INTERVALLO – Jorge Méndez Blake, “El Castillo”

Jorge Méndez Blake è un artista messicano le cui installazioni di frequente rappresentano la combinazione delle sue due grandi passioni, l’architettura e la letteratura e nelle quali materiali ed opere sono indistinguibili, la materia stessa è l’opera d’arte comprensiva del suo significato e della sua efficacia rappresentativa ed espressiva.

L’opera nelle immagini si intitola El Castillo (“Il Castello”), prendendo il nome dal libro che ne è protagonista, proprio Il Castello (orig. Das Schloß) di Franz Kafka, e dimostra, nemmeno così metaforicamente, come la forza (culturale) di un solo libro, e di quanto esso rappresenti, possa tanto sostenere un muro quanto deformarlo, intaccarne la solidità, esserne elemento costitutivo e costruttivo (se il muro fa da fondamenta a una buona realizzazione) ma pure distruttivo (se serve a dividere e a separare). Si può costruire la muraglia più possente e apparentemente invalicabile, insomma, ma nemmeno questa avrà mai la forza e l’impatto della buona cultura.

Cliccate sulle immagini per saperne di più oppure qui per visitare il sito web di Méndez Blake.

(P.S.: grazie a Sarah Inverno per la segnalazione.)

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Falcon Heavy (ovvero: di una data storica, di viaggi verso Marte e di futili canzonette)

Ieri sera, nel mentre che chissà quanti milioni di italiani perdevano il proprio tempo davanti alla TV assistendo a futili messinscene tipiche di questo periodo, io in live streaming sul web assistevo a quello che senza dubbio rappresenta un nuovo storico passo nel progresso scientifico e tecnologico (dunque anche culturale) dell’umanità: il primo lancio del Falcon Heavy, il nuovo super-razzo spaziale della SpaceX di Elon Musk, il visionario patron di Tesla che con i suoi vettori e la loro innovativa tecnologia può realmente dare il via ad una nuova era spaziale.

Ed è stato un lancio non solo perfetto dal punto di vista tecnico, ma pure suggestivo ed altamente emozionante: il carico rappresentato da una Tesla Roadster messa in rotta verso Marte, la scritta “Don’t Panic” sul monitor dell’auto in omaggio alla celeberrima Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams, le note di Life on Mars di David Bowie diffuse nel centro di controllo durante il lancio, e soprattutto il rientro e l’atterraggio simultaneo dei due booster alla base di Cape Canaveral, una scena che pareva estratta tale e quale da un film di fantascienza. Qualcosa di storico, appunto.
Nel video di seguito potete assistere all’intera sequenza di lancio:

Alla faccia di quelle messinscene e alle loro immutabili, insignificanti manfrine. Ecco.

Il valore educativo della TV (Groucho Marx dixit)

Trovo che la televisione sia molto educativa. Ogni volta che qualcuno l’accende, vado in un’altra stanza a leggere un libro.

(Groucho Marx, citato in Movie icons: Marx Bros., a cura di Paul Duncan e Douglas Keesey, traduzione di Emanuela Rossato, Taschen, 2007.)

A prescindere dall’evidenza che un aforisma del genere andrebbe scritto sulla carta d’identità, oppure posto per legge come altorilievo sui muri di ogni casa o sul tetto dei palazzi prospicienti le piazze di tutte le città (e a prescindere che Marx lo sentenziò decenni fa: che direbbe oggi, con la TV di oggi?), trovo che sia una conferma netta e chiara a una cosa che sostengo convintamente: se volete trovare la più illuminante e preveggente genialità, cercatela tra i comici. Quelli veri, intendo. Rideteci sopra alle loro “battute” ma poi, subito dopo, meditateci per bene. Perché sovente la “risata”, quando ben suscitata, non è che la più alta forma espressiva dell’intelligenza.

INTERVALLO – Tjumen (Russia), Book House

Di fronte a una delle scuole della città russa di Tjumen’, posta nella Siberia Occidentale, c’era un edificio vecchio e grigio, piuttosto triste da osservare per gli alunni della scuola e non solo. La cosa è stata notata dal locale collettivo artistico Color of the City, i quali hanno realizzato un dipinto di oltre 200 mq e alto fino a 7,5 metri, facendo dello stabile non più un triste edificio ma una colorata e suggestiva “casa di libri”, in onore alla grande tradizione letteraria russa.

Non sarebbero affatto male ritinteggiature simili anche dalle nostre parti, no?

Dolores O’Riordan (1971-2018)

Beh, accidenti… non sono uno aduso alle commemorazioni “social”, ma la morte di Dolores O’Riordan mi ha colpito molto. Per motivi personali e in ciò assai banali, forse: fatto sta che, quando nei primi anni Novanta coi suoi The Cranberries (dei quali peraltro non sono mai stato un così grande appassionato – non della band in sé, voglio dire) ottenne il successo internazionale, la trovavo una donna di rarissimo e potente fascino, bella d’una bellezza diversa dai soliti canoni, semplice e al contempo raffinata, molto irish ma nel senso più antropologico del termine. Per di più con la sua voce così particolare che, alla lunga, si è rivelata una delle più influenti di quell’epoca musicale, dalla quale traspariva uno spirito vibrante che trascendeva dalla mera presenza artistica e scenica e, appunto, mi pareva che in qualche modo compendiasse nei suoi tratti lo spazio, il tempo e l’essenza della sua terra – similmente ai primi U2, a mio parere, al cui impegno civile nei confronti della travagliata storia (nord)irlandese i Cranberries si sono accostati, ad esempio con il loro brano più famoso in assoluto.

La sua immagine, a volte passionale e carnale ovvero conturbante, a volte eterea, confortante, quasi elfica, sempre e comunque in qualche modo intrigante, mancherà. È banale dirlo, tanto quanto inevitabile. Come manca ogni cosa che ha saputo essere a suo modo unica e inimitabile, divenendo emozione durevole e ricordo imperituro.