Leggere libri (alla vecchia maniera!)

Eccovi una piccola “collezione” di vecchi posters, per la gran parte americani, di promozione della lettura di libri: numerosi interessanti e belli, alcuni veramente efficaci – ad esempio quello in testa al post, che gioca sull’assonanza sonora tra l’uomo overbored, “super annoiato”, e over board “fuori bordo” ovvero in mare, al quale dunque gettare non un salvagente ma un buon libro – “salvagente” semmai per la mente e lo spirito!
Oppure quello che trovate tra gli altri nella “collezione”, e che, con molta franchezza, sentenzia: “Stanco di sentirti come un perfetto cretino? Leggi libri nel tuo tempo libero!

Posters efficaci fors’anche più di certe campagne contemporanee dalle intenzioni senza dubbio meritevoli ma dai risultati non troppo esaltanti, purtroppo. Magari in quei poster ci si può trovare qualche spunto valido tutt’oggi…

Bye bye, Turchia!


Arrivederci, Turchia! È stato bello “conoscerti” – conoscere ciò che saresti potuta diventare e in parte già eri: uno dei paesi più avanzati dell’Occidente, vero e proprio laboratorio socio-culturale tra Europa e Asia nel quale cogliere e sviluppare il meglio delle culture in contatto e in transito, oltre che una cerniera politica (in senso profondamente storico) fondamentale… È stato bello, già, prima che un clan politico tra i più biechi e pericolosi, capeggiato da un personaggio di raro viscidume, ti soggiogasse, soffocasse tanta della tua parte migliore, di quella più libera, aperta, emancipata, culturalmente viva, e ti costringesse con la forza e l’inganno a dirigerti verso la più tenebrosa e letale dittatura teocratica – proprio tu che eri tra i pochi stati ad avere sancito il principio della laicità delle istituzioni direttamente nella carta costituzionale, nonché “(…) Il divieto di esercitare diritti che rappresentino un attentato all’integrità indivisibile dello Stato, o al fine di sopprimere la Repubblica democratica e laica fondata sul rispetto dei diritti dell’uomo”!

Se, da un lato, la Turchia post referendum merita un addio definitivo e al contempo la più dura e determinata reazione delle diplomazie del mondo libero – tra le quali evidentemente non devono più essere iscritti gli USA, almeno riguardo alla leadership politica corrente; ma temo che pure da parte europea non ci si possa aspettare granché di “determinato” – dall’altro mi auguro di tutto cuore che invece possa e debba essere un arrivederci. Mi auguro, ovvero, che la parte (preponderante) della società civile turca che non appoggia e contrasta la dittatura montante – e che non a caso è stata oggetto di censure, arresti, detenzioni di massa e moltissimi altri episodi di repressione – riesca a ribaltare le sorti del paese, altrimenti segnate definitivamente. In ciò deve e dovrà essere sostenuta con forza e in ogni modo possibile: perché sostenere la democrazia turca – il che ovviamente implica di contro l’eliminare politicamente qualsiasi elemento che la sta distruggendo – significa sostenere i valori democratici dell’intera società civile europea nonché di tutta quella parte di mondo, così importante, così culturalmente rilevante e così drammaticamente martoriata da una politica folle e criminale.

Addio, dunque… anzi no: arrivederci, Turchia. Speriamo di rivederti ancora, nuovamente libera, democratica, colta, emancipata, quanto prima.

P.S.: immagine tratta da qui.

Dello scrivere libri, o di un efficace metodo per diventare indigenti

Piuttosto cinicamente (ma in fondo è pure autocinismo, questo) mi viene sempre più spesso da pensare che un metodo molto semplice per ridurre il numero spropositato di libri editi (ove la sproporzione è rispetto al numero di lettori del mercato nostrano, chiaramente, il quale al momento non pare accennare a ridestarsi dal suo coma piuttosto profondo, peraltro indotto pure proprio dal gran numero di libri pubblicati, sovente di assai scarso pregio letterario, che ingolfano gli scaffali delle librerie nascondendo le – più rare – opere invece meritevoli d’attenzione) – dicevo, un metodo molto semplice per ridurre il numero spropositato di libri editi sarebbe quello di far conoscere nel modo più obiettivo possibile agli aspiranti scrittori la realtà dell’editoria nostrana contemporanea: un mondo – per essere piatti – che si proclama nobile e sfavillante ma in realtà è ridotto con le pezze al culo e, a quanto sembra, sconsideratamente destinato a una sempre più prossima implosione.
Ovvero, in breve: volete scrivere libri per diventare ricchi e famosi? Farete probabilmente prima a diventarlo cercando aghi nei pagliai e vendendoli ai sarti, ecco.

Qualcuno che ci provi ad essere obiettivo sulla realtà dell’editoria italiana contemporanea peraltro c’è. Non so se lo faccia in base all’intento personalmente rimarcato; io – cinicamente, appunto – sì (e fate conto che, per quanto mi riguarda, a quel cinismo vado oltre ricordando quella nota massima di Emerson, “Chi scrive per sé stesso scrive per un pubblico immortale”). Dunque vi consiglio di leggere questo illuminante pezzo di Luca Bernardi, Quanto (non) guadagna uno scrittore?, pubblicato in origine da L’Indiscreto (vedi qui l’articolo originale) e ripreso da CheFare, da cui traggo anche il sunto che vi propongo di seguito (con un paio di altri significativi estratti dallo stesso articolo, in calce).
Buona lettura – un po’ meno la scrittura, invece…

C’era una volta un esordiente che doveva scrivere un articolo sui guadagni degli scrittori. Facile, pensavo, basterà chiedere a Tizio e Caio quanto prendono di anticipo, quali percentuali ricavano al netto dell’agente, come fanno quadrare i conti a fine mese. Più che un’inchiesta sarà la compilazione di un questionario. E invece…
E invece nessuno vuol far sapere quanto guadagna. “Io te lo direi pure, basta che poi nel pezzo non fai il mio nome”. Me l’avranno ripetuto in quindici questo adagio. Manco stessi scrivendo un articolo sulle logge nere. Insomma nessuna delle mie fonti ha voluto figurare per nome. Perciò, stando alle deposizioni di ignoti, ecco quanto ho raccolto.
Una piccola casa editrice seria pagherà al massimo mille Euro di anticipo (questo lo so anche per esperienza, avendo esordito a novembre con Tunué). Una casa editrice media si attesterà tra i cinquecento e i quattromila. Una grande tra i tremila e i diecimila. Poi ci sono tre o quattro editori che partono da cinquemila Euro e salgono anche molto a seconda della fama dell’autore.
Sembra inoltre che le cifre siano calate rispetto ai primi Duemila. Chiunque bazzichi nell’editoria da un po’ sostiene che la crisi abbia pressoché dimezzato gli anticipi. Nel 2003, per esempio, non era inaudito esordire per una major con un assegno da ottomila Euro. Oggi il ristagno del mercato e la contrazione degli introiti editoriali hanno impoverito ulteriormente chi scrive.
Dunque le grandi investono più delle piccole ma se sei al primo libro, o comunque mostri scarse prospettive commerciali, gli anticipi saranno tutt’altro che faraonici. Anche a esordire con Mondadori oggi è difficile ricevere un anticipo superiore ai cinquemila Euro. Il che significa l’impossibilità, almeno all’inizio, di mantenersi solo scrivendo.
A vivere di romanzi sono ormai in pochi in Italia. Anche perché tra chi venderebbe abbastanza da permettersi di non fare altro ci sono molte personalità i cui libri funzionano sul piano commerciale proprio grazie alla celebrità extraletteraria degli autori.
C’è una seconda fascia di persone che campa tra pubblicazioni di vario tipo, incarichi editoriali correlati, corsi di scrittura, traduzioni, giornalismo, docenze a contratto. Non fanno gli scrittori a tempo pieno ma nemmeno gli idraulici. Per la generazione dei miei genitori sono degli spiantati, per noi ventenni dei modelli di tenacia professionale.
Poi viene chi pubblica libri e scrive su testate online o cartacee ma sopravvive grazie ad altre fonti, professionali e non. Qualcuno li chiama pesi medi. Magari insegnano o fanno i liberi professionisti. Se sono giovani, cioè hanno meno di quarant’anni, hanno spesso famiglie che li aiutano.
(…)
Il quadro è desolante e non occorrono cattedre alla Normale per capire che dietro alla reticenza economica degli scrittori c’è in parte la tentazione di chiudere gli occhi davanti all’indigenza della propria sottoclasse sociale, e forse anche al tramonto di una cultura intesa come prestigio, ovvero quale vessillo di un potere che ormai cerca tutt’altri stemmi e casse di risonanza.
(…)
E che cos’è la carriera per uno scrittore se non l’uscita del proprio Meridiano, le orde di incravattati plaudenti a Stoccolma o le testate che lo inseguono per editoriali su temi di cui fino a un’ora prima ignorava l’esistenza. Certo, la carriera può essere una somma di questi elementi… eppure non si dimentica qualcosa? Be’, forse un conto in banca a sei zeri. E ribadisco che stiamo parlando di carriera, non della corrida tra titani per entrare nel canone, qualsiasi cosa esso sia, o perché il proprio nome svanisca buon ultimo tra quelli di tutti i parlanti nella propria lingua peritura.
Eccoci di nuovo al punto di partenza. Reputazione, alla fine, significa denaro. E senza soldi può darsi carriera? In una società di mercato, no. Nell’editoria, sembra di sì ma alla fine parrebbe di no. Fine della storia. Ma e se come da decenni sostengono i tifosi del post-umano il mercato stesse davvero morendo, non sarebbe allora l’editoria forse il vero laboratorio all’avanguardia, un workshop di lustri sugli scenari del post-lavoro e del post-salario (della post-inedia?) a cui presto o tardi, singolarità più o singolarità meno, la pletora degli universi professionali dovrà inchinarsi?

(Ribadisco: potete leggere l’intero articolo di Luca Bernardi, molto più articolato e ricco di informazioni sul tema, qui.)

Umani?

Umàno: lat. Humànus, da hòmo, uomo. Attenente, inerente o proprio all’uomo; che compassiona le infelicità del suo simile, e quindi benigno.


N.B.: le immagini sono tratte da questa serie pubblicata su IlPost. Il perché la testata abbia deciso di pubblicarle, lo potete leggere qui. Per quanto mi riguarda, chiunque le ritenga troppo forti per poter essere rese pubbliche sappia che ha tutta la mia disapprovazione e pure un inevitabile sdegno: perché a furia di chiudere gli occhi o di girare lo sguardo dall’altra parte, andremo a cadere nello stesso abisso senza nemmeno rendercene conto. E nel frattempo il resto del mondo si volterà dalla parte opposta facendo spallucce.

Il complotto del complotto


Comincio seriamente a pensare che dietro tutta questa proliferazione di complottisti ovvero sostenitori del “complotto” in senso assoluto, non possa che esserci un complotto.
Dunque, credo che prima o poi tali complottisti complotteranno su sé stessi e in tal modo, non essendoci in verità alcun autentico complotto da essi sostenuto, quando ciò avverrà spariranno di colpo, un po’ come materia e antimateria.
Ecco.

P.S.: cliccate sull’immagine per ingrandirla e scoprire inequivocabilmente che la “teoria del complotto” è tutta un complotto, e che dunque i “complotti” esistono. Eccome se esistono!