Una cartolina dalla Val Poschiavo

«C’era in cima al pendio che declina in boschi e prati dal Sassalbo verso il lago di Poschiavo, un’alpe; la quale, fossero i sassi di cui una volta era ingombro, fossero le belle rocce del Sassalbo che vi risplendevano sopra, si chiamava (e ancora si chiama) Sassiglione. Lassù s’erano raccolti un bel giorno i pastori a fare il burro. Mentre se ne stavano a lavorar di lena, chi ad affaticarsi presso la zangola, chi a sbracciare ne’ tini dentro la bella pasta del burro che ben si rappigliasse, ecco arrivare una frotta di quei selvaggi. Come se fosse apparso il diavolo! I poveri restarono tutti senza fiato a guardare i musi d’orso dei sopraggiunti. Costoro invece come se fossero gente di casa, dan mano al latte, lo versano nelle zangole e in men che non si dica ne cavano il più bel burro biondiccio e compatto da far gola anche a un morto. Eppoi addosso al siero del latte, lo riversano nelle caldane, fanno fuoco, soffiano, mestolano e alla fine davanti agli occhi dei pastori intontiti ne vuotano gran copia di bella cera profumata e limpida. E cociando allegramente ripartano via all’improvviso come erano venuti. E gli uomini tant’erano spaventati e stupiti, nemmeno seppero ricordarsi dello strano gioco e, prova e riprova, essi non riuscirono mai a cavar dal siero del latte la preziosa cera delle api.»

Questa è una delle più suggestive leggende sul tema dell’Uomo Selvatico, che da qualche tempo sto indagando e studiando per il suo notevole valore emblematico rispetto all’ambito culturale montano. Uno dei tratti comuni di queste narrazioni vernacolari è la testimonianza della sapienza ancestrale posseduta dai selvatici, in particolare circa l’arte casearia, che trasmettono agli umani i quali si dimostrino amichevoli; la leggenda poschiavina offre una curiosa variante a tale narrazione.

La montagna dalle rocce chiare ritratta nella cartolina (la cui immagine viene da qui), è proprio il Sassalbo citato nella leggenda – oronimo che significa giustappunto “sasso bianco” – la cui mole domina buona parte della Val Poschiavo, uno dei territori della Svizzera italiana posti sul lato meridionale dello spartiacque alpino. La posizione della valle, sorta di ponte geografico, storico e culturale tra la regione culturale italiana e quella elvetico-germanica, ha probabilmente agevolato la generazione di narrazioni di matrice mitico-leggendaria con protagonisti streghe, santi, salvanchi (così vengono chiamati in zona i selvatici) e creature variamente fantastiche, delle quali la zona è oltre modo ricca. Se ne volete sapere di più, al riguardo, qui trovate un bel volume che tratta l’argomento.

L’Engadina di Lizzie Le Blond

In quel meraviglioso scrigno di tesori documentali e visivi che è l’Archivio Culturale dell’Alta Engadina (Kulturarchiv Oberengadin/Archiv culturel d’Engiadin’Ota), tale anche per custodire le testimonianze storiche di uno dei luoghi più emblematici – e più belli, inutile dirlo – di tutte le Alpi, è disponibile da qualche giorno l’archivio di immagini fotografiche di Elizabeth Hawkins-Witshed Burnaby Main Le Blond, in breve Elisabeth Main ma ancor meglio conosciuta come Lizzie Le Blond, una delle prime alpiniste e tra le migliori della sua (pioneristica) generazione, capace di salire il Disgrazia per la prima volta d’inverno, il 16 febbraio 1896, e di compiere altre notevoli imprese alpinistiche invernali un po’ ovunque sulle Alpi senza mai tralasciare di indossare le sue celeberrime gonne vittoriane o i raffinati copricapi, che le conferivano uno stile impeccabile e unico (aveva origini nobili, d’altro canto), e parimenti senza trascurare una vivacissima vita sociale – si sposò ben tre volte, per dire, e dai cognomi dei mariti deriva la lunghezza del suo nome completo.

Ma Lizzie Le Blond fu anche una grande fotografa, appunto, e oggi le sue immagini rappresentano pure un’inestimabile testimonianza storico-geografica sul territorio dell’Engadina tra fine Ottocento e primi del Novecento e sull’evoluzione del suo paesaggio al crescere del turismo in loco e in forza delle conseguenti trasformazioni dei luoghi, oltre a permettere di constatare quanto siano cambiate le montagne engadinesi rispetto a oggi – i ghiacciai in primis, al tempo talmente più vasti di oggi da far apparire quelle montagne quasi irriconoscibili.

Nella galleria qui sopra vi propongo una minima selezione delle fotografie che potete trovare nell’archivio “Elisabeth Main”, nel quale c’è veramente da sbizzarrirsi e ancor più da emozionarsi – senza ovviamente contare tutto il resto dell’eccezionale patrimonio custodito dall’Archivio Culturale dell’Alta Engadina. Da visitare assolutamente.

P.S.: grazie a Michele Comi che indirettamente mi ha reso edotto sulla disponibilità dell’archivio fotografico di Lizzie Le Blond.

Case-UFO sul “pianeta” montagna

[La “Futuro House” di Matti Suuronen a Dombay, Russia. Immagine tratta da qui.]
[Immagine tratta da qui.]
Di case a forma di disco volante ne sono state fatte, in giro per il mondo, fin dal momento in cui il mondo ha “scoperto” i dischi volanti. Ne sono state fatte anche in montagna, ovviamente, e devo dire che lassù, sui pendi innevati neve o con lo sfondo delle vette rocciose, queste case bizzarre assumono se possibile un aspetto ancor più particolare, più… “ufologico”.

[La “Chesa Futura” di Foster+Partners a Sankt Moritz, Svizzera. Immagine tratta da qui.]
Forse perché maggiormente che altrove danno l’impressione, a prima vista, che sul serio lassù sia atterrata un’astronave aliena, o forse, mi viene da pensare, perché in qualche modo la montagna è un pianeta a sé, un mondo diverso rispetto a ogni altro nel quale, quando ci stiamo e lo attraversiamo, siamo un po’ tutti esploratori spaziali, di un “spazio” che offre moltissimo ancora da scoprire e che probabilmente non scopriremo mai del tutto se non sapremo entrare in contatto autentico con la sua particolare dimensione.

[Un’altra casa-UFO “atterrata” a San Maurizio d’Opaglio, Piemonte. Immagine tratta da qui.]
Per tale motivo, ci siano pure case-UFO sui monti ma spesso gli “alieni” sono gli umani che arrivano lassù senza capire bene dove stanno, mal comportandosi di conseguenza. “Alieni” dacché alienati rispetto al luogo, ecco.

P.S.: se anche voi, durante le vostre esplorazioni del pianeta Terra, avete avvistato altre case-UFO “atterrate” da qualche parte sui monti, fatemelo sapere!

Sculture

Opere di Alberto Giacometti alla Biennale di Venezia nel 1962; immagine tratta dalla pagina Facebook di “Artribune”. Ovvero: quando l’arte genera altra arte, anche “incidentalmente”. Sculture, in questo caso, sia quelle di destra che quella a sinistra, tutte quante a loro modo meravigliosamente “viventi”.

Di Giacometti, uno dei più grandi artisti di sempre – e questo la foto lì sopra lo conferma pienamente, a suo modo – e delle sue terre natali alpine ho scritto di recente, qui e qui.

Il riposo alpestre del grande Genio

A margine e come affascinante integrazione al mio post di qualche giorno fa sull’Atelier Giacometti a Borgonovo di Stampa, in Val Bregaglia, lungo la trafficata strada che porta i gitanti sciistici italiani verso le piste di Sankt Moritz e dell’Engadina, Dario Sironi dell’interessantissimo sito costruttoridifuturo.com mi segnala e ricorda (con questo suo articolo, dal quale traggo anche le foto che vedete, se non diversamente indicato) che il grande Alberto Giacometti, uno dei più importanti artisti di sempre, riposa proprio nella semplicissima tomba ospitata dal piccolo cimitero di Stampa, a sua volta adiacente alla suddetta superturistica strada poche centinaia di metri oltre la baita in legno e pietra che accoglie l’Atelier familiare.

Leggo peraltro sul sito del Centro Giacometti che le tombe di Alberto e di Diego Giacometti, fratello del primo, nonché dei genitori Giovanni e Annetta Giacometti-Stampa, tutti ospitati nel cimitero di Borgonovo di Stampa, «avevano negli ultimi decenni subito delle alterazioni: le pietre tombali si erano inclinate, e la superficie della stele sulla tomba di Giovanni e Annetta era stata colonizzata da licheni a tal punto da rendere illeggibili i simboli in rilievo, ma anche i rilievi in bronzo sulle tombe di Alberto e Diego avevano subito dei danni. Dopo un’azione da parte di una restauratrice coordinata negli anni 2015-2017, le tombe hanno ora di nuovo un aspetto soddisfacente», rappresentando un ulteriore motivo di pregio per la splendida Val Bregaglia e di sosta per chi transiti di lì e voglia, come ribadisco, “accostarsi” seppur virtualmente e per pochi istanti a uno dei maggiori geni creativi del ventesimo secolo e al suo piccolo/grande mondo primigenio.

[Immagine tratta da centrogiacometti.ch, fonte originaria qui.]
Ringrazio molto Dario Sironi per la sua segnalazione e per il conseguente stimolo che mi ha offerto.