Una montagna, un film, “Un sentiero per tutti”

Se si prova a chiedere ai frequentatori delle montagne il perché si dedichino con passione a tale pratica, non di rado la risposta che può venirne fuori è che la montagna è sinonimo di libertà. Una risposta tanto “facile” quanto profondamente vera: vagare per la Natura ancora incontaminata e sovente intatta dei territori montani, elevandosi sopra la pianura iper-antropizzata, cementificata oltre ogni limite e oppressa dal caos e da una ormai irremovibile cappa di smog, dona sul serio la sensazione di sentirsi “liberi” – almeno dalle cose della vita quotidiana ordinaria e dalle loro regole imposte. D’altro canto, al riguardo non si può non citare Henry David Thoreau e il suo Walden, libro nel quale già 160 e più anni fa il grande pensatore americano diede valore filosofico e letterario allo stare nei boschi e in Natura come pratica antitetica al vivere in città, e certamente oggi la bontà di questa pratica non solo risulta ancora del tutto valida ma pure sempre più necessaria. Tuttavia bisogna rimarcare una cosa, indispensabile: la montagna è sinonimo di libertà ma la libertà, per essere autentica, deve essere disponibile a tutti, dunque tutti devono poter godere delle sensazioni di libertà che la montagna sa donare.

È proprio questo, compendiato in poche parole, lo spirito alla base della realizzazione del Percorso naturalistico ad utenza ampliata tra le località di Forcella Bassa e del Pertüs, nel territorio comunale montano di Carenno (Lecco), uno dei pochi itinerari in quota attrezzati al fine di poter essere percorsi anche da persone con disabilità. In verità compendiare in una definizione così succinta uno spirito tanto grande e importante è cosa che rischia inesorabilmente di apparire banalizzante: serviva di più, molto di più per comprendere meglio – ovvero mai pienamente ma di sicuro in modo più approfondito e consapevole – la bellezza e l’importanza del percorso carennese, e ora ciò che serviva c’è: è Un sentiero per tutti, l’opera filmica corale con cui le associazioni Lo Specchio di Calolziocorte e UPPER – Un Paese per… di Monte Marenzo presentano il percorso, il territorio montano nel quale è inserito e le tante potenzialità offerte da tale prezioso connubio.

Ho scritto che Un sentiero per tutti è un’opera corale: in effetti tante persone hanno contribuito alla sua realizzazione, alle riprese, alla post produzione, al punto che è quasi impossibile citarle senza dimenticare qualcuno; d’altronde mi piace pensare che anche tale coralità artistica sia un segno tangibile e di simile natura, in effetti, di quel concetto espresso poco riguardo la “montagna per tutti” […]

(Potete leggere il testo nella sua versione integrale – e con numerose immagini della prima presentazione del film di sabato 13 gennaio – nel sito dell’Associazione UPPER, che ringrazio di cuore per averlo pubblicato.)

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La cultura deve essere gratuita o a pagamento? Col “caso Pantheon” si riapre la diatriba

La recente decisione del MiBACT di attivare l’ingresso a pagamento (con biglietto di 2 Euro) al Pantheon, uno dei beni artistico-culturali più visitati di Roma, riapre la vecchia e mai risolta questione alla base della fruizione turistica dei luoghi d’arte e cultura. Da un lato, la tesi per la quale la cultura, essendo un elemento dal valore universale, fondamentale e irrinunciabile per qualsiasi società civile (per di più quando il suo patrimonio sia composto di beni di proprietà statale), non può essere sottoposta al pagamento di un biglietto; dall’altro la posizione per la quale proprio perché la cultura è di tutti e va a vantaggio di tutti, chiunque debba partecipare concretamente alla sua salvaguardia (oltre al gettito fiscale ordinario, dunque), soprattutto in presenza di beni che la loro vetustà, oltre all’importanza storico-artistica, rende particolarmente delicati.

È una questione che, credo, difficilmente potrà trovare soluzione, anche a fronte di esperienze estere di natura opposta ed effetti molteplici, non di rado discordanti. Difficile anche stabilire una sorta di graduatoria “istituzionale” di monumenti più bisognosi di altri d’un sostentamento pubblico volontario, tramite biglietto d’ingresso, alla loro tutela: i contrasti tra i vari gestori si scatenerebbero rapidamente. D’altronde, l’imposizione generale dell’accesso a pagamento a tutti i luoghi artistici e culturali di proprietà del demanio potrebbe dare l’impressione d’una nuova tassa statale sull’arte e la cultura – senza contare poi le ulteriori polemiche (lo sapete, l’Italia è il paese della polemica quale sport nazionale, oltre ai soliti altri) che infurierebbero riguardo l’uso di tali introiti.

Dunque, che fare? Be’, considerando la cronica arretratezza italica in tema di finanziamenti privati alla cultura, ovvero di partnership finanziarie tra pubblico e privato a supporto delle attività delle istituzioni culturali, viene da ritenere che quello messo in atto per il Pantheon possa rappresentare non il migliore sistema ma uno dei rari praticabili, a patto di mantenerne l’entità a carico dei visitatori sui livelli attuali, la cui equità è garantita proprio anche dall’ammontare “popolare” dell’importo richiesto. Non un biglietto d’ingresso, ma una volontaria compartecipazione alla salvaguardia della grande bellezza del luogo in questione (qualsiasi esso sia) e del suo valore artistico-culturale, soprattutto a fronte di un’eventuale malaugurata mancanza di fondi che in un futuro ipotetico (si spera) possa invece mettere in pericolo quel valore e la sua salvaguardia.

Tutto ciò, d’altro canto, non può e non deve esimere lo stato italiano dal mettere finalmente in atto tutti gli strumenti giuridico-fiscali al fine di assicurare al grande patrimonio culturale nazionale il più ampio e condiviso sostegno, economico e non solo. Perché una cosa è assolutamente indiscutibile: quel patrimonio è nostro, è di tutti noi, e dunque tutti dobbiamo esserne consapevoli sia in senso immateriale che materiale, ed essere coscienti che un suo eventuale degrado porterebbe a un danno generale – economico, culturale, identitario, d’immagine, eccetera – che mai nessun gettito fiscale posteriore, pur accresciuto all’uopo, potrebbe alleviare. Meglio dunque prevenire da subito, con poco e ben speso – nelle modalità migliori che si potranno/dovranno determinare e il meno direttamente imputate ai singoli cittadini – che ritrovarsi a dover mettere in atto pure qui le solite emergenze all’italiana con caotici stanziamenti di denaro pubblico sostanzialmente privi di controllo. Stanziamenti di cui peraltro in generale, ovvero al di là di possibili “emergenze”, già il comparto culturale nazionale ben poco ha usufruito negli ultimi tempi: lo sapete bene che l’Italia non ama affatto spendere soldi nella cultura, preferendo altre cose ben più “politiche” tanto quanto ben meno utili al paese e alla società civile, ovvero senza capire ancora che i soldi affidati alla cultura non sono una “spesa” ma un investimento – forse il più importante e fruttuoso che uno stato possa fare. Sarebbe bello, insomma, che tale verità essenziale stavolta la capisse la gente comune: il vero (e unico) “stato”, in fondo. Il resto sono quasi sempre chiacchiere e polemiche, come sempre.

P.S.: articolo pubblicato su Cultora, qui.

“Le Nostre Montagne”, un grande successo: e i monti della Val San Martino tornano a risplendere e sorprendere!

Il grande Walter Bonatti, in un celebre passaggio di uno dei suoi libri, affermò che “Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi” riassumendo in poche ed efficaci parole il senso del particolare legame che unisce la montagna con le genti che la vivono e abitano. E se salire sui monti ha rappresentato negli ultimi 150 anni una pratica soprattutto ludico-ricreativa, da secoli l’ascendere le montagne è stata per gli uomini un’attività di scoperta, di sussistenza, di sopravvivenza, di godimento delle risorse naturali ma anche di connessione culturale, a volte di matrice spirituale, con quelle terre che si elevavano al di sopra delle pianure in senso tanto orografico quanto metaforico.
Tutto ciò ha assunto un particolare valore per un territorio montuoso proteso come pochi altri verso le pianure iperantropizzate e le loro grandi città ma al contempo capace di offrire ampi spazi di “montanità” genuina, a volte pure selvaggia: le montagne della Val San Martino, una valle aperta verso il piano di Brianza, del milanese e della bergamasca eppure assolutamente montana: non solo per l’altitudine dei suoi territori, anche per la cultura peculiare, le tradizioni, i saperi storici e, appunto, per il legame identitario delle sue genti con i propri monti.

Della storia delle montagne di questa porzione prealpina lombarda narra il nuovo quaderno edito dall’Ecomuseo Val San Martino, firmato di Ruggero Meles e significativamente intitolato Le Nostre Montagne, proprio a segnalare fin dal titolo quel secolare e profondo legame culturale al quale prima si è fatto cenno.
Il quaderno è stato presentato sabato 2 dicembre presso il Monastero di Santa Maria del Lavello, a Calolziocorte (Lecco), nell’ambito di un convegno dal titolo omonimo dedicato all’approfondimento ulteriore delle tematiche culturali (e turistiche) relative ai monti valsanmartinesi riportate da Meles nel volume, il quale ha visto un notevole e per certi versi sorprendente successo di pubblico, con la sala conferenze del Monastero gremita e numerosi presenti costretti a restare in piedi. Successo sorprendente e assai gratificante: certamente per gli organizzatori dell’evento e per i relatori ma, viene da dire, pure per le stesse montagne della Val San Martino, le quali hanno dimostrato (e dimostrano) in tal modo tutto il loro fascino, l’attrattiva e il potenziale valore turistico che possiedono.

Fabio Bonaiti, coordinatore dell’Ecomuseo Val San Martino, ha aperto il convegno introducendo il pubblico alla conoscenza della “forma” e della “sostanza” dell’istituzione supportata dalla Comunità Montana Lario Orientale Val San Martino: istituzione forse non ancora così ben conosciuta e compiutamente compresa da molti eppure di importanza a dir poco fondamentale, oggi, in quanto unico soggetto deputato allo studio, alla salvaguardia e alla conoscenza delle numerose emergenze della valle, buona parte delle quali situate proprio nella fascia montana, e per questo riferimento ideale di ogni attività materiale e immateriale che operi a favore della valorizzazione turistico-culturale del territorio valsanmartinese nonché della particolare identità della valle, storicamente “aperta” in qualità di terra di confine da secoli e di contro assai radicata ai suoi monti e al grande patrimonio culturale che custodiscono, in certi casi di eccezionale peculiarità.

Quindi Ruggero Meles ha – per così dire – “raccontato il suo racconto” dei monti della Val San Martino presente in Le Nostre Montagne, il quaderno ecomuseale principale protagonista del convegno nella sua prima uscita pubblica del quale è l’autore. Un racconto ampio, poliedrico, dinamico nello spazio e lungo il tempo durante il quale si è intessuto il profondo legame delle genti valsanmartinesi con le loro montagne; e un racconto che senza dubbio potrebbe occupare, se steso con la massima profusione narrativa, numerosi tomi, ma che Meles ha saputo mirabilmente compendiare nel quaderno senza tuttavia non togliere nulla alla messe di dettagli, alle storie, ai personaggi e alle relative vicende umane, alle nozioni geografiche e culturali, alle suggestioni turistiche nonché alla narrazione della grande bellezza di queste montagne, così ricche di tesori d’ogni sorta e così meritevoli di massima conoscenza da parte del più vasto pubblico: una conoscenza che indubbiamente il nuovo quaderno contribuirà ad accrescere e ad approfondire. Senza dimenticare, peraltro, che i monti di Val San Martino rappresentano la parte meridionale della spettacolare DOL, la Dorsale Orobica Lecchese, percorsa dall’ultimo Viaggio sulle Orobie organizzato dalla rivista Orobie e coordinato proprio da Meles, ulteriore momento fondamentale alla riscoperta e alla valorizzazione di questi monti e dei loro meravigliosi itinerari in quota.

Il nuovo quaderno ecomuseale, nel suo compito di narrazione delle montagne della Val San Martino, si affianca ad altri importanti ausili di conoscenza culturale che negli anni scorsi hanno ritratto l’intero territorio della valle: le carte dei sentieri realizzate da un attivissimo gruppo di lavoro composto da appassionati ed esperti dei monti in questione e supportato da Ingenia Cartoguide, uno dei più importanti editori cartografici italiani. Patrizio Rigodanza, patron di Ingenia, ha esposto ai presenti l’evoluzione storica delle mappe geografiche, dai primi graffiti preistorici raffiguranti i territori di caccia degli uomini del tempo fino alle tecnologie satellitari contemporanee, evidenziando tuttavia come ancora oggi, nonostante il web, le mappe on line, i navigatori e ogni altra meraviglia (o diavoleria) digitale, pure l’uomo del XXI secolo non possa rinunciare alle prerogative di lettura del territorio che solo una carta geografica può fornire, fornendo essa al contempo i riferimenti più immediati e importanti per permetterci di “ritrovarci” nel mondo che ci circonda: in fondo, dalla geografia scaturisce pure l’antropologia, e una buona carta – pur se avente scopi escursionistici e turistici: quelle prodotte da Ingenia, per inciso, sono considerate tra le migliori sul mercato in senso assoluto – tale correlazione la può dimostrare perfettamente.

Luca Rota, (ri)partendo dagli interventi precedenti e seguendo un “sentiero” dissertatorio assolutamente logico e costantemente riferito alla realtà montana valsanmartinese, ha raccontato al pubblico come grazie al quaderno ecomuseale e alle carte dei sentieri, nonché alle molteplici iniziative di valorizzazione del territorio, si possa – anzi, si debba – non solo riattivare (o rinnovare) la conoscenza culturale del territorio stesso ma pure conseguire una approfondita coscienza di luogo: una consapevolezza strutturata che partendo dalla conoscenza geografica (la rappresentazione cartografica) e dalla cognizione della sua storia e delle peculiarità fondamentali (la narrazione scritta del quaderno), possa rinvigorire l’identità culturale del territorio facendone il motore della più redditizia valorizzazione turistica, da un lato, e della salvaguardia della sua bellezza dall’altro. La montagna vive quando l’uomo vive su di essa e la rende vitale attraverso un’adeguata gestione e una sostenibile valorizzazione: per questo il quaderno ecomuseale, insieme alle carte geografiche, rappresenta un ausilio culturale fondamentale per il turista ma pure, se non soprattutto, per i locali, i quali devono essere i primi a conoscere le proprie montagne al fine di custodirle e promuoverle al meglio.

L’intervento finale del convegno, ma certo bisogna dire l’ultimo ma non ultimo per il suo significato materiale, è stato condotto da Demetrio Perucchini, il quale ha introdotto i presenti alla conoscenza di uno dei più significativi interventi di concreta riscoperta dei monti della Val San Martino, e peraltro di una delle zone di essi meno conosciuta: la costiera Ocone-Camozzera. Qui da qualche mese sono stati aperti due nuovi itinerari di salita alla vetta del Monte Ocone: un sentiero attrezzato, per escursionisti esperti ma accessibile ai più, e una via ferrata tanto ostica quanto spettacolare, che hanno veramente attivato l’attenzione di un vasto pubblico di appassionati di montagna su un versante montuoso apparentemente privo di interesse ma che invece si è rivelato ricco di potenzialità e di selvaggia bellezza, oltre che di panorami e di visuali sulle montagne orobiche e lecchesi a dir poco sensazionali. Un esempio di concreta valorizzazione del territorio, appunto, realizzato in modo per nulla invasivo e totalmente ecosostenibile, attorno al quale si è sviluppata una “sotto-zona” escursionistica che ha pure riportato alla luce (letteralmente) la secolare presenza dell’uomo pure su tali versanti così apparentemente “difficili”, ad esempio con la riscoperta dell’antica mulattiera che dal Passo del Pertüs (o degli Spagnoli) scendeva verso Valsecca in Valle Imagna, della quale si era persa traccia per lungo tempo.

A dare ancor maggiore lustro al convegno è stata la presenza di Paolo Confalonieri, neodirettore di Orobie alla sua prima uscita pubblica con tale incarico, il quale ha rimarcato il grande e proficuo fervore attorno alla DOL scaturito dal citato ultimo Viaggio sulle Orobie nonché la costante attenzione e il supporto della rivista riguardo i monti della Val San Martino, la loro bellezza, le meravigliose peculiarità paesaggistiche e culturali che offrono e le tante affascinanti storie che sanno narrare e offrire al pubblico – dei lettori e, ovviamente ancor più, dei turisti e degli escursionisti.

Gli “onori di casa” finali sono stati espressi da Carlo Greppi, Presidente della Comunità Montana Lario Orientale Val San Martino, che ha sottolineato il grande valore del convegno e il successo del suo compito primario: ridare il giusto valore alle montagne locali, piccolo/grande paradiso prealpino di rara bellezza e insuperabile fascino che merita di essere conosciuto da chiunque – anche perché chiunque transiti da questa zona d’Italia basta che sollevi gli occhi verso l’alto e, inevitabilmente, scorgerà il profilo dei monti di Val San Martino. Da tale semplice azione visiva al dare nuovo valore a quell’affermazione di Walter Bonatti, con cui si è aperto il presente scritto, ci vuole veramente poco: basta la voglia di sorprendersi, ovvero di conoscere un territorio montano straordinario, tra i più belli dell’intera cerchia alpina. Da oggi, grazie a Le Nostre Montagne, sarà una (ri)scoperta ancora più semplice e affascinante.

(Le foto del convegno sono © Giorgio Toneatto.)

Se sul futuro della montagna i bambini imparano mentre gli adulti vaneggiano…

(Articolo pubblicato su altavita.com il 20/11/2017):

In tempi di sempre più profondi cambiamenti climatici, di imminente estinzione dei ghiacciai alpini (la principale riserva di acqua potabile a nostra disposizione, è bene ricordarlo), di palesi gravi problemi di siccità, e posto lo stato di fatto del mercato turistico invernale attuale, credere di poter rilanciare stazioni sciistiche (in passato già fallite, peraltro) attraverso nuovi impianti di innevamento artificiale è un po’ come affannarsi a nuotare in una piscina priva di acqua sperando di riuscire ad arrivare dalla parte opposta prima di sfinirsi inevitabilmente per l’inutile sforzo. La prova di una dissennatezza profonda nonché d’una grande mancanza di cultura, insomma.

Veramente c’è da riporre ben poca fiducia in siffatti amministratori pubblici, membri di una fin troppo numerosa fazione alla quale evidentemente nulla interessa del proprio territorio e della sua autentica salvaguardia e tutto interessa di propri personali tornaconti – ovvero, in alternativa a ciò, ai quali amministratori pubblici la testa non deve più tanto funzionare bene da parecchio tempo, ormai.

E veramente, di contro, c’è da porre la massima fiducia (e l’altrettanta speranza) in una nuova generazione di cittadini-montanari civicamente consapevoli dell’importanza, del valore e delle potenzialità dei propri monti sui quali, sia chiaro, si potrà pure praticare lo sci su pista ma solo in modo totalmente sostenibile, sia ambientalmente che economicamente, ma in primis ove possano finalmente nascere nuove (o rinnovate) forme di turismo in virtuosa armonia con l’ambiente montano le quali, se ben concepite e messe in atto, saranno senza alcun dubbio ben più remunerative di quelle fino ad oggi praticate e stoltamente perseverate. Con l’aggiunta di avere una montagna nuovamente e veramente viva, vitale, salvaguardata e valorizzata al meglio, e non il solito, vile e dannoso divertimentificio alpino: quello che la montagna la svilisce, la soffoca e, inesorabilmente, la uccide.

P.S.: ennesimo grazie a Michele Comi, che sulla propria pagina facebook ha pubblicato i due articoli ripresi nell’immagine in testa al presente post, rimarcandone la sconcertante contraddizione.

Lo “sciatore” cadaverico e i “dottori” killer

(Articolo pubblicato il 04/11/17 su altavita.com)

Escavazione di nuove piste sciistiche a Caspoggio (Valmalenco, Sondrio), poco oltre i 1.000 metri di quota.

“Il salvataggio dello sci agonizzante (in questo caso morto e sepolto) può passare attraverso la realizzazione di nuove piste poco sopra i 1000 metri di quota?”

Così si chiede Michele Comi, guida alpina valtellinese tra le più preparate e sensibili in senso generale sulla montagna, sulla propria pagina facebook. Per chiunque abbia buon senso, tale domanda è ovviamente retorica e la risposta scontata. Purtroppo non è così per ancora troppi politici e amministratori locali: una nuova pioggia di soldi pubblici arriva dalla Regione Lombardia sulle imprese dello sci su pista (per gran parte in situazione di default imminente e inevitabile) in spregio a qualsiasi valutazione sulla realtà climatica ed economica attuale della montagna nonché, appunto, di qualsiasi buon senso, e senza alcun cenno ad una volontà di ripensare il settore (se non con vaghi accenni evidentemente funzionali a fare da specchietto delle allodole per i più ingenui), proprio per salvare il salvabile, ove sia ragionevole, e modificare le strategie per tutto il resto. Non è una questione di “criminalizzare” le imprese dello sci su pista, sia chiaro, ma di mera (e fondamentale) comprensione della realtà e di minima visione del futuro basata sulla più ordinaria e assennata logica. Qualcosa di assolutamente “normale” in una situazione (climatica ed economica) sempre più anormale, mentre si continua a pretendere di imporre soluzioni totalmente anormali spacciandole come fossero la normalità. Con soldi pubblici a vantaggio di privati, peraltro: altra evidente anormalità.

In questo modo, io credo, la montagna non la si aiuta affatto, anzi: semmai così la si sfinisce ancor più subdolamente e letalmente.