai forti di fronte a una situazione del genere, in molti casi così paradossale per un paese come l’Italia e per lo stato del suo ambito culturale. Il quale avrebbe decisamente bisogno di una immediata e netta inversione di tendenza, per non decadere sempre più in una condizione di letale abbandono e semmai per diventare finalmente uno degli elementi economici fondamentali per la tanto citata e agognata crescita del PIL nazionale. Ma, al momento, questo nostro incredibile e preziosissimo tesoro lo crediamo ancora un fastidioso soprammobile, al quale magari, visto che nemmeno lo ripuliamo dalla polvere, ci mettiamo pure davanti una pianta, così che ancora meno lo si possa notare!

P.S.: nell’immagine in testa al post, Factotum (2009), scultura di Jud Turner.

P.S.#2: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.