Ultrasuoni #7: No Means No, Big Dick

È possibile suonare un gran pezzo punk/hardcore solamente con il basso e la batteria?
Be’, probabilmente no.

A meno che non vi chiamiate Wright, siate fratelli – Rob e John – e siate il bassista e il batterista dei No Means No, una delle più originali punk band mai apparse nel panorama musicale.

Il pezzo in questione è Big Dick, autentico virtuosismo ritmico che rende affermativa, in modo più unico che raro, la risposta alla mia domanda iniziale e dimostra la grande perizia tecnica e il sensazionale affiatamento della “premiata ditta ritmica Wright”, un’intesa musicale probabilmente favorita dal legame di sangue fra i due ma non per questo così scontata e, dunque, comunque sorprendente.

Fatto sta che Big Dick è un gran pezzo punk, appunto, tanto originale nella sua struttura “minimalista” (ma ad ascoltarlo non pare affatto così!) quanto trascinante (l’assenza degli altri strumenti a ben vedere acuisce la pulsante energia del brano) e risulta forse quello più celebre di un album, Wrong, uscito nel 1989, ricolmo di colpi di genio musicali ovvero di altri pezzi sublimi al punto da non dimostrare affatto la sua vetustà, anzi, rimanendo ad oggi un’autentica pietra miliare e un esempio di come si potesse (possa) suonare veemente punk/hardcore con la raffinatezza del più colto jazz e la perizia più tecnico progressive rock – senza contare la potenza dei testi, che miscelavano graffiante ironia a profonda intelligenza.

Dunque , loro potevano suonare un gran pezzo punk/hardcore solamente con il basso e la batteria (e poi con tutti gli altri strumenti, ovvio). E lo ribadisco: yes means yes!

Uomini di parola

[Cliccateci sopra per saperne di più sul film.]
Ho visto Uomini di Parola.

Dunque… domanda: cosa potete fare se avete tra le mani una sceneggiatura parecchio debole e scontata, con un finale altrettanto prevedibile, e volete comunque sperare di ricavarne fuori un buon film? Risposta: tirar fuori un bel po’ di soldi e assoldare nel ruolo dei protagonisti alcuni grandi e celebri attori, contando sulle loro doti attoriali e, ovviamente, sul richiamo dei loro nomi (tutti nobilitati dall’Oscar, per di più). Ciò tuttavia vi espone ad un rischio non indifferente: quello di non riuscire a ottenere un successo sufficiente a coprire i costi di realizzazione del film, visti i tanti soldi spesi come sopra indicato.

Ecco, Uomini di parola è – sostanzialmente – tutto qui. Un gran cast per un film altrimenti mediocre, tutto basato sul duetto e l’intesa recitativa tra Christopher Walken e Al Pacino (meno su Alan Arkin), col primo notevolissimo e col secondo che, a me, pare sempre Al Pacino che recita e a volte parodia (voce del verbo “parodiare”) il se stesso anni degli ‘70/’90 (non che sia una colpa, sia chiaro), i quali sembra proprio che si divertano parecchio nei ruoli assegnati da vecchi gangster in pensione, divertendo parimenti lo spettatore che li osservi duettare. Ma, ribadisco, soprattutto – se non solo – lì c’è il divertimento, in quel duettante contesto, perché per il resto la pellicola non riuscirebbe (e non riesce) proprio a scrollarsi di dosso, ahimè, l’etichetta di «BANALE».

Forse per questo oppure per qualche altro motivo, chissà, fatto sta che quel rischio potenziale che paventavo poco sopra sul mancato ritorno dell’investimento s’è avverato. Un’occasione sprecata, insomma, lo hanno rimarcato in diversi nel disquisire del film: come avere a disposizione delle potenti fuoriserie e lasciarle intruppate nel traffico dell’ora di punta.

Bannare (le responsabilità)

[Foto di Charles Deluvio da Unsplash.]
La questione del ban dai social network dell’ignobile Presidente degli Stati Uniti d’America ancora in carica in verità tocca – a prescindere dal personaggio, inutile rimarcarlo – una questione ormai già annosa anche se relativamente recente, quella della libertà di parola e di censura degli utenti di reti sociali digitali private d’uso pubblico e “libero”. Dunque si può essere d’accordo o meno con le azioni di Twitter, Facebook e compagnia bella verso Trump o quelli come lui, ma a ben vedere la questione è un’altra, e concerne in primis – ovvero da un punto di vista culturale – la responsabilità dei soggetti in gioco, dentro e fuori il web.

Due esempi, al riguardo: da un lato l’utente “preminente” (perché pubblico personaggio o che altro: il presidente di una superpotenza mondiale, per dire) del social network che dimentica la personale responsabilità circa i contenuti dei post che rende pubblici i quali, per lo status di ampia visibilità suddetto, raggiungono milioni di followers con conseguenti potenziali danni, se manifestano messaggi “equivoci” – lo segnala Massimo Mantellini nel suo blog su “Il Post”, segnalando pure, a suo parere, la mancanza di responsabilità “tecnica” e di risolutezza da parte del social network in un caso del genere:

Donald Trump – che un ragazzino in crisi ormonale avesse 88 milioni di follower è una possibilità che chi ha immaginato l’architettura di Internet non aveva considerato – andava bannato da Twitter nel 2017. Se non prima.

Oppure la dimenticanza di responsabilità della politica, la quale consente a soggetti privati quali sono i social network di ergersi a pubblici ufficiali (non solo del web), che molto chiaramente segnala Dario Bonacina sul suo blog:

Simili sanzioni su determinate persone devono essere considerate, ma inquadrandole da un punto di vista normativo comune a tutte le piattaforme, e fatte valere da chi ha l’autorità di procedere in tal senso. Se esistono già leggi che fanno valere questo principio, vanno fatte rispettare, ma se non esistono vanno promosse, perché non si tratta di un argomento di poca importanza.

Per quanto mi riguarda, pur comprendendo inevitabilmente i ban dei social suddetti verso un soggetto come Trump, e pur avendo, in occasioni di simile natura, invocato la chiusura di presunti organi d’informazione giornalistica utilizzati per spargere fango e indecenze verso i “nemici” (“Libero” è l’esempio lampante, certamente, ma proprio perché, posta tale loro attività diffamatoria, non più identificabili come organi d’informazione, appunto), torno sempre a reinterpretare alla mia maniera quel celeberrimo aforisma (che tanti credono di Voltaire, invece no) sulla libertà d’opinione, così:

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo. Anche perché è il modo più rapido ed efficace che hai per dimostrare a chiunque quanto sei cretino e spregevole, nel caso.

Ecco.
Insomma: va bene zittire un personaggio così ripugnante, ma a patto che in forza di ciò non ci si dimentichi di quanto sia ripugnante.
In fondo è anche questa una responsabilità, che dobbiamo assumere e manifestare tutti quanti.

Discipline assai divertenti

[Immagini tratte dal web.]
Ecco, queste sono le occasioni nelle quali ci si rende conto di quanto la psicologia, la sociologia e l’antropologia, se applicate alla politica e ai suoi eventi (soprattutto) contemporanei, siano discipline non solo affascinanti, necessarie e profondamente illuminanti ma pure di valore assoluto nonché meravigliosamente divertenti. 😂