Rilancio (nel mio piccolo) l’appello di Luca Maspes, rinomata guida alpina della Val Masino, riguardante lo stato sempre più fatiscente della vecchia, gloriosa Capanna Allievi in Valle di Zocca (Val di Mello, provincia di Sondrio), danneggiata nel 2000 da una valanga e da allora tristemente abbandonata a sé stessa nonostante le dimensioni limitate dell’edificio e i danni non irreparabili (ma sempre più gravi, dato il tempo che passa) ne consentirebbero la rimessa in sesto.
Scrive Maspes:
Ancora lì, in bella mostra, un rifugio scoperchiato dal soffio di una valanga e un tetto pericolante che aspetta forse di cadere in testa a chi si siede sotto.
Dopo 25 anni che lo vedo così (un quarto di secolo, mica l’altro ieri), mi chiedo come non si riescano a trovare due sghei per rifare o almeno mettere le toppe al Rifugio Allievi, classe 1905, importante pezzo di storia dell’alpinismo nel Masino.
Vero, lì accanto c’è il “nuovo” (è del 1988) Rifugio Allievi-Bonacossa e sì, c’è sicuramente una spesa da affrontare non di pochi Euro: ma non costa di più la visione di un manufatto così fatiscente nel mezzo di un anfiteatro di alta quota e di un paesaggio alpestre tra i più spettacolari delle Alpi Retiche? Non costa di più osservare una capanna che – lo si percepisce bene -può raccontare molto di quel paesaggio e alimentarne il valore ambientale e culturale? E non costerebbero meno la cura, la sensibilità e il rispetto per il luogo, per la sua storia, per chi lo frequenta e per quanto può donare a chiunque lo visita?
Insomma: non sarebbe quanto meno il caso di provarci, a sistemarla? Con tutti i soldi che gli enti pubblici spendono per opere interventi meno nobili e ben più opinabili, per giunta!
D’altro canto la vecchia Capanna Allievi non è il solo rifugio storico sulle montagne italiane abbandonato a sé stesso. Ad esempio, poco distante dalla Allievi, la Capanna Desio al Passo di Corna Rossa sul Monte Disgrazia (la cui storia inizia addirittura nel 1880) e chiusa dal 2001 è sempre più prossima al crollo – ne ho scritto qui, insieme ad altri rifugi in simili condizioni. E come già scrivevo in quella circostanza, un po’ più di considerazione se la meriterebbero, queste strutture, e possibilmente prima che diventino un brutto e tristissimo cumulo di macerie d’alta quota.
[Panorama dell’alta Val San Martino con sullo sfondo le montagne del Lario Orientale sovrastanti Lecco.]Leggo sulla stampa che Regione Lombardia ha stanziato 14.375.000 Euro per «fermare lo spopolamento e aiutare l’economia locale delle aree interne tra il Lario orientale, la Valle San Martino e la Valle Imagna» (province di Lecco e Bergamo), un territorio in gran parte di media e bassa montagna.
«Wow! Finalmente una buona notizia per le montagne lombarde» verrebbe da esclamare. E lo è, una buona notizia. Diciamo che lo è come lo sarebbe stata l’annuncio di un bel pranzo a base di carni pregiate per un montanaro che abitualmente si cibava di polenta, castagne e poco altro, ecco.
O, per dirla in altro modo, è un’altra manifestazione della strategia del (in idioma milanese) «Piutost che nient, l’è mei piutost», piuttosto che niente è meglio piuttosto: quella ideata per far credere alla montagna di essere aiutata, sostenuta, supportata nella propria quotidianità ma che in concreto la mantiene nel proprio limbo di perenne incertezza, non del tutto abbandonata ma per nulla sviluppata come dovrebbe e meriterebbe. Poi, ovviamente, si dichiara che i soldi servono «per fermare lo spopolamento e aiutare l’economia locale» e formalmente è così: ma dalle parole enunciate ai fatti concreti la strada resta sempre infintamente lunga e, dunque, quasi sempre priva della meta.
[Panorama della media e bassa Valle Imagna, con lo sfondo della dorsale dell’Albenza che la separa dalla Val San Martino.]In ogni caso di seguito analizzo la notizia – lo faccio analiticamente per maggior chiarezza – con qualche dettaglio in più:
Sono stati stanziati 14.375.000 Euro che è una bella cifra, senza dubbio. Ma è destinata a 41 comuni dell’area indicata: fanno circa 350.000 Euro a comune. Cioè, il costo di due o tre chilometri al massimo di asfalto nuovo o di una rotonda di media grandezza. Insomma, non esattamente una cifra capace di svoltare il destino ai comuni montani coinvolti.
Peraltro si tenga conto che, a fronte dei 14.375.000 Euro stanziati, ad esempio all’Aprica per rinnovare una solaseggiovia si spenderanno 10,5 milioni, e a Madesimo per la nuova funivia verso la Val di Lei la stessa Regione Lombardia ne spenderà quasi 20, molti di più di quelli destinati ai 41 (quarantuno) comuni di cui sopra. Viene difficile pensare a come si possa efficacemente finanziare «lo spopolamento e sostenere sviluppo dell’economia locale, il rafforzamento dei servizi socio-sanitari e assistenziali e il miglioramento complessivo della qualità della vita» a fronte di tali dimensioni economiche effettive dell’intervento.
Uno dei referenti politici (perché ovviamente il tutto viene utilizzato come propaganda politica di parte – ma lo farebbe qualsiasi schieramento politico, in Italia) dell’iniziativa dichiara che «L’obiettivo è accelerare l’attuazione degli interventi, trasformando le risorse in progetti concreti e risultati tangibili». Quindi di progetti “concreti” non ce ne sono ancora ma solo vaghe indicazioni di intervento nei vari (soliti) ambiti ove i territori montani risultano carenti nei servizi di base e in altre specificità a supporto delle comunità locali? Dunque si tratterebbe del consueto modus operandi istituzionale del finanziamento ad mentula canis, per il quale vengono formalmente messe a disposizione un tot di risorse che tuttavia non si sa se andranno a buon fine, cioè se serviranno veramente a finanziare interventi concreti a favore dei territori beneficiari.
Ma attenzione: «Per sostenere e orientare questo insieme di interventi si punta alla costruzione di una governance territoriale integrata e multilivello, fondata sulla collaborazione con gli stakeholder locali, per superare la frammentazione e assicurare coerenza, efficacia e impatto alle politiche attuate.» Al netto del linguaggio utilizzato, molto di propaganda e poco di sostanza, in verità questa operazione si deve fare prima, non dopo. Ovvero: si studia scientificamente e tecnicamente il territorio, le sue specificità, i suoi bisogni; si elabora con gli enti pubblici un piano di sviluppo territoriale organico; si crea la rete di «stakeholder» e si mettono in atto gli strumenti di interlocuzione permanente con le comunità locali; si tirano le somme e si determina l’ammontare delle risorse necessarie; gli enti locali superiori stanziano le risorse necessarie, che in questo modo vanno direttamente e subitamente a sostenere gli interventi elaborati nel progetto di sviluppo territoriale sotto il controllo della rete di portatori d’interesse e comunità locali già costituita. Ecco, fate caso a quanti di questi passaggi fondamentali mancano nell’intervento di Regione Lombardia, e poi provate a pensare perché siano assenti.
«Vogliamo rendere questi territori più attrattivi, moderni e capaci di offrire opportunità concrete a cittadini, imprese e giovani.» Ai territori montani servono sicuramente queste cose, che tuttavia si devono innestare su una dinamica di rigenerazione del senso di comunità, elemento fondamentale per vivere in montagna sentendosi parte consapevole del suo paesaggio: perché la montagna non ha bisogno di semplici residenti o di lavoratori periodici e stagionali, di chi ci compra una casa perché l’aria è salubre e il panorama e è bello e poi vive e produce altrove. Ha bisogno innanzi tutto di fare comunità, ha bisogno di abitanti consapevoli, ha bisogno di elaborare il senso di comunità, ha bisogno di socialità attiva a vantaggio non solo della comunità stessa ma anche, e soprattutto, del territorio, per il quale ogni abitante autentico si fa pure custode. Cosa c’è di tutto questo negli interventi della politica come quello lombardo che sto qui analizzando?
La montagna, per dirla in modo più concreto, ha bisogno di interventi di ben altra consistenza, sia economica e finanziaria che politica, amministrativa, culturale, sociale, civica. I comuni montani non hanno bisogno di stanziamenti di propaganda privi di visione e senza un’autentica contestualizzazione territoriale, perché viceversa le risorse (pubbliche, non dimentichiamolo) stanziate, pur importanti, rischiano fortemente di essere sprecate, generando oltre al danno la beffa per i territori coinvolti. Le montagne rappresentano fondamentali laboratori di innovazione abitativa e sociale, tanto più ora che la crisi climatica rende i propri effetti sempre più tangibili: sono un ambito complesso alle cui domande non si possono più dare risposte troppo semplici e superficiali, che a qualcuno fanno credere che si stia facendo qualcosa per il loro futuro quando invece finiscono per celarne e accelerarne la decadenza.
[Altre due vedute panoramiche della Val San Martino, sopra, e dell’alta Valle Imagna sotto.]Infine, forse la migliore risposta al perché la montagna, in Lombardia e altrove, venga funzionalmente (o forse no ma, come si dice, a pensare male si fa peccato ma si indovina) mantenuta in quel limbo di sopravvivenza permanente, che ne rallenta solo in parte la decadenza senza fermarla veramente e di contro non ne sostiene lo sviluppo concreto e realmente proficuo per le sue comunità, la danno ancora i numeri: sebbene in Lombardia la montagna occupi il 41% del territorio regionale, ci vive solo il 12% circa dei cittadini lombardi. Ovvero, un bacino elettorale troppo esiguo per risultare veramente interessante alla politica e, dunque, per dedicarci ben più attenzioni concrete di quanto succede ora (ribadisco: a pensar male… eccetera). A meno che non ci sia da finanziare qualche mega impianto funiviario o di innevamento artificiale di una società per azioni che gestisce il comprensorio turistico locale ma avendo la sede legale ben lontana dai monti coinvolti e, chissà come mai, in casi del genere di soldi pubblicise ne trovano sempre e molti di più che per altri interventi e differenti territori. D’altro canto «senza lo sci la montagna muore», dicono. Già.
Si dice spesso che le montagne sono – o possono essere – un laboratorio di cittadinanza, termine da intendersi in tutto i suoi vari significati: di vita e vitalità, di residenzialità resiliente, di relazione sociale e culturale, di coesistenza ecologica, di impegno civico… ciò è tanto vero quanto ancora troppo poco considerato concretamente, al di là delle tante parole spese al riguardo. Anche per questo conoscere la realtà di fatto dei territori montani e rifletterci sopra è importante, emblematico, illuminante, non solo per le montagne stesse e le loro comunità ma per tutti noi – anche per chi in montagna non ci va mai.
Dunque, per alimentare la vostra conoscenza e la riflessione riguardo ciò che accade sulle montagne, eccovi una nuova mini-rassegna stampa di alcune delle notizie più interessanti relative a cose di montagna pubblicate in rete e sulla stampa la scorsa settimana, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento. Le notizie più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra, aggiornata quotidianamente; qui invece trovate il loro archivio permanente.
LA CONVIVENZA TRA BIKERS E ESCURSIONISTI IN SVIZZERA
Si discute spesso della frequentazione condivisa di escursionisti e bikers dei sentieri di montagna, e non di rado emergono problematiche varie circa il rispetto reciproco, la sicurezza, la manutenzione dei tracciati. Nel Canton Grigioni (Svizzera) è attivo dal 2019 il progetto “Fairtrail”, che promuove la coesistenza improntata al rispetto tra amanti della mountain bike ed escursionisti che usano i percorsi per il traffico non motorizzato delle montagne grigionesi. La campagna mira a sensibilizzare gli utenti nei confronti del prossimo, della natura, dell’agricoltura e degli animali selvatici, e qualche giorno fa sono stati pubblicati i riscontri al riguardo per l’anno 2025, con i reclami registrati e i risultati ottenuti dalle campagne di sensibilizzazione.
QUANTO HANNO “FRUTTATO” LE OLIMPIADI?
Arrivano le prime stime su quanto abbiano “fruttato” le Olimpiadi di Milano Cortina: le propone il quotidiano finanziario “Italia Oggi” (ripreso da “MilanoToday”) che parla di «Almeno un miliardo e 300 milioni di euro. La parte del leone va ai diritti televisivi (570 milioni), quasi eguagliati dalle sponsorizzazioni (550 milioni). Più bassi i ricavi della vendita dei biglietti. Esclusi però i ricavi da merchandising e altre voci che ancora non è possibile definire». Il raggiungimento del pareggio di bilancio operativo è stimato a 1,7 miliardi di euro, tuttavia, anche considerando le stime sull’indotto olimpico, sembra alquanto lontano il pareggio complessivo con i circa 7 miliardi di costi olimpici (molto lievitati rispetto alle stime iniziali, e senza contare gli extra costi) e con gli elevati “costi ambientali” la cui determinazione economica è molto difficile.
IDROELETTRICO, LA MONTAGNA COME UN BANCOMAT
Il Comitato del Grande Idroelettrico, che riunisce rappresentanti di territori montani per tutelare gli interessi locali nel rinnovo delle concessioni idroelettriche, denuncia la situazione di stallo al riguardo: «Il rinnovo delle concessioni idroelettriche in Italia è fermo a un binario morto, intrappolato tra l’inerzia del Governo, i timori sulla reciprocità europea e il ruolo dei grandi produttori. Come comitato esprimiamo forte preoccupazione per la direzione che sta prendendo anche Regione Lombardia con le voci e le uscite della stampa sulla quarta via, l’ennesima proroga condizionata per i grandi produttori. La montagna non è un bancomat per i colossi dell’energia!»
Tra Val Masino e Val Bregaglia sta per nascere il primo Climbing Park internazionale, grazie a un progetto transfrontaliero del valore di 1,2 milioni di Euro che unirà i graniti di Grigioni e Valtellina, uno dei territori alpini più apprezzati a livello europeo per la qualità paesaggistica e per l’arrampicata su granito. Il progetto si chiama “APICI”, acronimo di Attuazione del Polo Internazionale del Climbing Interconnesso, e non vuole essere un comune piano di sviluppo territoriale ma un modello di governance replicabile anche in altri contesti alpini: valorizzare senza snaturare, rendere accessibile senza massificare, educare invece di limitarsi a promuovere.
[Immagine tratta dalla pagina Facebook del Comune di Civitella Alfedena.]
CIVITELLA ALFEDENA, TURISMO SENZA IMPIANTI CON SUCCESSO
Tra i paesi di montagna italiani che riescono a fare a meno di piste da discesa e di impianti spicca Civitella Alfedena, località che mezzo secolo fa ha simboleggiato la rinascita dell’allora Parco Nazionale d’Abruzzo e poi di tutte le aree protette italiane. Un’amministrazione giovane e aperta alla collaborazione con il Parco, l’apertura a campeggiatori ed escursionisti, lo sviluppo di attività in ambiente praticabili tutto l’anno, la nascita dell’Area faunistica del Lupo e del vicino Museo… Risultato: vari alberghi, b&b e ristoranti, quattro agenzie di guide escursionistiche, tre alimentari, alcune nuove botteghe artigiane e un paese unito e attivo con una vitalità economica certificata. Un paese che sta sapendo costruirsi un buon futuro, insomma.
L’IMPATTO DELLE OLIMPIADI SUI TERRITORI COINVOLTI
Un progetto di ricerca dell’Università di Bergamo, curato dal ricercatore Francesco Antonelli, sta indagando l’impatto dei Giochi Olimpici di Milano Cortina sui territori coinvolti e si interroga su benefici e criticità dell’eredità olimpica. Dalle grandi infrastrutture alla vita quotidiana delle comunità alpine, i Giochi mettono alla prova il rapporto tra città e montagna: «La vera legacy – rimarca Antonelli – non sta tanto nelle infrastrutture o nella visibilità turistica, ma nel rafforzare un territorio di per sé fragile senza snaturarlo e senza che si generino squilibri ambientali e sociali. La legacy si gioca tutta nel cercare di mettere al centro la montagna.» Osservazioni perfette e condivisibili, ma non sembra che i dirigenti olimpici le abbiano tenute in considerazione.
[Anno 1940, foto di Emmy Andriesse – http://hdl.handle.net, pubblico dominio, fonte commons.wikimedia.org.]Nell’anno in corso si celebrano i centoventicinque anni dalla nascita e i sessanta dalla morte di Alberto Giacometti, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi le cui opere, soprattutto le celeberrime sculture in bronzo, tanto minimaliste quanto espressivamente potenti e ipnotiche (ne ho avuto esperienza diretta nei musei ove le ho potute ammirare) hanno raggiunto record di vendita in asta tra i più alti di sempre: ad esempio nel 2015 “L’homme au doigt” (la vedete nell’immagine qui sotto) è stata aggiudicata per 141,28 milioni di dollari da Christie’s a New York. D’altro canto l’importanza dell’arte di Giacometti travalica il proprio mero ambito per toccare diversi aspetti, materiali e immateriali, che danno forma e immaginario alla nostra contemporaneità.
Ma forse più di ogni altra cosa io trovo affascinante, di Giacometti, la sua origine montanara, di una delle valli più belle e emblematiche delle Alpi tra Svizzera e Italia: la Bregaglia, da millenni corridoio orografico e culturale di giunzione tra la pianura padano-lombarda e più in generale il bacino del Mediterraneo, la regione alpina settentrionale e il centro-nord Europa. Una genesi alpina che Giacometti ha fuso con tutti gli altri ambienti sociali e culturali frequentati nel corso della sua vita e che molti storici e critici d’arte ritrovano nei suoi lavori artistici.
[Il villaggio di Stampa. Fonte commons.wikimedia.org.]In Bregaglia, a Borgonovo di Stampa, nel villaggio natale della famiglia del grande artista e presso il cui cimitero riposa con i familiari, tutti identificati da lapidi semplicissime, ha sede il Centro Giacometti, che mira a curare, salvaguardare e valorizzare il patrimonio culturale materiale e immateriale legato alla famiglia e al suo principale esponente, mentre la Fondazione Ciäsa Granda/Atelier Giacometti conserva alcune opere rimaste in valle e rende accessibile di tanto in tanto l’Atelier, sito sempre a Stampa.
[Le semplici lapidi delle tombe dei Giacometti nel cimitero di Stampa. Immagine tratta da centrogiacometti.ch, fonte originaria qui.]Ovviamente il Centro Giacometti ha messo in calendario alcuni eventi, diffusi lungo l’intero anno, che celebreranno Alberto e il suo legame con il territorio bregagliotto. Uno degli appuntamenti principali e più intriganti sarà il simposio in programma a luglio dal titolo: “I percorsi di Alberto Giacometti nello specchio delle sue origini” che, come si legge nel sito del Centro, «farà in particolare luce su alcuni fatti significativi legati alla valle di Giacometti e al mondo culturale italiano da lui frequentato. Ricercatori universitari, curatori e psicanalisti illustreranno vari aspetti del Giacometti “bregagliotto”, cresciuto e formato in una valle di montagna Svizzera, adiacente al mondo lombardo.»
[Giacometti fotografato a Stampa da Henri Cartier-Bresson nel 1961. Immagine tratta dalla pagina Facebook J-Arts.]Per celebrare a modo mio (cioè minimamente, per quel che posso fare) questo “anno giacomettiano”, ripropongo qui un articolo di qualche tempo fa (lo pubblicai la prima volta nel 2014) su uno degli aspetti più singolari e per certi aspetti sconcertanti dell’origine bregagliotta di Alberto Giacometti e della sua presenza in valle, che dal giorno che lo scoprii (grazie a Philippe Daverio) mi ha sempre meravigliato – in diversi modi si possa intendere tale aggettivo. Lo ripropongo di seguito, come detto, con alcune immagini aggiornate, anche nella speranza che possa meravigliare come me molti altri; tenete presente che alcuni cose scritte si riferiscono all’epoca della sua stesura e oggi risultano superate.
[Giacometti al lavoro a Stampa. Immagine tratta da www.giacometti-stiftung.ch.]Passare accanto al “genio” e (forse) non saperlo
Avrete probabilmente letto/visto sui media la notizia del nuovo record di vendita all’asta per un’opera d’arte: “Chariot“, scultura bronzea di Alberto Giacometti (nell’immagine qui sotto), è stata battuta a 101 milioni di dollari, valore secondo solo ai 104,3 milioni di dollari – record assoluto, stabilito nel 2010 – di un’altra opera di Giacometti, “Homme qui marche”.
Ora, al di là di tali vertici di mercato artistico e dello scalpore che hanno generato, quando penso ad Alberto Giacometti – senza dubbio uno dei più grandi artisti del Novecento – e ancor più in considerazione di quanto sopra citato, mi torna in mente quella piccola, caratteristica baita che si trova giusto accanto alla strada che da Chiavenna (e dunque da Milano) porta a Sankt Moritz, lussuosissima località turistica che non abbisogna di presentazioni: baita che è proprio l’atelier della famiglia Giacometti, a Borgonovo di Stampa, piccolo villaggio tra i monti della Svizzera – nel Grigioni di parlata italiana – del quale la famiglia è originaria.
Quella strada, la quale appunto porta dall’Italia a una delle più note località delle Alpi (e che è quella visibile nelle foto a corredo di questo articolo), è trafficatissima in ogni stagione ma soprattutto d’inverno, quando orde di sciatori vi transitano per recarsi sulle piste di Sankt Moritz ovvero – se detengono un’adeguata fortuna economica – per viverne il lusso, frequentare il jet set internazionale, fregiarsi dell’aver lì casa e dunque fare parte della società che conta, accanto a VIP d’ogni genere e sorta. Ecco, posto quanto scrivevo poc’anzi, mi fa semprespecie constatare come la gran parte di quel traffico passi accanto a quella baita, all’atelier di Alberto Giacometti e prima del padre Giovanni, ignorandone totalmente la presenza. Transitano veloci in tanti, le auto ordinarie oppure fuoriserie con gli sci sul tetto e i bagagli nel baule, e non sanno di sfiorare un luogo dal quale è partito un grandissimo personaggio, una vera e propria icona del Novecento e – be’, non si può non rimarcarlo di nuovo – colui che si può definire Mister 205 milioni di dollari (la somma del valore delle due opere sopra citate; oggi sarebbe da aggiornare in Mister 350 milioni, visto il successivo record di “L’homme au doigt” del 2015 sopra citato)… Altro che i miseri 6 milioni del protagonista di quella nota serie televisiva anni ’80!
P.S. – una curiosità: se ingrandite l’immagine in cui la costruzione è ripresa sul lato, potrete leggere l’intitolazione della stessa ai Giacometti, incisa sulle travi di legno. Una sorta di firma in veste di dedica sulla baita, come su un’opera d’arte. La scritta è visibile e quasi del tutto leggibile anche nelle immagini di Google Maps (cliccateci sopra per ingrandirla):
[Immagine e notizia tratte da “La Provincia-UnicaTV“.]Di nuovo ci si ritrova nelle condizioni di doversi rallegrare del fatto che in bassa Valtellina la Regione Lombardia elargirà circa 7 milioni e mezzo di Euro (di 14 milioni e 400mila totali riservati per questa zona e la contigua Valle Brembana dalla Strategia regionale “Agenda del Controesodo” 2021-2027 – DGR 5587 del 23 novembre 2021) a beneficio di venticinque comuni (l’elenco è qui) per «una serie di progetti importanti che saranno ripartiti sulle amministrazioni comunali a beneficio dell’intera popolazione residente e di chi visita il territorio».
Già. Ma facendo i classici “conti della serva”, semplici ma significativi, si deduce che, posta la cifra in gioco, ai venticinque comuni beneficiari andranno 300mila Euro ciascuno. Cioè più o meno il costo di una rotonda. La stessa “serva” quindi considera che l’importo totale elargito all’intero territorio in questione è inferiore a quello che di frequente la Lombardia destina al finanziamento di un singolo impianto di risalita al servizio di comprensori sciistici, spesso in località dove per ragioni climatiche e ambientali la pratica dello sci presto sarà impossibile: solo a Piazzatorre ad esempio, nella stessa Valle Brembana, la Regione Lombardia ha annunciato uno stanziamento di quasi 14 milioni per il rinnovo degli impianti sciistici lì presenti, posti sotto i 1800 metri di quota. Quasi il doppio di quanto elargito ai venticinque comuni basso-valtellinesi.
[Veduta della piana di Morbegno con alle spalle l’accesso alle Valli del Bitto e le Alpi Orobie sullo sfondo. Immagine di Massimo Dei Cas tratta da www.paesidivaltellina.eu.]Dunque, tocca dire “Piuttosto che niente è meglio piuttosto”, come recita il noto motteggio milanese che ho citato nel titolo di questo articolo? Sì, tocca dirlo e con notevole amarezza, visto come sia evidente che quegli stanziamenti in concreto rilanciano poco onulla ma servono soltanto e al solito a mantenere una condizione di estrema precarietà in territori montani che abbisognerebbero di ben altre risorse e visioni strategiche a lungo termine per contrastare efficacemente le dinamiche socioeconomiche e demografiche negative (altra cosa perennemente mancante in queste iniziative istituzionali), oltre che servire, in questo caso, ad accontentare zone che restano pressoché escluse dalle ricadute vantaggiose (sempre che ve ne siano) generate in Valtellina dalle Olimpiadi.
Forse le proporzioni finanziarie in gioco dovrebbe essere opposte, ovvero molte più risorse destinate alle strategie di sviluppo socioeconomico delle comunità e al supporto della stanzialità residenziale e lavorativa invece che alle infrastrutture turistiche, peraltro quasi sempre gestite da società private facenti lucro – fondatamente da parte loro, per niente se per ciò vengono spese, e facilmente sprecate, ingenti risorse pubbliche.
No, temo si sia ancora ben lontani dal fornire ai nostri territori montani ciò che realmente chiedono e hanno bisogno. Il rischio è che di questo passo, e senza una profonda e consapevole revisione tanto politica quanto culturale da parte delle amministrazioni pubbliche, svanisca rapidamente anche il piutost e resti solo il nient, il nulla e l’abbandono definitivo.