A proposito della geografia di cui non importa più niente a nessuno…

L’ho già affermato più volte in passato, qui e altrove, come io creda che l’eliminazione pressoché totale dell’insegnamento scolastico della geografia, e in più in generale dell’educazione alla conoscenza del territorio in cui si vive e/o ci si muove, sia una delle cose più folli e tragiche che siano state imposte. Qualcosa dalle conseguenze culturali terribili: senza conoscenza geografica del territorio non c’è cura per il territorio stesso, il legame identitario quale elemento fondante della cultura delle genti che lo abitano diventa inesorabilmente bieco e barbarico identitarismo, si innescano fenomeni di dissonanza cognitiva, di spaesamento, col rischio che persino spazi dotati del più potente Genius Loci diventino formalmente non luoghi. Un processo di degradamento culturale che infine intacca inevitabilmente anche la comunità sociale e il relativo senso civico, disgregandolo come neve al Sole.

Bene… poco tempo fa, sto risalendo un’ampia mulattiera che adduce al colmo della dorsale dell’Albenza, bellissima propaggine montuosa che dalla cresta del Resegone si allunga verso Sud raggiungendo i colli alle spalle della città di Bergamo. Qui ogni singolo elemento del territorio ha infinite storie da raccontare, e i sentieri sono la più evidente scrittura grazie alla quale leggere le narrazioni di queste montagne che dividono il bacino del Lago di Como, dell’Adda e della Brianza, con Milano in vista laggiù verso Sud Ovest, e le valli bergamasche. Ma è una divisione solo orografica, in verità, anche quando quassù sono stati posti i confini tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia, prima, e delle giurisdizioni provinciali poi: nei secoli questi sentieri hanno visto il transito di soldati, di pellegrini, forse di qualche brigante ma, soprattutto, di genti che passavano di qua e di là dalla dorsale per commerciare e scambiare merci e prodotti di propria manifattura o frutto del proprio duro lavoro rurale, intessendo un fitto legame culturale, sociale e antropologico tra i territori contigui che, appunto, la montagna ha contribuito sempre a unire e mai a dividere, come invece signori, potenti e politici hanno pensato di poter fare.

Detto questo, d’un tratto mi viene incontro correndo un ragazzo, indosso abbigliamento tecnico sportivo e uno smartphone che diffonde musica. Rallenta un poco la corsa, mi guarda con fare titubante, poi mi chiede: «Scusi… ma dove si va da questa parte?»
«A Carenno!» gli dico, denominandogli la località dalla quale il sentiero ha inizio, principale comune della zona e di questo versante della dorsale dell’Albenza.
«Ah.» fa lui, ancora più perplesso, e aggiunge: «Ma che posto è? Dove si trova?»
Immagino che provenga da uno dei paesi posti sull’altro versante della dorsale, e infatti me lo conferma. Località dirimpettaie rispetto a Carenno dalle quali distano due ore a piedi, una manciata di km in linea d’aria, in mezzo solo la montagna peraltro qui delle più accessibili, ad una quota di nemmeno 1300 m.
«Non hai mai sentito nominare Carenno?» gli faccio, ora io parecchio perplesso.
«No.» mi risponde laconico.
Gli consiglio di tornare indietro, a tal punto: se non conosce i sentieri della zona, pur elementari che sono, potrebbe perdersi. Nel dirgli questa cosa sento che una parte di me la segnala come paradossale, quasi ridicola: è un po’ come se il proprietario di un’auto conoscesse bene la parte anteriore ma non sapesse cosa ci sia nel baule, se non sui sedili posteriori.

Lo vedo risalire a passo veloce verso il colmo della dorsale ove la mulattiera, che almeno da sei secoli rappresenta una delle vie di collegamento principali tra i due versanti della montagna – o rappresentava, mi viene da pensare. Penso pure a tutte quelle riflessioni che, in principio di questo articolo, ho riassunto rapidamente, e al fatto che oggi, ancora più che in passato, quando soldati di eserciti diversi stazionavano in prossimità del crinale per fermare eventuali transiti vietati tra domini diversi e spesso nemici, le montagne sono state fatte diventare confini: non più attraverso ingiunzioni politiche ma con l’imposizione di una miserrima ignoranza geografica nonché storica – dacché storia e geografia sono causa/effetto l’una dell’altra, come sancì il grande geografo francese Élisée Reclus un secolo e mezzo fa. E non mi riferisco a quel buon ragazzo che non conosceva cosa ci fosse poco oltre il proprio uscio di casa (al quale non posso imputare alcuna colpa, in linea di principio, e che, almeno quel giorno, ha lodevolmente scelto di farsi una bella corsa tra i meravigliosi boschi dell’Albenza piuttosto che rinchiudersi in un centro commerciale – altro comportamento indotto dalla “condanna a morte” della geografia) ma, più in generale, alla nostra società contemporanea, volutamente (se non strategicamente) privata di ogni buon riferimento culturale utile a ad essere libera nel pensiero e nell’azione, per diventare invece fragile plastilina modellabile facilmente da chiunque si arroghi il potere di farlo.

Eppure noi uomini siamo tali – esseri umani, intendo dire – proprio perché lungo la storia abbiamo imparato a riferirci e relazionarci al territorio in cui stiamo, abitiamo, lavoriamo o attraverso il quale transitiamo, costruendo con esso un legame fondamentale per la nostra civiltà e, ancor più, per la nostra stessa identificazione culturale e antropologica. Un legame nato proprio perché un bel giorno di chissà quanti millenni fa decidemmo di uscire dalle caverne e cominciare a esplorare il territorio che avevamo intorno: la conseguente conoscenza di esso ci ha permesso di identificarci nel mondo, di segnalare la presenza attraverso le tracce del nostro passaggio, di acquisire una determinata identità proprio grazie a ciò che trovavamo nel territorio attorno a noi, con cui dovevamo intessere un qualche tipo di rapporto: con le piante e i boschi, i monti, i fiumi, i laghi e i mari ovvero con l’intero paesaggio che andava generandosi nella nostra mente proprio grazie al fatto che noi stavamo intessendo quel legame con territorio d’intorno. Un paesaggio che alla fine ci rappresentava e ci rappresenta, allo stesso modo per cui noi possiamo e sappiamo rappresentare quel paesaggio. Se le conosciamo, ovviamente.

Ecco, tutto ciò vale ancora oggi, anzi, pure più di prima. Non sapere nulla della geografia attorno a noi equivale a non sapere nulla di noi stessi. È come essere forestieri a casa propria, smarriti senza possibilità di ritrovarci, in balìa dello spazio, del tempo e della storia. Uomini senza autentica cultura umana, insomma.

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La sQuola ItaGliana

L’Italia si conferma tra i fanalini di coda su scala europea per investimenti in formazione: il 4% del Pil, sotto di quasi un punto percentuale rispetto alla media della Ue (4,9%, pari a una spesa totale di 716 miliardi di euro sul settore) e poco più della metà di quanto investito da Danimarca (7%), Svezia (6,5%) e Belgio (6,4%). È quanto si può apprendere dalla lettura degli ultimi dati Eurostat, riferiti al 2015 e calcolati sul totale di risorse destinate al segmento “education” dai governi nel perimetro dell’Unione, citato in questo articolo de Il Sole24ore.

Per fare un significativo raffronto, la spesa della Germania resta su valori percentuali abbastanza simili a quelli italiani (4,3%). La prospettiva, però, diventa un po’ diversa quando si guarda ai valori assoluti: il governo tedesco mette sul piatto quasi il doppio di noi, 127,4 miliardi di euro contro i 65,1 miliardi dell’Italia.

In parole povere – e se mi è concesso di essere (inevitabilmente) sarcastico – si conferma l’abitudine della politica italiana di sbattersene altamente della qualità dell’istruzione offerta ai cittadini dai vari gradi del sistema scolastico. Il che, sia chiaro, non significa che di principio la scuola italiana sia pessima (anzi!), semmai che la si vuole via via far diventare tale, strategicamente, per inesorabile “deperimento” delle sue virtù.

Non ci si lamenti, dunque, se poi il livello culturale diffuso nella società civile italiana sia infimo. D’altronde, non si può pensare che una pianta cresca rigogliosa se dall’inizio viene piantata (e alimentata) in un terreno reso sempre più sterile e inquinato.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

La cancellazione del “due per mille” alla cultura, ennesimo imbarbarimento italico

È un’altra di quelle notizie passate sostanzialmente in sordina, questa – e volutamente, ne sono certo: la possibilità per ciascun contribuente di destinare il due per mille della propria imposta sul reddito delle persone fisiche «a favore di un’associazione culturale iscritta in un apposito elenco istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri», prevista con la Legge di Stabilità 2016, è stata cancellata dalla Dichiarazione dei Redditi di quest’anno senza alcuna spiegazione – mentre, ma guarda un po’, è rimasta ben salda la possibilità di destinare il due per mille ai partiti politici.

Personalmente ho letto di questa cosa qualche settimana fa, e di primo acchito mi è parsa così grave da non poter non essere corretta in qualche modo nelle settimane successive – come sovente accade, con le leggi italiane. Peraltro ho ritenuto opinabili le opinioni contrarie alla bontà del provvedimento (queste, ad esempio) perché disquisenti in senso critico su come lo stesso sia stato attuato (di nuovo all’italiana, ahinoi!) il che tuttavia non toglie affatto valore alla suddetta potenziale bontà, assolutamente (e disperatamente) necessaria a molte associazioni culturale del tutto virtuose ma lasciate languire dalla mancanza del supporto statale.

Dunque ho aspettato fin ad ora per scriverne, appunto nella speranza di leggere qualcosa riguardo a una correzione, un reinserimento, almeno una qualche valida giustificazione… niente di niente. L’unico parlamentare che ha sollevato la questione nelle sedi istituzionali (peraltro in modo controverso e bisbigliandola, ma tant’è) è stato il senatore Franco Panizza, del Partito Autonomista Trentino Tirolese (!) – e ho detto tutto sulla considerazione riservata alla questione dai siòri politici.

Fatto sta che quest’anno i cittadini italiani non potranno sopperire, attraverso il semplice atto di una firma sulla propria Dichiarazione dei Redditi, all’ormai cronico (e strategico, insisto) menefreghismo dello Stato nei confronti della cultura. E fate conto che nell’elenco ministeriale ci saranno pure state associazioni immeritevoli (ma qui è un problema di mancanza di controllo da parte del Ministero, non certo della bontà del provvedimento!), di contro c’erano pure fior di istituzioni come la Pinacoteca di Brera, il Teatro Stabile di Genova o la Società Geografica Italiana – l’elenco delle associazioni ammesse lo trovate qui, e già solo dandogli una rapida lettura si può capire quali tra di esse non c’entri granché!

Insomma, siamo alle solite: “cultura” è vocabolo col quale di frequente i rappresentanti delle istituzioni si riempiono la bocca nei propri arroganti discorsi pubblici ma poi, all’atto pratico, nel senso autentico e nella sostanza disdegnano in ogni modo possibile.

In fondo sarebbero assai meno ipocriti – essi, in ciò che rappresentano – se finalmente dichiarassero a reti unificate qualcosa del genere “allo Stato Italiano della cultura non frega assolutamente nulla!” La cosa diverrebbe definitivamente più chiara, palese, ufficiale, magari si potrebbe pure istituzionalizzare tramite un’apposita leggina e amen: almeno saremo certi della prossima fine della società civile italiana. Che non è sulla Luna o su Marte e dunque, come ogni altra, senza il supporto di una solida base di cultura, ben coltivata e diffusa da parte delle istituzioni in qualità di prime responsabili della sua presenza e del relativo accrescimento a favore del bene e del progresso intellettuale e morale della società stessa, sarà destinata a una rovinosa decadenza.

Ditemi pure che sono drastico, iperpessimista, catastrofista o quant’altro, ma la penso così.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Un mondo (editoriale) che sta svanendo

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Vi invito a leggere (cliccando sull’immagine qui sopra) l’ottimo articolo della sempre illuminante Annamaria Testa che, in esso, offre quella che mi pare la migliore disamina possibile della stato attuale della lettura in Italia – peraltro ricca di innumerevoli spunti di riflessione. Stato assai triste – ma è ormai lapalissiano denotarlo, purtroppo.

Vorrei però qui soffermarmi sul solo titolo dell’articolo, e che riassume in poche parole quello che è il dato più drammatico e sconcertante tra quelli analizzati da Testa: il calo ormai costante da anni del numero degli elettori, che sul grafico della lettura in Italia pare decisamente diretto verso un punto, molto in basso ma sempre più vicino, con scritto da parte estinzione. Termine volutamente catastrofista, sia chiaro, ma non così distante dalla realtà dei fatti, se andiamo avanti di questo passo.

Quel titolo mi fa riflettere sull’evidenza che, nel mondo dei libri e della lettura nostrano, a ben vedere ce ne sono parecchi di svanimenti in corso. Stanno svanendo i lettori, appunto, ma stanno svanendo pure i buoni libri, quelli che ancora hanno alla base un considerabile valore letterario e, dunque culturale: o meglio, ci sono ma svaniscono alla vista, nascosti dalla marea di libroidi senza alcun valore che troppi editori mettono in commercio per far cassa, vendendoli come meri beni da hard discount, da consumo utilitaristico e nulla più come fossero saponette (citando sempre Annamaria Testa). Ciò mette in luce che stanno svanendo pure i “buoni” editori, quelli che facevano autentico talent scouting, che avevano consapevolezza che pubblicare libri è un importantissimo lavoro culturale, una missione da portare avanti per il bene della società in cui si opera. Invece oggi, ribadisco, si punta a far cassa, anche perché molti editori fanno parte di gruppi industriali ai quali interessa solo l’utile di bilancio e/o i dividendi agli azionisti, e se un capolavoro letterario assoluto non garantisce le vendite di un libroide del personaggiucolo televisivo di turno, tranquilli che il primo sarà gettato alle ortiche in men che non si dica, alla faccia della cultura, della letteratura, del valore culturale (e sociale) della lettura e di tutto il resto: solo fregnacce, agli occhi di chi comanda i suddetti gruppi industriali.

Altra conseguenza inevitabile di quanto sopra, ormai in accadimento da tempo, è che stanno svanendo le librerie e i librai – quelli veri, anche qui intendo dire. Il mercato è inesorabile: se non c’è domanda, non serve offerta. Peccato che quell’offerta non è solo e meramente commerciale, ma è l’offrire la presenza pubblica di indispensabili presidi culturali – dacché questo sono le librerie, a mio modo di vedere – senza le quali qualsiasi luogo urbano perde buona parte della sua urbanità ovvero della civitas che nasce e prospera proprio grazie alla cultura diffusa, in massima parte.

Ecco, per l’appunto: svanendo tutto quanto sopra, inesorabilmente svanisce anche la cultura diffusa, dal momento che il libro – anche questa cosa la ribadisco da sempre – è l’oggetto culturale per eccellenza, il più immediato, semplice, economico ed efficace metodo per agevolare la diffusione della cultura in ogni parte d’una società civile. La quale, senza cultura, svanisce a sua volta: non esiste interrelazione sociale che non sia supportata da una cognizione culturale ben estesa e propagata. Non a caso, la nostra società civile, così sofferente da tempo di tali malanni culturali, presenta un tasso di coesione sociale nonché di consapevolezza sociologica e antropologica tra i più bassi in Europa. Fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani: ma l’unica base per farli era ed è la cultura, senza di quello si può fare ben poco – e si vede!

Insomma: è un mondo in potenziale drammatico svanimento, quello della lettura dalle nostre parti.

Cosa fare per invertire questo processo devastante? Annamaria Testa, nell’articolo, già fornisce qualche buona idea. Per quanto mi riguarda, torno al titolo del suo articolo dal quale sono partito per elaborare la mia disquisizione, e dico che stanno svanendo i lettori, a quanto sembra, ma non possono svanire le persone. Che se erano lettori e non lo sono più, o se non lo sono mai stati, lo possono diventare o tornare a essere. Ovvero, c’è bisogno che la lettura ricominci dai fondamentali, dal basso – lasciando stare l’alto istituzionale, sul quale si può fare poco o nulla affidamento – da noi tutti singoli individui; deve tornare a essere qualcosa di pubblico, di usuale, di ordinario, deve diventare motivo di chiacchiericcio quotidiano esattamente come lo è il calcio o la politica – anzi, al posto del calcio e della politica! Il libro deve diventare un oggetto costantemente nello sguardo e nella mente delle persone: i buoni libri non possono perdere il fascino e le doti che posseggono, semmai è stato il nostro modus vivendi contemporaneo che, da un certo punto in poi, ha voluto ignorare o oscurare quel fascino e quelle doti che mai e poi mai la televisione (un tempo fonte di acculturamento di massa e poi di imbarbarimento) potrà offrire con simile forza ed efficacia. In confronto ad altri intrattenimenti contemporanei, un buon libro è un po’ come un hotel da almeno quattro stelle nel quale si possa alloggiare, godendo di tutti i suoi confort, ad un prezzo irrisorio, mentre quegli altri intrattenimenti sono come un albergo bellissimo fuori e alquanto scadente dentro. Come si potrebbe giudicare chi scelga di alloggiare in quest’ultimo – con ottusa pervicacia, peraltro – piuttosto che nel primo? Ecco, ci siamo intesi.

Editoria de profundis

zombie-libriBeh: bisogna ammettere che, se qualcuno poteva ancora generare dubbi sullo stato reale del mercato editoriale in Italia e della lettura in generale, e su che vi potessero comunque essere possibilità di ridarvi fiato e rinvigorirlo, la diatriba tra Torino e Milano sul futuro del Salone del Libro ovvero tra le parti dell’editoria nostrana coinvolte in essa (cliccate lì sotto, per sapere le ultime novità sul tema) ha dato una risposta che, io credo, è inequivocabile e definitiva: salvo casi rarissimi, il mercato del libro in Italia è morto, e i personaggi sopra citati lo stanno seppellendo una volta per tutte in una fossa parecchio profonda nella quale finirà tutto quel mercato, pure quello che apparentemente con lorsignori non ha nulla a che fare.

salone-rotturaEcco, direi che non ci sia più nulla da aggiungere al riguardo e, per quanto mi riguarda, al momento la questione si chiude qui. Mi sono rotto delle loro rotture, già!
Ah, beh, un momento: una cosa da aggiungere forse c’è… Voi “aspiranti scrittori” nostrani che ancora credete al fascino e al prestigio della letteratura edita… o imparate per bene una lingua straniera e altrove scrivete e pubblicate, oppure sappiate che l’allevamento dei suini, ad esempio, è oggi attività ben più nobile e culturale dello scrivere libri poi pubblicati dai personaggi suddetti. I quali credo che, alla fine, cosa sia realmente un libro non lo sappiano più bene. O non l’abbiano mai saputo, forse.

P.S.: quanto sopra, sia chiaro, con tutto il rispetto per i suini, che solo metaforicamente ho inteso comparare a certuni “signori” dell’editoria nazionale.