[Immagine generata con Google Gemini AI.]Io, lo dico, da subito, di principio non sono contrario alla caccia. Non la praticherei mai e poi mai e certamente preferirei che non venisse praticata, ma questo è il mio pensiero, nel quale posso contemplare (senza assentirvi) alcuni argomenti a favore insieme a molti altri che la contrastano.
Detto ciò, a una domanda – quella fondamentale, in effetti, ma che qui non vuole essere né retorica né polemica o provocatoria – non riesco a dare una risposta: perché si pratica ancora la caccia, oggi?
Non certo per procacciarsi un sostentamento alimentare altrimenti carente, come accadeva un tempo.
Dunque per cosa? Per preservarne la tradizione secolare? Per l’inimitabile bontà delle pietanze che se ne possono ricavare? Per passione verso la pratica, le armi o i cani da riporto? Perché si è ammiratori di Aldo Leopold [1]? Per puro divertimento?
Insomma, c’è qualche motivazione ammissibile e sostenibile, quantunque vi si possa essere d’accordo o meno, oppure tutto rimanda alla sfera del mero appagamento istintuale personale, libero e legittimo (dacché giuridicamente consentito) ma parimenti più o meno contestabile?
Mi piacerebbe capirlo, senza vantare verità già scritte o puntare dita accusatorie contro chicchessia (anzi, la gran parte dei cacciatori che conosco dalle mie parti sono tra le persone più gradevoli e tranquille) ma chiedendo almeno un minimo di pensiero sensato e articolato al riguardo.
[1] Per chi non lo sapesse, Aldo Leopold, padre dell’ecologia conservativa e tra i massimi difensori dell’ambiente dell’epoca moderna, specie nella prima parte della sua vita fu un appassionato cacciatore, anche se più avanti criticò aspramente l’evoluzione contemporanea dell’attività venatoria e ne ripensò radicalmente la pratica. Al proposito si veda qui.
[Foto di Susanne Stöckli da Pixabay.]Quando si disserta su ciò che di materiale la montagna offre alla nostra civiltà – acqua, legno, pietra eccetera – si usa abitualmente il termine “risorse”: è una risorsa l’acqua che si utilizza per la neve artificiale, la silvicoltura usa la risorsa legno, le cave estraggono le risorse geominerarie, così come la neve è una risorsa per l’industria turistica, lo sono i pascoli e l’erba per l’allevamento e così via.
Tutto giusto? Si direbbe di sì.
Invece, forse, ci sarebbe da rispondere no. Perché in montagna – così come altrove, ma per molti versi in montagna di più – acqua, legno, pietra eccetera non sono risorse, sono beni comuni.
Non lo dico io per primo, sia chiaro, lo hanno già detto tanti prima di me e meglio, ma credo sia assolutamente il caso di ribadirlo con forza.
«Beni comuni»[1] cioè elementi che «non si possono considerare né privati né pubblici né merce né oggetto o parte dello spazio, materiale o immateriale, che un proprietario, pubblico o privato, può immettere sul mercato per ricavarne il cosiddetto valore di scambio. I beni comuni sono riconosciuti in quanto tali da una comunità che si impegna a gestirli e ne ha cura non solo nel proprio interesse, ma anche in quello delle generazioni future.»[2]
Ovvero, per dirla in parole più chiare: le risorse sono ciò di cui ci si può servire e consumare, i beni comuni invece si possono godere o beneficiare (stessa radice etimologica), traendone un beneficio che, in quanto originato da un elemento di valore collettivo come l’ambiente naturale, non può che essere a sua volta collettivo e comune.
[Foto di Julita da Pixabay.]È una differenza fondamentale, questa, sulla quale si poggia la fruizione di ciò che la montagna ci sa offrire nonché la distinzione tra consumo, sovente illimitato pur di ricavarne interessi propri (la cosiddetta tragedia dei beni comuni) e godimento consapevole dacché funzionale alla gestione dei beni comuni non solo nell’ambito spaziale, nei territori che li offrono, ma anche temporale, e beneficio delle generazioni future. E spesso, sull’uso diffuso ma, per quanto detto ora, non così legittimo del termine “risorse”, si basa pure il loro sfruttamento eccessivo nonché la convinzione, adeguatamente indotta, che una risorsa la si possa, anzi, la si debba sfruttare perché è giusto che lo si faccia cioè perché dal suo sfruttamento se ne ricavano vantaggi concreti immediati, senza porsi il problema della sua gestione e della sua salvaguardia per il domani. Una convinzione d’altro canto parecchio consona all’epoca che viviamo, molto centrato sul presente e sempre meno in grado di pensare al domani e ai problemi che si potrebbe dover sostenere per non aver ben gestito l’oggi – ciò che sta accadendo con la crisi climatica è un esempio lampante di questa situazione.
[Foto di Marco Carli da Pixabay.]Dunque, chiedo e propongo: se smettessimo di denominare ciò che la montagna sa darci come “risorse” e finalmente cominciassimo, in qualsiasi discorso pubblico civico e soprattutto istituzionale, a definirle per ciò che sono realmente, cioè beni comuni?
Che ne dite?
Secondo me, potrebbe rappresentare un primo, piccolo, semplice passo verso una rivoluzione grande, profonda e ancor più benefica per le nostre montagne, il loro futuro e per tutti noi che le abitiamo e le frequentiamo.
[1] Denominati anche beni collettivi, beni ecosistemici, commons.
P.S. – Pre Scriptum: questo articolo è stato pubblicato da numerosi media d’informazione lecchesi la scorsa settimana. Se i suoi contenuti sono ovviamente mirati sulla realtà locale, il senso generale delle considerazioni espresse è senza dubbio valido per i numerosi altri casi simili che si sono manifestati sulle montagne italiane.
[Foto di Maurizio Moro, tratta da www.leccotoday.it.]Dunque, la Legge 12 settembre 2025 n.131, “Disposizioni per il riconoscimento e la promozione delle zone montane”, meglio conosciuta come “Legge sulla Montagna”, ha rielaborato la definizione di «comune montano» e, in base alla riclassificandone conseguente, farebbe diventare tale Lecco mentre ne escluderebbe alcuni che prima lo erano, ad esempio Vercurago, Valgreghentino, Calolziocorte, Ello, Monte Marenzo. Il condizionale al momento è d’obbligo in quanto pare che la riclassificazione sia stata “sospesa” per le forti critiche pervenute da molti territori montani, soprattutto appenninici; d’altro canto l’eventuale revisione del provvedimento allargherebbe i parametri al momento definiti, di sicuro senza diminuire il numero dei comuni inclusi tra i quali Lecco ci sarà senza dubbio.
Per la cronaca, la rielaborazione contemplata dalla Legge definisce “montano” un comune che ha il 25% di superficie sopra i 600 metri e il 30% di superficie con almeno un 20% di pendenza, oppure un’altimetria media superiore ai 500 metri, oppure un’altimetria media più bassa ma il territorio interamente circondato da Comuni che rispettano uno dei primi due criteri. Già molto è lo scompiglio che questi nuovi criteri stanno generando nelle aree interne italiane, soprattutto lungo l’Appennino – ma non mancano proteste pure nei territori alpini. Anche sulle montagne lecchesi la riclassificazione genera effetti rilevanti, ad esempio sull’assetto delle Comunità Montane locali; di contro l’ingresso di Lecco tra i comuni montani, di gran lunga il più importante e di maggior peso politico del territorio, genererà certamente nuovi equilibri nei rapporti di forza sussistenti nelle terre alte lecchesi.
Se obiettivamente c’era il bisogno di una ridefinizione dei comuni montani italiani, per sfrondarne numerosi che di montano avevano ben poco ma godevano degli stessi benefici degli altri, è discutibile che la riclassificazione sia stata basata unicamente sui dati altimetrici e geomorfologici senza invece considerare i fattori storici, socioeconomici e culturali di territori che spesso presentano una dimensione di natura “montana” pur senza raggiungere la quota che la sancisce anche altimetricamente – su questi aspetti ad esempio si basano molte delle proteste dei comuni declassificati. Includere quei fattori, immateriali ma senza dubbio peculiari per i relativi territori (nell’Italia “paese dei mille campanili” effettivamente ogni comune è spesso un’entità a se stante, per molti motivi), avrebbe di sicuro comportato un lavoro di ridefinizione più lungo e complesso ma probabilmente pure garantito una maggior equità generale senza minare i rapporti e le dinamiche locali ormai storicizzate.
A ragione qualcuno esulta per il fatto che la “nuova” Lecco montana avrà accesso a numerosi benefici, agevolazioni e finanziamenti; in verità la dotazione della Legge n.131 è parecchio esigua – 200 milioni di Euro all’anno per il triennio 2025-2027 da distribuire su tutto il territorio nazionale: fanno 10 milioni all’anno per regione e dunque, per quanto riguarda la Lombardia, circa 20mila Euro per ciascun comune montano, non certo una somma che consenta grandi iniziative. Se lo Stato centrale riconoscesse l’attenzione e la considerazione che i territori montani italiani meriterebbero, poste le tante criticità che li caratterizzano e al netto di classificazioni amministrative più o meno eque, le somme in gioco sarebbero dovute essere ben più alte. Che non lo siano dice molto al riguardo – e la cronicità di molti dei problemi della montagna italiana dice il resto.
In ogni caso, per quanto riguarda il lecchese, altri rischi potrebbe generarsi dalla nuova, riclassificata realtà montana. Un primo rischio, al quale ho già accennato, è che il “peso politico” di Lecco tolga spazio, forza rappresentativa e risorse agli altri comuni montani; un secondo rischio è che un simile depotenziamento colpisca la Comunità Montana Lario Orientale-Val San Martino, una delle due che insistono sul territorio provinciale lecchese peraltro già afflitta da numerose “debolezze”, e paventarne un accorpamento con la Comunità Montana Valsassina-Valvarrone-Val d’Esino-Riviera potrebbe creare un’entità troppo variegata e inesorabilmente informe, visti anche i territori piuttosto eterogenei sui quali opererebbe. Un ulteriore rischio, peraltro già intrinseco alla stessa Legge sulla Montagna – parimenti a molti provvedimenti messi in campo dalle istituzioni per i territori montani – è che l’assenza di una visione strategica, organica e globale nei riguardi delle iniziative da mettere in atto da parte dei comuni montani rispetto a quelli che non lo sono – o lo erano e ora non più – generi ulteriori disequilibri di varia perniciosità nei territori coinvolti e dunque una opinabile realtà a diverse velocità per la provincia lecchese.
Per tali motivi risulterebbe importante e necessario, considerata l’impossibilità attuale di elaborare quella visione strategica a cui accennavo, che tutti i soggetti amministrativi della provincia lecchese – la quale a ben vedere è tutta montana/pedemontana e chiaramente strutturata nel tempo come realtà di stampo rurale-montano, non certo planiziale/padano – facessero rete quanto meno per gestire i possibili rischi del nuovo assetto territoriale e collaborassero ben più attivamente di ora all’elaborazione di un percorso amministrativo e politico condiviso nonché dotato di uno sguardo per così dire glocale – su scala innanzi tutto provinciale, ovviamente -, inclusivo tanto quanto attento alle specificità di ogni singolo comune e alle conseguenti interazioni possibili. Perché in un territorio come quello lecchese, se la montagna nel suo complesso gode di una realtà e di uno sviluppo ben equilibrati, i benefici che ne derivano raggiungono facilmente anche i comuni che montani non sono ma, appunto, che le montagne le osservano da vicino dalle finestre delle loro case.
[Immagine e notizia tratte da “La Provincia-UnicaTV“.]Di nuovo ci si ritrova nelle condizioni di doversi rallegrare del fatto che in bassa Valtellina la Regione Lombardia elargirà circa 7 milioni e mezzo di Euro (di 14 milioni e 400mila totali riservati per questa zona e la contigua Valle Brembana dalla Strategia regionale “Agenda del Controesodo” 2021-2027 – DGR 5587 del 23 novembre 2021) a beneficio di venticinque comuni (l’elenco è qui) per «una serie di progetti importanti che saranno ripartiti sulle amministrazioni comunali a beneficio dell’intera popolazione residente e di chi visita il territorio».
Già. Ma facendo i classici “conti della serva”, semplici ma significativi, si deduce che, posta la cifra in gioco, ai venticinque comuni beneficiari andranno 300mila Euro ciascuno. Cioè più o meno il costo di una rotonda. La stessa “serva” quindi considera che l’importo totale elargito all’intero territorio in questione è inferiore a quello che di frequente la Lombardia destina al finanziamento di un singolo impianto di risalita al servizio di comprensori sciistici, spesso in località dove per ragioni climatiche e ambientali la pratica dello sci presto sarà impossibile: solo a Piazzatorre ad esempio, nella stessa Valle Brembana, la Regione Lombardia ha annunciato uno stanziamento di quasi 14 milioni per il rinnovo degli impianti sciistici lì presenti, posti sotto i 1800 metri di quota. Quasi il doppio di quanto elargito ai venticinque comuni basso-valtellinesi.
[Veduta della piana di Morbegno con alle spalle l’accesso alle Valli del Bitto e le Alpi Orobie sullo sfondo. Immagine di Massimo Dei Cas tratta da www.paesidivaltellina.eu.]Dunque, tocca dire “Piuttosto che niente è meglio piuttosto”, come recita il noto motteggio milanese che ho citato nel titolo di questo articolo? Sì, tocca dirlo e con notevole amarezza, visto come sia evidente che quegli stanziamenti in concreto rilanciano poco onulla ma servono soltanto e al solito a mantenere una condizione di estrema precarietà in territori montani che abbisognerebbero di ben altre risorse e visioni strategiche a lungo termine per contrastare efficacemente le dinamiche socioeconomiche e demografiche negative (altra cosa perennemente mancante in queste iniziative istituzionali), oltre che servire, in questo caso, ad accontentare zone che restano pressoché escluse dalle ricadute vantaggiose (sempre che ve ne siano) generate in Valtellina dalle Olimpiadi.
Forse le proporzioni finanziarie in gioco dovrebbe essere opposte, ovvero molte più risorse destinate alle strategie di sviluppo socioeconomico delle comunità e al supporto della stanzialità residenziale e lavorativa invece che alle infrastrutture turistiche, peraltro quasi sempre gestite da società private facenti lucro – fondatamente da parte loro, per niente se per ciò vengono spese, e facilmente sprecate, ingenti risorse pubbliche.
No, temo si sia ancora ben lontani dal fornire ai nostri territori montani ciò che realmente chiedono e hanno bisogno. Il rischio è che di questo passo, e senza una profonda e consapevole revisione tanto politica quanto culturale da parte delle amministrazioni pubbliche, svanisca rapidamente anche il piutost e resti solo il nient, il nulla e l’abbandono definitivo.
A quanto ha scritto di recente l’amico Alberto Marzocchi sul “Fatto Quotidiano”, nel disegno di legge presentato di recente che punta a modificare la “legge sulla caccia” in vigore, ci sarebbe un “regalo” a favore dei bracconieri:
Grazie alla norma che consente alle doppiette di segnare i capi uccisi solo quando lasciano il terreno di caccia (e non, come ora, appena uccidono un volatile) permettendo loro – in assenza di controlli – di tornare a casa col bagagliaio pieno di uccelli morti ma il carniere immacolato.
In pratica, a quanto mi pare di capire, si concede loro una fuga “legale” dal crimine appena commesso.
Come ho detto altre volte, io non sparerei a un altro animale nemmeno sotto tortura ma, in tutta onestà, non posso dirmi così avverso all’attività venatoria quando razionalmente regolata e praticata in modo sostenibile per l’ambiente e la fauna – ma concordo pienamente sul fatto che non debba essere ampliata, come invece prevede lo stesso disegno di legge sopra citato, e come pensa la stragrande maggioranza degli italiani. Tuttavia, sempre in totale onestà, rispetto a tali circostanze ritengo il bracconiere contemporaneo una delle figure umane più infami*, soprattutto quando il crimine sia perpetrato ai danni di specie protette come spesso avviene, alla quale io comminereila stessa pena massima prevista per l’omicidio doloso. E non vado oltre. Altro che “favori”!
Ergo, a qualsiasi iniziativa che invece possa determinare per i bracconieri qualche tipo di beneficio sarò sempre radicalmente avverso tanto quanto a chi la proponga, e inviterò sempre chiunque a esserlo. Il bracconaggio è una vergogna schifosa da relegare per sempre alle parti più oscure della storia passata: promuovere il pur minimo atto che può servire a perseverarla rappresenta una pura e semplice complicità nel reato.
*: si evitino commenti “benaltristi”, per favore, i quali nel caso dimostrerebbero che chi li pronuncia non ha capito nulla del senso della questione e lo renderebbero formalmente accondiscendente.