ThIS IS America!

Strage in una chiesa del Texas. Killer uccide 26 persone urlando «God save America!»
Gli USA rivendicano: «È un nostro soldato

“Ironia”? Niente affatto. America, 2017: questo è. Nulla di ironico; molto, moltissimo di spaventoso. E spaventosamente assonante. ThIS IS America, guys!

(P.S.: cliccate sull’immagine per leggere dei fatti a cui mi sto riferendo.)

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Summer Rewind #7 – Mark Lombardi, quando l’arte sa illuminare la parte più oscura e torbida della realtà

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine il 30 luglio 2013.)

Da scrittore dotato di grande passione per la scrittura letteraria e per assimilabile grande passione verso l’arte contemporanea, sono da sempre molto interessato e affascinato da quelle forme d’arte che integrano in modo più o meno cospicuo il segno grafico con le parole scritte, ovvero con un testo che sia leggibile e che dunque palesi un determinato senso tematico/letterario.
Posto ciò, devo ammettere la colpa di non aver mai adeguatamente approfondito la conoscenza dell’opera di Mark Lombardi, artista concettuale americano che tuttavia definire in tal modo risulta parecchio limitante, se non per certi aspetti lombardi_photofuorviante. I suoi disegni, diagrammi ovvero infogrammi di precisione maniacale con i quali metteva in correlazione i poteri forti, le varie lobby politiche, economiche, industriali e finanziarie e vari settori delle classi dirigenti con la criminalità e il terrorismo internazionale di varia natura, formano delle figure perfette e armoniose, in tal modo dimostranti un’armonia grafica riconducibile alla matrice estetica dell’arte, ma nel contempo illustrando e illuminando la realtà – torbidissima e sovente spaventosa, inutile dirlo – di quei poteri dominanti, e di buona parte della realtà che da essi derivava e tutt’oggi deriva – in primis gli attentati dell’11 Settembre 2001, pochi giorni prima dei quali Lombardi morì d’una morte che in alcuni desta ancora Lombardi-bushbinladen_photopiù d’un sospetto – e della quale stiamo subendo le conseguenze planetarie, chissà ancora per quanto tempo (a proposito, tanto per dire: ingrandite la foto qui accanto, e meditate…)
Dicevo poco sopra che qualsiasi definizione si porvi ad usare per l’opera di Lombardi risulta facilmente fuorviante… Lombardi era una artista, ok, le cui opere tuttavia ben poche persone riconoscerebbero come “d’arte”, intendendo l’accezione classica ed estetica di questa definizione; però, come detto, i disegni prodotti sono talmente belli, nel segno grafico, che assurgono realmente al rango di arte contemporanea concettuale e minimalista. Ma, con la sua arte e con quanto rivela, Lombardi era pure un cronista sui generis, uno che veramente illuminava le realtà dei fatti in modo libero e indipendente: in effetti il testo utilizzato nelle sue opere è composto soltanto da nomi, date e pochi altri appunti funzionali al disegno raffigurato.
Tuttavia, al di là di qualsiasi definizione, etichetta o catalogazione pensabile, Mark Lombardi con la sua arte ha attuato come pochi altri il senso precipuo e fondamentale che da sempre le discipline artistiche devono e dovrebbero conseguire, ovvero la raffigurazione della realtà attraverso una matrice estetica e al contempo tematica ed espressiva che permetta a chi ne fruisce di riflettere su quanto raffigurato, di valutare, di considerare e magari di comprendere. L’arte non deve imporre una qualche idea o, peggio verità – sarebbe altrimenti mera propaganda, come quella utilizzata dai regimi – ma, appunto, deve offrire un punto di vista perspicace, penetrante, illuminante e se possibile alternativo su quella realtà. Deve agevolare la libertà di pensiero, insomma, esattamente come l’arte è manifestazione di libertà espressiva, in senso grafico e non solo. E Mark Lombardi, nei suoi lavori, lo ha saputo fare benissimo, peraltro mettendoci davanti agli occhi la potenziale verità sugli ultimi 30 anni almeno di geopolitica internazionale, su come ciò che ci è stato presentato e imposto come “bene” ma che sovente è l’esatto contrario, nonché – allo stesso modo – su certi “nemici dell’Occidente” che invece erano (e sono) amici, e pure fraterni…

Su Mark Lombardi in Italia c’è pochissimo materiale. Di recente RAI 5 – l’unico canale della televisione pubblica italiana degno di essere visto! – ha mandato in onda il documentario Mark Lombardi – Kunst und Konspiration realizzato dalla regista tedesca Mareike Wegener, il cui promo è questo:


Poi, per citare un paio di altre fonti utili su Lombardi, questo è l’articolo di Wikipedia (in inglese), mentre questo è il sito della Pierogi Gallery di Brooklyn, che ne detiene le opere (visibili in una interessante selezione). Ma, appunto, se avete una buona dimestichezza con la lingua inglese, potete trovare molti altri documenti interessanti, sul web: Mark Lombardi è un personaggio che merita assolutamente di essere conosciuto e apprezzato in tutto il suo grandissimo valore, e per quanto sappia aprirci occhi e mente sul nostro mondo contemporaneo.

2 agosto 1980, Bologna, Italia.

Nei tempi odierni siamo molto spesso portati a spendere parole a sostegno di “opinioni” sulla realtà dei fatti il cui peso non percepiamo totalmente, ovvero lo crediamo gravare altrove, come se quelle parole indicassero cose, fatti e oggettività estranee alla nostra quotidianità e solo incidentalmente capitate tra di noi. Quindi, per via di questa in-coscienza indotta circa il reale senso (storico e culturale) di quelle parole, le utilizziamo – a volte anche in buona fede – come strumenti sovente impropri di presunte fattualità, a cui poi il vox populi vox dei conferisce valori e credibilità non consoni alla loro reale tangibilità, quando invece di contro, per esserne coscienti, sarebbe sufficiente una rapidissima riflessione storica, agevolata da una memoria collettiva funzionante e non narcotizzata come troppe volte appare, ahinoi, quella della nostra società.

Terrorismo”, ad esempio: quante innumerevoli volte sentiamo questo termine, quante volte ci viene proferito dai media e quant’altre volte, inevitabilmente, lo proferiamo noi, senza troppo far caso alla relativa cognizione di causa e, ancor meno, alla storia anche recente a cui esso può far riferimento?
E quanti, di contro, sono ancora (almeno sufficientemente) consapevoli del nostro terrorismo, e di come la storia recente del nostro paese sia costellata di attentati terroristici tra i più spaventosi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale?

Bologna è (attenzione: non “era”, è) forse il caso più eclatante, in tal senso. E – mi viene inesorabilmente da riflettere – quello fu un terrorismo se possibile ancora più bieco di questo che oggi dobbiamo fronteggiare, un terrorismo di cittadini italiani contro altri cittadini italiani perpetrato per immondi tornaconti di potere politico, ampiamente agevolato da parti deviate (ma “deviate” quanto? E “deviate” sul serio, poi?) delle istituzioni. Una stagione terribile, molto “italiana” nelle sue modalità (basti pensare che dopo 37 anni il processo sulla strage di Bologna non è ancora stato definitivamente chiuso e, anzi, ancora si tentano risoluzioni palesemente atte a tenere ben nascosta la realtà effettiva – vedi qui) ma dalla cui storia è possibile tutt’oggi trarre numerose consapevolezze di valore assoluto, senza alcun dubbio, fondamentali per osservare e comprendere al meglio pure molte cose del mondo contemporaneo. Avendo cura di preservarne la memoria più piena e lucida, però.

P.S.: qui potete visitare il sito dell’Associazione 2 agosto 1980, che riunisce i parenti delle vittime della strage di Bologna, e che contiene un’ampia documentazione sulla vicenda.

L’immigrazione come questione culturale e la visione dannosamente miope della politica

A mio modo di vedere, la “questione immigrazione” (la definisco genericamente così, senza con ciò sminuire né accrescere la sua portata oltre la realtà di fatto; il definirla “emergenza” come quasi tutti fanno, d’altronde, denota da subito l’approccio profondamente sbagliato e deviante alla questione) non può essere affrontata e tanto meno risolta senza una basilare visione culturale di essa, molto prima che politica. Semmai, appunto, trattarla soltanto con lo strumento politico, senza considerarne la portata culturale ovvero sociologica e antropologica, non fa che peggiorarne continuamente la realtà. Se a ciò si aggiunge l’evidenza che il suddetto strumento politico, già di suo di scarsissimo pregio, viene utilizzato da troppo tempo pure in modo pessimo – con una parte che sostanzialmente agisce come se la questione non esistesse e senza mettere in atto alcuna iniziativa di autentica gestione dei flussi immigratori e tanto meno di integrazione sociale dei migranti, l’altra che s’affida unicamente a slogan populistici di infinita ignoranza a fini di mero tornaconto elettorale senza proporre alcuna soluzione realistica ed effettiva e, in mezzo, un’opinione pubblica priva degli strumenti culturali necessari alla comprensione della questione e dunque rapportatasi ad essa “di pancia” e non di testa, con tutte le bieche conseguenze del caso – è rapidamente intuibile come una “questione” per nulla emergenziale, ribadisco, che se ben gestita da subito non avrebbe creato alcun problema né clamore, rischia di trasformarsi nel classico battito d’ali di farfalla che provoca un uragano.

Posto che, nei fatti, la distinzione continuamente rimarcata da tanti tra “rifugiati” e “migranti economici” può avere un qualche valore teorico “politico” ma è sostanzialmente priva di senso concreto nella realtà, e posto che nessuno ha il diritto di negare a priori a chicchessia il diritto di movimento sul pianeta, sia esso forzato o liberamente attuato (salvo i soggetti alla legge, semmai), basta una rapida occhiata ai libri di storia (antica e moderna) per constatare come da sempre l’umanità sia sottoposta a flussi migratori d’ogni genere nonché come, nell’epoca contemporanea caratterizzata – nel bene o nel male – dai fenomeni della “globalizzazione” e da altre questioni impattanti sul modus vivendi umano (i cambiamenti climatici, ad esempio), tali flussi è inevitabile che diventino più frequenti e massicci. D’altro canto, è ormai altrettanto storicamente palese l’effettiva incapacità della parte più “ricca” del mondo di sostenere quella più povera, sia dal punto di vista economico che sociale, politico, culturale: è inutile rimarcare come, per dirne una, il concetto occidentale di “esportazione della democrazia” abbia fatto danni tremendi, negli ultimi lustri, spesso proprio in quei paesi che ora generano flussi migratori tra i più ingenti.

Insomma, il non essere risultati pronti al manifestarsi della “questione immigrazione” è innegabilmente una delle massime colpe che ci dobbiamo imputare, soprattutto in un paese come l’Italia che, geograficamente, è proteso nel Mediterraneo come (quasi) un ponte con il continente africano. Ora, per metaforizzare, siamo nelle condizioni di un’auto che stia percorrendo una strada il cui fondo è pieno di pietre taglienti e dunque sia costantemente sottoposta al pericolo di forature: ma tra chi, da una parte, fa finta di nulla e continua a proseguire con gli pneumatici scoppiati e a terra, e chi dall’altra vorrebbe risolvere il problema togliendo del tutto gli pneumatici ma senza spiegare come farà poi la macchina a proseguire, non mi pare di vedere e sentire nessuno (o quasi) che invece rifletta su come montare pneumatici antiforatura oppure su come sistemare al meglio il fondo di quella strada. Ovvero, nessuno che proponga soluzione concrete di gestione e controllo effettivo dei flussi migratori (l’idea dei corridoi umanitari “istituzionali”, ovvero messi in atto dagli stati con l’eventuale appoggio logistico delle ONG accreditate, e non da entità “private” che peraltro poco possono fare, e con i quali gestire il numero di ingressi e al contempo garantire a chi passa un percorso di reale integrazione, ad esempio, non può non essere valutata più approfonditamente di quanto sia stato fatto finora); nessuno che concepisca e renda operativo un vero programma di integrazione per i nuovi arrivati, e non intendo dire solo per le cose più “funzionali” come la lingua ma pienamente e approfonditamente culturale (ma qui, ahinoi italiani, pecchiamo assai di mancanza “nazionale” di cultura diffusa: come ha giustamente osservato qualcuno, che valori culturali possiamo insegnare ai migranti se sono gli italiani i primi a non coltivarli e rispettarli?); nessuno che sappia concepire la questione su un piano geopolitico spaziale e temporale ben più vasto di quello che concerne le coste dell’Europa del Sud o il bacino del Mediterraneo, quando è del tutto evidente, appunto, che l’intero pianeta presenta fenomeni migratori importanti e imponenti aventi cause e peculiarità similari, e non considerarli in un’ottica globale (in primis culturale, ribadisco, di nuovo) dall’orizzonte necessariamente lontano nel tempo è una prova di cecità e ottusità politica drammatica e potenzialmente letale.

In verità, mi viene da dire, non stiamo vivendo una “questione immigrazione”, ma una “questione incapacità politica” e “analfabetismo socioculturale”: condizioni che, non a caso, nel tempo sono risultate più volte funzionali a situazioni e periodi assolutamente biechi e autodistruttivi – nuovamente, historia magistra vitae. La questione esiste e ha una considerevole complessità, sia chiaro, per questo deve essere affrontata nel modo più civile, rigoroso ed efficace possibile, scaturendo le soluzioni dall’approfondita analisi culturale del fenomeno – la quale peraltro, se sviluppata su un piano storico, può già fornire illuminanti dettagli al riguardo. Una storia che dimostra con ben pochi dubbi come i movimenti migratori hanno sempre rappresentato in primis un’opportunità di sviluppo e progresso, ben prima che un problema o un pericolo: a patto di essere preparati alla loro gestione e consapevoli della portata del fenomeno – consapevolezza verso cui qualsiasi posizione di matrice anche vagamente xenofoba si è sempre dimostrata antistorica e terribilmente nociva per chi la sosteneva, non per chi ne era bersaglio. Oggi più che nel passato avremmo e abbiamo i mezzi, le risorse e le basi culturali per gestire tali fenomeni antropologici al meglio, conciliando rispetto dei diritti umani, rispetto delle leggi, sicurezza sociale, impatto sociale ed economico, integrazione, salvaguardia civica: invece, forse peggio che in passato per certi versi, trattiamo la questione in modo rozzo, barbaro, antistorico e deviante, aggravandone ogni giorno di più la complessità e la portata.

Ribadisco ancora, una volta per tutte: è soprattutto un problema culturale. Il che lo renderebbe facilmente – o quanto meno funzionalmente – analizzabile, studiabile, vagliabile e, infine, non così difficilmente gestibile. Invece, purtroppo, è proprio l’elemento che lo rende potenzialmente devastante, e non certo per colpa principale dei migranti, che giungono in una parte del mondo che possiede una immane ricchezza culturale, ma continua a fregarsene – qui e in altre situazioni – di averla a disposizione.

P.S.: cliccando sull’immagine in testa al post potrete leggere un ottimo saggio di Nora Federici sui fenomeni migratori nella storia passate e presente, tratto dall’Enciclopedia di Scienze Sociali Treccani.

E se i migliori “alleati” dell’ISIS fossimo proprio noi?

Qualche giorno fa è successo un episodio che, personalmente, trovo assai interessante e significativo, mentre i nostri media lo hanno considerato molto meno tale e sostanzialmente ignorato, ovvero non analizzato come poteva meritare.

Lo scorso 17 giugno una giovane agente della polizia israeliana è stata uccisa in un attentato compiuto da un commando di tre terroristi a Gerusalemme. Dopo qualche ora, in base al solito copione ormai ben noto anche in Europa, l’ISIS ha rivendicato l’azione, affermando che è stata compiuta da tre suoi “soldati”; tuttavia, dopo un’altra manciata di ore, Hamas ha smentito l’ISIS e rivendicato l’attentato come roba sua. «Le affermazioni dell’ISIS sono un tentativo di confondere le acque. L’attacco è stato condotto da due palestinesi del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina e un membro della nostra organizzazione» ha dichiarato un portavoce di Hamas, corroborato poi da analoghe conferme del citato Fronte.

Bene, ora: è cosa ormai storicamente risaputa che la nostra società si poggia su meccanismi ideologici e politici alquanto manichei, per reggere i quali c’è sempre bisogno di una parte buona e di una controparte cattiva. Quest’ultima, col tempo, è stata sempre più “simbolicizzata” e “dematerializzata” al fine di andare il più possibile oltre la sua effettiva consistenza e creare l’effigie di un “nemico” che fosse il più possibile pauroso e agghiacciante. Basta pensare a ciò che ha rappresentato per buona parte del secondo Novecento il comunismo di stampo sovietico – e, di contro, dell’imperialismo a guida americana -, oppure, più recentemente, Al Qaeda e ora, appunto, l’ISIS. “Nemici” terrificanti tanto quanto assolutamente funzionali ai sistemi di potere del nostro mondo occidentale, grazie ai quali giustificare azioni straordinarie – guerre, relativi stanziamenti economici, stati di emergenza, legislazioni particolari, restrizioni delle libertà personali, eccetera – inesorabilmente sostenute da battage mediatici a dir poco martellanti con cui convincere i cittadini della pericolosità di quei nemici nonché la conseguente paura: una “strategia” che venne in qualche modo “istituzionalizzata” dalle presidenze USA di George W. Bush post 11 settembre 2001. Strategia invero estremamente semplice: più la gente comune ha paura, più chiede alle autorità di essere protetta, quindi più è portata ad accettare e giustificare azioni straordinarie per la sua (presunta) protezione – o, meglio, al fine di sentirsi protetta: in fondo, paradossalmente, pure qui non conta più la realtà effettiva delle cose ma la sua immagine percepita (e funzionalmente costruita).

Con l’ascesa nella considerazione delle cronache quotidiane dell’ISIS, questo modus operandi mediatico è divenuto ancora più evidente. Sia chiaro, a scanso di qualsiasi equivoco: non è in discussione la pericolosità dei terroristi che si rifanno al sedicente stato islamico e la necessità di eliminare tale fenomeno estremistico di stampo integralista al più presto e in modo assai drastico. Tuttavia ho da tempo l’impressione che l’azione dei media, e la loro tambureggiante diffusione dell’effigie-ISIS quale “male assoluto” di cui non si può non avere paura, abbia alla fine ottenuto un effetto contrario rispetto a quello fatto credere, ovvero l’ingigantimento del “fenomeno ISIS” ben più della sua portata effettiva. Il che ha peraltro fornito una propaganda ai miliziani del sedicente stato islamico tanto insperata quanto comoda: basta fomentare qualche povero idiota che forse fino a qualche giorno prima nemmeno sapeva cosa fosse realmente, l’ISIS, mandarlo al massacro (suo e di tanti poveri innocenti) e poi diffondere una bella rivendicazione, subito ripresa e diffusa con il massimo clamore dai media – nemmeno fossero agenzie di stampa sussidiarie dell’organizzazione terroristica, dacché loro malgrado così si riducono a essere. C’è un esercito di terroristi in azione? Non esattamente: c’è, nella maggior parte dei casi, una banda di disperati senza nulla da perdere a cui i media offrono una buona scusa per uscire di testa del tutto, e un manipolo di folli a cui basta scrivere una mail con una bandiera nera nell’intestazione per ottenere risultati che altrimenti non potrebbe mai conseguire, “appoggiata” in ciò da media e politici che sulle fobie diffuse poggiano la propria propaganda, Bush Jr. docet . Il tutto senza tuttavia fornire uno straccio di soluzione alla questione, badate bene, e per di più intralciando non poco il lavoro di forze dell’ordine e intelligence impegnati nelle indagini e nelle azioni preventive.

Voglio porvi qualche provocatoria domanda, a tal punto: ma – al di là del sedicente califfato piazzatosi tra Siria e Iraq (nato poi chissà per quali oscuri motivi) e ormai sconfitto – l’ISIS esiste veramente? E i “terroristi” che agiscono in Occidente sono veramente suoi “miliziani”? Inoltre: e se buona parte della portata e della fama del fenomeno ISIS fosse generata da una “informazione” del tutto sbagliata da parte dei media e dalla propaganda dei politici – sia quelli che si vogliono far eleggere spacciandosi come “difensori” della nostra società, sia da quelli già eletti che con la buona scusa della “guerra al terrorismo” possono permettersi iniziative amministrative e legislative altrimenti ingiustificabili? Ovvero: e se di ISIS si parlasse molto meno, con toni meno urlati e con maggiore cognizione di causa, eliminando così la sua arma in fondo più importante cioè quella del terrore diffuso?

Per una significativa coincidenza (ma forse non così tale, in effetti), ieri anche Carlo Rovelli ha scritto un articolo sul tema pubblicato dal Corriere della Sera che in buona sostanza afferma ciò che ho scritto lì sopra.
In particolare Rovelli dice:

La realtà non è che politici, giornali e televisioni dedichino grande spazio al terrorismo perché questo ci inquieta personalmente; è il contrario: sentiamo il terrorismo toccarci personalmente perché politici e media gli dedicano estrema attenzione. In fondo, i morti per terrorismo sono notizia non perché siano comuni, ma perché sono rari. Dove i morti sono tanti, non fanno più notizia. Il risultato è paradossale: molti di noi hanno paura ad andare a Parigi perché temono una bomba, quando in Francia finiscono all’ospedale per lesioni gravi moltissime più persone morse da grossi cani che per bombe. Abbiamo paura ad andare a Londra temendo attentati, senza renderci conto che per un europeo a Londra il rischio di essere investito per aver guardato dalla parte sbagliata attraversando la strada è enormemente maggiore del rischio di trovarsi in un attentato. Ci sono stati negli ultimi anni mediamente dieci volte più morti per incidenti stradali che per terrorismo, a Londra. Questa diffusa percezione così esageratamente distorta del pericolo indica, io credo, che qualcosa nella comunicazione non è corretto. Finisce per fare danni anche la sola paura, come è successo a Torino. Credo allora che esista una ricetta semplice per sconfiggere il terrorismo: smorzare la parossistica reazione che gli accordiamo.

E aggiunge poco più avanti:

Vorrei che le persone ragionevoli sapessero vedere questo gioco di tanti politici, e sapessero dare fiducia invece ai politici seri che sanno pensare al bene comune e non usano paroloni sul terrorismo per farsi belli. Dichiarazioni altisonanti che la nostra intera civiltà è sotto attacco, che noi non cederemo, che non ci faremo piegare, e simili, non significano nulla, se non dare immenso peso politico a dei piccoli assassini.

Ecco, proprio così. Come Rovelli, anch’io dico che non bisogna affatto sottovalutare la questione ISIS/terrorismo e anzi, ripeto, risolverla drasticamente, ma non dobbiamo nemmeno fornire adeguati strumenti alla sua propaganda e una sostanziale bieca alleanza mediatico-politica! Inoltre, anche a me piacerebbe molto che la stessa urlata enfasi con cui i media parlano di ISIS venisse adoperata per fenomeni che, a me personalmente, fanno pure più paura nel principio, come la questione femminicidi, per dirne una. Che è un’altra cosa, lo so bene, ma che alla fine provoca lo stesso terribile risultato, la morte di persone innocenti. Una morte – tante morti, ahinoi – che, a quanto pare, non è funzionale a nessuna ideologia populista ovvero ad alcuna propaganda elettorale.

P.S.: in fondo, già nel novembre 2015 il magazine Controverso sosteneva cose simili a quanto avete letto fino a questo punto – o meglio, le sosteneva citando un illuminante testo di Waleed Ali, giornalista e presentatore televisivo australiano del canale Network Ten. QUI trovate tale articolo, significativamente intitolato “ISIS è debole”, da leggere e meditare senza alcun dubbio.